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SALUTE SANITÀ SOTTO ACCUSA / QUANDO A RIMETTERCI È IL PAZIENTE

 

Imputato bisturi

Troppi errori. E troppe vittime. Dalla sala operatoria agli ambulatori. Colpa solo dei dottori? No. Ma è emergenza

 

di Luca Carra


Un' epidemia. Le cause legali mosse ai medici da pazienti che si sentono danneggiati sono aumentate del 184 per cento in quasi dieci anni. E i procedimenti in corso sono addirittura 12 mila, per una richiesta di risarcimento danni pari a circa 2,5 miliardi di euro. Una montagna di soldi che fa aumentare i premi assicurativi e pesa come un macigno sulle casse degli ospedali, che devono sborsare dai 750 mila ai 2 milioni di euro l'anno per una copertura assicurativa. Ma soprattutto una montagna di morti e feriti. Le stime, aggiornate di recente nel corso di un incontro promosso dal Cnr di Pisa, sono impressionanti: gli errori medici uccidono ogni anno circa 30 mila persone in Italia, e provocano circa 320 mila incidenti su 8 milioni di ricoveri l'anno. E la nemesi medica, secondo l' ultimo rilevamento di Eurobarometro, è l'incubo degli italiani; ben il 97 per cento considera infatti l' errore medico un'emergenza nazionale.

Ma cosa sta succedendo? "Ciò che preoccupa è che gli incidenti mortali, come nei recenti casi verificatisi in Sicilia all'inizio dell'anno, riguardano anche operazioni di routine, come l'appendicectomia", spiega Teresa Petrangolini, presidente di Cittadinanza Attiva Tribunale dei dirittti del malato, che da dieci anni fotografa i principali errori clinici in base alle segnalazioni ricevute dai cittadini. Sulla lista nera stilata dall'associazione compaiono ai primi posti gli interventi di ortopedia (schiena e protesi d'anca soprattutto), oncologia, ostetricia, chirurgia generale e oculistica, che sommati superano il 50 per cento delle segnalazioni. "Molti incidenti avvengono anche in ambiti più complessi, come la cardiochirurgia, ma qui le segnalazioni sono minori perché forse la gente mette già nel conto che le cose possano andar male", conclude Petrangolini. Non vanno poi dimenticati gli errori da scambio o sovradosaggio di farmaci, che colpiscono circa 50 mila persone.

Un'altra fotografia, speculare, è del Consorzio universitario per l'ingegneria nelle assicurazioni (Cineas), che ha intervistato non i cittadini, ma cento direttori generali e sanitari anche sulle responsabilità degli errori: un terzo sarebbe da addebitare alla mancanza di procedure adeguate (tipo linee guida e protocolli chiari), un quarto alla cattiva organizzazione del lavoro (che comprende anche turni sbagliati e ritmi stressanti), un quinto alla scarsa attenzione e preparazione dei medici e il resto a macchine obsolete, logistica irrazionale e al caso.

L' indagine sembra allora mostrare che all'origine degli errori non ci sono, come vorrebbe il luogo comune, medici demotivati e pasticcioni, ma c'è una preoccupante disorganizzazione ospedaliera. Di 'rischio clinico' si parla da anni, ma in corsia è ancora un ospite ingombrante, che genera imbarazzo e paura da parte dei medici. I primi a muoversi sono stati gli statunitensi. Cinque anni fa hanno avviato un programma federale finanziato con 50 milioni di dollari, che coinvolge decine di agenzie e associazioni di malati, con una sola parola d'ordine: imparare dagli errori, registrandoli, rendendoli pubblici, studiandoli. A cinque anni dall'avvio del programma statunitense, si cominciano a vedere i risultati: ad esempio sono diminuiti i morti da iniezioni di cloruro di potassio (da quando la sostanza è stata rimossa dagli scaffali degli infermieri), gli incidenti dovuti a dosaggi sbagliati di anticoagulante, le infezioni ospedaliere stroncate dalla applicazione di linee guida per il trattamento antibiotico prima e dopo gli interventi chirurgici.

Molti ospedali americani si sono dotati di Unità di gestione del rischio e hanno avviato un sistema di informatizzazione delle ricette, che riduce le sviste dovute anche solo alla scrittura illeggibile dei medici. Si sono diffusi i protocolli di sicurezza per le trasfusioni del sangue, il dosaggio dell'insulina, l'uso corretto della ventilazione meccanica e decine di altre procedure ad alto tasso di errore. Parallelamente a queste iniziative istituzionali, l'associazione statunitense degli ospedali ha stilato una lista di semplici consigli ai pazienti per salvarsi la vita. Primo, consultarsi con il proprio medico per la scelta dell' ospedale reputato più adatto per una determinata malattia, secondo, portare sempre la lista dei medicinali che si prendono e gli esami effettuati, e via elencando.

Se programmi simili si stanno sviluppando anche in Gran Bretagna, Svizzera, Spagna e nei paesi del Nord Europa, in Italia siamo ai primi passi. Il Dipartimento della qualità del ministero della Salute ha appena pubblicato una 'Rilevazione nazionale sulle iniziative per la sicurezza del paziente' in Asl e ospedali, che fotografa la situazione al 2002. Una fotografia, invero, non entusiasmante: se infatti quasi il 90 per cento delle strutture ha attivato un sistema per la risposta dei reclami, solo il 17 si è dotata di una Unità per la gestione del rischio clinico, e poche di più (il 23 per cento) registrano gli incidenti critici più rilevanti. Percentuali basse, che diminuiscono ancora al Centro-Sud, e che si diluirebbero ulteriormente se fosse stato conteggiato anche quel 40 per cento di ospedali e Asl che non hanno nemmeno risposto al questionario ministeriale.

Negli ultimi quattro anni, tuttavia, qualcosa ha cominciato a muoversi. Esperienze pilota sono quelle della Toscana, dove in ogni Asl tutti reparti di anestesiologia si sono dotati di un sistema per rilevare gli errori e stabilire procedure a prova di incidente, e del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, che ha messo a punto un sistema di registrazione e autocorrezione dell'errore clinico. Anche se, spiega la responsabile del Servizio di medicina legale bolognese Marisa Faraca, "così abbiamo di certo ridotto gli errori, ma questo non si è tradotto in una diminuzione delle denunce, che al contrario sono in continuo aumento".

L'alluvione di cause legali per malpractice non riguarda solo gli specialisti e gli ospedalieri: colpisce anche il medico di famiglia. Accade sempre più e, secondo le denunce, soprattutto "per non aver diagnosticato in tempo una malattia, o per non essersi recato a domicilio in tempi ritenuti ragionevoli dal paziente", spiega Maurizio Maggiorotti, presidente di Amami, l'Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente. Tuttavia il 65,7 per cento del contenzioso si risolve con un risarcimento fuori dalle aule del tribunale, mentre il 23 è penale e il 10,7 civile. "La maggior parte dei procedimenti si risolve però con l'archiviazione, con sentenza di proscioglimento del medico in udienza preliminare o con l'assoluzione, e solo pochissimi si risolvono con una condanna", dice il procuratore della Repubblica di Bologna Enrico di Nicola.

L'impressione degli addetti ai lavori è quella di un contesto nebuloso in cui non sono chiare le responsabilità giuridiche. Ecco allora l'idea di istituire un Osservatorio sulla responsabilità del medico, che avrà il compito di fornire dati certi alla preparazione di una riforma legislativa che definisca finalmente di chi sono le responsabilità nei diversi contesti. "La responsabilità legale degli errori in medicina è regolata dal codice civile e da una serie di sentenze, cosa che spesso non consente di attribuire chiaramente le responsabilità degli incidenti ai medici o alle strutture ospedaliere", spiega l' avvocato Natale Callipari, che ha coordinato un incontro tra specialisti all'Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria: "Da qui l'idea di istituire un osservatorio nazionale, composto da giuristi e sanitari, che metterà a confronto le varie legislazione europee, arrivando a una proposta di riforma dell'intera materia".

Anche se il più delle volte la scampa, la paura della denuncia, dello stress di un processo e della macchia di un'azione legale che si ripercuote anche sull'aumento dei premi assicurativi, porta il medico a sentirsi vittima dell'opinione pubblica e della magistratura, e a non essere disponibile alla registrazione volontaria degli errori. E lo spinge a cautelarsi, anche prescrivendo montagne di accertamenti diagnostici hi-tech o visite specialistiche, pure quando non sarebbe necessario. Gli addetti ai lavori chiamano questa medicina 'difensiva'. Eppure, dalle ricerche emerge che il più delle volte l'errore nasce da un insieme di fattori quasi mai riconducibili alla sola imperizia e negligenza del medico. C'è la fatica di un lavoro stressante come quello dell'ospedaliero, l'aggravante delle situazioni di emergenza, che inevitabilmente aumentano il tasso di errore. Ci sono, a monte della pratica clinica, falle nell'organizzazione, macchine difettose, pochi soldi e pochi letti in terapia intensiva. Ci sono anche, secondo Maggiorotti, "complicazioni assolutamente imprevedibili e non prevenibili, risposte diverse dell'organismo a trattamenti che sortiscono l'effetto sperato nel 99 per cento dei pazienti, ma non in tutti. Tipico esempio è l'infezione dopo l'impianto di una protesi, che può verificarsi nonostante siano state osservate tutte le norme igieniche e una terapia antibiotica".

C'è però anche, come ricorda Teresa Petrangolini, l'omertà e lo spirito di casta dei medici pronti a fare quadrato per difendere la reputazione dell'ospedale e del collega, che non rende certo agevole la via legale per la vittima di un danno sanitario. D'altra parte, l'aumento di litigiosità giudiziaria non sembra favorire i processi di correzione dell'errore medico. Anzi, probabilmente li rende più difficili, esasperando il contrasto fra medici e pazienti. Meglio allora seguire l'esempio di Torino e Roma, dove per un'iniziativa congiunta dell'ordine dei medici e degli avvocati sono stati aperti sportelli di conciliazione per risolvere le controversie fra camici bianchi e cittadini. Nel primo anno di attività, ricorda il presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Mario Falconi,"si sono rivolti allo sportello mille cittadini. Di questi, il 30 per cento ha chiesto informazioni e consulenza. Nel 40 per cento dei casi il problema denunciato si è risolto con il dialogo, senza richiesta di risarcimento. Nel 10 per cento è stata avviata la pratica di conciliazione, per un totale di 93 dossier. Di questi, dieci casi si sono già conclusi, 15 sono in corso".

Resta poi il nodo dei programmi di gestione del rischio, ancora troppo pochi in Italia, a cui toccherebbe il compito di ridurre progressivamente il tasso di errore clinico ai livelli considerati standard per altri servizi, come le banche e l'aeronautica, pari a meno dello 0,1 per cento. "Sotto questa soglia si parla di errore inevitabile, di sistema, che comunque, in una città come Chicago, equivale a due atterraggi a rischio al giorno, e in un paese come gli Usa a 32 mila lettere recapitate all'indirizzo sbagliato ogni giorno", spiega Alberto Bellocco, docente di medicina legale all'Università Cattolica di Roma. "Un sistema sanitario senza errori non è possibile, ma arrivare a un livello di efficienza del 99,9 per cento è alla portata di ogni ospedale, anche se per ora è poco più di un miraggio". n


 

 

Dalla parte dei malati

 

Gli sbagli dei medici riguardano sia la diagnosi che la terapia. Ecco i tipi di errori più frequenti secondo le segnalazioni di Cittadinanza Attiva

 


ORTOPEDIA

Mancato riconoscimento di fratture, sia degli arti sia di costole e spalle.

Lesioni alle terminazioni nervose o al nervo motorio durante le operazioni all'ernia del disco.

Mancato recupero della gamba per un intervento maldestro sui legamenti.

Lesioni al midollo spinale dovute alla non immobilizzazione della colonna
vertebrale dopo una caduta.

Inserimento di protesi troppo corte.

Infezioni ed emorragie post-operatorie.

Residui di lama del bisturi 'dimenticati' nel ginocchio per operazioni al menisco.



ONCOLOGIA

Diagnosi errata o tardiva di tumore, quando ormai non è più operabile.

Prescrizione di accertamenti non idonei.

Interventi troppo demolitivi rispetto alla diagnosi.

Interventi incompleti, che hanno comportato nuovi interventi chirurgici.

Radio e chemioterapia effettuata con ritardo o in dosi non adatte.



GINECOLOGIA e ostetricia

Problemi del bambino conseguenti al parto.

Danni alla madre durante il parto.

Errata diagnosi prenatale.

Morte del feto per amniocentesi.

Diagnosi errate per malattie ginecologiche.


CHIRURGIA GENERALE

Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici.


Garze e ferri chirurgici lasciati in corpo dopo gli interventi.


Suture (abnormi, tolte troppo precocemente).

Rottura di denti o protesi durante l'intubazione.

Aderenze post-operatorie. Drenaggi (nonmessi dove necessari o non rimossi).

Emboli, tromboembolie formatisi a causa della mancata somministrazione di terapia anticoagulante a seguito di un intervento chirurgico.

Clips mal posizionate.

Infezioni post operatorie.

 

Quanti errori in farmacia

 


Ogni anno circa 50 mila persone finiscono in ospedale per aver preso un farmaco sbagliato, o per aver sbagliato dose o via di somministrazione. Secondo

uno studio che ha analizzato gli interventi del centro antiveleni dell'Ospedale Maggiore di Milano, l'intossicazione da farmaco avviene nel 94 per cento dei casi fuori dall'ospedale, e riguarda in maggioranza i bambini. L'errore, quindi, viene compiuto in prevalenza dai genitori, ma con una corresponsabilità da parte di medici e farmacisti.

"Una delle cause dello scambio di medicinali sono confezioni o nomi simili come il lanoxin, contro lo scompenso cardiaco, e il laroxil, un antidepressivo", spiega Paola Moro del Centro antiveleni dell'ospedale milanese. E aggiunge: "Lo scambio può riguardare anche farmaci che prevedono dosaggi diversi per fasce d'età, ma con confezioni identiche, come la tachipirina".

C'è poi la svista del farmacista, che fornisce un farmaco diverso da quello indicato dalla ricetta. La grafia illeggibile sulla ricetta, un classico, a volte si direbbe quasi un punto d'onore del medico, trae spesso in inganno non solo nella corretta individuazione del farmaco, ma anche nelle dosi e addirittura nella via di somministrazione. E così il centro antiveleni si trova a dover gestire casi in cui medicinali da ingerire sono stati inalati o usati come colliri, e viceversa. Ma anche con bambini in cui il comune antibiotico in sospensione (da assumere per bocca) è stato iniettato perché il genitore ha frainteso l'uso della siringa dosatrice.

L'Espresso 5-6-06