LE ELEZIONI NELLA ROMA ANTICA.
Marco Tullio Cicerone, candidato console, voleva vincere così
Cicerone (Musei Capitolini, Roma)
di Luca Fezzi
 

Come stanno cambiando le cose nella politica? Le cose stanno cambiando davvero? In giorni di accesi dibattiti e di nuove regole nella comunicazione elettorale, è questa una domanda che si stanno ponendo in molti. Giocando sulle infinite possibilità di dialogo tra presente e passato, è interessante notare alcune straordinarie somiglianze tra le campagne elettorali di oggi e quelle che si tenevano nella antica repubblica romana.

Punto di riferimento obbligato il Commentariolum petitionis, un breve scritto risalente al 65 o al 64 a.C., dedicato da Quinto al ben più noto fratello Marco Tullio Cicerone, allora in procinto di candidarsi al consolato. L’opera ha avuto, negli ultimi anni, un certo numero di edizioni italiane, tra cui quella di Paolo Fedeli (con prefazione di Giulio Andreotti) del 1987, recentemente riproposta (Salerno Editore 2006), quella di Luisa Biondetti (Edizioni Anabasi 1993) e quella di Luca Canali (con introduzione di Furio Colombo, Piero Manni Editore 2004).

Quale il motivo di tanto interesse? Probabilmente il fatto che l’opera sembra particolarmente vicina a tutte quelle realtà “a basso contenuto ideologico” in cui tra candidato ed elettore non si interpone la struttura partitica, ma è il primo a dover cercare, di propria iniziativa, il voto del secondo. La crisi dei partiti e delle ideologie forti, la personalizzazione della politica, la diffusione di logiche di tipo “maggioritario” (che rendono necessario “vincere” e non “contribuire alla vittoria”) e il grande impatto dei media (che creano una illusoria vicinanza tra candidato ed elettore) hanno certo accentuato alcune analogie tra la politica di Roma antica e quella attuale. Se ancora nel 1987, due anni prima della caduta del muro di Berlino, Giulio Andreotti osservava, a proposito del Commentariolum, che «il contesto, com’è ovvio, è profondamente diverso da quello di oggi. Ci sono i partiti, ma non organizzati come quelli moderni, capaci di orientare le scelte degli elettori sulla lista prima che sulle persone. La fiducia è data all’uomo piuttosto che al gruppo o alla forza che egli rappresenta, e il dibattito politico è naturalmente meno ideologizzato di come può essere nella società contemporanea», soltanto una decina di anni dopo, nel 1998, il politologo Gianpietro Mazzoleni si è spinto a sostenere che il Commentariolum petitionis «anticipa… le tecniche di marketing politico messe a punto dagli esperti di comunicazione del XX secolo». 

I consigli contenuti nel “manualetto”, volti a sfruttare al meglio i pochi mesi di campagna elettorale, riguardano i sistemi per ottenere il più ampio consenso possibile attraverso due vie, quella degli amici e quella dell’opinione pubblica.

Consideriamo la prima. Accanto agli amici di vecchia data, chiamati a comporre la “squadra” del candidato, Marco deve procurarsene di nuovi ed in ogni ambiente (il concetto di amico, durante la campagna elettorale, si può infatti allargare a dismisura). Imperativo è non soltanto creare nuovi rapporti ma anche, in una situazione di grande instabilità, rinsaldarli continuamente: per fare questo è necessario fare leva sul sentimento di riconoscenza, alimentandolo con favori e promesse. Questa attenzione deve essere indirizzata ovunque; decisivi il sostegno e la presenza dei giovani, particolarmente attivi, e la continua ostentazione, durante gli spostamenti, di un seguito numeroso (in mancanza di sondaggi pre-elettorali questo era il solo modo per mostrare la propria forza).

Per quanto riguarda invece il rapporto con la massa degli elettori, il candidato non doveva mai stancarsi di frequentarli, mostrando loro la propria generosità, senza preoccuparsi troppo di mantenere le promesse (un “sì” non lega, mentre un “no” procura nemici certi). Importante inoltre era la cura del proprio aspetto fisico e di quello dell’intera campagna elettorale, che doveva svolgersi tra ali di folla, nel modo più brillante possibile: fondamentale non solo l’arte di parlare in pubblico ma anche la capacità di essere sempre sotto gli occhi di tutti. Il teatro in cui si svolgeva il tutto era infatti la città di Roma, dove la vicinanza tra elettore e candidato non era una “illusione mediatica”, come lo è oggi nel nostro “villaggio globale”, ma una realtà fisica, e dove il primo poteva osservare il secondo con molta attenzione, sin quasi dentro alla sua dimora, che doveva essere per questo affollata giorno e notte.

Era poi necessario cercare di fare circolare voci sulla condotta degli avversari, senza risparmiare neppure la loro vita privata, e incanalare su di sé speranze, evitando tuttavia di intervenire in prima persona nelle questioni politiche più scottanti (tutti in questo modo sarebbero stati indotti a credere di avere il candidato dalla loro). La pratica della “conquista di tutti” ma, soprattutto, degli indecisi, in un sistema dove si votava con un “maggioritario a turno unico”, era particolarmente importante. Quinto consiglia infine a Marco di mettere in difficoltà gli avversari minacciandoli, in maniera però molto vaga, di portare avanti contro di loro una qualche azione legale e di fare altrettanto nei confronti di tutti quei personaggi che, in una maniera o nell’altra, cercavano di corrompere l’elettorato.

Queste due ultime osservazioni si riferiscono a pratiche allora molto frequenti. Un sistema abbastanza efficace per conquistare l’opinione pubblica e avere ragione degli avversari era quello di portarli in tribunale. A questo proposito si potrebbero citare numerosi esempi; rende forse meglio l’idea rilevare quanto grande fosse, in molte arringhe forensi, il peso delle considerazioni estranee al processo: l’imputato doveva essere condannato o assolto non soltanto per ciò che aveva o non aveva commesso, ma anche per ragioni di opportunità politica. Altro sistema in uso (anche se punito dalla legge) era quello di distribuire doni e denaro: ogni candidato si serviva di una rete di personaggi, chiamati divisores (distributori) che, in ultima istanza, andavano a comprare il voto degli elettori.

27-3-06