MILANO L'ultima epurazione nota è
stata quella del pornodivo Rocco Siffredi e delle sue patatine
(intese come "Amica Chips"). Nel noto spot pubblicitario,
l'attore passeggiava ai bordi di una piscina, circondato da
bellezze bionde e more, mangiando patatine: la scorsa primavera
la pubblicità è stata bandita dalle tv, perché ritenuta "volgare
e immorale" dal Giurì dell'Istituto di autodisciplina
pubblicitaria. Forse per colpa di quelle battute ("Io di
patatine ne ho prese tante, le ho provate tutte, americane,
tedesche, olandesi... Amica Chips è la migliore. A chi piace la
patatina"), che Rocco pronunciava con sguardo mefistofelico.
Adesso, finalmente, gli archivi dei grandi "censori"
pubblicitari dello Iap (loro preferiscono definirsi
"controllori" della qualità) vengono aperti al pubblico, per un
gustoso viaggio tra provocazioni e perbenismi dell'"italietta"
nostra. Decine di manifesti o di spot televisivi bocciati sono
esposti da oggi fino al 26 novembre, in una cornice atipica: il
marciapiede del binario 21/22 della stazione Centrale di Milano.
C'è il provocatorio bacio tra un prete e una suora, fotografato
da Oliviero Toscani per Benetton nel 1991. E c'è il fondoschiena
audace, strizzato negli shorts Jesus (accompagnati dallo slogan
"Chi mi ama, mi segua"), del 1974. Quarant'anni di scandali in
mostra. Fondato nel 1966, lo Iap verifica che la réclame sia
«onesta, veritiera e corretta». Un organismo di autocontrollo,
insomma, visto che l'Istituto è costituito da 17 importanti
associazioni del settore, da quelle dei pubblicitari alle
rappresentanze dei mezzi di comunicazione (Rai, Mediaset, etc.),
che agisce spesso su segnalazione delle associazioni dei
consumatori. La scelta di riportare alla luce gli spot mai
divulgati (o trasmessi solo per poco tempo) è affascinante,
perché ricostruisce in modo semplice e lucido i costumi del
Paese. In questi 40 anni lo Iap ha esaminato 14.500 casi e l'80%
di essi è stato "censurato". Nelle sei sezioni della mostra, si
viaggia tra gli spot considerati offensivi alla sensibilità
femminile (come quello delle mozzarelle Zappalà del 1995, con
l'immagine di un seno prosperoso) o religiosa (la pubblicità Bio
del 1989 creata dalla nota agenzia Saatchi & Saatchi: "Io credo
in Bio. Aiutati, che Bio ti aiuta"); indecenti (la récla me
Diesel, con un'impudica vecchietta in jeans, che palpa il
consorte); dissacranti (il manifesto della Eastpack con un
camposanto di zainetti, bocciata nel 2000). Si sorride e ci si
sorprende: alcune censure degli anni più spregiudicati della
nostra storia, in fondo, non sono molto diverse da quelle degli
anni '50. Bacchettoni eravamo e bacchettoni siamo rimasti,
verrebbe da dire. Ma si comprende anche che c'è il tentativo di
tutelare al massimo il consumatore dalle propagande ingannevoli
su prodotti pseudo miracolosi, o dagli spot gratuitamente
offensivi. Per Vincenzo Guggino, segretario dello Iap, «in tutti
questi anni (dal 1966 ad oggi), l'attenzione si è spostata
dall'indecenza alla dignità della persona». E Liborio Termine,
curatore della mostra, sottolinea che l'intento è stato «esporre
un metodo di lavoro, quello dell'Iap, che cerca di rispettare la
coscienza del pubblico». Giorgio Floridia, presidente dell'Iap
spiega che «l'autodisciplina è un modello di felice convivenza
tra pubblico e privato nella gestione delle regole. È efficace,
anche perché il Giurì non è un censore: le bocciature sono fatte
sempre dopo un confronto dialettico, tra i favorevoli e i
contrari. Cerchiamo solo di migliorare la qualità degli spot».
Vero, anche se molto spesso noi spettatori abbiamo amato e
continuiamo ad amare scandali e provocazioni. E abbiamo sorriso,
vedendo tornare sugli schermi l'epurato Rocco Siffredi. Adesso
passeggia sempre con le sue patatine e il suo sguardo
mefistofelico. In ammiccante silenzio.
Libero
27-10-06