SGARBI: ILLY HA TORTO E ANCHE RAGIONE
Il
volto buonista di Caino

nm
di VITTORIO SGARBI
Sono stato combattuto ieri, nel
leggere che Riccardo Illy, presidente della Regione Friuli
Venezia Giulia, si era rifiutato di firmare l’appello di
«Nessuno tocchi Caino» contro la pena di morte e in
particolare contro l’esecuzione annunciata di Stanley
Williams, combattuto tra l’indignazione e l’approvazione.
Così come la scelta di Illy viene strillata appare
inaccettabile che un uomo che ha responsabilità di governo e
che deve indirizzare le scelte della! vita civile, anche con
l’esempio, manifesti un atteggiamento sprezzante e quasi di
accettazione dell’inaccettabile. Non è infatti una conquista
del nostro tempo, e di ogni democrazia compiuta l’abolizione
della pena di morte, ma una lontana e ineludibile concezione
filosofica espressa già durante l’Illuminismo da Cesare
Beccaria. I suoi argomenti erano così stringenti da non
poter essere discussi in nome di nessun esempio che la
punizione potrebbe determinare. Beccaria infatti, e con lui
Alessandro Manzoni, ci dicono che lo Stato per punire i
colpevoli di reati gravi come l’assassinio non può assumere
lo stesso arbitrio del criminale nel decidere di togliere la
vita a un essere umano. In questo caso la punizione sarebbe
altrettanto mostruosa del delitto. Si può quindi avere
ragioni di stupore se, rispetto alle evolute democrazie
europee, la Francia, la Germania, l’Italia, alcuni Stati
dell’America abbiano mantenuto nei loro codici la pena di
morte. E che molti cittadini, probabilmente la maggioranza
in alcuni Stati, siano favorevoli al suo esercizio. A
maggior ragione appare quasi inconcepibile la posizione di
Illy. Qualcuno ne potrebbe trarre la conseguenza, che egli
non ha mai cercato di evitare, che Illy sia nell’intimo un
uomo di destra, con una concezione forte dell’ordine e della
legalità. Questo sembrerebbe trovare conferma nel suo essere
stato, quando tutta l’Europa ne chiedeva l’ostracismo, dalla
parte del governatore austriaco Haider. Probabilmente aveva
ragione lui, ma, in quei giorni, sembrava impossibile
mostrare indulgenza per un leader, pur democraticamente
eletto, giudicato neonazista. Ci siamo abituati a queste
scomuniche - e in Italia ne abbiamo sopportate molte -, così
come alle esaltazioni per uomini della provvidenza. E qui
comincia a emergere l’approvazione e il compiacimento per la
posizione assunta da Illy. Egli infatti non si dichiara, in
quanto non firma l’appello, contro la pena di morte, ma
contro la firma degli appelli. È una posizione che io
condivido fino in fondo, avendo cercato in mille occasioni
di sottrarmi ai riti che le convenienze, le mode, le
opportunità impongono di mostrarsi buoni partecipando al
rito collettivo di firmare un appello. Far numero, insomma,
o far sentire il peso della posizione delle persone
intelligenti. Mi sono trovato anche dalla parte opposta: a
leggere appelli con conseguente raccolta di firme contro di
me. Per esempio di più di cento professori della Sapienza di
Roma per aver fatto ironie su un programma notturno di
letture del Petrarca condotto da una brava e bella poetessa,
Bianca Maria Frabotta, la quale non tollerò l’ironico
accostamento alla, più tardi beatificata (vedi il destino!),
Moana Pozzi. Ho letto appelli contro di me anche per ragioni
apparentemente più notevoli. Ma, in un senso o nell’altro,
li ho sempre trovati ridicoli e inutili. E io,
contrariamente a Illy, non ho niente contro «Nessuno tocchi
Caino», cui mi lega una serie di iniziative condotte insieme
n! el corso degli anni.
Nonostante che l’impresa cainesca abbia un così negativo
modello di riferimento, Caino, il tema in questione è quello
del buonismo. Chi firma appelli sta dalla parte giusta,
anche se è quella di Caino, e mostra di essere buono.
Pratica la solidarietà, combatte le ingiustizie. E quale è
più radicale e profonda della pena di morte? Sulla vicenda
americana di Stanley Williams il buonismo arriva fino a
coinvolgere, con «Nessuno tocchi Caino», anche «Il senso
della vita». Non quello di ognuno di noi, ma quello di
Bonolis. La qual cosa fortifica la legittimità del gran
rifiuto di Illy che, evidentemente, non ha la stessa
concezione del mondo di Veltroni. Non ci tiene ad apparire
buono e a far pensare che il senso giusto della vita è uno
solo. Pur essendo contro la pena di morte, quindi, prende le
distanze dal metodo dell’appello, o meglio, dal ricatto
dell’appello: «Non ho mai firmato appelli in vita mia,
neppure per il gelato alla vaniglia, figuriamoci se lo
faccio adesso». Naturalmente, la sua posizione appare tanto
più originale, insolita e isolata perché gli altri
presidenti di Regione hanno tutti firmato. Ne hanno fatto
una questione di categoria, neppure di destra o sinistra.
Infatti, anche gran parte della destra italiana è contro la
pena di morte. Ma Illy appare un reietto perché, secondo il
buonissimo Ottaviano Del Turco, la battaglia per Stanley
Tookie Williams fa onore alle regioni italiane. Gli risponde
Illy, manifestando evidentemente una contrarietà
all’associazione «Nessuno tocchi Caino». «La mia contrarietà
alla pena di morte la esprimo con i mezzi che ritengo più
utili. Sfido chiunque ad andarsi a rivedere le mie
dichiarazioni sul tema: sono contrario alla pena di morte, è
evidente. Ma non ritengo di dover fare la pecora e aderire a
un metodo proposto da un’associazione di cui non apprezzo
l’attività». È vero che è lecito dubitare dell’efficacia
degli appelli, che una forte posizione individuale può avere
la stessa efficacia di una richiesta condivisa da molti.
Talvolta, anzi, chi è solo ha più ragione di chi sta in
gruppo. D’altra parte, ricorderà l’amico Sergio D’Elia che
l’unanimità di un verdetto, nella legge ebraica, favorisce
la sentenza opposta. L’unanimità è, in sé, pericolosa. È
totalitaria. La distinzione di Illy, in questa occasione, lo
ha esposto all’equivoco di un giudizio negativo, quasi di
una posizione favorevole alla pena di morte. Gli argomenti
di Illy sono condivisibili, tanto più di fronte a una
richiesta così alta e nobile se è vero che Stanley Williams
ha maturato nel corso degli anni un’immagine positiva
arrivando fino alla candidatura al Nobel per la pace (il che
rende ancora più assurdo l’astratto rigore della legge). E
Illy non può essere così ingenuo da non riconoscerlo. È
forte la sua posizione: «Non ho mai voluto firmare appelli.
So che in questo caso sarò l’unico tra i governatori
italiani, ma questo non mi preoccupa. Sono abituato ad
affrontare situazioni scomode, perché faccio solo le cose di
cui sono convinto. E so che mandare un appello a
Schwarzenegger è completamente inutile. Non avrà effetto».
Vorremmo sperare il contrario, ma sappiamo anche che se
l’appello sarà ascoltato il primo ad essere soddisfatto sarà
Illy, e l’assenza della sua firma non avrà costituito un
ostacolo alla soluzione sperata.
(c.l.) Come sempre, ciò che
pensa Sgarbi è intelligente, stimolante e ricco di
argomentazioni e spunti provocatori. Battute a parte, in questo
caso, riesce nell'impresa di spiegare a noi e - presumo -
addirittura allo stesso Illy perchè, pur avendo torto, Illy possa
rivendicare qualche ragione! Per quanto riguarda me e anche
questo sito, pur condividendo il pessimismo di Sgarbi, riteniamo
che alcune battaglie - anche se perdenti, anche se inutili -
meritino di essere fatte, comunque. Speriamo che Williams possa
vivere. E pensiamo, nei nostri modesti e piccolissimi
confini, che il sostegno di tanti possa indurre Schwarzenegger a
riflettere. Non a caso gli appelli al Governatore della
California giungono da tutto il mondo. Se questa mobilitazione
non ci fosse, forse Schwarzenegger non avrebbe neanche convocato
gli avvocati di Williams e i procuratori per un ultimo riesame:
contro ogni tradizione e ritualità.
Il Giornale
6-12-05