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L’alluvione vista da un genovese d’adozione: Cesare Lanza
Povera città, tradita dai
torrenti e dai politici

di Cesare Lanza
Quanto può essere dolorosa, per i genovesi e per chi ama Genova, la
tragedia della nuova alluvione? Per me, moltissimo. Se la Calabria, dove
sono nato, è la mia infelice e dignitosa madre, e se Roma, dove oggi
vivo, è una languida e disponibile amante, Genova... ecco, Genova, dove
ho vissuto la mia vera vita, è il mio amore di sempre: indistruttibile,
un amore di umore variabile come il tempo che la distingue, tra il sole
mite e la violenta tramontana. Con straordinarie contraddizioni, il
fascino raro di una fusione perfetta di ogni possibile sentimento umano,
di ogni pregio e di ogni vizio.
A Genova, come nell’amore, c’è parte di tutto. Da una parte la bellezza
naturale e storica, come quella di Boccadasse, un’incantevole spiaggetta
nel cuore della città; dall’altra case ammucchiate e strozzate sulle
colline, orribili edifici, i goffi e pretenziosi minigrattacieli. C’è
l’avarizia grottesca e spietata, ma anche l’altruismo spontaneo; c’è
l’affetto tenero e prioritario per i cani e per gli animali, così come
la diffidenza atavica per gli umani; ci sono antiche famiglie tra le più
ricche d’Europa e ancora i camalli, sangue proletario e generoso del
porto; le speculazioni di raider e avventurieri, ma anche la voglia
diffusa e saggia di un sano risparmio, il presentimento del futuro, da
affrontare con prudenza e positività.
Se dovessi cercare sintesi estreme di odio e di amore, come succede nei
litigi o nei momenti di estasi degli amori veri, direi della mia Genova
che è sempre sospesa tra un bigottismo conservatore, sordo e muto, in
apparenza invincibile, e una vocazione fisiologica al desiderio di
cambiamento, a una trascinante rivoluzionarietà, ma solo quando la città
– stremata, esasperata – perde la pazienza (non a caso, storicamente, è
stata spesso la metafora, il primo segnale, l’inizio di una società che
cerca e a volte impone novità, per voltare pagina).
Mi dice bonariamente mia moglie, che è assai più giovane e in questa
città è anche nata: «Genova è la moglie del pescatore». E mi spiega: è
la città dell’attesa, il pescatore parte e al ritorno può essere
sorridente, fiero di una buona pesca, ma anche avvilito e senza bottino
(o, in casi estremi, non tornare affatto, vittima del mare).
Nell’alluvione, Genova vede riflettersi le sue ottusità e meraviglie. La
tragedia è stata ingigantita dall’inettitudine e dalle ciance di un
sindaco inadeguato, incapace perfino di dare l’ordine di chiudere le
scuole (sarebbe stata salva la vita di cinque delle sei vittime), ma è
pur vero che le alluvioni non sono né di destra né di sinistra.
Quasi tutti i politici e quasi dovunque, almeno in Italia, si dedicano a
ciò che brilla, e spesso sono patacche, di fronte agli elettori. Mentre
non si vedrebbe ciò che di serio e e concreto bisognerebbe fare, per
evitare queste tragedie. Così può succedere che i torrenti miserabili, i
fiumiciattoli sporchi, squallidi e aridi di Genova, si gonfiano e
all’improvviso vomitano acqua e fango, provocano morte e terrore. Poi,
in strada, si vedono i camalli e i giovani: urlano la rabbia contro il
sindaco incapace, ma con la pala e i secchi in mano lavorano e sudano da
mattina a sera, per ripulire l’amata città.
Che io adoro, ricordando la celebre litania di Giorgio Caproni: «Genova
mia tradita, rimorso di tutta la vita... Genova vecchia e ragazza...
Genova che non mi lascia.... Mia fidanzata. Bagascia. Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante. Genova che mi struggi... Caruggi. Genova e
così sia, mare in un’osteria». E Fabrizio De Andrè in Dolcenera, dopo
l’alluvione del 1970: «Il tumulto del cielo ha sbagliato momento».
PANORAMA, 10-11-11
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