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IL DUBBIO E LA STIMA DI FRONTE AL PAPA E AL CARDINALE BAGNASCO
 
di Cesare Lanza
Non ho la fortuna di credere in un Dio - non parlo, ovviamente, solo
dell'idea religiosa cattolica dominante nel nostro e in tanti altri
Paesi, ma di una qualsiasi entità "divina" a cui sia attribuito dai suoi
fedeli il potere di averci creato, e con noi di aver creato il mondo che
ci ospita, e di tutelarci, o no, assisterci o assistere indifferente
alle tragedie che ci consumano o che consumiamo, il potere di guidarci,
e perfino di miracolarci, infine di premiarci o punirci, addirittura per
l'eternità. No, la mia ragione - umanamente limitata - mi impedisce di
accogliere questo concetto consolatorio, generoso, fortificante. E me ne
dolgo molto. Perciò ho scritto "la fortuna di credere": chi crede in un
essere a noi superiore - mi riferisco a quelli che credono non per
ottusità o convenienza, ma alle moltitudini che con innocente
spiritualità sentono un sincero legame con la guida di Dio e i suoi
condivisibili indirizzi - ha un riferimento superiore per i momenti di
sofferenza, per il "non senso" della vita, le contraddizioni, il dolore,
i tormenti; ha qualcosa e qualcuno verso cui rifugiarsi, per trarne
coraggio e la forza di andare avanti.
Noi, atei o agnostici, no: viviamo in estrema solitudine di fronte al
mistero della vita e della morte, la sofferenza non è mitigata da
nessuna speranza, la nostra guida - non è poco! - è la linea della
nostra coscienza laica, vivere per bene, lavorare, non fare male a
nessuno, essere più che avere, ispirarsi a princìpi di libertà e di
rispetto dei diritti propri e altrui. Sono concetti semplici e nobili.
Eppure, quante volte ci affonda la disperazione, senza vie di uscita,
nelle sabbie mobili del "non senso" assoluto. Penso che questo stato
d'animo tormentato non sia solo mio, ma sia stato, sia e sarà simile a
quello di miliardi di uomini e donne privi del sostegno di una fede.
Vorrei aggiungere anche che sono stato probabilmente allontanato dalla
fede, da bambino e da adolescente, dall'eccesso di fede della mia
famiglia paterna.
Un fratello di mio padre era arcivescovo a Reggio Calabria, si chiamava
Antonio Lanza, era compagno di studi di Giuseppe Siri, autorevole e
famoso principe della Chiesa, più volte annunciato e considerato
papabile (negli anni settanta diventai buon amico di Siri, ricordo che
mi diceva che prima o poi mi avrebbe convertito alla fede, e, quasi ogni
volta che ci incontravamo, mi raccontava episodi della sua amicizia con
mio zio). Antonio Lanza morì in una notte nell'estate del 1950, le
dicerie popolari indussero la mia famiglia ad accettare la versione
secondo cui era stato avvelenato dalla mafia, di cui era un rigido
avversario. Lo era, con forza e coerenza, ma probabilmente se ne andò
perché, sofferente di diverticolite, fu semplicemente e rozzamente mal
curato. Nel mito della sua figura di religioso e anche di studioso
(lasciò una ventina di libri, grossi tomi per me inavvicinabili, scritti
in latino), la mia famiglia - numerosa - compattamente visse, salvo
qualche eccezione, senza riflessioni, ma in assoluta e a volte, mi
spiace dirlo, in assoluta, quasi esaltata devozione. Per dire: ogni
volta che ci si riferiva a lui, i nonni, mio padre, gli zii, tutti i
parenti non lo citavano neanche per nome, ma lo evocavano,
enfaticamente, come "quel santo".
Questo tipo di bigottismo, più che giustificabile considerandone la
radice affettiva, mi portava a una ribellione istintiva e impulsiva:
anzichè avvicinarmi alla religione, me ne teneva progressivamente sempre
più lontano. Dopo aver superato l'età in cui il dissenso diventa
automaticamente ostilità, e la diversità di convincimenti esplode con
ironia e purtroppo anche volgarità, crescendo, invecchiando e maturando,
il mio interiore bisogno di comprensione mi ha portato a un rispetto
totale, oserei dire sacro se l'aggettivo in questa sede non apparisse
incongruo, non solo verso chi ha il dono della fede (in questo caso, c'è
anche un pizzico di candida, non maliziosa invidia!), ma anche verso i
rappresentanti della Chiesa, almeno verso quelli che sanno
rappresentarla con umanità e fermezza, divulgandone con coerenza il
martirio di Cristo, con attenzione e comprensione per il dolore, per il
tormento, soprattutto di chi la fede non l'abbia, o l'abbia
provvisoriamente smarrita. Miei amici lettori, ho scritto tutta questa
forse lunga e noiosa premessa per arrivare a dire, sotto voce, e in
punta di piedi, che nelle ultime settimane ho sentito gioia, stima e
ammirazione per due interventi di importanti uomini religiosi.
Verso il Papa, Benedetto XVI, che si è rivolto con umanissima attenzione
agli uomini, come me, che non conoscono la grazia della fede,
addirittura, secondo le cronache, confidando che i nostri dubbi e i
nostri tormenti hanno spazio nel suo cuore, ancor più di quanto ne
abbiamo le sicurezze della fede. E verso il cardinale Bagnasco, che ha
espresso, senza fare politica, ma con altissima fermezza, il biasimo
della Chiesa verso i costumi volgari, privi di decenza e di dignità, di
chi rappresenta alcune Istituzioni - che pure dovrebbero essere un
riferimento esemplare per tutti.
Posso concludere questa pagina di irrituale diario, in maniera
sorridente e sincera, sdrammatizzante ma non scherzosa? Ecco: se mai un
giorno dovessi anch'io essere toccato dal dono della fede, spero che
questo accada non tanto, come umanamente succede a tanti, per paura, in
senilità avanzata o in punta di morte, di ciò che ci è ignoto e ci
spaventa e ci aspetta dopo la morte, ma per un impulso vero del cuore o
per un traguardo raggiunto dalla ragione dalla persuasione di chi ne sa
più di me. Sapeste quante volte mi sono vergognato di non avere non solo
la cultura e la preparazione, ma anche la pazienza e la determinazione,
per leggere quei venti libri in latino scritti dallo zio Antonio!
Ottobre 2011
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