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Una lunga stagione al tramonto

di Antonio Polito
Se il voto delle Amministrative era stata una sberla, questo è un Ko per
il centrodestra. Non solo per i numeri. I quali, però, sono imponenti. A
Milano e a Napoli, vittoria e sconfitta si giocarono su poche decine di
migliaia di voti. Qui si tratta di quasi ventisette milioni di italiani
che sono andati alle urne o nel deliberato intento di colpire
Berlusconi, oppure mettendo tranquillamente nel conto questo effetto
politico (compresi Maroni e Zaia, Polverini e Alemanno). Ma c'è di più.
Se alle Amministrative il centrodestra aveva perso per la diserzione di
tanti suoi elettori che si erano astenuti, stavolta ha perso per la
partecipazione attiva di milioni di suoi elettori in dissenso.
Curiosamente, ancora una volta tocca a un referendum suonare la campana
finale di un'era politica. Quello sul divorzio del '74 chiuse l'epoca
d'oro della Dc e ne avviò la lunga crisi; quello sulla preferenza unica
nel '91 annunciò l'esplosione del regno di Craxi; questo del 2011 sarà
molto probabilmente ricordato come il punto più basso dell'epopea
berlusconiana.
Prima o poi, doveva accadere. Si compie oggi il decennio di governo del
Cavaliere: se si esclude la breve parentesi del '94, è dal 2001 che
Berlusconi governa l'Italia, per otto anni su dieci.
La Thatcher ha retto undici anni. Tony Blair dieci. Gli elettorati
democratici sono pazienti e tolleranti, ma ogni tanto si alzano in piedi
come giganti e si scrollano dalle spalle il passato. Il verdetto
elettorale della primavera italiana è così inaspettatamente netto che
non vale neanche più la pena di discettare sulle cause di questa crisi
di rigetto, se sia più etica o estetica, politica o economica. Fosse il
Pdl un partito vero come i Tories o il Labour inglese, oggi inviterebbe
il suo leader storico a sacrificare se stesso per salvare la ditta. Ma
qui non sembra esserci in giro un Major che possa prendere in corsa il
testimone e magari resistere un'altra legislatura. La transizione dunque
non sarà né ordinata né rapida. Ci aspettano mesi convulsi. Berlusconi
proverà di certo a succedere a se stesso, ma ormai la Lega ha fretta di
slegarsi, e l'opposizione sente l'odore del sangue, penserà solo a
sfruttare il magic moment elettorale.
A differenza degli altri referendum «epocali», che modernizzarono
l'Italia, in questo caso però il gorgo del berlusconismo trascina con sé
anche quelle poche velleità di riforma che avevano percorso il governo.
La valanga travolge certamente una delle cose peggiori del centrodestra,
la legge ad personam per antonomasia; ma cancella anche due decisioni
lungimiranti, e cioè la riapertura dell'opzione nucleare e
l'introduzione di un po' di concorrenza nel settore dei servizi
pubblici. Ogni volta che ci lamenteremo per la mancata crescita (0,25%
di Pil all'anno per dieci anni, secondo l'impietoso calcolo dell'Economist)
dovremo ricordarci che in Italia non solo non si possono abbassare le
tasse, ma non si può nemmeno tagliare la bolletta dell'energia o ridurre
i deficit delle municipalizzate. E così è davvero difficile crescere.
Bisogna dunque ammettere che il vero trionfatore di questa tornata
elettorale è Antonio Di Pietro. È stato lui che ha avuto l'ardire di
raccogliere le firme sul legittimo impedimento alle feste dell'Unità,
scommettendo sulla spallata elettorale a Berlusconi quando il Pd temeva
le urne come i bambini temono l'uomo nero. È stato lui ad avere la
furbizia di «spoliticizzare» l'iniziativa quando il disastro di
Fukushima gli ha dato la spinta insperata verso il quorum. Ed è stato
lui a trascinarsi così dietro Bersani, in rincorsa per far dimenticare
il suo passato da liberalizzatore scritto sull'acqua.
Così, se da una parte il referendum segna senza dubbio una sconfitta
storica di Berlusconi, come Bossi apertamente schierato per
l'astensione, rivelando una perdita di sintonia con il Paese che per un
grande comunicatore è già una sentenza; dall'altra parte non si può
davvero dire che la coalizione arcobaleno che lo ha stravinto
rappresenti un'alternativa pronta e spendibile, gonfia com'è di sospetto
anti mercato e di rifiuto del privato e della concorrenza. Come i
radicali potrebbero testimoniare, una cosa è vincere i referendum e
un'altra è vincere le elezioni per il governo del Paese.
CORRIERE DELLA SERA, 14-06-11
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