Assassinò 14 mila persone, si è preso solo 35 anni



 di Pierluigi Magnaschi  

Dopo trent'anni dalla fine dell'inferno dei khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, è stato condannato a 35 anni di carcere (ma ne sconterà solo 19) il primo, e sarà anche l'unico, fra gli esponenti di questo movimento di assassini, ad essere condannato. Si chiama Kaing Gueg Eav. Ha 67 anni. E, nel corso del processo, ha ammesso le sue colpe. Una pena mite la sua («neanche mezza giornata di carcere per persona uccisa», diceva un cartello dei parenti delle vittime). Questo boia del Centro cambogiano di detenzione S-21 è un signore minuto, viso impenetrabile, aria dimessa, occhiaie vistose, uno sguardo spento e le mani sempre giunte. Rappresenta, al pari di Adolf Heichmann, la «banalità del male». La sterminio fatto dai khmer rossi non ha paragoni nella storia. Si calcola che, in pochi anni, questi delinquenti abbiano fatto fuori un terzo della popolazione nazionale. Volevano estirpare il virus borghese. Bastava portare gli occhiali per essere assassinato.

Chi conosceva, anche se poco, le lingue straniere, veniva fucilato sul posto. Piccoli bottegai e contadini non sopravvivevano, in ragione della loro professione altamente sospetta, alla furia di questi comunisti belluini. Il guaio è che l'intellighentia europea si era innamorata di questi assassini seriali e compulsivi. Lo dico non per infierire su chi ha sbagliato saccentemente ma per cercare di capire come ci si possa accecare. Persino Tiziano Terzani, che pure viveva in Estremo Oriente, divenne un acritico aedo di questi killer da lui a lungo visti come gli epigoni della guerra di liberazione del Vietnam. E a Milano, tanto per far toccare con mano il clima di delirio ideologico di quegli anni, Livio Caputo, allora direttore di Epoca, fu processato, nella primavera del 1976, dal suo cdr (i rappresentanti sindacali dei giornalisti) per aver osato pubblicare le foto, vere, delle montagne di cadaveri prodotte dai khmer rossi.

E la proprietà (rappresentata dalla Mondadori di un tempo; quella sempre descritta come autorevole e indipendente) licenziò Caputo su due piedi, colpevole di aver detto la verità. Le connivenze che a lungo protessero i khmer rossi agirono a lungo anche dopo la loro disfatta. Il loro capo e ideologo, il luciferino Pol Pot, morto per cause naturali nel 1998, è riuscito a non farsi condannare. Sarebbe come se il processo a Hitler (qualora non si fosse suicidato) fosse iniziato nel 1975. Nei primi anni 80, mandato per un reportage dal mio giornale in Cambogia, vidi una collina bianca nel mezzo di un prato verdissimo. Avvicinatomi, scoprii che era un collina di scheletri calcinati: la follia ideologica dell'uomo non ha confini perché crea scuse che nemmeno Al Capone avrebbe potuto e voluto usare.


 

ITALIA OGGI, 29-07-10