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RECENSIONI
Donne che amano gli uomini (Claudia
Tajes)

di Michela Altoviti
Ci sono libri che ben si prestano a farci compagnia
d'estate, sotto l'ombrellone o in quei momenti dedicati
alla lettura che, con il caldo, sono meno intensi e
concentrati. Un buon suggerimento per le vacanze
imminenti è “Donne che amano gli uomini” dell'autrice
brasiliana Claudia Tajes.
E' un testo autobiografico e la protagonista è molto
vicina alla più nota Bridget Jones, donna un po'
sfortunata in amore. La novella autrice di un diario,
nelle intenzioni almeno, esilarante, Graca, narra le sue
vicissitudini amorose e passa in rassegna tutti i suoi
fidanzati. Si tratta di uomini diversi che l'hanno resa
identica nei suoi comportamenti: ogni volta, Graca ha
lasciato in disparte se stessa e ha riversato il suo
entusiasmo nei progetti, nelle speranze, nelle passioni
altrui, quelle di un uomo che, seppure solo mentalmente,
la soggioga. Nell'ordine: un ebreo per il quale quasi si
fa ebrea, un igienista che la contagia, un fumatore che
la farà fumare, un patito della semplicità, un poeta, un
maniaco, un bohémien, uno sportivo, un triste e, infine,
un mistico.
Personalmente trovo questo libro, specie per la
scansione temporale utilizzata, ben concepito. Ma lo
trovo scontato per il modo di trattare un tema che,
invece, seppure nella forma del romanzo non impegnato,
poteva essere oggetto di un interessante
approfondimento. Perchè è vero che il genere femminile
ha, per vocazione, un istinto a donarsi, a dare amore
senza pretenderne necessariamente in cambio; così come è
vero che noi donne facciamo di tutto per farci
accettare, per risultare desiderabili all'uomo che ci ha
conquistate ma è scontato descriverci come le povere
illuse, sedotte e abbandonate, non ci facciamo una bella
figura. E la nostra autostima non cresce di certo se ci
cogliamo camaleontiche, in grado di adattarci non solo
ai ritmi di vita del nostro uomo, ma anche ai suoi
gusti, ai suoi desideri, alle sue passioni. Sembriamo
delle goffe e sciocche personcine incapaci di
raziocinio, vittime unicamente del nostro cuore ed
istinto.
Sarà che la donna per me è potenza e atto. Sarà che è se
stessa la persona che deve realizzare, prima di tutto.
E' di lei e dei suoi progetti, della sua carriera che
deve essere fiera, sono i suoi personali obiettivi
quelli prioritari.
Qui invece l'autrice presenta una situazione negativa:
Graca lascia tutto e segue il lui di turno e di questo
suo inseguire analizza il “pregresso”, il “durante” e
tira le somme nel “dopo”. Il bilancio, ovviamente, è
sempre negativo e con estrema facilità, sempre secondo
il mio modo di vedere, la si ritrova madre single
incapace di gestire la situazione o di coglierne
l'importanza, risultando superficiale e poco matura.
Da donna che mette al primo posto la carriera, che si
impegna per ottenere il ruolo lavorativo cui ambisce da
sempre, da amante premurosa e capace di attenzioni, da
ragazza entusiasta per i traguardi sognati dall'uomo che
ama o ha amato, vedo svilita la femminilità in queste
pagine. E penso che si potrebbe scrivere molto sul tema,
ma in modo diverso. Almeno io farei così.
E poi, come capita spesso, quando stai per mollare il
libro, o quando comunque lo leggi svogliatamente solo
perché odi lasciare le cose a metà, trovi la frase
giusta e rivaluti l'intuizione dell'autrice, almeno. A
pagina 83 ti fermi, pieghi l'angolino in alto e ti
appunti questa considerazione: “Non capivo il fatto che
non mi avesse resa partecipe dell'idea per paura che io
non accettassi. Proprio io che accetto sempre tutto?”
In nuce c'è una grande verità. Oserei definirla
allarmante, specie se sostituissimo il verbo accettare
con un più realistico “subire”.
Così, il romanzo leggero e frivolo coglie un elemento
importante ma lo sintetizza in una battuta ben riuscita.
Il resto è contorno.
Cavallo di Ferro Edizioni
14-07-10
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