|
Nuovo scontro tra il vertice del Pdl e i Finiani,
che premevano per il passo indietro
Eolico, Cosentino
vede il premier poi si
dimette dalla carica di sottosegretario
Così sarà evitato il voto sulla mozione di sfiducia
avanzata da Pd e Idv.
Anche Casini avrebbe votato sì

ROMA - Nicola Cosentino si è dimesso da sottosegretario
all'Economia. La decisione è arrivata dopo un vertice a
Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi e con lo stato
maggiore del Pdl. Erano presenti tutti e tre i
coordinatori del partito, compreso Dennis Verdini, a sua
volta coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta «P3». La
decisione di fare un passo indietro evita così la conta
sulla mozione di sfiducia che in mattinata era stata
calendarizzata alla Camera per mercoledì della prossima
settimana. Una scelta, quest'ultima, che il presidente
di Montecitorio, Gianfranco Fini, aveva preso in
autonomia non essendo stato raggiunto un accordo
all'interno della conferenza dei capigruppo, scatenando
però l'irritazione di Pdl e Lega, che volevano evitare
un confronto su questo tema nel mese di luglio.
SCELTA OBBLIGATA - La scelta del passo indietro è stata
probabilmente vista come obbligata. Il coinvolgimento di
Cosentino nell'inchiesta stava creando parecchi problemi
al Pdl e all'esecutivo anche perché tutta la componente
finiana del partito era pronta a votare a favore della
sfiducia. Anche Pier Ferdinando Casini, di cui negli
ultimi giorni si è parlato spesso per un possibile
riavvicinamento dell'Udc al centrodestra, aveva fatto
sapere che i centristi avrebbero dato parere favorevole
alla richiesta di ritiro delle deleghe per il politico
campano, già finito nel mirino nei mesi scorsi per
l'accusa di essere il referente politico del clan dei
Casalesi, circostanza questa che lo aveva già costretto
a ritirarsi dalla corsa alla presidenza della Regione.
Il suo posto quale portacolori del Pdl venne preso da
Stefano Caldoro, che poi fu effettivamente eletto, ma
contro la candidatura del giovane ex socialista, si
apprende dalle carte dell'inchiesta, fu osteggiata
dall'interno proprio dal gruppo che oggi viene indicato
come «P3».
LA DECISIONE DI FINI - La scelta di Fini di
calendarizzare il voto sul sottosegretario aveva creato
malumori nella coalizione di governo. Pdl e Lega erano
contrarie all'esame della mozione in luglio. La
decisione è stata quindi presa direttamente dal
presidente della Camera, come previsto nelle situazioni
in cui manchi l'accordo fra i gruppi sull'ordine del
giorno. Il documento sui cui i deputati sarebbero stati
chiamati ad esprimersi, non essendo prevista la sfiducia
diretta per un sottosegretario (a differenza dei
ministri), avrebbe invitato Cosentino a dare le
dimissioni e il governo a ritirare le deleghe a lui
assegnate. È stata invece rinviata a settembre la
discussione dell'altra mozione, quella riguardante il
sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo.
IL DISSENSO DI CICCHITTO - Il presidente dei deputati
del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha espresso «netto
dissenso» rispetto alla calendarizzazione della mozione
di sfiducia. «Contestiamo questo metodo di lotta
politica che sta usando l’opposizione per cui ogni
giorno, magari chiedendo la diretta televisiva in pieno
stile Samarcanda o Annozero, si fanno processi alla
Camera - ha commentato Cicchitto parlando al termine
della conferenza dei capigruppo -. Si era detto poi di
concentrare tutte le energie sulla manovra economica».
Controreplica di Fabrizio Alfano, il portavoce del
presidente Gianfranco Fini: «Fino a quando le regole
attribuiranno al presidente della Camera la facoltà di
decidere la calendarizzazione di un provvedimento quando
non c'è l'accordo tra i capigruppo, Fini continuerà ad
assumersi la responsabilità di calendarizzare i
provvedimenti in assoluta libertà di coscienza».
CASINI: «LA VOTEREMO» - Il leader dell'Udc, Pier
Ferdinando Casini, aveva invece fatto sapere che il suo
partito avrebbe votato il testo presentato dalle
opposizioni, facendo notare che proprio l'Udc aveva «già
presentato in passato la sfiducia a Cosentino». «Siamo
garantisti e non vogliamo anticipare verdetti - aveva
precisato - ma c'è un problema di opportunità per chi
sta al governo. La vicenda che ha coinvolto il
governatore Caldoro è veramente una cosa preoccupante e
vergognosa».
BOSSI: «DIMISSIONI POSSIBILI». POI SMENTISCE - Nella
vicenda si era inserito anche il piccolo giallo delle
dichiarazioni di Umberto Bossi. «Le sue dimissioni? Sono
possibili» aveva detto il leader della Lega entrando
alla Camera, rispondendo ai giornalisti che gli
chiedevano se le dimissioni fossero plausibili. Poi, il
ministro aveva aggiunto: «chiedetelo a lui». Nel
pomeriggio, tuttavia, il capo della Lega aveva smentito
le parole riportate dalle agenzie di stampa: «Su
Cosentino non ho mai rilasciato dichiarazioni. Quanto
riportato è farina del sacco di chi lo ha scritto».
MARONI: «NELLA LEGA NON SAREBBE SUCCESSO» - Il ministro
dell'Interno Roberto Maroni, in un'intervista pubblicata
dal Corriere della Sera aveva invece sottolineato che
«la P2 fu una cosa seria, qui mi sembra ci siano più
ombre che sostanza. Ma Scajola si è dimesso senza essere
indagato. Gli interessati o il loro partito devono
valutare se non lasciare provochi danni al governo o al
partito stesso. Noi nella Lega faremmo così». Il
ministro aveva anche detto che «nella Lega non può
accadere un caso Cosentino».
VITO: «ASPETTIAMO LA MAGISTRATURA» - La decisione del
passo indietro presa a Palazzo Chigi smentisce le parole
del ministro per i Rapporti con il parlamento Elio Vito,
che rispondendo a un'interrogazione del Pd durante il
question time alla Camera aveva escluso mosse dall'alto
prima di conoscere l'esito delle indagini. «La
presidenza del Consiglio rileva che la vicenda si basa
esclusivamente su notizie di stampa e non è in possesso
di nessuna documentazione», ha detto. «Nessuna decisione
quindi può essere responsabilmente assunta prima di
conoscere fatti tutti da acclarare», ha spiegato.
«Inoltre, spetta esclusivamente alla magistratura
l'accertamento di eventuali responsabilità penali», ha
proseguito, e si intende «osservare il più rigoroso
rispetto delle indagini». Non solo. «La presunzione
costituzionale di non colpevolezza impone di non
ascrivere le reponsabilità fino all'accertamento
definitivo» dei fatti. «Pertanto comunica che nessun
impegno può essere assunto», ha sottolineato.
CORRIERE DELLA SERA, 14-07-10
|
|