Bagni sporchi, crepe e letti rotti, "Quella clinica è una sofferenza"


Roma, viaggio nell'Aurelia Hospital. La denuncia degli ex pazienti. Muffa sui soffitti e nello spogliatoio degli infermieri il rifugio di un clochard

di ALBERTO CUSTODERO

ROMA - Ragnatele di capelli e grumi di calcare e schiuma fanno da tappo allo scarico delle vasche sporche e giallastre nei bagni del reparto ostetricia e ginecologia dell'Aurelia Hospital, uno dei più importanti ospedali privati di Roma convenzionati con la Regione. Dopo le molte denunce degli ex ricoverati nei forum on-line, viaggio nella clinica romana. Per scoprire che, nei servizi igienici da "comfort alberghiero" del reparto di ostetricia, come recita la Carta dei Servizi della clinica, ci sono rubinetti guasti da anni che gocciolano tutta la notte rendono impossibile il sonno delle puerpere.

Nel reparto dove le donne sono ricoverate prima e dopo il parto (e quindi dove massima dovrebbe essere l'igiene), i bidet sono sporchi, un water è senza asse, le vaschette dello scarico perdono vistosamente, le vasche da bagno sono incrostate di sporcizia. Il buco di una mattonella che manca è tappato da un pezzo di carta appiccicato al muro con lo scotch. In quell'ospedale privato punto di riferimento dell'emergenza del Nord Ovest di Roma, i letti dei reparti sono vecchi, arrugginiti e con le ruote rotte: impossibile, in caso di emergenza, il trasporto delle pazienti in sala operatoria o in rianimazione. Nei corridoi al secondo piano (negli ospedali è vietato fumare), c'è per terra un portacicche abbandonato zeppo di mozziconi di sigarette. Sui soffitti macchie di muffa. Crepe nelle pareti. Cavi elettrici pendono pericolosamente sulla testa del personale che si reca nello spogliatoio.

Proprio in questi giorni la clinica ha pubblicato la Carta dei Servizi nella quale si esortano gli utenti a fare "attenzione al comfort alberghiero per garantire agli assistiti un ambiente gradevole". La realtà dei bagni del reparto di ostetricia e ginecologia, però, è un'altra, molto diversa da quella pubblicizzata: da anni versano in condizioni di degrado, trascuratezza e abbandono nonostante infermieri e medici abbiano più volte denunciato la situazione alla direzione generale e a quella sanitaria. I pannelli del riscaldamento sono arrugginiti, la vernice è scrostata. La doccia, ossidata, non funziona, il flusso dell'acqua è regolato da una leva tipo rubinetto da giardino. Sui muri e sui soffitti macchie di muffa.

La clinica di via Aurelia 680 è di proprietà di una omonima Spa al cento per cento della famiglia Garofalo (titolare dell'omonimo Gruppo di cliniche), con un fatturato 2008 di 52.811.597 euro e un utile di 265mila. È sede di Dea - dipartimento di emergenza e pronto soccorso - e vanta numerose alte specialità. La struttura privata è "provvisoriamente accreditata" con la Regione Lazio che la finanzia. L'accreditamento provvisorio - come vale per tutte le strutture private laziali - si basa attualmente solo, e unicamente, su un'autocertificazione della Spa. Nessun ispettore dell'Arpa o delle Asl pare essersi preoccupato di fare in via Aurelia 860 un sopralluogo per accertare se quanto dichiarato nella Carta dei Servizi dell'ospedale privato corrisponda alla realtà.

I bagni da "confort alberghiero" del reparto di ostetricia e ginecologia nel quale nascono ogni anno circa 800 bambini (più del 40 per cento col parto cesareo), sono definiti, al contrario, "fatiscenti" dalle degenti che si scambiano le loro esperienze di ricovero nei forum di salute femminile. Giorgia racconta la sua brutta esperienza all'Aurelia Hospital, dove ha partorito, sul sito Alfemminile. com. mamma. "Il bagno della mia camera - denuncia - aveva il bidet rotto, la vasca perdeva e l'ultima notte s'è otturato il wc". Un'altra degente testimonia che "nella stanza 267 il rubinetto del lavello sgocciolava e pure quello della doccia. Il microfono doccia era stato avvitato di traverso e quindi usciva l'acqua anche dalla guarnizione". "Non capisco - commenta - come si fa a lasciare le cose così. E poi vai a dormire con l'acqua che scorre libera da due rubinetti". "Essendo un ospedale convenzionato - è la testimonianza di una paziente sul forum Vitadidonna - ci si aspetterebbe una struttura almeno in buone condizioni.

E invece manca tutto il condizionamento. Stare nelle camere da tre, o in sala travaglio è una sofferenza continua per il caldo, i bagni sono ridotti a una condizione pietosa. Non esagero: vasche da bagno vecchie, macchiate. Impossibile farsi una doccia, bisogna lavarsi a pezzi, e capirete che, per una donna che sta per partorire, o che ha appena partorito, è un problema. L'ultima cosa che mi fa imbestialire è l'obbligo di pagare il parcheggio: il luogo è raggiungibile solo con l'auto, quindi è una tassa di due euro al giorno che l'ospedale si incamera".

Le stanze di degenza, del resto, non sono meglio dei bagni. Molti letti sono corrosi dalla ruggine, alcuni addirittura rotti, privi delle ruote e per questo non a norma essendo impossibile l'urgente trasporto in sala operatoria o in rianimazione in caso di emergenza della paziente. Il corridoio del reparto ostetricia, poi, è un porto di mare: anziché essere isolato e chiuso al pubblico per garantire la sterilità dell'ambiente nel quale sono ospitati anche i neonati nel nido, è diventato il passaggio obbligato per raggiungere i locali dell'amministrazione dove si trova anche l'ufficio del manager. Il personale infermieristico, oltre al lavoro di assistenza, è costretto pertanto a svolgere pure quello di "portineria" per aprire e chiudere in continuazione la porta al via vai di chi - direttore generale compreso - attraverso la corsia della ginecologia raggiunge gli uffici amministrativi.

Ma ovunque, nell'ospedale privato di via Aurelia, ci s'imbatte in spettacoli poco decorosi e di scarsa igiene: si vedono scatole raccoglicicche abbandonate in mezzo ai corridoi. La porta di ingresso agli spogliatoi del personale, nei sottotetti al secondo piano, è mezza smurata e un cavo elettrico pende pericolosamente sulla testa di chi l'attraversa. In questo tunnel dove gli infermieri indossano i camici sterili c'è anche il rifugio di un clochard: la rete di un materasso, su una sedia vestiti sporchi. Dappertutto muri scrostati, macchie di muffa, soffitti crepati. A parte quelli per il cartone, mancano i contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti speciali ospedalieri. Anche all'esterno le cose non cambiano.

A pochi metri dall'ingresso della dialisi, ad esempio, si vedono attrezzature elettromeccaniche immerse in pozzanghere di acqua e fango senza alcun cartello per la segnalazione di pericolo. Di fronte al Dea sono allineati i cassonetti della spazzatura. Ma l'immondizia straborda da quei contenitori e si allarga, in un fetore insopportabile, nel cortile attraverso il quale si accede al pronto soccorso. Sul lato destro, a pian terreno, manca la porta che dà sulla scala antincendio esterna. In caso di emergenza, i malati e il personale sarebbero costretti a scappare dalle finestre.






la repubblica, 29-09-09