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COME SI ESCE DALLA CRISI
Il mercato e la finanza

di Francesco Giavazzi
Nei momenti di crisi lo smarrimento, la difficoltà di
capire ciò che succede, favoriscono la popolarità di un
certo numero di sciocchezze. A diffonderle spesso sono i
politici: essi avvertono il disorientamento dei
cittadini, vogliono dare l'impressione di avere le idee
chiare, ma hanno poco tempo per riflettere e spesso
elaborano sciocchezze. Il guaio è quando queste si
trasformano in azioni di governo. Accadde durante la
peste, a Milano nel Seicento, e negli anni Venti del
secolo scorso negli Stati Uniti, quando gli errori del
presidente Hoover trasformarono una grave crisi
finanziaria in una depressione in cui un americano su
tre perse il lavoro.
Prima sciocchezza: la crisi dimostra che gli strumenti
finanziari che consentono di diversificare il rischio
sono il cancro del capitalismo. Non è vero:
diversificare il rischio protegge i deboli perché sono i
poveri i più esposti alle fluttuazioni dell'economia.
Chi soffrirebbe meno se venissero aboliti i mercati
finanziari sono i ricchi: un grande proprietario
agricolo può usare la sua ricchezza per far fronte ad
una cattiva stagione, ma un piccolo coltivatore quando
il raccolto va male, può solo tirare la cinghia. Altro
che uno strumento per arricchire ancor più i ricchi: i
mercati finanziari sono innanzitutto un'opportunità per
i poveri. Basta chiedere ad un agricoltore indiano che
cosa significa per lui poter vendere il suo prodotto su
un mercato a termine e così assicurarsi contro
fluttuazioni nel prezzo. Certo, questi strumenti debbono
essere regolati e comunque non sostituiranno mai le
assicurazioni pubbliche (ad esempio contro la
disoccupazione). Ma appunto: regolati, non vietati.
La crisi dimostrerebbe la superiorità dell'industria sui
servizi, dei sistemi finanziari fondati sulle vecchie
banche commerciali anziché sulle banche di investimento.
Non e' vero. Ci sono paesi come la Germania che hanno
successo con molta «vecchia» industria, altri come il
Regno Unito che hanno scelto la strada dei servizi
finanziari e per un decennio sono cresciuti più della
media europea. Lo sviluppo di un' economia dipende dalla
capacità delle sue aziende di innovare, quindi dalla
qualità delle sue scuole, dalla capacità di trasformare
idee e brevetti in imprese, da una finanza pronta a
sostenere imprenditori nuovi, anziché far credito solo a
chi possiede un immobile da dare in garanzia. Non
esistono ricette buone per tutti, sebbene l'evidenza
suggerisca che nei paesi in cui ci sono più banche di
investimento nasce un maggior numero di imprese nuove.
«Vincono i Paesi che difendono le proprie aziende e
bloccano gli investitori stranieri». Non mi sembra:
basta confrontare Alitalia, un'azienda che vogliamo
testardamente mantenere italiana, con il Nuovo Pignone
che quindici anni fa vendemmo alla General Electric.
Poiché poche aziende al mondo sanno costruire turbine e
compressori come il Pignone, Ge concentrò le produzioni
a Firenze. Oggi quello stabilimento è un centro di
eccellenza per la fabbricazione di macchine che un tempo
si costruivano in vari stabilimenti della Ge in giro per
il mondo ed oggi solo a Firenze.
Come si uscirà dalla crisi? Il Congresso di Washington
sembra voler ripercorrere la strada seguita all'inizio
degli anni '80, al tempo della crisi dell'America
Latina, e più tardi dopo il fallimento di molte casse di
risparmio: togliere dai bilanci delle banche i titoli
che sono all' origine della crisi e sostituirli, sia
pure a condizioni penalizzanti, con carta dello Stato,
liquida ed affidabile. (Osservo, per chi pensa che gli
economisti siano inutili, in particolare quelli
italiani, che questa è la proposta che avanzò Luigi
Spaventa in un articolo sul Financial Times
il 10 aprile scorso).
Può darsi che a questo punto ciò sia inevitabile. Ma non
si uscirà dalla crisi finché al sistema finanziario non
affluirà una gran quantità di nuovo capitale privato.
Dubito che ciò accadrebbe in un mondo in cui la politica
diffondesse sfiducia verso il mercato e imponesse regole
volte a impedirne il funzionamento. Chi oggi rivendica
il diritto della politica di scrivere nuove regole per i
mercati finanziari dovrebbe ricordare che fino a poche
settimane prima della crisi i politici ritenevano che la
maggior area di rischio nei mercati fossero i fondi
hedge,
una delle istituzioni che ha meglio retto alla crisi.
CORRIERE DELLA SERA, 20-09-08
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