|
RIVELAZIONI CESARE LANZA TIRA
FUORI DAL
CASSETTO IL ROMANZO SUGLI AMORI DEI SALOTTI
I segreti della Milano bene anni
Settanta
«Quel rapporto chiacchierato della signora
dai capelli d’argento in un palco della Scala...»

di ROSSELLA MINOTTI
MILANO - TREMA LA MILANO bene degli anni Settanta,
almeno chi è rimasto. Perché i protagonisti del libro di
Cesare Lanza «Caldo argento» (Armando Curcio editore,
14.90 euro) «in parte sono morti in parte sono
vecchiotti».
Ci scherza su, il giornalista che dopo aver diretto a
Milano grandi quotidiani, da dieci anni è felicemente
approdato come autore a Roma e alla tv.
Perché oggi questo romanzo sulla Milano degli
anni Settanta?
«In realtà ne avevo scritto una prima stesura nel ’75,
quando dirigevo il Corriere d’Informazione. Non lo
pubblicai allora per due motivi: era una storia troppo
cruda e anche abbastanza erotica, ma soprattutto perché
i personaggi erano in parte facilmente riconoscibili».
Come la dama dai capelli d’argento?
«È un episodio che si trova a metà libro, racconta
dell’allora chiacchierato amore consumato in un palco
della Scala durante un concerto con un partner più o
meno d’occasione».
Cosa fa oggi la signora?
«No comment. Diciamo che, visto che Moccia ha avuto un
enorme successo raccontando dell’amore fra i giovani, io
lancio una storia fondata sugli amori tra chi ha i
capelli bianchi».
Gli anni ’70 ambrosiani lei li descrive tutti
«sesso, sangue e salotti».
«Lo so, è una valutazione molto dura, ma secondo me
erano di grande decadenza. Rapimenti, grandi misteri,
stragi».
E la borghesia stava a guardare...
«C’era quest’altra società, che io frequentavo un po’
per lavoro un po’ per motivi personali, molto alta,
snob, esclusiva. Che viveva stupidamente quella stagione
senza capire granché. Un po’ come chi attorniava
l’imperatore al Colosseo assisteva con divertimento alla
ferocia nell’arena».
Troppa moda e poca sostanza?
«Mode anche sciocche, come l’andare a Londra per farsi
confezionare l’abitino giusto, o andare da Merù in via
Brera per il buco nell’orecchio. E poi tante, troppe
dame che giocavano a fare il femminismo»
Oggi meno sesso, meno sangue e meno salotti.
«Sangue per fortuna non ce n’è più. Allora uscivi ed era
normale trovare l’attentato per strada. Ricordo una sera
tirarono una molotov, e il taxista come se niente fosse,
di fronte alle fiamme, disse: "Tagliamo di qua sennò
restiamo impantanati"».
Sesso?
«Certo se ne fa di più, è più impudico e sfacciato di
allora. Ma a quei tempi faceva moda, si diceva: "Mi
scopo questo o quello perché fa chic". C’erano i nuovi
filosofi francesi che erano ricercatissimi sul mercato
dalle signore milanesi».
Valutazione finale?
«Severa, me compreso. Per definire quegli anni mi sono
autodedicato un epigramma: "Sono mesto, non riuscirò a
capirlo presto. Stagione insensata"».
Lei si considera trasgressivo?
«Trasgressione è una parola che detesto. Nella vita di
tutti ci sono dei confini ben precisi da rispettare».
Quali?
«Nel lavoro faccio riferimento a quattro cose: l’editore
che mi affida un incarico; il pubblico che mi può
bocciare o promuovere (e in tv, le assicuro, la
bocciatura è automatica se gli ascolti sono bassi); le
leggi, perché, anche se non sembra, in questo paese ci
sono tuttora le leggi; e infine la mia coscienza».
E nella vita privata?
«Le stesse cose, meno l’editore ovviamente».
I suoi vizi e le sue virtù.
«Il mio vizio maggiore, l’ho sempre dichiarato, e ci ho
scritto anche diversi libri, è il gioco d’azzardo».
Quale in particolare?
«Lo chemin de fer, il gioco più crudele e bastardo che
esista. Se un mio figlio mi dicesse che se ne è
appassionato sarei molto preoccupato. Eppure...».
Eppure?
«Lo dico provocatoriamente, ma secondo me andrebbe
insegnato nelle scuole. Perchè così si impara a saper
vincere e saper perdere, mantenendo sempre, nella
vittoria e nella sconfitta, un equilibrio, cosa a cui
tutti aspirano. Quindi non rinnego il mio vizio, anche
se so che può essere letale».
La virtù?
«Ci sono arrivato tardi, ma ho imparato a considerare le
cose del mondo con maggior bonarietà, filosofia, ironia,
senza moralismi e arroganze. A trent’anni ero
considerato un arrogante, ora mi giudicano un
bonaccione, complici anche i miei oltre cento chili di
peso. Pensi che mi chiamano Cesarone».
Lei che ha vissuto tanto a Milano e ora sta a
Roma, come lo vede il famoso match del capoluogo
lombardo con la capitale?
«Adoro Milano, ma c’è un piccolo problema, sono
metereopatico. E quel cielo sempre grigio induce a
depressione. Per il resto è una città fantastica. Di
Roma mi piace soprattutto l’ironia, la capacità di
sdrammatizzare di un popolo che ha visto di tutto:
dittatori, invasioni barbariche...».
I suoi prossimi impegni?
«Farò ancora Buona Domenica, e La Talpa, probabilmente
anche Sanremo con Bonolis».
Pensa che qualche milanese si riconoscerà nel
romanzo «Caldo argento» e la chiamerà?
«Penso proprio di sì».
IL GIORNO MILANO, 23-06-08
|
|