Trasgressioni e vizi di una borghesia che non sapeva dove approdare
LANZA SMASCHERA LE FOLLETTE DEL NULLA
Il giornalista scrive un romanzo tutto sangue, sesso e salotti sulla Milano bene degli anni Settanta

Di Pierluigi Magnaschi
Cesare Lanza definisce come romanzo il suo Caldo argento (Armando Curcio editore, 160, euro 14,90). È un romanzo, certo, ma è anche un storia (emotiva) degli anni Settanta ambrosiani, quelli definiti come «sesso, sangue e salotti». Una storia che, successivamente, negli anni Ottanta, incrociò la «Milano da bere» che, a sua volta, si infranse sulla borsa gaglioffa di Mario Chiesa, il presidente cleptomane del Pio Albergo Trivulzio, grande elemosiniere dei socialisti, e socialista lui stesso, che fu all'origine del terremoto di Mani pulite che spazzò via un po' tutto.
Prima della generazione descritta da Lanza, l'alta borghesia ambrosiana era noiosa, laboriosa, un po' calvinista e dedita all'hardware. Una borghesia insomma tutta palazzi, aree edificabili, tondino e lastre d'acciaio, educata nei grandi ed austeri licei cattolici di Milano e poi alla Bocconi o al Politecnico. Una società maschia, da collegio militare, che andava a letto presto e si alzava all'alba. Il romanzo di Cesare Lanza descrive la fase in cui è avvenuto il sopravvento delle donne alto borghesi, senza spessore, che parlano disinvoltamente le lingue straniere per non esprimere nulla. Tanti idiomi per rimanere afasiche.
Queste donne virago, astutamente mimetizzate, avevano preso il posto di mariti che continuavano ad essere presenti nei consigli di amministrazione ma che, spesso, si erano dimissionati dalla vita. Donne annoiate, carta-velina (le «veline», intendiamoci bene, sono tutt'altra cosa; e, comunque, verranno molto dopo). Fanno tutto, in modo lieve e inconsistente. Vivono allo stato gassoso.
Le loro trasgressioni (che loro stesse non vivono come trasgressioni perché non si accorgono di farle) sono comportamenti occasionali, feriali, sostanzialmente compulsivi, senza ragioni percepibili, prive persino della carnalità solfurea che derivava dal precedente proibizionismo. Roba da chiacchiere, più che da fatti. Queste donne, diventate, a loro insaputa, onnipotenti (qualche nome ce l'ho qui sulla punta della lingua, perché 30 anni dopo, tutte stirate dal chirurgo plastico e tuttavia anche piene di rughe, stanno ancora recitando la loro parte, adesso però in modo patetico), queste donne, dicevo, sono, in effetti, inappetenti. Api svagate che girano inarrestabilmente da un fiore all'altro ma che non si ricordano che dovrebbero raccogliere il polline.
Girano a vuoto, forsennatamente. Pedalano nel centro di Milano su biciclette trasandatamente studiatissime, con gonne lunghe e i seni sapientemente esibiti. Cesare Lanza le descrive così: «Le gambe snelle da ragazza sotto le gonne al vento, la mano tesa a salutare, la gioia negli occhi e nella lenta pedalata». Sono dirette dovunque. Non hanno mete intelleggibili. Le perdi di vista e subito le ritrovi. Parlano e straparlano. Sono amiche dei figli e delle figlie che infatti, vista com'è finita la madre, si perdono via, tra noia, droga e terrorismo di cartapesta che però, al momento in cui si spara (basta schiacciare un grilletto) fa ugualmente male, gambizza e, alle volte, persino assassina. Anche da terroristi (sembrano i «bamboccioni che hanno assassinato Walter Tobagi) sono imbarazzanti, oltre che impacciati. Recitano come Humphrey Bogart in «Casablanca»: «Non posso fermarmi molto, Silvia. Sono in clandestinità»
Dai bellissimi dialoghi di questo romanzo di Cesare Lanza (dialoghi dislessici ed anoressici, tutto cip cip, ciop ciop; mai un'idea che sia una, cioè robusta e appuntita, stravagante o imprevedibile) si legge il percorso ondivago, da ubriaco elegante, di una borghesia che non sa dove approdare e dei loro giovani eredi che cercano di ingannare il tempo annegandosi nella noia.
Non c'è limite alla banalità, nei loro discorsi senza presa. Amori magari consumati in fretta e senza motivo nel palco della Scala e poi dimenticati il giorno dopo («Tu sei un uomo da usare, ti ho usato e ti ho gettato. E adesso non ho più voglia di usarti, mi capisci, si?»). Mariti improbabili («omosessuale, coltissimo, ironico, delizioso protagonista e strenuo animatore di moribondi salotti letterari»). Incontri occasionali, magari con i fidanzati imbarazzati di figlie distratte, incesti mancati solo perché il figlio ha dell'altro da fare («Non c'è senso della misura quando si tratta di togliersi una voglia»).
Tutto sulla stessa lunghezza d'onda, senza una sgrammaticatura che segnali un minimo di eccezionalità, o anche di originalità dell'incontro o, chessò, un do di petto, una sbandata. Solo bollicine. Generazione gassosa. «Imbronciata a prescindere». Terroristi per sfizio, per farsi perdonare le origini altissimo-borghesi.
Ma anche con degli sprazzi di lucidità impaurita («Sono un pesciolino ma se mi beccano prendo una condanna forte»). Implicitamente ma anche vagamente coscienti della loro nullità («Sono tormentato dal tormento di non far niente»). Armenti umani annoiati che si aggirano, allo stato brado, nelle vie luccicanti e fatue del quadrilatero d'oro milanese («Tutti reduci, se non dal lavoro, da altre cene o da altre feste»).
In questo regno del nulla, all'improvviso, nella centralissima e svagata via Manzoni, si sentono degli spari. La realtà, che sembrava essersi accommiatata da queste pagine, piomba improvvisamente nel racconto come un'impalcatura che crolla fragorosamente, senza motivo. Qui, Cesare Lanza, fa come un campione ciclista che, dopo essere arrivato faticosamente in vetta, prima di gettarsi in discesa, all'improvviso, fa saltare, con il cambio, la catena, per portarla, di botto, sul rapporto più alto. A Lanza bastano poche, straordinarie righe, per dire che la musica è cambiata e che la vita, con le sue tragedie vere, è sempre lì, sotto la coltre della noia: «Un uomo vestito di grigio» scrive Lanza «si era accasciato, ferito alle gambe, negli occhi un'espressione impaurita da animale in fuga».
Insomma, come Dostojewsky, anche Cesare Lanza, descrive i demoni che ha avuto sotto gli occhi. Qui non c'è, come nella miserabile Russia della fine Ottocento, fame, pessima vodka, pazzia, incapacità di fuggire, rabbia. I demoni di Lanza sono solo dei folletti sbandati e pretenziosi che, come le azioni ai tempi di Cuccia, più che contarli, si pesano. E queste folletti (ma soprattutto queste follette) sono poche ma pesano molto perché, da grandi ed evanescenti pifferaie, anche se non si sa perché, esse hanno tutti ai loro piedi, dai grandi della rendita a quelli della finanza, a quelli dei media. Esse guidano una classe dirigente dimissionaria, estenuata, border line, umanamente smidollata, tenuta su dalle sue rigidità, più che dal suo spessore. Una classe che, forse, al di là delle apparenze, non è nemmeno mai stata dirigente pur esercitandone la finzione.
Purtroppo, queste follette non sono mai state sfottute, e quindi nemmeno ridimensionate, da un Roberto D'Agostino ambrosiano che infatti, non a caso, non esiste. Per far perdere alle follette la presa, c'è voluta una generazione. Quella, appunto, descritta da Cesare Lanza. Testimone smagato, sornione, attento e perspicace di una generazione non solo inutile ma anche dannosa. Una generazione che ha fatto nulla. E pasticciato su tutto.
Italia Oggi, 20-06-08