Se perdiamo, pazienza
Ci liberiamo di Donadoni





 
di Cesare Lanza

 
 
Il pensiero molesto è questo: battere la Romania (con l’obbligo, poi, di vincere anche con la Francia) e restare in gioco nel campionato europeo, a mio parere con scarsissime possibilità di sopravvivenza... oppure beccarci con la Romania un’altra olandesata e toglierci finalmente dalle scatole Roberto Donadoni. Il cuore, gli interessi immediati mi portano a desiderare la prima possibilità. La ragione, la necessità di far presto chiarezza mi inducono al secondo pensiero molesto. Perché, mi dispiace dirlo, è solo Donadoni il vero, grande, cruciale problema della nostra Nazionale. Dispiace dirlo perché Donadoni è un bravo figlio, un po’ permaloso, ma orgoglioso onesto e gran lavoratore, ex notevole calciatore (“quando c’è Donadoni, in campo si accende la luce” disse una volta Berlusconi, enfatico forse, ma non sbagliava). Purtroppo, come cittì della Nazionale, il bravo figlio è assolutamente inadeguato. La qualificazione, non priva di spine, per il campionato europeo, non conta granché: almeno venti allenatori, tra serie A e serie B, con il parco giocatori di cui disponiamo, avrebbe ottenuto con facilità il medesimo risultato. Pudore a parte, ci sarei riuscito anch’io. E anche voi, cari lettori, se è vero che milioni di italiani sognano di fare la formazione azzurra: quasi tutti sarebbero riusciti ad azzeccarla, nel modesto girone che ci era toccato, per arrivare in Svizzera e Austria.
Una volta arrivato all’europeo, però, Donadoni  ha mostrato la sua inadeguatezza. E  limiti fondamentali, con evidenza: almeno tre. Il primo: non ha carisma, non è neanche lontanamente paragonabile ai predecessori che hanno ottenuto buoni risultati: Bearzot, un vero, straordinario leader; Vicini, tanto amabile quanto astuto e pronto al rinnovamento; Sacchi, il geniaccio che ha rivoluzionato il modo italiano di pensare il calcio; Lippi, duro e capace di andare controcorrente, solo contro tutti. Per farsi stimare e amare dal gruppo, e per  reggere il tiro incrociato di mass media, tifoserie sparse, diciamo l’ambiente sempre pronto a surriscaldarsi, Donadoni non ha - scarse esperienze a parte - né le qualità di pater familias di Bearzot, né le malizie di Vicini, né le invenzioni di Sacchi, né la durezza di Lippi. Secondo limite: il nostro cittì si è esibito in una serie di decisioni stravaganti e dispettose, che hanno diviso chi ama il calcio. Penso che un buon cittì della Nazionale debba essere persuasivo e capace di unire. Donadoni, per una sua infelice e scontrosa vocazione, divide. Senza umiltà, non ha mosso un dito per distogliere due giocatori per noi fondamentali, Nesta e Totti, dall’intenzione infausta di staccarsi dalla Nazionale. Ha esaltato un giocatore bravo, ma ormai ultratrentenne, come Di Natale, a scapito di altri infinitamente più dotati (Del Piero). Ha recuperato Cassano, che sarà pur capace di sporadiche giocate eccezionali, ma è detestato da mezza Italia e, comunque, rappresenta un esempio poco educativo per i buoni, sportivi comportamenti in campo. Infine, abbiamo assistito all’assurda esclusione di De Rossi, di cui nessun giornalista e nessun tecnico mi pare abbia afferrato il senso, e così Donadoni ha creato di fatto una nuova spaccatura, tranquillamente evitabile: da una parte quelli del Milan, Gattuso Pirlo e Ambrosini, dall’altra quelli della Roma, De Rossi Aquilani e Perrotta. A che pro? Infine, terzo limite, una lenta e opaca visione tecnico-tattica dei giocatori e della partita in corso. Non spettava a Donadoni capire che alcuni magnifici gladiatori campioni del mondo (Zambrotta, Materazzi, Gattuso, Pirlo, Camoranesi)  sono ormai alla frutta, in parte sfiatati, in parte logorati dalla faticosa stagione? Che Barzagli, senza più Cannavaro, avesse bisogno di una protezione? Che Toni non è certo all’apice della forma e non può far reparto da solo? E non è stato ingiustificabile aspettare tanto tempo prima di provvedere a rigeneranti sostituzioni, dopo il catastrofico primo tempo con l’Olanda?
Detto tutto questo, ci ritroviamo al punto di partenza. Sia pure con questo cittì, può darsi anche che con uno scatto di orgoglio, palesato nelle dichiarazioni aggressive della vigilia, i nostri campioni al tramonto, i più vecchi del campionato, sazi di vittorie, nauseati da uno stress senza limiti, riescano a trascinarci ai quarti di finale. Non ci credo, ma non è da escludere. Mi sembra certo però che, con questo cittì, dai quarti in poi non arriveremo più da nessuna parte. Pensate solo come, con le sue incongrue e scellerate scelte e con gli inevitabili dietro front, il nostro bravo figlio, orgoglioso e permaloso, sia riuscito a caricare di enormi responsabilità De Rossi e Del Piero: il primo, da solo o quasi, è atteso da tutti come la diga indispensabile a centrocampo, davanti a una difesa impaurita e violata, in mezzo a una squadra traballante; al secondo, a fianco dell’ingoffito Toni, si chiederà di fare, nientepopodimeno, le giocate risolutive. Ammesso che ci riescano, il merito sarà esclusivo loro, non certo del bizzarro cittì - che li aveva disinvoltamente  snobbati e mortificati, alla prima uscita.
Con il pensiero molesto che vi ho detto, sarò stasera davanti alla tivu e farò il tifo anch’io per i nostri campionacci stramazzanti. Ma dovesse andarci male, credetemi, almeno si volterà pagina e il futuro, con un altro condottiero, non potrà essere peggiore.   
 



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Libero, 13-06-08