di Cesare Lanza
Sapete come la penso. La nostra figuraccia nel campionato europeo ha un responsabile decisivo, Roberto Donadoni, e tuttavia, oggi che torniamo a casa, allo sconfitto desidero rendere onore: ha sopportato il peso di un’inadeguatezza che avrebbe schiantato chiunque, ha commesso errori determinanti nella prima sciagurata prestazione contro l’Olanda, poi ha corretto ciò che poteva, si è comportato con dignità e anche umiltà, infine nell’ultima partita, contro la Spagna, ha commesso nuovi errori, ma si è arreso dopo essersi battuto, insieme con il suo gruppo, al limite delle sue possibilità. Ciao, Donadoni. Arrivederci mi auguro, e non scherzo. Le auguro di poter continuare la Sua avventura calcistica secondo una gavetta tradizionale, qualche stagione in serie B o in una media squadra di serie A, e di ritornare a galla, se riuscirà a esprimere i Suoi meriti. Caro Roberto, la Sua nomina a commissario tecnico della Nazionale è frutto di un equivoco, che ci ha portato, dopo due anni grigi, alla triste eliminazione di Vienna. Uno non dovrebbe diventare allenatore degli azzurri solo perché il professor Guido Rossi, divenuto, a sua volta bizzarramente, commissario straordinario della Federazione, ritiene di dare un segno di rinnovamento al mondo del calcio italiano, a suo discutibile parere disastrato dalle presunte malefatte di Luciano Moggi; uno non diventa cittì nazionale perché il professor Rossi, poco informato delle vicende calcistiche, chiede un consiglio a Demetrio Albertini, vecchio compagno di squadra e amico di Donadoni, che gli consiglia il primo nome a suo giudizio opportuno. Donadoni, appunto. E la meritocrazia? Parola sempre più sconosciuta in Italia, ma scrivo e ripeto: almeno venti altri allenatori sarebbero stati preferibili all’ex (e grande, come calciatore sì) fantasista del Milan.
Le rivoluzioni, sempre rischiose, bisogna saperle fare. E’ successo infatti che il disastrato calcio italiano ha vinto il campionato del mondo, compattandosi contro gli eccessi di un’ondata critica senza precedenti. E si è visto che Moggi non era il diavolo, ma un capro espiatorio. Lippi, offeso e sdegnato, annunciò subito dopo il trionfo le dimissioni, memorabile gesto di orgoglio. Il professor Rossi, presto restituito ai suoi alti incarichi finanziari, ci ha lasciato Donadoni come un inaspettato confettino (avvelenato)… e chi si è visto, si è visto. Il bravo figlio (che aveva allenato Lecco, Genoa e Livorno con risultati non certo smaglianti: questo, il suo curriculum in panchina) è subentrato a Lippi, ma senza arte né parte: poco disposto ai compromessi, non ha fatto nulla per rincorrere Nesta e Totti, che si erano immediatamente sfilati. Ci ha portato alla qualificazione europea, ma non è riuscito a seguire le evoluzioni del campionato; si è inventato il rischioso e infruttuoso recupero di Cassano, ha cambiato idee e formazioni agitandosi a ogni colpetto di vento come una cadente foglia d’autunno. Un cittì esperto, smaliziato e pronto di riflessi, non avrebbe mandato allo sbaraglio contro gli olandesi una scombinata formazione – e lì il nostro torneo era già finito. Allo stesso modo, un cittì esperto non avrebbe lasciato a casa Inzaghi e comunque, di fronte all’ennesima sconclusionata prova di Toni, avrebbe lanciato Borriello (perfino l’allenatore spagnolo ha sostituito Torres!). Non avrebbe sostituito Aquilani, in crescendo dopo il timido inizio, ma De Rossi, ch’era allo stremo delle forze; e avrebbe messo in campo assai prima Camoranesi. Ma soprattutto è apparsa sconcertante e, ahimè, letale la scelta dei rigoristi. Perché no Panucci? Perché no Chiellini, galvanizzato dal partitone che aveva fatto? Perché sì Di Natale, perchè? E perché responsabilizzare De Rossi, che era visibilmente sfinito? E perché aspettare, inutilmente, Del Piero? I rigoristi più affidabili vanno utilizzati subito. E perché no Toni? Il cittì che lo ha aspettato fino all’ultimo forse temeva che non sarebbe riuscito a segnare neanche su rigore? (Tra parentesi: Borriello, in campionato, anche dal dischetto era stato inesorabile…).
Ciao e anzi, spero, arrivederci, Donadoni. Lo dico con rispetto sincero. E’ stata per lui e per noi una prova amara e terribile. Ora Abete, prudente e cauto, metterà le cose a posto. E si riparte: tornerà Lippi, evviva. Ho incrociato Marcello alle nozze di Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore e gli ho detto: “Ti aspettiamo…” Mi ha risposto con un sorriso sornione: “Dove?”. Tutti quelli che erano presenti sono scoppiati a ridere. “Lo sai dove”, gli ho detto. E lui, com’era suo dovere,si è schermito. Qualcosa mi dice che gli accordi siano stati raggiunti, da tempo. C’era anche Capello, a quel ricevimento, e rivedendolo dopo tanto tempo mi chiedevo, dentro di me, perché mai gli abbiamo lasciato via libera per la Nazionale inglese, che Fabio rimetterà di certo in sesto (accettate scommesse?). Vabbè, Donadoni ha una sola responsabilità: aver accettato un incarico troppo complesso per lui. Consoliamoci così: se avessimo avuto fortuna ai rigori, l’equivoco sarebbe rimasto in piedi ancora qualche giorno. Poi giovedi la magnifica Russia ci avrebbe preso a pallonate. Meglio un’agonia più breve, no? E così, finalmente si cambia.
Libero, 24-06-08
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