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Cesare Lanza, scrittore, direttore di giornali,regista,
autore televisivo
di trasmissioni di grande successo come “Buona Domenica”
«La tv è trash? Ma la realtà
è molto più cruda e grottesca»
Confessa
due debolezze, il gioco d’azzardo e le donne, difende la
televisione “leggera” e rivela di non andare a votare
dal 1992

di ROBERTO GERVASO
INFATICABILE e indomabile habitué di casinò, autore di
classici sul gioco d’azzardo, è il più irregolare dei
sentimentali. O il più sentimentale degli irregolari.
Nella vita ha fatto di tutto, anche quello che avrebbe
fatto meglio a non fare. Non si è mai risparmiato e mai
ha risparmiato. Ha tante passioni perché ha tanto
talento. Molto l’ha messo a frutto; altrettanto l’ha
dissipato.
È stato con Giovanni Spadolini, cui – mole a parte -
così poco somiglia, il più precoce direttore di giornali
(il Secolo XIX, il Corriere d’informazione, La notte).
Autore televisivo di lungo corso (ieri, Domenica in;
oggi, Buona Domenica) ha fondato e dirige una rivista
colta e raffinata, “L’attimo fuggente”, e ha appena
finito un impegnativo film, “La perfezionista”.
Se in lui ci sia più Casanova o l’Aretino, Orazio o
Epicuro, ancora non l’ho capito. E, forse, non l’ha
capito nemmeno Cesare Lanza, eclettico poligrafo,
fantasioso libertino, spensierato giocatore d’azzardo.
A che età varcasti per la prima volta la soglia di un
casinò?
Quando compii ventun anni, l’8 luglio 1963.
Dove?
A Sanremo. Anche perché abitavo a Genova.
Pronubo chi?
Due miei zii che m’insegnarono il poker a cinque
anni. Prima della prima elementare.
Con che animo entri in un casinò?
Con quello di chi insegue sogni acquistati in
contanti.
Con che animo giochi?
Con quello dello sfidante. E la curiosità di vedere
come va a finire.
Con che animo vinci?
Una volta mi sentivo onnipotente. Oggi, non più. E
metto da parte per i giorni sfortunati.
Con che animo perdi?
Per me, i soldi persi al gioco sono un prestito dato
a un amico affidabile. Prima o poi, il casinò me li
restituirà.
Con che animo esci?
Un buon giocatore – abbia vinto o perduto – sa
controllare l’allegria e la malinconia.
Il momento più eccitante del gioco?
Alla roulette, l’attimo prima che la pallina cada
sul numero vincente.
A poker?
Al momento del rilancio e, ancora di più, del bluff.
A chemin de fer?
Il momento in cui il tuo avversario rovescia le
carte e scopre il punto.
Meglio un en plein o un orgasmo?
L’orgasmo, purché condiviso. Ma quando si gioca si
pensa ad altro.
Il comandamento più eroico del gioco d’azzardo?
Sapersi ritirare quando si perde, anziché tentare di
rifarsi.
I leggendari giocatori della storia?
Cesare, prima del Rubicone, giocò la sua grande
partita.
I bari famosi?
Un personaggio che adoro, come scrittore e
protagonista della sua epoca: Casanova. Non ammise mai
di aver barato.
Ma barava.
Nelle “Memorie” scrive che gli piaceva “correggere”
la fortuna avversa. Espressione deliziosa, no?
I suicidi celebri?
Si favoleggia che, nel primo Novecento, a
Montecarlo, i nobili russi, dopo essersi rovinati al
tavolo verde, si togliessero la vita.
E tu ci credi?
Io, no. La rovina al gioco è la conseguenza, non la
causa della disperazione.
Dopo una tragica perdita al gioco, non hai mai
pensato di farla finita?
Mai. L’idea del suicidio è affascinante, ma le
motivazioni devono essere ben più gravi.
Ha mai detto “basta” al gioco?
E perché? È divertente ed educativo.
Concordi con Schiller: “L’uomo è interamente uomo
solo quando gioca”?
No. Ci sono momenti più difficili per comportarsi da
vero uomo.
Quali?
In guerra, in amore, sul lavoro, in tante situazioni
che richiedono coraggio, solidarietà, altruismo.
Diresti con Gogol: “Con le carte in mano tutti gli
uomini sono uguali”?
Una vera parità sociale si raggiunge anche in amore.
Quando?
Al momento dell’accoppiamento una regina è uguale al
suo stalliere.
E al tavolo da gioco?
Siamo tutti uguali. La fortuna e l’abilità non
dipendono dal censo, dalla cultura, dalla ricchezza.
Sei d’accordo con l’Aretino: “Il denaro che si spende
è sterile; quello che si giuoca è fruttifero”?
Concetto pericoloso, ma vero.
Il tuo più forte debole?
Non so ritirarmi in tempo.
La tua virtù più stentorea?
Quando vinco, sono molto audace.
La tua più inconfessabile trasgressione?
Temerari sogni erotici.
La più innocente?
Ridicoli peccati di gola. Nascondo il cioccolato e i
dolci, vietati da medici e parenti.
La tua più irresistibile tentazione?
Mandare a quel paese (meglio ancora, dribblarli con
astuzia) gli arroganti che credono di poterti manovrare
come pedine sullo scacchiere.
In virtù di che cosa?
Del loro momentaneo potere.
All’Inferno, dove probabilmente finirai (e io con te:
c’è più società), quale girone ti aspetta?
Mi consulterò con Roberto Benigni. Ha competenza e
humour. Mi consiglierà il posto migliore. Confido in una
nicchia ospitale per i sognatori incorreggibili.
Ti piacciono ancora le donne?
Sono una ragione di vita. E poi c’è in me una vena
di masochismo.
E tu piaci ancora alle donne?
Non essere crudele. È una domanda che da tempo evito
di farmi.
Perché, oggi, una donna dovrebbe dirti di sì?
Sono altruista: ascolto, parlo, mi coinvolgo.
Quante donne, ad occhio e croce, hai sedotto?
Più di una, meno di mille.
Traguardo invidiabile e ambiguo.
Sì. Se pensi che Casanova ne ha conquistate poche
decine.
E quante donne ti hanno sedotto?
Tre, a loro modo straordinarie. Per me, hanno
sconvolto la loro vita. E hanno voluto vivere con me.
Una quarta, segreta, ha avuto paura.
Perché?
Per la differenza di età. Brutto colpo. Per la prima
volta mi sono sentito vecchio.
Di una donna ti turbano e conturbano più le caviglie,
le cosce, il fondoschiena, le mani, il décolleté, gli
occhi o il sorriso?
Lo sguardo è il vero laccio: basta un’occhiata.
Purché complice, allusiva, ambigua.
Il tradimento: un dovere, una debolezza, una
distrazione?
Il tradimento, parola che detesto, non è tradimento.
E’ libertà. Quindi, un diritto-dovere.
C’è amore senza fedeltà?
Può esserci.
E passione senza sesso?
Impossibile.
La tua fede politica?
Sono un liberale assoluto. O, piuttosto, un
anarcoide obbligato, o disponibile, a scendere,
talvolta, a compromessi.
Per chi voti?
Dal 1992 non voto.
Nei primi quarant’anni hai diretto tanti giornali,
scoperto e lanciato tanti giornalisti.
Al Corriere d’Informazione: Ferruccio de Bortoli,
Massimo Donelli, Gian Antonio Stella, Gigi Moncalvo,
Edoardo Raspelli.
Hai fondato una rivista di “alti contenuti”?
“L’attimo fuggente”.
Il suo spirito, la sua filosofia?
La vita non ha alcun senso. Non veniamo al mondo per
nostra volontà, ma, dovendo vivere, cerchiamo di capire
e fermare i pochi attimi fuggenti che il destino ci ha
concesso.
Autore televisivo, ti accusano di aver sublimato il
super-trash.
Il Radical-trash. In tivù contano gli ascolti, che
condizionano la pubblicità, i profitti, la
sopravvivenza. Se non accetti questo teorema, meglio
lasciar perdere.
Un’auto-assoluzione?
Come autore, sì.
I tuoi riferimenti?
Come autore, quattro. L’editore cui mi lega un
contratto. Il pubblico, che può bocciarmi con il
telecomando. La mia coscienza. Le leggi.
C’è più “monnezza” a Napoli o in tivù?
È una bella gara. Ma la realtà è ben più cruda,
sporca, grottesca di come la descrive la tivù. Spesso
sguaiata ma, al fondo, timida, superficiale, censurata.
I talk show migliorano il pubblico o lo peggiorano?
Non mi pongo il problema. Non sono un educatore. Di
certo, stufano. Sto pensando a una formula che eviti
zuffe, chiasso, strepiti insulsi.
Il tigì più soporifero?
Purtroppo, nella struttura, sono tutti uguali.
Il migliore professionista?
Clemente J. Mimun. Il migliore e il più astuto.
Il più peperino?
Emilio Fede non delude mai.
Chi ha fatto grande la nostra tivù?
Bernabei ha fatto grande la Rai. Berlusconi ha
inventato l’alternativa, il mercato.
Chi ha ridotto la tivù in queste condizioni?
Quelli che hanno permesso alla politica di
annettersela su tutti i fronti. Con le sciocchezze e i
bla bla, i telegiornali megafono, le belle stupidine e i
babbei presuntuosi, imposti dai politici su ogni rete e
su quasi tutti i programmi.
Hai scritto e diretto un film disperato, “La
perfezionista”.
Volevo raccontare un’amara storia d’amore nella
cornice volgare e miserabile della società d’oggi.
La tua più cocente amarezza?
Mia madre non m’impedì di fuggire da casa per aspre
divergenze con mio padre. Avevo sedici anni.
Il rimpianto più acuto?
Mia madre mi raccomandava: non sposarti, non fare
figli, non pensare al denaro. Studia e scrivi, vivi da
eremita o, anche, sotto i ponti. Ho fatto l’esatto
contrario: mi sono sposato per la prima volta a
vent’anni e ho cinque figli.
Un consiglio ai giovani?
Leggete, leggete, leggete. Ve lo dice un autodidatta
pentito di non aver studiato abbastanza. E, se avete le
palle, fate ciò che mi raccomandava mia madre.
IL MESSAGGERO, 10-02-08
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