Per salvare il calcio americano
USA, LO SBARCO DEI BECKHAM
Oggi l'arrivo a Los Angeles. Contratto da 250 milioni di dollari.
Casa a Beverly Hills, come vicini Tom Cruise, Spielberg e Hanks



di MASSIMO GAGGI


NEW YORK — Per i soldi, per amore di Victoria che desidera calcare le passerelle di Hollywood, per il gusto della sfida: svelare il mistero del disinteresse degli Stati Uniti per lo sport più popolare del mondo, e, magari, compiere il miracolo.

Perché David Beckham, la stella del calcio britannico che oggi, a Los Angeles, si presenta ai suoi nuovi compagni di squadra e agli sportivi americani, si è lasciato alle spalle il Real Madrid e la nazionale inglese per tentare l'avventura del soccer a stelle e strisce? Non certo perché affascinato dal Galaxy, il suo nuovo team che lo ha accolto con l'ennesima sconfitta: stavolta sul campo dei temibili Richmond Kickers, in Virginia, davanti a meno di cinquemila spettatori.

Nulla di sorprendente, visto che la nuova squadra di Beckham è penultima nella classifica dell'asfittico campionato professionistico Usa: la Mls (Major League Soccer), la federazione che ha preso il posto della North American Soccer League — quella di Pelè e dei Cosmos, di Beckenbauer e Chinaglia, andata in bancarotta nel 1984 — allinea appena 13 squadre, dieci delle quali perdono soldi a rotta di collo.

«Non sono uno sciocco, non ho la pretesa di cambiare la cultura sportiva degli americani, macercherò di portare la considerazione del calcio in questo Paese ad un livello più elevato» ha detto Beckham alla rivista Sports Illustrated che, dedicandogli la copertina, si chiede: «Riuscirà a cambiare il destino del soccer Usa?». La risposta che lo stesso giornale dà ai lettori nelle pagine interne non è confortante: «È più facile convertire gli americani al sistema metrico decimale che al calcio».

Simon Fuller, il mago inglese della comunicazione che è stato il «regista» del trasferimento di Beckham negli Usa, sa di aver trascinato il calciatore in un'impresa temeraria. Fuller, che è anche l'ideatore di «American Idol», ammette che trasformare quel programma nella trasmissione di maggior successo nella storia della tv americana è stato niente rispetto alla difficoltà di rendere popolare il calcio professionistico. Certo, Beckham poteva ritirarsi all'apice della sua carriera o restare altri due anni al Real Madrid. Invece, dice Fuller, ha scelto il brivido dell'avventura, «la sfida dell'ultima frontiera. E, nel calcio, l'ultima frontiera è l'America».

Suggestivo,ma gli imprenditori che hanno deciso di investire fino a 250 milioni di dollari per portare Beckham in California e hanno reclutato altre stelle messicane e colombiane nei team della Mls, si sono dati obiettivi meno ambiziosi. L'America post-industriale è un Paese zeppo di imprese che realizzano fatturati ciclopici con l'entertainment: musica, comunicazione, cinema, arte, parchi di divertimento. I tycoon dello sport sono riusciti a trasformare il football americano, il baseball, le corse automobiliste, il basket e perfino l'hockey su ghiaccio in giostre miliardarie attorno alle quali ruotano business di ogni tipo. Solo il soccer professionistico è rimasto al palo.

Qualche eccentrico miliardario come Philip Anschutz - imprenditore di successo del petrolio e del cinema, delle ferrovie e dello sport, che, oltre ai Galaxy, possiede anche le squadre di Chicago e Houston - ha continuato ad andare avanti con ostinazione.

E quando l'anno scorso le finali dei mondiali di calcio di Germania hanno portato davanti ai teleschermi americani una media di 15-17 milioni di spettatori per le partite decisive, i manager del settore si sono convinti che era venuto il momento di tentare ancora una volta di fare del soccer, se non uno sport popolare, almeno una «nicchia » sicura e remunerativa. Ma i punti di forza sui quali oggi il calcio può contare—il sostegno dei 30 milioni di residenti negli Usa che sono nati all'estero e la diffusione di questo sport tra le donne — rendono più arduo raggiungere il vero obiettivo commerciale dell'impresa: conquistare ampie platee di telespettatori maschi, bianchi, di età compresa tra i 18 e i 40 anni, il target pubblicitario per il quale gli inserzionisti sono disposti a pagare di più. Oggi sono proprio questi gli appassionati che mancano al soccer che, coi trend attuali, rischia di apparire sempre più come lo sport «degli immigrati ispanici e delle donne».

Eppure quasi tutti gli adulti che oggi sui disinteressano del soccer, da ragazzi hanno praticato questo sport con ardore: sono oltre 15 milioni gli americani (e, tra essi, praticamente tutti i giovani sotto i 12 anni) che oggi calcano i campi di calcio. Un simile numero di praticanti forse non ce l'ha nemmeno il Brasile. Poi, superata l'adolescenza, il black out. Riuscirà Beckham a ricomporre questa frattura? L'impresa è titanica. Con lui il calcio cerca di sposare pallone e moda, i prati verdi e le luci di Hollywood. A rischiare è proprio il golden boy da 250 milioni di dollari che dovrà «fare squadra » con gente che guadagna 50 mila dollari l'anno e che, alla prima partita sbagliata, verrà messo sotto accusa per la sua vita notturna con Victoria. Anschutz, che ha studiato a lungo il personaggio, dice che Beckham è un lavoratore serio e modesto, molto diverso dall'immagine costruita attorno a lui.

Il calciatore, festeggiato da Tom Cruise, Steven Spielberg eTom Hanks al suo arrivo nella villa da 22 milioni di dollari che si è regalato nel «triangolo di platino» di Beverly Hills non rassomiglia molto ad un umile artigiano del pallone. Ma forse è proprio questa la strada da seguire se vuole crearsi un pubblico non di volubili «modaioli » ma di sportivi fedeli: in fondo chi pratica il calcio da dilettante lo ama proprio perché lo trova meno «industriale» degli altri sport professionistici
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CORRIERE DELLA SERA 13-07-07