Addio a Giorgio Tosatti bomber del giornalismo

 

 

di Cesare Lanza

 

                   Ora mi resta il rimorso di aver sostenuto mille volte che Giorgio ci avrebbe seppellito tutti, così scherzavamo in un gruppo ristretto di amici del cuore, compagni di giornalismo e avversari tanto leali quanto rissosi al tavolo del poker e dello chemin de fer, goliardi irriducibili e spudorati, io e Costanzo Spineo, Franco Recanatesi e Massimo Lo Jacono.  “Come potrebbe morire? Come può morire uno con la sua grinta? Giorgio è immortale!”… così, anche di recente, scherzavo paradossalmente ad una cena con Antonio Ghirelli, mitico direttore del Corriere dello Sport, che in quel grande quotidiano sportivo lo aveva voluto, e lanciato, come il “suo” caporedattore . E al di là di queste sciocche battute, con cui forse volevo soltanto esorcizzare il pensiero della morte, viscida Bestia nemica e imbattibile, certo è che Costanzo e io, Franco e Massimo siamo stati ragazzi e, ancor oggi, vecchi ragazzi di forte e indomabile carattere, ma Giorgio era incomparabilmente il più forte di tutti noi nella sua complessità di lottatore e capo, urlatore rude e sentimentale sommesso, affettuoso e brusco, candido e scaltro, dolce e prepotente, positivo e pessimista… e ancora, ancora!, di quanti opposti era fatto, perché era semplice e intelligente, generoso e crudele, egoista e altruista, malizioso e sempre leale, lamentoso ma mai disposto ad arrendersi, in qualsiasi sfida – piccola o grande che gli si parasse davanti, fosse il lavoro o il gioco delle carte. Era un uomo curioso e vitale, era nato vecchio perché da bambino il destino lo aveva obbligato a farsi  subito adulto per la tragica morte del padre, ma poi per tutta la vita, dietro l’apparente cinismo, era rimasto un eterno adolescente pronto a legarsi romanticamente alle troppe illusioni che la vita ci propone… Aveva voglia ingorda di vivere, voglia vorace e disperata, mai sazio di sogni e di cibo, di amore e di nuove esperienze… era una voglia infinita…  e tuttavia a me è sempre parso, forse riconoscendomi specularmente in questo, che Giorgio non si volesse affatto bene, e perciò curava la malattia e gli eccessi, ma subito si trascurava, peggio di tutti, infermo e a rischio di vita com’era ormai da tanto tempo: così, con ironia e vezzi lamentosi e forse scaramantici ripeteva, da anni, che il suo cuore era a pezzi e che presto, prestissimo non ce l’avrebbe fatta. Invece, per non darla vinta alla Bestia dietro l’angolo (oh quanto gli dispiaceva perdere, quante urla abbiamo sentito se sul suo 8 a chemin de fer gli sbattevo in faccia un 9, se a poker un full gli fulminava la scala che aveva in mano! quante volte, da novellino, l’ho sentito strepitare per il rischio di perdere una notizia o una foto, di “chiudere” in tipografia il giornale in ritardo e farsi fregare dai quotidiani concorrenti…), si è battuto come un gladiatore, come se potesse vincere anche la sfida invincibile per chiunque.

                  Questo posso dirvi, che Giorgio Tosatti ha amato la vita e l’ha rifiutata, l’ha apprezzata e l’ha disprezzata – e pensavo, da sempre, che questo fosse il suo mistero, la sua contraddizione. Oggi, mi sembra di capire che è forse l’unico modo per affrontare la vita - accarezzarla e vomitarle addosso  - e per arrivare all’appuntamento con la morte, farsi beffe di lei, avversaria certamente insuperabile, e tuttavia non permetterle di considerarsi vincente fino a quando ci resti in corpo, e nell’anima, una pur minima energia.

                 Voglio ricordarlo, il “mio” Giorgio, con due brevi riconoscimenti per ciò che maggiormente ci ha legato: il giornalismo, cioè l’illusoria vocazione a capire la vita, e il gioco delle carte, metafora leggera e spietata dell’altalena di speranze e delusioni a cui la vita ci espone.

                 Nel giornalismo, Giorgio è stato un maestro completo – al di là dei confini del giornalismo sportivo. Da caporedattore e da direttore ha insegnato come si fa un giornale, come lo si organizza, come si stabiliscono regole e priorità, come si può essere semplici, rapidi, essenziali – infine come si può arrivare, con onestà, al cuore e alla fantasia della gente.  Poi, confermando questa specificità, da direttore a opinionista e articolista, si è imposto e ha imposto uno stile nuovo, la sua identità inconfondibile nel caos pieno di enfasi e di vacuità che spesso invade i giornali, e certo non soltanto quelli sportivi: l’analisi dei numeri e delle statistiche, in una parola la concretezza che stabilisce, spiega e a volte anticipa la realtà, prevalendo rispetto alle superficialità della retorica.

                 Nel gioco, quando ero proprio un pivello presuntuoso, si batteva a poker con la determinazione che vi ho raccontato, la voglia di vincere unita al gusto di smargiassate e scaltrezze, compiacendosi se vinceva e urlando se la fortuna gli diceva contro, mai accettando l’ipotesi di poter perdere…e tuttavia da sempre ho pensato che alla fine degli anni sessanta, in quelle notti romane indimenticabili al tavolo verde, quando vivevo in assoluta miseria ed ero ricco solo di sogni e ambizioni, ho sempre pensato che Giorgio mi lasciasse vincere, almeno nei miei momenti più difficili, qualche partita preziosa per la mia sopravvivenza. Così ieri, quando nel tam tam  tremendo che annuncia le brutte notizie, mi hanno detto che la Bestia alla fine aveva vinto, mi sono accasciato a piangere, come certamente lui avrebbe fatto per me, e come chiunque di noi vecchi ragazzi, quelli del giro del tavolo da poker e delle tipografie che non esistono più, ha certamente fatto e ahimè farà l’uno per l’altro…e in questo modo l’ho ricordato con mia moglie che mi consolava tenendomi tra le braccia e lei non sapeva molto di noi, ma capiva che anche un lungo pezzo della mia vita se n’era andato via con Giorgio, indimenticabile amico mio.

 

Cesare Lanza

Libero 1-3-07