Baudo, Benedetto XVI, Magalli e quell’untore di “Mister No”

 

 

Caro Cesare Lanza,

ti sarà nota, penso, la sfuriata che il signor Pippo Baudo il pomeriggio della scorsa domenica ha fatto in tv al Papa per non essere il pontefice intervenuto sui fatti di Catania e il disappunto del presentatore per non avere le autorità religiose interrotto, a causa della morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, le cerimonie dedicate a Sant’Agata patrona di Catania.

Che il signor Baudo esprima, come chiunque altro, proprie opinioni sulle azioni di questo o quello dovrebbe essere evento normale in uno Stato dove la Stampa sia totalmente libera.

Sta di fatto però che nel rapporto di Freedom House  che ho trovato nei giorni scorsi nel vivace e appassionato blog del signor Giuseppe Resta, architetto in Galatone, la stampa italiana, unica fra quelle dei Paesi europei, viene considerata “parzialmente libera” e che l’Italia è relegata all’ottantesimo posto in una classifica guidata dalla Finlandia, che esprime quindi il Paese, lo Stato, il Governo e i cittadini più liberi di questo mondo.

Allora, caro Cesare Lanza, il signor Pippo Baudo, con la sua sfuriata contro Benedetto XVI si è avvalso della “parziale” libertà data agli italiani? No. Ma Baudo ha detto quello che pensa?

Elena, una delle ragazze, delle signore, che Gigi Vesigna mi affidò quando   mi volle alla guida della redazione tv del suo “Telegiornale”, mi disse mentre  intervenivo per rendere meno arrogante un concetto espresso in un suo articolo “Ma questo è quello che io penso!”. La guardai e le dissi,  “Se questi, Elena, sono i termini dei suoi pensieri, qualche volta sarebbe meglio non pensasse affatto”, e, cancella questa parola, sposta questa virgola, detti a quel concetto quel senso di rispetto necessario soprattutto quando il proprio pensiero lo si esprime da posizione preponderante. Avessi fatto quelle osservazioni in pubblico, sarei stato un cafone da esibizione: lo feci lontano da altri occhi e orecchie che non fossero i nostri, e quella Elena capì.

Al signor Pippo Baudo avrei espresso lo stesso principio che espressi a Elena: “Se per te sui fatti di Catania il Papa e la Chiesa hanno sbagliato, dillo pure ma senza fare sfuriate che possano apparire demagogiche, dillo con educazione e delicatezza”.

Baudo, invece, caro Lanza, ha proprio mancato di rispetto: nei confronti di uno più vecchio di lui prima, nei confronti della massima espressione di una confessione religiosa poi, e nei confronti dei fedeli di questa religione infine.

Allora il signor Baudo doveva tacere? No. Nella sostanza di ciò che Baudo ha detto c’è l’opinione: e all’opinione, qualsiasi, si deve sempre e comunque rispetto: il che significa che non si deve mai impedire a nessuno di esprimere una opinione, anche quella che a noi sembra più becera.

Il modo usato da Baudo per esprimere quella opinione; è apparso  però da esibizione,  demagogico, arrogante, autoritario, di uno che si sente in una posizione di forza e parla come se il suo pensiero dominante fosse “adesso ti faccio vedere io”. A Benedetto XVI anzi Baudo si è rivolto come a un vecchio compagno di scuola con il quale ci sia stata ruggine e al quale, dopo tanto tempo, si ha la possibilità di dirgliela, anzi di “fargliela pagare”.

Sono a caccia di benemerenze vaticane? Io, caro Cesare Lanza, sono tra quelli che Prezzolini chiamava “apoti”, quelli che non la bevono: e quando ho voglia di sentirmi ateo –ateo comunque cattolico-  è sempre per legittima difesa, perché, quando risalgo al concetto di un  Dio che avrebbe fatto l’uomo a “propria immagine e somiglianza”, penso che fossi io Dio mi vergognerei di aver fatto un mondo ingiusto, prepotente, violento, ipocri t a , vigliacco e senza carità  e considererei atto di generosità, misericordia ed eleganza quello di chi si dice ateo; lo considererei alla stregua di chi finge di non aver visto un comportamento inavvedutamente molesto di altri,  proprio per evitare loro ogni imbarazzo.

Quel fingere di non vedere, di non sentire per non mettere in imbarazzo altri che si trovano a fare inavvedutamente una figuraccia, per me è amore. Io sostengo che l’amore è solo quello che si dà alla donna con la quale, se non la si amasse, non si vorrebbe avere nulla da spartire: che noia amare una donna che è come te, la pensa come te, ha i tuoi stessi gusti. E amare invece è dare, fare, ogni istante qualcosa che non ti sogneresti di fare per nessuno al mondo e che invece per lei fai e naturalmente senza farla pesare perché se lo fai sei un mercante, uno che fa qualcosa in cambio di qualche altra, per un prezzo e basta. E quindi non di amore si tratta, ma di affari.

Perché dico queste cose a te? Nel tuo “Mister No” sul “Libero” di Vittorio Feltri ho trovato queste tue riflessioni sulla tua partecipazione al “Grande Talk” di Giovanni Minoli affidato alla conduzione del signor Massimo Bernardini:
“il conduttore mi frenava ogni volta che poteva e a un certo punto ha perfino detto che mi propongo, per la camicia che indosso alla domenica, come un clown (ho risposto nell’unico modo possibile, essendo a casa d’altri: con un sorriso). Bernardini poi - cosa ben più grave - è andato a pescare, senza una minima presa di distanza, perfino un filmato in cui gli amabili Claudio Lippi e Giancarlo Magalli, senza avere peraltro il coraggio di nominarmi, mi indicavano come un pericoloso portatore di peste, dalla Rai a Mediaset, da bloccare addirittura con leggi, trappole, interventi speciali… Sorridiamo, sì. Ma è con questi presupposti che nascono fascismi, comunismi e regimi intolleranti. Altro che libertà! Come per il coraggio, anche il senso della libertà e il rispetto per gli altri chi non ce l’ha non se lo può dare”

In queste tue considerazioni c’è tutto su quella comunicazione che il rapporto  Freedom House dichiara “parzialmente libera”. Tu osservi “il conduttore mi frenava ogni volta che poteva”: l’uso che tv, radio e altro fanno dei conduttori è in rapporto diretto con la loro capacità di frenatori, di dirottatori di pensieri non autorizzati, di pensieri e fatti che possano disturbare i manovratori.

I manovratori sono soggetti che amministrano le leggi imponendone il peso ai più deboli e agli avversari, e lasciando che i più forti e i propri amici le violino o facendone su misura per questi ultimi. Negli anni settanta agli esordi della Rai appena riformata fu nominato Presidente il professor Beniamino Finocchiaro di Molfetta, cittadina in provincia di Bari. Una signora si rivolse a una mia rubrica, “voi lo pensate, noi lo scriviamo” dicendo più o meno “Se la Rai è nostra e il suo Presidente un nostro dipendente, apprezzerei che ci dicesse quale è lo stipendio che prende da noi”. Pubblicai. In un baleno il Presidente Finocchiaro, attraverso l’ufficio Stampa Rai di allora guidato da Dino Basili, mi inviò la sua busta paga con una sfida “quanti altri fra i maggiori esponenti Rai avrebbero fatto come lui?”.

Il Presidente Finocchiaro restò isolato in quel suo esempio di trasparenza: e, troppo scomodo per i manovratori, fu fatto fuori in otto mesi. L’informazione “parzialmente libera” e all’ottantesimo posto che c’è in Italia è il risultato dell’eliminazione di Beniamino Finocchiaro, Presidente Rai troppo trasparente e licenziato per questo dai manovratori. Fosse stata questa Rai, e questa informazione, figlia di Beniamino Finocchiaro e di suoi degni successori, a Enzo Tortora non avrebbero fatto quello che hanno fatto; e i frenatori non avrebbero niente a che fare con l’informazione, farebbero i tranvieri. E Pippo Baudo non se la prenderebbe col Papa e non potrebbe neppure rivolgersi al governo per dire “Filippo Raciti si sentirebbe certamente più onorato da uno Stato che garantisse un futuro sereno e agiato alla sua famiglia” perché non ci sarebbe uno Stato che ostenta funerali e ignora la vita delle famiglie delle vittime.

Ma non è così e i frenatori imperversano. Magalli è un particolare tipo di frenatore: è in Rai a fare il vigile da decenni: e lo fa alzando la sua palettina per tentare di fermare quelli che non si adeguano. Quando la Rai cominciò a interessarsi all’emergente  Funari, il Magalli si produsse in una serie di frecciate delegittimanti. L’articolo 21 della Costituzione dice “Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Dice “tutti” nessuno escluso quindi; dice “diritto” il che significa che non bisogna chiedere permessi; dice “manifestare” proprio come per i manifesti; dice il “proprio pensiero”: non dice “a patto che sia un pensiero buono, cattivo, elegante, nobile, forte, debole e via: dice “proprio pensiero”.

Per rendere assoluto il principio di libertà espresso dal 21 Luigi Einaudi avrebbe voluto cancellare i reati d’opinione e quindi considerare anche l’insulto o il vilipendio una forma di espressione. Tu caro Lanza l’articolo 21 lo onori; non ti arroghi il diritto, che la Costituzione nega a te e a chiunque altro, di stabilire se a uno può essere data o no la parola, che cosa si può dire e che cosa si deve tacere. “Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero” e “tutti”, con te e Paola Perego, questo diritto lo esercitano anche fino all’insulto a volte senza che nessuno di voi intervenga per zittirli, per frenarli, per dirottarli.

 L’articolo 21 è come la patente di guida; non dà il diritto di investire i pedoni, dà il diritto di guidare rispettando le leggi. Nessun vigile, a parte forse Magalli, si sognerebbe di dire a un bambino “siccome quando avrai 18 anni e prenderai la patente potresti poi mettere la tua auto in divieto di sosta o attraversare un incrocio col semaforo rosso, ti faccio la multa adesso così impari”. E invece, la sorte dell’articolo 21 in tv, alla radio, sui giornali è proprio nello stile alla vigile Magalli; siccome potresti dire  cose a Noi non gradite, non ti invito; e se ti invito a parlare e tu non dici quello che piace a NOI io ti freno”.

Il 21, caro Lanza, è un “pericoloso portatore di peste” e tu sei uno dei suoi rari sopravvissuti untori. Lo avessero onorato quell’articolo 21, questo Paese sarebbe libero non meno della Finlandia. Ciao

Enzo de Mitri

 

demitri.televisti@libero.it

 

7-2-07