Si legge poco, pochissimo. Libri e giornali sono cose
tra cose, senza nessun particolare valore. E non ci
si può neppure consolare dicendo che tanta italica ignoranza
sia il risultato della società contemporanea, della
globalizzazione, della televisione, di internet e tecnologie
simili. Abbiamo un triste primato occidentale in fatto
di lettura e di diffusione della cultura, per cui dovrebbe
essere evidente e ovvio che tutto ciò che favorisce
la lettura e, in genere, la curiosità culturale è da
accogliere a braccia aperte. E le risposte del pubblico,
quando lo si avvicina con proposte interessanti e non
noiose, sono incoraggianti. Mi riferisco alla miriade
di festival organizzati in Italia su tutto lo scibile
umano, dalla letteratura alla matematica, dall’economia
alla filosofia, dalla musica al diritto, seguitissimi
da gente di ogni età.
L’iniziativa di Vittorio Sermonti, con le sue letture
di classici, rientra in questa visione pubblica e popolare
della cultura. Non è il momento di un festival, il suo,
ma qualcosa che non si discosta di molto: in entrambi
i casi si legge poesia, si ragiona su un testo. Tutto
ciò oltrepassa i tradizionali e istituzionali luoghi
della cultura, scuole e università, per aprirsi in modo
per nulla paludato e noioso a un pubblico curioso di
apprendere, appassionato.
Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere
che il vero modello ispiratore di queste manifestazioni
popolar-culturali è la televisione. Proprio la deprecata
televisione messa sul banco degli imputati, colpevole
della nostra ignoranza. In realtà queste manifestazioni
sono piccoli show televisivi che invece di essere registrati
sotto i riflettori delle macchine da presa, vengono
illuminati da comuni faretti.
E adesso possiamo venire alla querelle Sermonti-Benigni.
Ho ascoltato Sermonti leggere Dante a Milano nella chiesa
di Santa Maria delle Grazie: bravissimo, il pubblico
numeroso era incantato. Ho ascoltato Benigni leggere
Dante in televisione: bravissimo; non so gli altri,
ma io ero rimasto incantato. Sono due eccellenti professionisti,
con una differenza decisiva. Se Sermonti leggesse Dante
in televisione (e in prima serata) come lo ha letto
in Santa Maria delle Grazie, sarebbe un flop. Se Benigni
leggesse Dante in Santa Maria delle Grazie come lo ha
letto in televisione, sarebbe un successo strepitoso.
La differenza tra i due non è nella conoscenza di Dante,
in quella conoscenza necessaria per comunicare il poeta
a un vasto pubblico non specialistico. La differenza
è nella loro recitazione e nella bravura straordinaria
di Benigni di sottolineare con la voce, con i silenzi,
con gli sguardi il testo dantesco. Benigni non travisa
il testo, non ci aggiunge e non ci toglie nulla: lo
vive da geniale guitto con effetti comunicativi eccezionali.
Quando e dove l’artista toscano scivola, finendo per
dare ragione al professor Sermonti che gli rimprovera
di essere soltanto interessato ad acchiappare il pubblico
televisivo con cadute di stile? Quando Benigni, nella
sua incontenibile esuberanza, si concede il piacere
del commento attualizzante, della battuta becera che
vorrebbe fustigare questo o quello: generalmente sempre
quello, cioè Berlusconi, come ha fatto un paio di giorni
fa nel cosiddetto promo alla sua prossima lettura dantesca.
Dante non ha bisogno di questi riferimenti per essere
apprezzato e neppure Benigni che dà il meglio di sé
quando ci comunica la sua passione per il poeta. E tuttavia
credo che Sermonti sbagli nel ritenere che il pubblico
segua l’attore perché attende da un momento all’altro
la battutaccia, l’ironia, l’insinuazione e non perché
è coinvolto dalla sua inimitabile bravura recitativa.
IL
GIORNALE 19-11-07