DIRETTORE
PROF. STEFANO MASSIMO CANDURA
Il
progresso che viviamo presenta numerosi risvolti negativi.
Come già
affermavano gli antichi "filosofi" greci e magnigreci, (e come da
almeno 150 anni ribadiscono i nuovi "amici della conoscenza", che
noi chiamiamo naturalisti) <<l’Uomo può vivere e prosperare solo
rispettando un sottile e corretto equilibrio con la natura,
interagendo con gli altri viventi e con l’ambiente secondo
determinate regole di rispetto reciproco: questo equilibrio
naturale (così lo aggettivano i naturalisti) è un equilibrio
dinamico che tende ad automantenersi, si muove cioè entro limiti ben
precisi senza superarli, salvo casi di catastrofi naturali o altri
eventi eccezionali che rompano il vecchio equilibrio scardinandolo e
costituendone uno nuovo>> (2).
La
consapevolezza di tutto ciò è cresciuta sensibilmente a partire
dalla seconda metà del Novecento, tanto che oggi è disponibile una
letteratura assai vasta, talora ripetitiva ma beneficamente
divulgativa, che infatti ha prodotto persino specifiche normative
(per altro, non sempre rispettate) e che è impossibile anche solo
elencare. Questa rassegna apparirebbe tuttavia monca se sin da
subito non si citasse almeno una delle più recenti pubblicazioni: il
riferimento è qui a un testo prodotto in forma autobiografica da un
noto uomo di scienza che, appunto ispirandosi al nome dell’antica
dea greca della terra, Gaia, ha concepito tutta una dottrina circa
l’interazione tra ambiente e viventi (Uomo incluso), interazione il
cui studio può addirittura fornire indicazioni per una più
approfondita conoscenza delle origini e dell’evoluzione della vita
sul pianeta Terra: si tratta della autobiografia di James Lovelock,
che nel 1956 mise a punto un rilevatore, a cattura elettronica, di
tracce anche minime di composti organici alogenati come
l’antiparassitario DDT, all’epoca molto impiegato per la lotta
contro l’Anofele che veicola i Plasmodi agenti della malaria; di
questo antichissimo, autentico flagello dell’umanità (oggi tutt’altro
che debellato, peraltro) il DDT consentì l’eradicazione in alcune
zone del pianeta come, in Italia, la Sardegna, la Lomellina e il
Pavese prepadano (negli anni 20 del Novecento anche Belgioioso era
zona malarica). Questa importante vittoria portò a impieghi sempre
più massicci di antiparassitari organici di sintesi in agricoltura,
con gravi turbative degli equilibri naturali e con rilevanti danni
anche economici; da tali danni prese le mosse una sempre più
accentuata consapevolezza della necessità di garantire uno sviluppo
che fosse aggettivabile "sostenibile" (1), anche attraverso precisi
accordi internazionali.
Tra gli
antesignani di questa presa di coscienza, Giovani Liotta (8) cita
Giuseppe Salvatore Candura <<che per primo pose l’accento sulle
gravi conseguenze -anche sul piano economico- delle turbative degli
equilibri naturali indotte dall’uso massiccio e indiscriminato di
prodotti di sintesi in agricoltura (7)>>. Più oltre lo stesso autore
scrive: <<E’ tra i pochi responsabili della difesa fitosanitaria a
suonare in quel periodo (1946-1950) il campanello di allarme, anche
se rimasto inascoltato nella falsa convinzione che non rispondesse
alle esigenze di un’agricoltura moderna e competitiva. A distanza di
mezzo secolo, le preoccupazioni di Candura riacquistano l’originaria
validità e, anzi, sono alla base di un’agricoltura sostenibile ed
ecocompatibile, in cui i parametri da privilegiare sono non tanto la
quantità ma la qualità della produzione, che va ottenuta nel
rispetto dell’ecosistema, dell’interesse dell’agricoltore, della
salute del consumatore. Con il suo grido d’allarme Candura precede
di 12 anni la pubblicazione di Rachel Carson, Silent Spring
(primavera silenziosa), che vastissima eco avrà in tutto il mondo e
che inviterà a riflettere sulle conseguenze negative dell’uso
indiscriminato dei prodotti fitosanitari. Esattamente come aveva
fatto, 12 anni prima, il Candura>>.
A questa
presa di coscienza si ricollegano l’impegno e l’opera del più noto
degli allievi di G.S. Candura, che nel presentare l’ultima edizione
della sua opera principale, firmata anche da Stefano Massimo Candura,
sottolinea <<come l’Uomo abbia fondato il proprio sistema produttivo
sulla lotta alla foresta, cioè sulla distruzione della flora
terrestre esercitata inizialmente per ottenere terreni coltivabili e
per allevare bestiame, successivamente per realizzare spazi per
insediamenti umani e per vie di comunicazione, nonché per produrre
legna destinata a riscaldare ambienti di vita e di lavoro, infine
per insediare industrie per la fabbricazione di prodotti vari e per
altri scopi ancora. Vincendo la foresta l’Uomo ha però provocato
inaridimento o desertizzazione di gran parte delle terre emerse
terrestri>>. Dopo aver elencato tutta una serie di turbative degli
equilibri naturali prodotte dell’Uomo che dimostrano come il danno
alla natura si riveli danno economico per l’Uomo, sottolinea <<come
il sistema produttivo si basi su un atteggiamento predatorio nei
confronti della natura: l’Uomo ha infatti sempre fondato la propria
sopravvivenza, e poi la propria espansione, sulla caccia, sulla
pesca, su la cattura e l’addomesticamento degli animali, sullo
sfruttamento il più possibile intensivo di qualsiasi risorsa a sua
disposizione, inclusi i propri simili; tale atteggiamento da rapace
predone si dimostra dannoso anche sul piano economico, dal momento
che è stato causa del sempre più elevato inquinamento dell’aria,
delle acque, del suolo, dei viventi incluso lo stesso Uomo>>.
E’ evidente
in questa disamina non solo l’atteggiamento del primo Maestro (3)
dell’Autore citato (2), ma anche il magistero di Mario Pavan (13) e
quello del diretto Maestro e predecessore sulla cattedra di medicina
del lavoro di Pavia, Salvatore Maugeri (11). In ogni caso,
precisamente dal precetto di non turbare gli equilibri naturali
nacque l’idea di un sistematico censimento di ogni turbativa della
salute dei lavoratori (cioè di ogni fattore di rischio,
professionale) che suggerì l’aforisma CENSIRE I RISCHI PER POTERLI
CENSURARE (cioè "identificare sistematicamente i fattori di rischio
professionali per poterli efficacemente lottare"), aforisma che
costituisce il filo conduttore dell’opera citata come ricordano tra
gli altri Gastone Marri (10), Italo Florio (7), Nicoletta
Carlo-Stella (4), Franco Pugliese (14).
D’altro
canto il Maestro principe della Medicina del Lavoro, cioè il
fondatore della disciplina, Bernardino Ramazzini (15) teorizzò la
disciplina stessa sulla base delle attività esercitate dai
lavoratori che egli prese in esame (41 mestieri nell’edizione del
1700, 13 in quella del 1713, cui vennero aggiunte 2 professioni
particolari, letterati e monache, rispettivamente trattate nelle
edizioni 1700 e 1713 sotto forma di "dissertazioni" in appendice ai
testi). In altri termini, la nosografia ramazziniana è basata non
sui distretti anatomofunzionali colpiti, bensì sulla professione
esercitata dal lavoratore ammalato: l’approccio cioè non è clinico
ma tecnico o, se si vuole, merceologico-tecnologico, come quello
seguito dall’opera citata (2); questa prende infatti in esame i vari
momenti dei singoli cicli produttivi industriali e ne tenta
l’individuazione dei fattori di rischio per la salute (censimento),
con l’intendimento di lottarli adeguatamente (censura). Da
questo punto di vista l’opera citata (2) rappresenta una sorta di
ritorno alle origini della medicina del lavoro, dopo i numerosi
testi, opera anche di illustri Maestri, che sono stati dati alle
stampe a partire dal "rifondatore" Luigi Devoto (primi del
Novecento) e per tutto il secolo scorso, in Italia e all’estero,
sempre però adottando l’approccio clinico, distrettuale o
anatomofunzionale. In proposito va detto che l’opera citata in 2 è
ancora oggi (2004) l’unica nella quale si adotti il ramazziniano
approccio merceologico-tecnologico.
Per altro il
seguito che l’opera ha ottenuto è esemplificato da un noto passo di
Italo Florio: <<E’ singolare che l’insegnamento non sia stato
accolto in Italia direttamente, ma ci sia stato imposto dalla
Comunità Europea, la quale ha costretto l’Italia a "recepire" una
serie di sue direttive ispirate appunto al censimento dei rischi e
alla conseguente censura>>.
In ogni caso
sembra corretto sottolineare come l’impegno nella lotta contro
quelle particolari turbative degli equilibri naturali che sono i
fattori di rischio professionale nei confronti della salute dei
lavoratori sia stato promosso dai valori appresi dal primo Maestro
(3), del quale in chiusura desideriamo riportare il passo più
saliente del testamento spirituale:
<<Non sembra
lecito passare sotto silenzio il dato seguente: l’attuale
progressivo deterioramento delle condizioni ambientali del pianeta
non è che il frutto dell’atteggiamento da vorace e insaziabile
predone assunto dall’Uomo -o meglio, da taluni uomini- verso la
natura, atteggiamento che ha portato, sin da un lontano passato, a
un saccheggio insano e irragionevole della natura stessa. Questo
sfruttamento intensivo delle ricchezze naturali, che ha condotto
taluni uomini (non pochi…) alla depredazione e allo sfruttamento
degli stessi loro simili, in passato ha portato -tra l’altro- al
disboschimento e all’agricoltura di rapina -cause della
desertizzazione di intere regioni del pianeta- e oggi, attraverso
una dissennata industrializzazione, porta al progressivo
avvelenamento delle acque, del suolo, dell’aria e dei viventi.
E’ preciso
dovere dell’uomo di scienza e del docente liberi da condizionamenti
far rilevare tutto ciò per quanto possibile, poiché l’unica speranza
di poter far cessare questo scempio è che la gran massa degli uomini
acquisti consapevolezza del problema nei suoi termini reali: è con
orgoglio che io vi dico, a esemplificazione di quanto sopra, di aver
dovuto subire una vera persecuzione da parte di gruppi che si
vedevano lesi nei loro interessi, per essermi opposto con tutte le
mie forze all’impiego agricolo del DDT e degli esteri fosforici, sin
dal loro apparire, in considerazione del carattere indiscriminato di
questi antiparassitari, che appunto sono attivi anche contro gli
Insetti non nocivi e utili e quindi sono agenti di gravissimi
turbamenti degli equilibri naturali>>.