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LETTERA CONTRO I FARMACI ANTI DEPRESSIVI
RISPONDE (PERSUASIVO) DOMENICO MAZZULLO

di Cesare Lanza
Mi ha scritto la professoressa Margherita Pellegrino: "Egregio Direttore, ho sentito al telegiornale la notizia del chirurgo Brandimarte di Taranto che dopo aver ucciso barbaramente la moglie e le due figlie (di 11 e 14 anni), si è tolto la vita. Il giornalista alla fine del servizio, puntualmente, come nei tanti altri casi simili, ha concluso dicendo che il medico soffriva di depressione. La domanda che mi sono posta è stata: "Quale antidepressivo stava assumendo questa persona ?". Da quando qualche hanno fa ho letto di 800 famiglie che negli USA hanno fatto causa alla casa produttrice del Prozac (un antidepressivo denominato anche "la pillola della felicità"), perchè aveva indotto i loro parenti a commettere omicidio e/o suicidio. Da quando ho visto alcuni servizi televisivi americani, nei quali mariti, mogli, madri di pazienti e le stesse persone che erano state in cura con il Prozac , Ritalin , Praxil ed altri psicofarmaci, raccontavano come era cambiata la loro personalità, degli incubi , degli impulsi omicidi e/o suicidi, avuti dopo l'assunzione di tali sostanze e di quanto fossero diventate violente, mi domando: "La stessa cosa si sta ripetendo da noi, perchè nessuno fa niente?". Perché non viene aperta un'inchiesta e fatte ricerche per accertare la relazione tra il gesto omicida/suicida commesso dalla persona e lo psicofarmaco assunto? Quanti bambini, mogli o parenti devono ancora morire prima che le autorità preposte alla tutela della salute dei cittadini facciano qualcosa a riguardo? E' da diversi anni ormai che nel nostro Paese assistiamo a stragi come quella di cui sopra, in ognuno di questi casi ci sono due fattori sempre presenti: la persona era sotto cure psichiatriche ed assumeva psicofarmaci. Perchè 20, 15 anni fa queste cose non succedevano, cosa è cambiato? Il tutto diventa inaccettabile quando si leggono i risultati di ricerche, come quella recentemente condotta dal gruppo di Irving Kirsch della Hull University assieme a canadesi e statunitensi, che dopo aver messo a confronto gli effetti di un gruppo di antidepressivi (Prozac e affini, cioè oltre alla fluoxtetina, anche paroxetina, venlafaxtina e nefazodone) con il placebo, hanno evidenziato che sono inefficaci nella cura della depressione, che sono migliori le cure alternative. E come qualche giornale ha titolato riferendosi al Prozac: inutile, come una caramella. Peccato che gli gli effetti collaterali di questi psicofarmaci (allucinazioni, confusione, nausea, pensieri suicidi , ostilità, comportamento violento, per citarne alcuni di quelli scritti sui bugiardini (foglio allegato ad ogni medicina) influenzano pesantemente il paziente. Si resta senza parole quando si leggono i commenti fatti dalle autorità del settore, in merito alla pubblicazione dei risultati degli studi sugli psicofarmaci , tra questi il Presidente della Società mondiale di psichiatria, Mario Maj, sul Corriere della sera del 27/3/08, che dice : "Sicuramente il peso dell'industria si fa sentire nella letteratura sui farmaci antidepressivi ( )". Perché medici e psichiatri prescrivono psicofarmaci nonostante sia espressamente indicato (nei bugiardini), che possono indurre la persona al suicidio? Perché non vengono immediatamente tolti dal mercato? Forse questi avvertimenti servono solo per tutelare le case farmaceutiche da eventuali azioni legali?" RISPONDO: ho affidato la risposta all'amico Domenico Mazzullo, noto psichiatra: "Gentile Professoressa, ho letto con molta attenzione la Sua lettera e Le rispondo come persona, spero, qualificata, in quanto psichiatra. Uno di quegli psichiatri che, come dice Lei “prescrivono psicofarmaci nonostante sia espressamente indicato, nel bugiardino, che possono indurre la persona al suicidio”. E proprio da questa Sua affermazione voglio prendere le mosse, in quanto tutti noi psichiatri saremmo dei pazzi criminali se proprio a pazienti depressi, a rischio di suicidio, prescrivessimo dei farmaci che li inducessero a questo gesto estremo. Nemmeno la peggiore medicina omeopatica prescriverebbe questo. In realtà le cose stanno diversamente, ma purtroppo la disinformazione crea questi equivoci. La depressione è una gran brutta malattia che spinge chi ne soffre a desiderare la morte per essere liberato dalla sofferenza che essa provoca. I pazienti depressi molto gravi, quelli maggiormente a rischio di suicidio, spesso sono talmente inibiti ed immobilizzati dalla stessa depressione che pur desiderandolo, non sono materialmente in grado di mettere in atto i propri propositi suicidari. Quando si inizia una terapia farmacologica atta a guarirli dalla depressione, i primi giorni di terapia sono quelli più pericolosi e questa è cosa che noi psichiatri conosciamo molto bene, in quanto i primi effetti della terapia sono rappresentati da una riduzione della inibizione e del conseguente immobilismo del paziente, che però continua e continuerà ancora per un poco ad essere depresso e quindi con una intenzionalità suicidaria, fino a che anche la depressione non sarà migliorata. In questo lasso di tempo, seppur breve, il pericolo di suicidio è paradossalmente aumentato, in quanto il paziente meno inibito, ma pur tuttavia ancora depresso, è in grado di attuare ciò che prima non era stato in grado di fare. In questo breve intervallo, necessario perché i farmaci riducano la depressione, il rischio di suicidio è aumentato e la sorveglianza deve essere continua, fino a che il miglioramento delle condizioni cliniche non scongiuri definitivamente il pericolo. Tutto questo è quanto viene espresso molto male nel sbugiardino, quando si dice che questi farmaci inducono al suicidio. Va da sé che come psichiatra che prescrive questi farmaci, ma anche come paziente che molte volte ha provato su di sé la depressione, sono fermamente convinto, nonostante studi molto discutibili, della efficacia dei farmaci antidepressivi, che hanno radicalmente cambiato il destino di chi soffre di depressione. Inoltre vorrei precisare che molta stampa, con la faciloneria e la superficialità che ahimé spesso la contraddistingue, qualifica come depressi, ormai con un pericolosissimo luogo comune, tutte le persone che commettono crimini analoghi a quello commesso dal chirurgo Brandimarte di Taranto. Vorrei precisare che il paziente depresso casomai si uccide, ma rarissimamente uccide gli altri. Questa faciloneria di definizione però rende un pessimo servizio alla verità e in ultima analisi, e ciò è ancora più grave a chi soffre di questa terribile malattia. La saluto cordialmente. Domenico Mazzullo."
19-03-2008



