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VIVERE E MORIRE
PER PRESUNTO TALENTO

di Cesare Lanza
Mi ha scritto l'amico Stefano Caprioli, eccellente maestro di musica : "Caro Cesare, da qualche mese la parola "talento" si è impadronita dell'etere e diventa argomento di discussione in trasmissioni tv dove spesso la formula è totalmente basata sulla contrapposizione docente/allievo o giurato/giudicato. Personalmente ritengo da sempre il talento una alchimia di particolare attitudine mescolata alla grande fortuna di qualcuno che la sa riconoscere, ed indirizzare. Il talento non è quindi un termine utilizzabile solo nella sua accezione artistica ma manuale, linguistica, sportiva, e generalmente intuitiva. La più grande sventura è che il tuo talento possa cadere per una disgrazia della vita, in età giovanile, nelle mani di un falso maestro o di un accidioso professore che per quieto vivere lodi le tue inesistenti doti, o possa negare per gelosia le tue innate attitudini. Inviterei quindi gli autori di antisonanti format a scegliere con più attenzione i cosiddetti "professori" e i vari maestri di qualche cosa e giudici della vita e dei sogni di giovani che spesso poi patiscono per tutta la vita esperienze nefaste. E' anche vero che i nostri giovani rampolli devono tornare a studiare e sudare senza confondere la gavetta televisiva, che di fatto è già popolarità, con quella delle nostre gloriose palestre di provincia, e dei conservatori di musica che formano fior fiore di musicisti. Lo dico a te perchè conosco la tua ben nota allergia ai luoghi comuni. Torniamo quindi a cercare anche i giovani talenti dell'idraulica, artigianato, tennis (siamo tutti pieni di campi da tennis per colpa del Panatta di trent'anni fa) e soprattutto il talento di saper ascoltare e fare tesoro dell'esperienza dei saggi. Quelli veri. Un forte abbraccio. stefanocaprioli@tele2.it
Rispondo: a me la parola talento piace molto, mi inebria. Quando lo scorgo nei giovani, faccio il possibile per valorizzarlo al massimo delle mie possibilità, All'età a cui sono giunto, la mia maggior soddisfazione professionale, facendo un bilancio, è quello di aver scoperto, lanciato e sostenuto molti giovanissimi giornalisti al primo impiego. Riconosco però che attribuire talento a vanvera è molto pericoloso. Per sorridere, una confidenza: a cinque anni uno zio mi insegnò a giocare a scacchi e a poker. Tralascio di parlare del poker, di cui spesso mi sono occupato. Appresi il gioco degli scacchi con enorme facilità ed ero considerato (famiglia e amici) un piccolo genio. Bene, col passare degli anni non sono migliorato di un grammo. La frustrazione fu notevole. A vent'anni ero trattato come una schiappa. Smisi di giocare e di misurarmi: capii che non mi piacevano poi tanto, gli scacchi. Mi lusingava essere elogiato per il talento. Ma dovetti ammettere che non ne avevo affatto.
17-03-2008



