BREVE LA VITA FELICE DI UN RISTORANTE ROMANO

di Cesare Lanza "Libero" 
 

Il mio amico Stefano Caprioli, eccellente maestro di musica e, cosa per me non secondaria, gastronomo e anche cuoco sopraffino (se non ci credete, chiedetegli di cucinarvi la sua specialità, il baccalà alla vicentina), mi ha chiesto di aiutarlo a sapere qualcosa della storia di un ristorante che a Roma, prima di chiudere, ebbe nella seconda metà degli anni ottanta, un particolare, atipico successo. Gli "amarcord" un po' misteriosi mi affascinano e mi attirano quasi irresistibilmente: anni fa, scrivendo di una cartolina d'amore - anni '40 - scritta da una ragazza al suo innamorato impegnato in guerra, una cartolina che avevo trovato in un mercatino dell'usato, grazie ai lettori rintracciai i protagonisti e ricostruii la storia di una passione, purtroppo infelice. In questa occasione lo spunto non è sentimentale e romantico, ma comunque interessante. Il ristorante aveva un nome curioso, lunghissimo, quasi un titolo degno di un film di Lina Wertmuller: "Tentativo di descrizione di un banchetto a Roma". Si trovava a Trastevere, in vicolo della Luce, dietro piazza San Cosimato. C'erano pochissimi tavoli, il menu proponeva alternativamente solo carne o solo pesce: ogni ingrediente, ogni cibo era scelto con raffinatezza e attenzione meticolosa. Caprioli, che all'epoca era sbarcato a Roma dalla sua Venezia, si lecca ancor oggi i baffi che non ha al ricordo di alcuni piatti particolari e originali: come il purè di fave e il merluzzo con le lenticchie, un'idea quest'ultima in apparenza assurda - che Stefano non avrebbe mai accettato in alcun altri luogo. C'è qualcuno che abbia ricordi della breve vita gloriosa di quel ristorante, di quali fossero i piatti sublimi, i gestori, i frequentatori? E dei motivi della precoce chiusura? Caprioli ricorda in modo frammentario che una sera assistè con divertimento a una discussione, a un tavolo vicino, su che cosa fosse "il pilotto" - parola che in lingua italiana significa tutt'altra cosa, nella fattispecie una espressione romanesca che poco conosco: più o meno, il significato dovrebbe essere quello del tormentone a fuoco lento: originariamente, mi hanno detto e cerco conferme, doveva trattarsi dell'olio che cadeva goccia a goccia sul pollo o la carne al girarrosto, in modo che potesse cuocere tanto lentamente quanto inesorabilmente. Poi, sembra che oggi dire "Mi hai dato il pilotto" voglia dire grosso modo: "Mi hai estenuato, non ne posso più!" Con la speranza dunque non solo di non avervi dato il pilotto con questa ricerca poco proustiana e un po' godereccia, ma , anzi, di trovare qualche vecchio buongustaio in grado di regalarmi qualche informazione, vi do appuntamento alla prossima puntata. Se ce ne sarà la possibilità.



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31-8-07