Cesare Lanza, lei si è
ribellato all’etichetta di giornalista trash o di
esperto di gioco d’azzardo. Ha girato un film e
creato una rivista letteraria. Perché?
«E’ la mia ribellione psicologica come autore
televisivo di programmi nazional-popolari. Ho
lavorato a sette edizioni di “Domenica in” e ora
sono a “Buona Domenica”. Come giornalista non sono
ribelle, ho diretto da giovane il Secolo XIX, Il
Corriere d’Informazione, Il Lavoro, La Notte».
Che cosa le ha dato fastidio?
«Trovo ingiusto etichettare qualcuno. La
televisione in realtà non è trash, è uno specchio
solo lievemente deformante e comunque ha un volto
mansueto e timido. Il trash è nell’immondizia di
Napoli».
E allora che cosa ha fatto?
«Pensavo da tempo di creare una rivista
estranea ai partiti. Un luogo di incontro tra
persone di mente libera che dicono la loro fuori da
appartenenza. Tra i collaboratori ci sono Corrado
Calabrò, Tullio Gregory e Zencovich».
E il film che ha appena girato?
«”La perfezionista” è una storia d’amore
disperata nella cornice della società volgare e
violenta di oggi. Volevo realizzare una cosa senza
cedere a compromessi, senza vallette, imposizioni.
Ho cercato di fare tutto da me. Ho scritto la
storia, la sceneggiatura con un amico, Giuliano
Caputi, ho curato la regia e con Lucio Presta ho
fatto un investimento produttivo, utilizzando attori
debuttanti quasi tutti presi dal teatro».
Quando uscirà il film?
«Andrà in televisione. Nelle sale ho
incontrato forti difficoltà per un motivo che mi
turba molto. Il film è estremamente difficile,
propone due situazioni aspre: la prima relativa alle
coppie di fatto, la seconda riguarda l’eutanasia,
girata con un estremo verismo e soprattutto riguarda
la scelta di due giovani».
Sospetta una censura?
«A questo punto temo di sì».
Anche nel mondo del cinema esiste «la
casta»?
«Io sono appena arrivato, per quel che mi riguarda
non mi aspettavo una chiusura così rigida».
Vuol continuare a fare il regista?
«Se il film riuscirà ad ottenere un po’ di spazio
credo che sia la chiave per la mia vecchiaia, dopo
aver fatto giornalismo e televisione».
Del giornalismo della tv non c’è nulla da
salvare?
«Tantissimo, a partire dalle star con cui lavoro:
Bonolis, Paola Perego. Stimo molto anche Benigni e
Fiorello».
E il giornalismo?
«Ci tornerei volentieri se qualcuno mi
offrisse una direzione, lasciandomi libero di dire
ciò che pensa la gente fino in fondo delle varie
caste».
E il gioco d’azzardo?.
«Sono un giocatore, un campione a "Chemin de Fer" e
questo è indiscutibile. Ma non è trash e non mi
nascondo».
Perché dice di essere un campione?
«Perché ho vinto campionati nazionali a Saint
Vincent».
Gioca ancora?
«Di rado, perché per fortuna lavoro molto e
consiglio a tutti di lavorare e studiare, perché il
gioco è gioco».
Ma è un vizio?
«No, assolutamente, è educativo. Insegna a saper
vincere e a saper perdere».
La sua vita è stata molto avventurosa?
«Sì, perché sono molto curioso e ho sempre la
valigia pronta. Ho avuto sconfitte e successi».
Considera sempre Genova la sua città?
«Sono calabrese e considero Cosenza la mamma, Genova
è una sorella perché lì ho studiato e ho diretto
giornali, Roma è l’amante che non ti stanca mai. Ti
offre la possibilità di essere ironico perché non
prende sul serio niente e nessuno. A cominciare da
se stessi. Proprio come piace a me».
E l’Italia di oggi?
«Meschina, sterile e senza speranza. Solo uno
tsunami o una guerra potrebbe rimetterci con i piedi
per terra e voltare pagina. Invece lasceremo
un’eredità sempre peggiore ai nostri figli».
La pensa davvero così?
«Sì, io sono pessimista e penso che andrà sempre
peggio. Non vedo una svolta; però nemmeno mi posso
augurare un qualunque cataclisma, un degrado senza
fine. Penso che diventeremo la cenerentola d’Europa,
dove verranno a scorrazzare i paesi ricchi e civili
e soprattutto ben governati».
Lei però tutto sommato in Italia ci sta
bene?
«Noi ci arrangiamo secondo la nostra tradizione».
Anche per far distribuire i suoi film?
«Sì, e non credo che sia solo il mio caso. Ci sono
molti giovani che fanno bellissimi film e non
riescono a farli distribuire».
La sua non è un po’ un’utopia?
«Sì, io sono un sognatore ed è l’unica
difesa che ho, perché come scrive Camus "Il vero
problema nella vita di un uomo è il suicidio"».
E le donne? Nella sua vita però ci sono
sempre?.
«Sì, perché sono una ragione di sogno e per
fortuna qualche volta anche di vita».
La Stampa, 24-02-08