Vienna – Vive in una stupenda casa, un ex
convento nel centro di Vienna. E’ Sibilla Melega, ultima moglie di
Giangiacomo Feltrinelli, l’editore rivoluzionario morto dilaniato da una
bomba mentre tentava di far saltare un traliccio, trent’anni fa.
Mai un’intervista, in
tanti anni. Solo silenzio, e indignazione, per i “maltrattamenti e le
aggressioni”, dice, da parte della stampa italiana. Camilla Cederna,
dice, scrisse addirittura che lei andava a passeggio in Costa Smeralda
con un’aragosta al guinzaglio.
Trent’anni fa era una
sorta di Brigitte Bardot dell’ultrasinistra, una magnifica ragazza
confusamente immischiata nella vita romantica, particolare e
contraddittoria, di Feltrinelli, segnata da una ricchezza illimitata,
dall’attività illuminata di una casa editrice prestigiosa, da iniziative
rivoluzionarie e culturali, da ambizioni virtuose e progetti visionari.
Oggi, Sibilla è una
donna bella e fascinosa, con il memorabile seno ancora portentoso, e uno
sguardo che cambia luce di continuo, a volte malinconico, a volte
allegro, allusivo.
Perché è rimasta in
silenzio per tanto tempo?
“Ero offesa, ferita.
Descritta come un diavolo del malaugurio, che aveva spinto Giangiacomo
alla rivoluzione… e invece avevo fatto il possibile per fermarlo!”
-
Cominciamo dal principio.
“Sono tedesca, nata per caso a Merano.
Padre italiano, madre tedesca.
Merano: città bilingue, difficoltà di
ambientamento. Gli italiani chiamavano “crucchi” i tedeschi e i tedeschi
chiamavano “walsch” (dispregiativamente, “zingari,sbandati…”) gli
italiani. Poi andai a Milano e lì incontrai Giangiacomo.”
- Come?
“In una discoteca, a
Santa Tecla. Io uscivo con Riccardo Mondadori. Lui travolgente, ci
invitò a una spaghettata notturna a casa sua.”
- Un colpo di fulmine?
“Ero predisposta. Il
mio papà non voleva libri in casa, diceva che erano inutili. Così li
prendevo in prestito, a caso: un bel libro era edito da Feltrinelli,
c’era la sua foto. Mamma mia, pensai, vorrei incontrare un giorno un
personaggio tanto interessante…”
-
E allora?
“Glielo dissi e lui si mise a ridere.
Successe tutto velocemente, fece il vuoto
intorno a me. Riccardo Mondadori,
poverino, neanche capì ciò che succedeva. Mi sentii travolta dalla sua
energia, un uragano.”
- Com’era, il
Feltrinelli di quei primi incontri?
“Simpatico,
estroverso. Parlava, rideva, raccontava, si confidava… Pieno di slanci,
di idee. Un ragazzo di una grandissima famiglia, incurante dei miasmi
borghesi. Nella mia immaginazione, “l’uomo nuovo”, un Che Guevara.”
-
Importante, la differenza di età?
“Sì. Aveva 21 anni più di me. E per me era
anche il padre che avevo sognato,
un uomo che mi insegnasse, guidasse, con
la suggestione delle sue esperienze.”
-
E così fu?
“Mi ha lasciato un’impronta indelebile.
Ancora oggi, se succede qualcosa
d’importante, mi chiedo cosa direbbe e
farebbe Giangiacomo, se fosse in vita.”
-E com’era per lei?
“ Mi lasciava spazio,
mi lasciava fare da sola, per vedere come me la cavavo. Ricordo un
episodio. Eravamo in barca a vela nei mari del nord, sbattemmo contro una
roccia, si aprì una piccola falla. Tuffati, mi disse, e va’ a vedere cosa
succede… C’erano giornalisti con noi, avvertivo il suo piacere
nell’esibirmi, come a dire: guardate questa com’è tosta.”
-
E poi.?
“ Gli piaceva che fossi l’umile figlia di
un operaio socialista. E io ero
sedotta dal suo carisma. Mi trattava con
ineguagliabile tenerezza. Mi chiamava “Sipsi”…”
-
E lei?
“Giangiacomo, per intero. Tutti lo
chiamavano Giangi, in famiglia, e a me
sembrava sciocco, frivolo. Gli dava
fastidio. Quando era lontano, mi scriveva di continuo lettere,
cartoline…Al mattino lasciava scritto sugli specchi, con penne colorate,
cosa fare e cosa leggere. Alla sera, il test. Io facevo finta di aver
letto tutto, in realtà leggevo solo l’inizio del libro… E Giangiacomo mi
sgridava, poi finiva tutto in grandi risate.”
- Dove abitavate?
“In via del Carmine 7,
a casa mia. Lui lasciò casa sua, in via Andegari, in circostanze quanto
meno agitate… Me lo trovai davanti, d’improvviso, con due valige…”
- Inatteso?
“ Sì. Era senza occhiali, li aveva rotti
nell’agitazione, uscendo da Andegari.
Non voglio approfondire. Non vedeva
niente, senza occhiali: era molto miope, portava lenti grosse così. Ma
era affascinante, Giangiacomo: come sua madre, una donna bellissima…”
- E la convivenza?
“Aveva chiesto se ci fosse un appartamento
libero a fianco al mio, entrò, e per
allargare la casa, con un piccone abbattè
il muro che ci divideva. Una presa di possesso da guerriero. Ma non aveva
alcuna vocazione per i lavori manuali. Un chiodo al muro per un quadro?
Un disastro. Ma guai a dirgli che non era capace.”
-
Chi erano i vostri amici più vicini?
“L’architetto milanese Giovanni Corradini
e Eliane Vincileone, originaria della
Corsica, mia amica del cuore. Ora è
scomparsa. Le devo molto. Preziosa per il mio ambientamento a Milano:
aveva una boutique in via Madonnina. Un breve periodo di vita tranquilla.
I problemi cominciarono nel famoso viaggio in Bolivia, nel ’67, quando
fummo arrestati.”
- Come andò?
“Un’immensa paura.
Eravamo in albergo, la polizia venne a prendere Giangiacomo. Non si
accorsero di me perchè mi ero nascosta nel bagno. Eravamo lì per il
processo a Regis Debray. Nascosi in fretta carte e documenti che
avrebbero messo nei guai i dissidenti boliviani. Poi mi precipitai
all’ambasciata per dare l’allarme, solo il chiasso avrebbe potuto
salvarci: Era una grossa notizia: Feltrinelli arrestato, sparito in
chissà quale carcere. Giangiacomo aveva trasferito molti soldi in una
banca a La Paz, per aiutare il movimento boliviano, ma tutto andò perso.
Infine tornai in albergo e fui arrestata anch’io: subito interrogata da
un tizio, certo un agente della Cia, uno che voleva che parlassi in
spagnolo e non in inglese, sperando che facessi errori e mi
contraddicessi. Poi mi misero in carcere, in compagnia di un indio che
doveva spiarmi. Un freddo terribile. In cella mi accorsi di avere con me
altri indirizzi scritti su carta velina, un vecchio trucco per poterla
ingoiare, in caso di necessità. Intanto si sentivano dalle altre celle
urla terribili, stavano seviziando qualcuno! Passammo tre giorni
terribili,finalmente arrivò un messaggio dall’ambasciatore: domani sarete
espulsi. E quando rividi Giangiacomo, lui mi abbracciò e mi disse: mi hai
salvato la vita, vuoi sposarmi?…”
-
E lei?
“Ero felice, ma sconvolta. Gli dissi: no,
voglio tornare a casa mia, in Sud Tirolo.”
-
E invece?
“Mi diede appuntamento a Malaga, dove
aveva una barca, l’Eschimosa. E fu
lì che la relazione, fino a quel giorno
nascosta, esplose sui giornali.”
-
E quando, il matrimonio?
“A Lugano il 21 marzo
del ’69.”
-
E dove vivevate?
“A Milano sempre in via del Carmine e poi
in Austria, in una casa nella foresta,
che mi aveva regalato. Da sempre volevo
una casa rustica, un po’ contadina. A Oberhof, e divenne il nostro
rifugio. Ci vivemmo a lungo, Giangiacomo era tormentato dall’idea che in
Italia era imminente un colpo di stato.”
- Le idee
rivoluzionarie, gli atteggiamenti di Feltrinelli erano stabili, coerenti?
Che ne pensava, lei? Non c’erano utopie, romanticismi, letterarietà,
dietro certi comportamenti?
“Giangiacomo credeva in
quello che faceva, era coerente. Da sempre pensava che la società
dovesse cambiare, aveva dedicato la sua vita ad aiutare la classe
operaia. Non c’era esibizionismo. E oggi, se fosse vivo, sarebbe un
importante e autorevole politico, un riferimento importante per la
sinistra allo sbando.”
- Ma lui aveva scelto
altro…
“ Giangiacomo era
ribelle, chiuso nella solitudine. Era straordinariamente ricco, non aveva
mai conosciuto la miseria: staccato dalla realtà. Temeva di finire in
carcere e si batteva in clandestinità, fuori dalle regole. Ero e sono
convinta che avesse i mezzi e le capacità per fare politica all’interno
del sistema: spesso ho tentato di convincerlo a scegliere in questo
senso… Ma non c’era fu nulla da fare.”
- E, così, una vita in
clandestinità.
“Solo due anni normali,
poi tutto è cambiato. Lui era ricercato, spariva per lunghi periodi.
Avevo paura.: da sola, per mesi, in quella casa nella foresta. Poi,
tornava all’improvviso.”
-
Chi vi era vicino?
“Prezioso Giuseppe Zigaina, un pittore, il
miglior amico di Giangiacomo.
Simpatico e colto, con tanti amici a
sinistra, ad esempio Pasolini, ma non politicizzato. Ci vedevamo a
Tarvisio per progettare come fermarlo. Tutto inutile. In questo do
ragione a Inge, che scrisse che era perduto… E’ vero: anche volendo, non
poteva tornare indietro.”
-
Ecco, Inge: la donna che la precedette nel cuore di
Feltrinelli.
Com’erano, come sono i vostri rapporti?
“Non voglio parlarne,
nè suscitare polemiche. Ho un rapporto stupendo con suo figlio, Carlo,
quasi un fratello minore per me. Ci frequentavamo quando stavo con
Giangiacomo e, sì, avevamo fraternizzato. Su Inge posso raccontare però
un episodio divertente.”
- Dica.
“La scorsa estate Carlo era in vacanza in
un’altra casa del padre, vicina a
Oberhof. Con un’amica andai a spiare da
lontano: se c’era solo Carlo, avevo piacere di salutarlo. Se c’era Inge,
non mi sembrava opportuno farmi vedere, per evitare imbarazzi.”
-
E come andò?
“La mia amica diede via libera: c’è una
donna su una sdraio nel prato, ma
non sembrava Inge. Così mi avviai
tranquilla nel prato e arrivai di colpo di fronte a Inge, perché era lei,
stava sonnecchiando. Lei aprì gli occhi e cacciò un urlo terribile.
Allora mi chinai per salutarla e forse lei pensò che volessi baciarla e
cacciò un altro urlo terribile. Mormorai che ero venuta per salutare
Carlo, lei ancora spaventata mi disse che Carlo era partito e io scappai
via in fretta.”
-
E poi?
“E’ stata gentile. Ha chiesto il mio
indirizzo a Carlo e mi ha scritto un biglietto
per scusarsi, per non avermi invitato ad
entrare in casa a bere un bicchiere.. Era rimasta sconcertata dalla
visita inattesa.”
-
Torniamo a Giangiacomo: davvero ricercato dai servizi
segreti di
tutto il mondo?
“Lui era convinto di
sì, io ho molti dubbi. Certo la vita per lui non fu facile, dal ’69, da
piazza Fontana in poi.”
-
Quel giorno dove vi trovavate?
“Eravamo a Oberhof. Sentimmo la radio, mi
disse subito che doveva tornare
in Italia. Invano gli consigliai di fare
una conferenza stampa, dare un segno politico pubblico. Si diede alla
macchia. Quante discussioni interminabili! Anche con un altro suo grande
amico, l’avvocato Sandro Canestrini. Dicevo sempre: mai underground! Il
risultato fu che non mi diceva più dove si nascondeva, mi diceva sempre
meno.”
- Era, notoriamente,
influenzato da Che Guevara e da Fidel Castro.
“Adorava Cuba. Abbiamo
incontrato varie volte Fidel Castro.”
-
E lei, come ricorda Castro?
“Sempre attorniato dai suoi compagni
rivoluzionari, personaggi fantastici,
molto umani. Lui invece aveva uno sguardo
duro, cosciente del suo ruolo, molto affascinante.”
-
Con la fama di corteggiatore instancabile.
“Con me, forse, ci ha provato quando morì
Ho Chi Min: ero andata
nell’ambasciata vietnamita a firmare il
libro delle condoglianze. Arrivò lui e anziché buttarsi sul libro, si
buttò su di me!”
-
E Feltrinelli era geloso?
“No. A Natale addirittura mi diceva di
invitare amici della mia età, per divertirmi
con coetanei: una volta, ad esempio,
invitammo un caro ragazzo, Sigfrido, nipote di Ezra Pound.”
-
E lei era gelosa?
“ Non ce n’era motivo.”
-
Com’era, in amore, Feltrinelli? Dolce o schivo?
“Tenerissimo. Voleva e dava tante
coccole.”
- E c’erano qualcosa che la lasciava
sconcertata?
“Prendeva decisioni
improvvise, bizzarre. Come quando acquistò due navi per liberare la
Sardegna, in caso di necessità. Poteva permettersi tutto. Io non sapevo,
non avevo neanche capito quanto fosse ricco e importante. Fino al giorno
della morte. Dopo la sua morte ricordo che dissi a una mia amica: dovrò
cercarmi un lavoro. Ero molto ingenua.”
-
Ci sono stati problemi con Inge, relativi ad interessi?
“Assolutamente no. Gli interessi
riguardano Carlo e me, e tra me e Carlo c’è
un rapporto perfetto, un vero reciproco
affetto.”
- Arriviamo al giorno della morte.
“Spesso mi viene in mente questo: al
momento dell’esplosione, Giangiacomo
certo avrà avuto un flash per capire e
dirsi, questa volta pago, debbo pagare. Fino a quel momento non aveva mai
sbattuto la testa. Tutto gli era consentito.”
-
Quando lo vide per l’ultima volta?
“A Oberhof. Aveva una terribile influenza
addosso, e la tosse. Era ostinato,
voleva andar via. Quante volte ho pensato:
avrei dovuto seguire l’istinto, prendere un fucile da caccia a pallini,
sparargli alle gambe… oggi sarebbe zoppo, ma vivo. Lo avrei salvato. E
invece lo accompagnai alla stazione di Klagenfurt. Mi regalò dei fiori,
tre narcisi. Quando lo vidi sparire, affacciato al finestrino, ebbi un
presentimento: non lo vedo più.”
- C’è un “giallo” nella sua morte?
“Forse una provocazione fascista del tipo:
tu parli tanto, ma sei solo un teorico,
incapace di un’impresa. Per Feltrinelli
questo era un punto debole. Ho già detto che nelle cose manuali era un
disastro. Se doveva riparare un rubinetto in cucina, veniva giù una
specie di alluvione.”
- Come apprese la
notizia della morte?
“Ero ospite, a Milano,
di Gretel Marinutti, una cara amica. Mi ha accolto per mesi,
coccolandomi. Quella mattina arriva il giornale in casa, vedo la foto di
uno sconosciuto sotto il traliccio e ho un lampo: è lui! Corro a
svegliare Gretel e le grido che Giangiacomo è morto. Poi telefono alla
sua segretaria, la mitica Tina, più di una moglie per lui, e lei mi dice,
sì signora, mi fa capire che anche lei lo ha riconosciuto. Alle cinque il
giornale radio dà la conferma. Era stato riconosciuto grazie a due
minuscole foto, una mia e l’altra di Carlo, che io avevo unito insieme.
Decido di lasciare la casa di Gretl per evitarle noie e fastidi e mi
ricovero alla clinica Madonnina, mi imbottiscono di tranquillanti. Alle
tre di notte piomba nella mia camera il giudice Guido Viola, con un
codazzo di persone al seguito, per chiedermi di seguirlo, per il
riconoscimento del cadavere.”
-
Come andò?
“Può immaginare il mio stato d’animo…
Subito gli guardai le mani, perché lui
si rosicchiava le unghie. E non ebbi più
dubbi. In faccia era intatto, nessun segno. Ma aveva perso una gamba, per
l’esplosione. Ero molto scossa: ricordo l’atteggiamento dei funzionari,
intorno, che spiavano, con compiaciuta morbosità, come cacciatori di
fronte a una preda.”
- Un bilancio della sua
vita con Feltrinelli?
“Ho vissuto nell’ansia anni orrendi, che
mi hanno marchiato per
sempre. Ma Giangiacomo era un uomo
stupendo. Indimenticabile e insostituibile.”
-
Volevate un figlio?
“Desiderava una femmina, da chiamare
Fausta. Quando Carlo
ha messo al mondo i suoi figli, gli ho
ricordato il desiderio del padre. Ma sono nati due maschi.”
-
Chi sono i suoi amici oggi in Italia?
“I Donà delle Rose, molto cari: li vedo a
Venezia e in Sardegna, a
Roma. Ma vengo di rado in Italia. Sempre,
per gli anniversari della morte di lui. E vado solo in posti che conosco
già.”
-
Scelga alcuni aggettivi per descrivere se stessa.
“Penso di essere umana, di gran cuore.
Onesta e molto timida.
Passionale.”
-
In sintesi, il suo amore con Feltrinelli.
“Lui continua a vivere con me. Ma qualcosa
di me, molto e forse troppo, è
morto con lui.”

Carlo? un uomo fantastico, come amante però…
Nei pochi spazi
consentiti in un’intervista concessa da una donna che per la prima volta,
dopo trent’anni di silenzio. ha deciso di raccontare qualcosa di sé, ho
rivolto a Sibilla Melega anche alcune domande sulla sua vita
sentimentale.
L’ex
compagna di Feltrinelli ha avuto un figlio, Morgan Fitzgerald, oggi
pilota di jet, dal pittore Jean Paul Chambas. Molto riservata, si è
lasciata sfuggire un cenno a una liaison con Umberto Marzotto e a due
lunghe relazioni con due ballerini classici (adora il balletto classico,
ne conosce ogni passo).
Ha
appreso con stupore che la sua fuga d’amore con Carlo Ripa di Meana fosse
stata resa nota dal partner (Sette, n……). E, con buon senso
dell’umorismo, racconta la sua versione.
“Ciò
che ha detto Carlo è sostanzialmente vero. Eravamo in Sardegna ospiti
della famiglia Rusca, lui era con Marina. E fu una storia segreta. Per
comunicare, lasciavamo bigliettini nei libri della biblioteca, ci
incontravamo furtivamente mentre tutti gli altri erano in spiaggia.”
-E
subito decideste di fuggire di nascosto?
“Sì. Ci rifugiammo nella casa di Oberhof. Lui scrisse una lettera di
addio a Marina. Voleva far perdere le sue tracce, perciò arrivammo fino a
Lubiana, per spedirla.”
-
Quanto durò?
“Più o meno un anno.
Sempre tutto in segreto. O quasi.”
-
E come finì?
“
Problemi insopportabili. Come uomo, Carlo è fantastico. Ma come amante,
che delusione.”
-
Perché, se si può sapere?
“ Insomma… Io sono
semplice, naturale, trasparente. Lui ha bisogno di
sollecitazioni di
fantasticherie, immaginazioni, complicazioni. E poi…”
-
E poi?
“Poi è un mammone. Ogni
giorno interminabili telefonate alla mamma, per ogni
minima decisione. E ad
ogni viaggio in Italia tappa obbligata dalla mamma, al Grand Hotel di
Rimini. E poi…”
-
E poi?
“E poi era un gran
disordinato. Dovetti prendere due persone di servizio in più,
per stare dietro ai suoi
capricci….”
-
E poi?
“E poi stava sveglio di
notte, perché leggeva sempre (era diventato buon
amico di Giangiacomo, gli
leggeva i giornali…) e scriveva, e così di giorno dormiva sempre.”
-
Insomma, un disastro.
“Sì. Però ne conservo un
caro e bel ricordo.”
07-03-02