Sandra Monteleoni, 47 anni, americana
d’origine trapiantata a Roma nell’età dell’adolescenza, era presto
diventata famosa, e chiacchieratissima, negli anni settanta e ottanta:
soprattutto all’interno di un mondo di elite, che l’aveva conosciuta, o
aveva sentito parlare di lei, come di una ragazza splendida, incantevole,
un po’ misteriosa, in possesso di sorprendenti capacità seduttive.
Oggi, da tempo, è una
giornalista e regista affermata, orgogliosamente indipendente, con un
matrimonio annullato e alcuni importanti amori alle spalle, e un figlio,
Matteo, di 24 anni. E un inatteso segreto, che ha deciso di rivelare in un
bel libro pubblicato da Passigli Editori, “Cibo e Amore”. Una dolorosa e
asciutta, lucida, coraggiosa e limpida (almeno a me così è apparsa)
confessione. Tanto per dare l’idea, ecco le prime righe della sua
introduzione: “A sedici anni ho scoperto il vomito. Mi sembrava un’idea
geniale. Avevo escogitato una tecnica, di cui andavo fiera, per espellere
dal mio corpo solo gli zuccheri. Se alla fine di un pasto c’era il dolce o
il gelato, ne prendevo almeno tre porzioni, tanto poi bastava bere un
bicchiere d’acqua e vomitavo solamente l’ultima cosa mangiata…”
Presumo che il libro di
Sandra, scritto come un diario, possa diventare una sorta di manifesto
delle ansie e dei problemi psicologici di milioni di donne di oggi (lo
spiega con intelligenza Barbara Palombelli, nella prefazione) obbligate a
piegarsi al mito della magrezza e a costringersi a diete feroci, e a
interventi chirurgici, se il peso non rispetta un preciso, inesorabile
confine: mai superare la taglia 42.
- Si può dire che, come in
tanti altri casi, dietro il tuo disperato rapporto con il cibo ci sia
stata una profonda, nascosta, infelicità?
“E’ così. Infelicità
inconsapevole: inquietudini che emergevano continuamente e di cui non mi
rendevo conto.”
- E ora, a un’età in cui si
possono fare bilanci, hai capito cosa ci fosse alla base di questa
infelicità?
“Certamente la mancanza di
radici. A 13 anni, per un trasferimento familiare, lasciai di colpo New
York e venni a Roma. Zac, radici recise. Ma l’illusione, grave, fu che per
molti anni pensai che dovessi cercare la ricostruzione di queste radici
recise negli altri…Anziché in me stessa, nella solitudine.”
- Negli altri, chi?
“Da tutti e da nessuno. Mi
aspettavo inconsciamente dagli altri quello che dovevo cercare da sola.
Per di più, mi sposai giovanissima e riversai i miei problemi sul mio ex
marito…”
-
Chi era?
“Luca. Luca di Montezemolo.”
- Come eri arrivata al
matrimonio? Cosa vedi, se ripensi a quegli anni?
“Ero certamente una persona
piena di paure e di complessi.”
- Perchè?
“Forse per una mancanza di
stima di me. Anche questa, inconsapevole. Poi, dopo i quarant’anni, tutto
è migliorato.”
- Spiegami bene.
“Non è semplice, a vent’anni
o anche a trenta, avere coscienza di sé. Per quel che mi riguarda, tutto
poteva sembrare facile, tutto semplice… E, più che riflettere su me
stessa, ero distratta da cose esterne.”
-
Mentre invece, dopo i quaranta…?
“Ho fatto una grande scrematura di tutti i
rapporti umani. Con la necessità e la
voglia di ripartire da zero. Quasi di
cambiare pelle. La voglia di avere meno cose, ma di maggior qualità.”
- E, prima e dopo questa
rivoluzione, stretta nel segreto del tuo rapporto nevrotico con il cibo…
“Sì, è così.”
- Il tuo libro, un diario
alimentare e sentimentale, è una rivelazione: un piccolo choc per chi ti
immaginava lieve e anche un po’ crudele.
“Lieve?”
-
Sì. Come dire, Sandra? Eri come le bollicine di champagne. Con
botti
insensibili sia verso chi ti ammirava e
godeva di te, sia verso chi si beccava il tappo in faccia.
“Io penso di essere una
persona assai diversa da come molti mi immaginano. E poi, a mia discolpa,
il contesto: gli anni ottanta.”
- Concesso. E ora, vent’anni
dopo, come definiresti in sintesi la profondità del tuo cambiamento?
“Oggi apro gli occhi e
apprezzo ciò che allora neanche vedevo. Ti ripeto: allora cercavo altrove,
negli altri, ciò che dovevo trovare dentro di me.”
-
Si può dire che anche le tue celebri storie d’amore erano segnate
da questo
problema, delegare agli altri la soluzione
della tua infelicità?
“Sì.”
-
Spiegami meglio.
“Insomma, era come se aspettassi che si
accendesse un faro, un faro che mi
illuminasse. Mi sentivo come in un
palcoscenico. Delegavo agli altri l’accensione del faro.”
- Parlami di Montezemolo.
“Luca è l’uomo a cui ho
voluto più bene, la persona più importante. Abbiamo
molte affinità e abbiamo anche vissuto
momenti meravigliosi. E mi ha dato uno splendido figlio, Matteo. Luca è un
papà straordinario.”
-
Ed è importante per te, anche oggi?
“Sì. Il matrimonio è stato breve, ma ci
eravamo conosciuti quando avevo 14
anni… E’ stato il mio primo ragazzo, appena
arrivata a Roma da New York. Io montavo a cavallo, lui girava con una 500
arancione, era appassionato d’auto e presto cominciò a fare le prime corse
di rally…”
- Torniamo, lo dico senza
ironia, alla metafora dell’illuminazione. Luca, pur nel quadro di un certo
amore, non riuscì ad illuminarti. Questo meccanismo si è ripetuto, con gli
altri uomini della tua vita?
“Sì. Sempre mi aspettavo che
qualcuno accedesse al ruolo di risolutore dei miei problemi. Delegavo.
Aspettavo il faro, la luce. Fino a quando ho capito che dovevo accendermi
da sola.”
-
E quando e come lo hai capito?
“Se qualcuno, come capita, diceva: “Ah,
come sono felice!”, mi accorgevo che
non potevo certamente dire altrettanto di
me.”
-
Tormentata, dunque, e complicata. Il tuo libro è un saliscendi che
mette i
brividi, un’altalena di stati d’animo,
afflizioni, speranze, delusioni.
“La scoperta più importante c’è stata
quando ho capito che avere un uomo è la
soluzione più facile. E spesso ingannevole.
E sono diventata spietata, dura con me stessa.”
-
So che non ti piace, ma desidero chiederti un bilancio delle altre
tue storie
d’amore.
“Dopo Luca, gli uomini
importanti sono stati solo due.”
- Gianni De Michelis…
“L’ho conosciuto in un
momento in cui ero fragile, era appena morto mio padre…. Lui era appena
arrivato a Roma, non era entrato nel giro dei locali notturni. E’ stato
molto buono, molto paziente con me.”
- Carlo De Benedetti.
“Non vorrei parlare di lui.
Ci siamo voluti molto bene. E’ una storia passata.”
-
Ritorniamo allora alla tua bulimia…
“Scusami. Preferirei che tu parlassi di
disturbo alimentare. Né bulimia né
anoressia: un po’ l’una e un po’ l’altra.
La mia vita, col cibo, è passata di continuo da quasi nulla agli estremi
di eccesso e viceversa…”
- Ciò che colpisce di più è
la tua golosità di dolci e quella curiosa, segreta capacità di eliminarli…
“Mangiavo dolci per goderne
e li espellevo per ridurre i problemi. Avevo 16 anni ed eravamo nel pieno
del bombardamento, nei mass media, sugli obblighi di moda. Bisognava
assomigliare alle modelle magrissime…E quante sofferenze! Anche oggi, mi
chiedo quante ragazze siano a rischio. E le più fragili sono pronte a
tutto, come se la vita per obbligo dovesse essere vissuta con un modello
unico…”
-
La mitica taglia 42.
“Appunto.”
-
Il tuo libro, scandito (direi con una evidente intenzione
auto-ironica) da ricette
e menu diversi, espone a ogni pagina
l’ossessione dei chili che aumentano e calano… Adesso quanto pesi?
“Adesso sto bene. 53 chili.”
-
Vorrei che tu definissi, con pochi aggettivi, la Sandra degli anni
ottanta.
“Era giovane, spavalda, tormentata e senza
radici.”
-
E oggi?
“E’ una donna matura, consapevole della
vita, del valore dell’allegria, una donna
aperta e non più diffidente verso ciò che è
altro.”
- Ma, da giovane, sapevi e
capivi di essere considerata una donna di straordinaria femminilità,
capace di incantare e sedurre chiunque?
“No. Non ne ero consapevole
affatto. Anzi mi stupivo dell’attenzione degli altri, a volte.”
- Avevi una forte
personalità. Ed eri considerata inafferrabile. Se ti piaceva un uomo, te
lo prendevi?
“Non era proprio così.
Dovevo sentirmi ricambiata. Ho avuto sempre bisogno di molte conferme,
prima di lasciarmi andare. E ho avuto sempre storie importanti.”
-
Debbo dirti che, almeno secondo le chiacchiere dell’epoca, molti
stenteranno a crederti.
“E sbagliano. A meno di non attribuire
importanza a brevi cotte irrilevanti.”
- Sinceramente? Mai, qualche
semplice capriccio?
“Non conosco quella
leggerezza.”
- La chiave dei tuoi
rapporti amorosi?
“Forse l’incapacità di
soffermarmi.”
- Ecco. Eri considerata una
preda e allo stesso tempo una predona, una donna faticosa, una che ogni
giorno dovevi ricominciare da capo per conquistarla, senza mai la
sicurezza di averla, possederla. Inafferrabile…
“Non so. Di certo ero
instabile.”
- … insomma quella che può
far impazzire un uomo.
“Non me ne rendevo conto.”
- Insisto a chiederti: hai
fatto molto soffrire?
“Stai facendo il ritratto di
una iena. Io invece mi reputo buona, oggi. E rispetto il dolore degli
altri.”
- Che cosa hai avuto, con
certezza, in amore?
“Gli uomini che ho amato
sono persone che mi vogliono bene.”
-
E tu cosa hai dato?
“Questo bisognerebbe chiederlo a loro.”
- E oggi chi c’è nella tua
vita?
“Io. Ci sono io.”
-
Niente amore?
“No.”
- Ti manca?
“ No. Ho scoperto che il
lavoro può essere una vera goduria.”
-
Meglio il lavoro di un amore?
“Ho scoperto che la soddisfazione che può
darmi il lavoro è maggiore rispetto
all’interesse che ho avuto per gli uomini.”
- Scusami, e l’aspetto
sessuale?
“Io sono sempre stata
timida, molto timida. Chiusa, in guardia.”
- E adesso?
“Il problema non esiste.”
-
E il cibo?
“ L’amore per il cibo resta invariato.
Quanta gioia mi dà assaporare un pezzo di
pane casereccio con una fetta di buon
prosciutto crudo.”
SETTE, 13-12-01