Marcello Del Bosco, direttore di Radio
Rai, considerato un cavaliere ormai solitario della sinistra riformista,
è un recordman tra i burosauri di viale Mazzini: diciotto anni di
anzianità e otto direzioni. Prima, una altrettanto lunga carriera - vent’anni
- nella carta stampata, fino alla condirezione dell’Unità. La sua
direzione della divisione radiofonica propone risultati folgoranti:
Radiouno, leader in Italia, guadagna rispetto al 2000 l’11.4 %, Radiodue
il 5%, Radiotre - ex nicchia - balza al decimo posto in classifica con un
incremento del 20%, Isoradio avanza del 13%. In sintesi, su una platea
potenziale di 35 milioni di ascoltatori, la metà si sintonizza sulle reti
Rai.
Ma
perché la radio esplode, proprio mentre la televisione è in crisi? Del
Bosco, 55 anni, siciliano di Palermo, segno astrologico pesci, è euforico:
“La radio è insostituibile, è più democratica, più libera, è interattiva,
trasmette quasi tutto in diretta. Ma il vero segreto è che non è
fortemente condizionata dall’Auditel, dunque c’è la possibilità di
sperimentare
e di tener duro, se
si crede in un programma. Contenuti e qualità sono ancora al primo posto
nella testa di autori, programmisti e giornalisti.”
-
E lei? Non faccia il
modesto…
“Scherzando, dico spesso che il capodivisione è come l’amministratore del
condominio: deve
garantire acqua, luce, gas e far sì che nessuno sporchi le scale e
imbratti l’ascensore.”
-
Tutto qui?
“Vabbè,
diciamo che ho due grandi soddisfazioni: non ho tolto una sola lira i
budget della
programmazione nonostante i tagli che abbiamo dovuto fare, come tutti in
Rai; la seconda, aver contribuito allo spirito di corpo “radiofonico”, a
un lavoro di gruppo, pochi veleni e abituale serenità, questa è un’isola
felice, sfiorata appena dagli spifferi esterni.”
-
Che vuol dire,
esattamente?
“ Senta,
i guai della Rai nascono dall’abbraccio stretto, soffocante, ormai quasi
letale con la
politica.”
-
Neutrale, non è mai
stata.
“Né
poteva esserlo. Però, una volta si limitava a fare il tifo per l’uno o
per l’altro.
da qualche tempo
invece è stata trascinata al centro dell’agone politico, in un ruolo che
non può sostenere. Così tutti la prendono a calci, come un pallone, da una
parte e dall’altra. Prendiamo a caso una rassegna stampa: gran parte delle
cronache sulla Rai si trovano nelle pagine di politica interna. Per
Mediaset avviene il contrario, trovi quasi tutto alle pagine degli
spettacoli. E’ surreale.”
-
Ma Rai e Mediaset non
propongono palinsesti analoghi?
“Rispondo con una metafora calcistica: il campionato spagnolo è sempre
stato
dominato da Real
Madrid e Barcellona. Una volta i monarchici tifavano per la prima e i
repubblicani per l’altra. Adesso non se lo ricorda più nessuno, conta
assai di più se gioca meglio Figo o Rivaldo. Per la tivu in Italia, è
successa più o meno la stessa cosa.”
-
Cioè?
“La Rai
è la squadra di calcio super blasonata, abituata a vincere tutto, che
improvvisamente
comincia a credere che gli arbitri fischino sempre contro e che il vertice
della Lega (calcio, beninteso!) le sia ostile. Serpeggia la sfiducia, si
perde sicurezza, si comincia ad affidarsi a qualche santo protettore o
agli amuleti…”
-
Fuor di metafora, di chi
sono le responsabilità? Lei è di sinistra, la Rai è stata a
lungo governata dal
centrosinistra.
“La Rai
ha due colpe. La prima è di aver difeso gli interessi particolaristici di
una
lobby di potere che
si è creato negli anni del consociativismo, invece di puntare a visioni
più ampie e articolate, che coinvolgessero tutte le anime della sinistra.
E poi ha contribuito, con le sue divisioni, ad affossare le prime riforme
serie, quella legge 1138, che non sarà stata la panacea di tutti i mali,
ma oggi ci farebbe trovare in una situazione diversa, più agibile.”
-E la
destra?
“ Sento
una preoccupante aria di intolleranza, di aggressività e rudezza. E poi
sento parlare di appetiti smisurati, rispetto perfino alle forza
disponibili. Ma tantè. E’ storicamente difficile trovare equilibri, quando
si parla di Rai!”
-
Non c’è rimedio?
“Il
dibattito è rissoso, urlato, attento alle ideologie più che ai dati reali.
I giudizi
sono talvolta
sprezzanti, spesso superficiali, quasi sempre ingenerosi. Quale altra
azienda avrebbe resistito al tourbillon e ai traumi vissuti negli ultimi
otto anni, a partire dall’avvento dei “professori”? Roba che avrebbe fatto
stramazzare un bue.”
-
Beh, neanche il cavallo
ha resistito, visto che si è fatto farfalla!
“Senza
contare il capitolo delle affermazioni apodittiche: “ci vuole il terzo
polo”,
“bisogna spezzare il
duopolio”! Giustissimo, come si potrebbe obiettare? Il piccolo
particolare è che la storia, la cultura, la memoria, le abitudini,
l’economia e anche il mercato non si cambiano per decreto. D’altra parte,
a conferma che sulla Rai si può dire di tutto, ricordo che qualche tempo
fa c’era chi sosteneva la necessità di sorteggiare fra gli abbonati i nomi
dei consiglieri di amministrazione.”
-
Eccoci al tema, alla
vigilia della svolta. A febbraio cosa cambierà?
“Sui
giornali leggo la solita girandola di nomi, più o meno gli stessi….”
-
Se è per questo, corre
anche il suo…”
“ Ma non
ricordo un solo caso in cui alle anticipazioni abbiano fatto seguito le
investiture.
Rovesciamo il problema: come l’incrociatore Garibaldi la Rai può mettere
la prua verso il servizio pubblico tout court, verso la privatizzazione
totale o parziale, verso il sistema misto, verso il piccolo cabotaggio… Ci
sono in azienda professionalità all’altezza di fare bene tutto. Ma lo
schema implica una risposta a un’altra domanda: dev’essere una Rai più
debole o più forte, sopra o sotto Mediaset, placida e tranquilla o
grintosa e battagliera? Solo dopo queste scelte, verranno – credo – i
profili dei personaggi da nominare. Non mi pare che ci sia molta
chiarezza. E d’altra parte, chi si aspetta che la Rai torni nelle pagine
degli spettacoli?”