Nancy
Brilly, 37 anni, romana, com’è noto una donna
di straordinaria e coinvolgente bellezza, segno astrologico ariete, e
perciò dotata di incrollabile tenacia, mi
riceve nella sua bella casa nel quartiere Prati, in un salotto illuminato
alle pareti da due quadri di Egon
Schiele. E’ alla vigilia del debutto nella
commedia erotica “The blue room” e acconsente a parlare, liberamente, di
sé.
“ Non ne potevo più – dice subito,
d’impeto – del ruolo di mammina che, a poco a poco,
mi stavano appiccicando i giornali.”
- Viva la sincerità.
“ Insomma, volevo diventare mamma e ci sono riuscita, anche
se tutti dicevano che mi sarebbe stato impossibile. Per me è stato un
gesto di volontà, con una determinazione precisa. Essere mamma è
importante. Ma c’è anche il lavoro, legato
alla mia personalità e al mio modo di essere. Io sono
un’attrice.”
- Allora cominciamo da qui. Se
non avessi fatto l’attrice, quale sarebbe stato un altro ruolo adatto a
te, nella vita?
“ Non so… Ma, sicuramente, un lavoro artistico. Non riesco ad
immaginarmi in un ufficio: mi mancherebbe l’aria. Non a caso ho cominciato
nel settore della grafica e della fotografia. A sedici anni, giovanissima.
Sentivo la necessità di essere indipendente.”
- Era la scelta di una ragazzina ribelle?
“ Non solo. Ho capito fin da bambina che la libertà nasce
dall’indipendenza economica. Se non devi
ringraziare nessuno per quello che mangi… la libertà è lì.
E così me ne sono andata di casa presto.
Convivevo con un amico gay, vivevamo in
una casa pericolante,
nel quartiere Trionfale, con un bagno scavato nella roccia.”
- Ricordi prevalenti?
“Entusiasmo e risate pazze. Il sapore della libertà, la
sicurezza di riuscire a farcela da sola.”
-
Quasi una liberazione, rispetto alla famiglia
d’origine?”
“Proprio così. Mia mamma era morta quando era piccolissima e
mio padre c’era e non c’era. Vivevo con mia nonna, la nonna Isa, una donna
molto tirchia, difficile…”
- E tu…
“Non ero certo una nipotina modello.
Ero ribelle, sì. E lei quasi una negriera.
Anche se non aveva tutti i torti. Io ero tutto…
tranne la signorina borghese e perfettina, che
lei desiderava. Vivevamo in una villa a Casal Palocco,
isolati… Due palle! Se penso alla differenza rispetto alla bella qualità
di vita qui, a Prati, dove vivo ora: nel centro
di Roma, ma allo stesso tempo nell’atmosfera di un bel
paesotto tranquillo, col
baretto, l’edicola, tutti ti conoscono e ti salutano. Una
dimensione umana, mai falsa.”
- Torniamo a Blue room, in cui interpreti cinque ruoli,
ciascuno più scabroso dell’altro.
“E’ un lavoro tratto da una noiosissima commedia di
Schnitzler, trasformata in una commedia
divertente, dieci racconti in cui si incrociano
i più diversi rapporti sessuali… E io sono a mio agio, pienamente.”
- Alt. Mi sembra di aver letto da qualche parte che tu
provavi vergogna, così hai detto in un’intervista, per le tue forme: il
seno, il sedere, il vitino…
“Non nego. Ma tutto dipendeva da quella
educazione mostruosa. Terrorizzata dalla nonna
perfino per i vestiti che indossavo. Con due
raccomandazioni costanti: “Non vestirti come una prostituta!”, “Non ti far
toccare il corpo!” “
-
E tu?
“Vedi, c’è un piccolo particolare, nella
mia personalità: la voglia, continua, di coccole. Le coccole, per me,
sono tutto. E il primo incontro con l’altro
sesso certo fu determinato, a sedici anni, dalla voglia, ma che
dico voglia?, dalla fame di sesso.”
- E come andò a finire?
“Durò tre anni. Poi lui si trasferì in Germania, a
Francoforte, e io lo lasciai.”
-
Subito?
“Subito. La
lontananza per me è inconcepibile. E il difetto di non esserci
è
insopportabile.”
-
Addirittura.
“ La
presenza, le coccole, l’affetto per me sono cibo vitale, un modo
per
ricaricarsi. Ti ho detto, io sono indipendente!
E allora da un uomo cosa mi aspetto?
Che mi mantenga? Che
mi aiuti a far carriera? No, ho bisogno solo di quello: l’affetto
costante, continuo, pieno, totale! Che pena, certe donne che conosco…
quelle che restano con il loro uomo solo perché sono dipendenti, senza
alternative.”
-
Cos’è, infine, una coccola?
“Calore.
Energia.”
-
Le pretendi e le dai?
“ Certo.”
- Vorrei che mi parlassi, in sintesi, degli amori della tua
vita. Sotto questo aspetto, ma non solo.
Parliamo di Massimo Ghini.
“Un amore gioioso e giocoso. Io avevo 22 anni e lui 33.
E le risate ci furono subito. Ci conoscemmo
così: lui entrò per sbaglio nel mio camerino, in mutande, e anch’jo
ero in mutande… Provavamo dei costumi, in un film di
Alberto Lattuada. Un colpo di
fulmine.”
- E ci furono solo risate, in quel
camerino.
“Prova a immaginare.”
-
E dopo Ghini?
“Ivan
Fossati: un amore pazzesco. Aveva tredici anni più di me. E durò
quattro anni e mezzo.
Sì, un amore da pazzi, una passione grande. Una cosa profonda, ma troppo
esclusivo. Era un amore che si alimentava di se stesso…”
-
Cosa significa?
“Avevamo
circoscritto tutto a noi due soli, chiusi in quel cerchio d’amore, senza
interesse per altro o
altri. Dovevamo consumarci, prima o poi. E’
stato un amore che si è divorato da solo e ci ha
divorati. Innamorati persi.”
- Sembra che qualcosa sia rimasto… Almeno a sentire come ti esprimi.
“Stavamo sempre insieme. Non c’era spazio per altro.”
-
Va bene. E con il tuo
marito di oggi, Luca Manfredi?
“Lui è il
vero maschio italiano. Ed è l’amore tranquillo,
casalingo. Rassicurante.
Anche se,
subito, di lui mi hanno sedotto le gambe, quasi fosse
una pin up.”
-
Tornando alla domanda di partenza, qual è
stato l’amore più coccoloso?”
“Certamente
con Ivan.”
-
E come ti sei
lasciata, con i tre?
“ Con
Fossati, con immenso dolore. Ci siamo lasciati in modo orrendo. Io mi
ero
staccata e lui mi ha
punito, tradendomi. Ivan, difatti, è l’unico dei miei amori che non
rivedo. Mai più rivisto. Ci siamo sentiti al telefono quando è nato
Francesco… Se ci vedessimo, forse ci faremmo
ancora del male.”
-
Ti ha punito, tradendoti, ed è finita così?
“Sì.”
-
Ma ha senso ancora
la parola tradimento? Non si può perdonare un
capriccio?
“Amo le
tragressioni. Ma tra adulti consenzienti.”
-
Cosa significa? Un
partouze?
“Ma per carità! Parlo di fantasie
condivise.”
-
E un vero
tradimento non è sopportabile?
“Assolutamente no. Preferisco non sapere né sospettare. Solo
il dubbio mi fa scappare.”
-
Per paura di soffrire?
“Sì.
Anche. E per
orgoglio.”
-
E tu non
trasgredisci?
“Io sono
fedele. E se non lo sono più, vuol dire che è finito il rapporto.”
-
Hai parlato di tre amori importanti. Posso
sapere cosa è successo negli
Intervalli,
tra l’uno e l’altro?
“Ho scambiato spesso il sesso per affetto. Ho pensato che il
sesso fosse una dimostrazione di affetto. E
qualche volta, desiderosa di affetto, mi sono
comportata quasi come una accattona, pur di avere una carezza.”
-
Come giudicheresti, quella stagione di
Nancy?
“Ero una
mina vagante. Una che faceva cose mostruose.
Una che giurava
di essere innamorata,
pur di avere momenti di tenerezza.”
-
Per paura di solitudine?
“Diciamo
che non mi si può lasciare sola.”
-
Ricordo una bella definizione di
Pasolini, sulla solitudine. Un animale che
ti
divora le viscere… o
qualcosa del genere. Ti riconosci in questa paura?
“Sì. Da adolescente sono stata molto sola. Il ricordo è un
peso. E il desiderio di rompere la solitudine mi ha portato, a volte,
a una vita abbastanza promiscua.”
-
Eri una preda?
“Sì. Ma con
una carattere forte. Una gatta
forastica.”
-
Forastica?
“Sì. Quei
gatti che non si lasciano prendere facilmente.”
- E se tu vuoi, o volevi, sedurre
qualcuno?…Te lo prendi?
“Sempre.”
-
Fosse anche per una
sera sola?
“Mai
successo. Che diamine, almeno una settimana.”
-
Hai fatto danni?
“Tanti.”
-
Per un modo, forse inconscio, di vendicarti di
quella nonna troppo rigorosa?
“Ho portato
via ad altre donne gli uomini che desideravo.”
-
Con compiacimento?
“No. Perché
penso che, se succedesse a me, non mi piacerebbe affatto.”
-
A parte l’amore, quanti uomini, quante
relazioni sessuali hai avuto?
“Non lo.
Non li ho mai contati.”
-
Cosa ti accende?
“Il
talento. Senza talento non mi eccito.”
-
Fantasie?
“Sì.
Con il gusto di una certa follia.”
-
Il luogo è importante?
“ Basta che
non diventi una cosa standard. L’amore dev’essere variato,
mai
uguale.”
-
Un luogo di particolare suggestione?
“Mai fatto
in un teatro. Mi piacerebbe: il teatro è la mia vera casa.
E mi sentirei a
casa.
Vorrei che tutte le cose della mia vita succedessero lì. Ecco: uno che mi
volesse veramente, dovrebbe provare a sedurmi lì, sul
palconscenico.”
-
Prendi iniziative?
“Sì.”
-
Ci sono pudori?
“Mai.”
- Dammi un esempio di talento, come dicevi, e di fantasie.”
“E’ importante parlare, ascoltare, immaginare… Perché,
insomma, alla centesima scopata, sempre di quella cosa lì si tratta!
Allora è meglio fare da sola. Perché un amore duri e
resista, è necessario inventare, cambiare, rinnovare…”
-
Parlare, va bene. E
urlare, anche?
“Perché
no? Se è necessario.”
-
Mai con una donna?
“ Mai.
Vedi, ho lavorato con Sabrina
Ferilli, bellissima. Se
fossi un uomo le
zomperei addosso!
Ma da donna a donna è diverso. Mai sentito
attrazione e neanche tentazione. Però sono stata corteggiata, sì.”
-
E cosa ti blocca?
“Diciamo
che mancherebbe un elemento fondamentale. E io sono dedita
ad
altro.”
-
E la volta più
lunga?
“Anni fa, a
Sestri Levante. Chiusi in un albergo per quattro giorni. Non faccio
il
nome di lui. Ricordo
che la direzione dell’albergo, informata dai camerieri, al quarto giorno
ci mandò dei fiori e uno champagne magnum, con
i complimenti.”
-
Tu sei una femmina molto desiderata dagli
italiani. Cosa diciamo a
questi italiani, che ti
vedono al cinema o in tivu o a teatro o in
fotografia, e forse sognano che…?
“ Con me si divertirebbero. Ma a patto
che io stia bene. Se sto bene, comunico.
E se comunico, ho gioia di vivere e chi sta con
me non si annoia sotto nessun profilo. Se non
sto bene, invece, mozzico.”
- Certo devi essere molto impegnativa, per il tuo partner.
Guai, se si distrae un attimo.
“Sì. Se
si distrae, finisce il gioco. Mia nonna mi diceva: ti devono spara’, per
fermarti.”
-
E adesso, come va?
“Calma
piatta.”
-
Che vuol dire? C’è
forse una prospettiva, o una suggestione nuova nella
tua
vita?
Una ipotesi? O una
presenza?
“ Quante ne vuoi sapere. Diciamo
che c’è un futuro.”