Gianfranco Miccichè
CHIAMATELO COORDINATOR
A
SCUOLA AVEVA IDEE CONFUSE. ORA LE HA MOLTO CHIARE SU COME ORGANIZZA UN
PARTITO. L'UOMO CHE HA PORTATO AL TRIONFO FORZA ITALIA IN SICILIA SI
PREPARA ALLA SFIDA NAZIONALE. E CONFESSA :<<PER FARE POLITICA IO MI
SDOPPIO. CON SUCCESSO>>

INTERVISTA DI CESARE LANZA SU "CAPITAL"
Gianfranco Miccichè, 47 anni, nato a Palermo, coordinatore di Forza
Italia in Sicilia e prossimamente del movimento berlusconiano a
livello nazionale, diplomato al liceo classico, sposato, tre figlie,
eletto deputato nel 1994, ora ministro junior per l’economia: di
fronte all’incredibile successo nelle ultime elezioni politiche (non
ha lasciato neanche un seggio al centrosinistra) molti dicono che sia
una sorta di genio per l’organizzazione del consenso.
- Questa vocazione si capiva fin da ragazzo?
“ No. A scuola non sapevo studiare. Pessimo, bocciato due
volte, disordinato.”
- Autocritico?
“Sì. Avevo idee confuse.”
-
Per esempio?
“A vent’anni mi ritrovai ragazzo padre…”
- Con classica “fuitina”?
“No.”
- Insomma, quando nasce il Miccichè organizzatore?
“ Forse in banca: all’Irfis, una emanazione del Banco di
Sicilia. Misi nel lavoro molto impegno, non come a scuola. Si poteva
lasciare la banca alle cinque, io mi fermavo fino alle otto. Mi
ritrovai capufficio giovanissimo, a ventinove anni anziché a quaranta,
come succedeva allora.”
-
E perché è stata importante l’esperienza?
“ In banca si impara a dare attenzione alle cose piccole, a
diffidare delle apparenze. Uno arriva, ti mostra meraviglie della sua
società e in realtà è a rischio di fallimento. Puoi fiutare il
pericolo badando ai particolari.”
- E poi?
“In banca undici anni, poi in Publitalia altri undici. E
alla fine di questa legislatura avrò maturato anche undici anni di
politica… Chissà, a fine mandato potrei chiudere anche il capitolo
politico.”
- Lei crede nella simbologia dei numeri?
“Un po’ sì. Ogni undici anni la mia vita è cambiata. E le
figlie? La prima ha ora 25 anni, poi ne ho avute altre due da un’altra
mamma, e hanno 15 e 5 anni.”
- Numeri a parte, chi è stato il personaggio-chiave della
sua vita? Tutti lo sanno, ma…
“ Nessun ma. Tutti sanno che si tratta di Marcello Dell’Utri.
Confermo.”
- Come andò?
“Lo conobbi, per caso, nel 1984 a una cena a Milano, a El
Toulà. E me innamorai.”
-
Raccontiamo questo colpo di fulmine.
“Lui cercava un dirigente per aprire una sede in Sicilia.
Mi chiese se conoscessi una persona per bene, simpatica, efficiente,
positiva, con capacità di buttarsi senza tregua nel lavoro. E con una
laurea.”
-
E lei?
“Gli dissi: io ce l’avrei questa persona, e sono io. Però
non ho la laurea.”
- E Dell’Utri?
“Scoppiò a ridere e disse: mi piaci, sei simpatico. Non
ha importanza se non hai la laurea, ti chiameremo dottore lo stesso.”
-
E così cominciò l’avventura in Publitalia.
“In Sicilia in due anni avevano fatturato due miliardi. Io arrivai
subito a quattordici. Poi Marcello mi chiese di andare a sistemare
Brescia, che languiva. Era il 1987. E ottenni un incremento di 29
miliardi. E una grande lezione di umiltà…”
- Quale?
“ In Publitalia, per galvanizzarci, c’erano i premi di produzione. In
proporzione all’obiettivo raggiunto. Ma dovevi dichiarare l’obiettivo:
se lo raggiungevi scattava il megapremio, se non lo raggiungevi…
niente. Dissi a Dell’Utri: in un anno posso fare 30 miliardi. E lui:
non esagerare! Ma io, testardo: a 30 miliardi, c’era un premio
enorme. Arrivai a 29 miliardi e 400 milioni, andai da Marcello e gli
dissi: mi darai il premio lo stesso, vero? E lui: non ti do una lira,
perché sei stato presuntuoso. Però sei bravo e ti darò una promozione.
Una forte lezione di vita per me: a quell’epoca ero arrogante, capii
sulla mia pelle che l’arroganza non paga mai.”
- Oggi non è più arrogante?
“Molto meno.”
-
Mi racconti il passaggio dalla pubblicità alla politica.
Tutti sanno che per Forza Italia il motore organizzativo di Publitalia
fu decisivo. Quindi, nessun problema?
“ All’inizio sbagliammo in modo elementare. Marcello per
la pubblicità diceva: dovete scegliere i collaboratori con cui
stareste volentieri a cena…Se no, evitate.”
-
E allora?
“Se si trasferisce questo criterio in politica, è la
fine. Si resta soli. In politica il valore è inferiore.”
- Che vuol dire?
“ A Publitalia il livello è alto: la valutazione della
qualità, nella scelta delle persone, è fondamentale. Per conquistare
contratti pubblicitari.”
-
E in politica?
“ In politica i contratti pubblicitari e il fatturato, alla fine, sono
i voti.Ma la capacità di trovare voti è inversamente proporzionale,
spesso, alla qualità dei curriculum.”
- In altre parole?
“All’inizio cercavo persone di pura qualità, professori,
uomini di cultura alta…
Trombature in quantita! Poi il criterio è diventato un altro, abbiamo
scelto le persone capaci di creare e trovare il maggior consenso: al
di fuori della mafia, vorrei ben specificare, per evitare gli ingiusti
tormentoni che ci hanno a lungo angosciato e infastidito.”
-
Questi diversi riferimenti alla qualità assomigliano a
uno sdoppiamento…
“Bravo. Vorrei citare un libro di Zweig, “La leggenda degli scacchi”,
che mi ha molto colpito. Un libro che regalo a chi fa politica per me.
Il protagonista è un personaggio folle: arrestato, in galera, può
leggere un solo libro e gioca a scacchi con se stesso. Si divide in
due giocatori, antagonisti, e muove sia il bianco sia il nero…”
-
Lei è questo giocatore folle?
“Non so. Ma ho capito che in politica bisogna utilizzare
al meglio sia il bianco, cioè l’affermazione di buone idee per il
miglioramento della società, sia il nero, cioè le opportunità in
apparenza più deteriori.”
-
E lei si sdoppia?
“Sì.”
- Con quali risultati?
“Nel 1996 giocammo le regionali in Sicilia solo sulla
qualità, con i pedoni bianchi, e scendemmo dal 34% delle politiche al
17. Nelle ultime elezioni, con criterio diverso, abbiamo vinto in
tutti i 61 collegi del maggioritario. 61 a zero, nella sfida con il
centrosinistra.”
- Dunque, tra pubblicità e politica nessun punto in
comune?
“Tanti. Ad esempio la difesa della “squadra”: sia di chi
sta sotto sia di chi sta sopra.”
-
E altre differenze sostanziali?
“In un’azienda, se entri in rotta di collisione con un dipendente (ad
esempio, se critica o disturba l’armonia del gruppo), puoi
licenziarlo. In politica non ci sono dipendenti, non puoi licenziare
nessuno: tutti hanno una loro quota di consenso che devi rispettare. E
chiunque, se vuole, tranquillamente disturba l’armonia del gruppo,
cioè del partito, e dice ciò che vuole. Bisogna affermarsi con il
consenso. Nessuna autoritarietà.”
-
Beh, forse Berlusconi è un riferimento, da cui non si
può prescindere, che dice?
“ Dico quello che Dell’Utri mi diceva: a Berlusconi digli sempre di
sì, se gli dici di no magari si incazza. Ma se hai un’idea che ti
sembra migliore, non avere paura e mandala avanti. Lui capirà.”
- E lei com’è arrivato, a questo straordinario risultato
in Sicilia?
“In Sicilia bisogna interpretare parole e riti. Al di là delle
apparenze. Ad esempio, il baciamani. “Bacio le mani”, “A
disposizione”: esiste qualcosa di più ridicolo? Così, bisogna intuire.
Uno ti dice: andiamo a prendere un caffè? L’unica cosa certa è che non
ha davvero voglia di un caffè. Forse ha voglia di fare due passi, o ha
voglia di farsi vedere in piazza con te, o vuole ammirare il seno
della commessa, o evitare un rompiballe che sta arrivando in ufficio…
La prima lettura non è mai esatta, puoi giurarci.”
- Dicono che ora lei è l’uomo più importante in
Sicilia.
“ Macchè. Cerco solo di capire e forse qualcosa
capisco.. Quando Berlusconi nelle riunioni indica una linea, o afferma
una regola, alla fine conclude con una battuta: ovviamente tutto
questo vale fino a Reggio Calabria. Per la Sicilia, rivolgetevi a
Miccichè.”
CAPITAL SETTEMBRE 01