BIONDE,BRUNE O ROSSE?
QUESTO E' IL DILEMMA

TRANNE CHE CON LE DONNE, L'AMMINISTRATORE DELEGATO DEL MILAN E' UN DECISIONISTA. SIN DA QUANDO PRESE QUELLO STABILIMENTO BALNEARE A VIESTE...

 

Intervista di Cesare Lanza su "Capital"

 

Ci sono due Galliani, molto conosciuti. In ordine cronologico, il primo Adriano è l’imprenditore televisivo di straordinario  intuito strategico, l’unico socio accettato da Silvio Berlusconi. Il secondo Adriano è il manager calcistico, l’amministratore delegato del Milan che – sempre con Berlusconi – è riuscito a vincere tutto. Ogni tanto, a renderlo popolare e accessibile al colto e all’inclita, sui due Galliani si inserisce e sovrappone la mitica imitazione di Teo Teocoli.

              L’intervista è raccolta nella sede del Milan, in via Turati, in un pomeriggio di fervido mercato calcistico. Sono invitato a chiudere occhi ed orecchie per non origliare primizie sulle trattative, sia pure per semplice curiosità. Ci rinchiudiamo nel suo ufficio, dove custodisce (per scelta, per non essere sommerso) i trofei e fotografie solo del primo e dell’ultimo scudetto vinti  dalla sua squadra. Ha appena festeggiato - il 20 febbraio – il quindicesimo anniversario della sua nomina a responsabile del Milan, un record di longevità nel mondo del calcio, e in tre lustri ha conquistato diciotto trofei di importanza primaria: sei scudetti, 4 supercoppe Italia, tre coppe dei campioni, tre supercoppe europee, due coppe intercontinentali.

            Gli chiedo, per prima cosa, indicazioni sulle sue radici, poco note.

            “Sono nato a Monza il 30 luglio 1944. Famiglia di media borghesia, mio padre era segretario comunale. Una sorella, Rita, più piccola di me di tre anni: molto diversa da me, ma ci vogliamo molto bene. Vive a Monza, fa la bibliotecaria, è sposata senza figli. Passiamo insieme le feste, anche quest’anno in Sardegna e a Natale. Un dolore immenso fu la perdita prematura di mia madre, quando avevo quindici anni.”

           E’ preciso, lineare, scandisce nomi, date e ricordi.

           “Ho tre figli. Gianluca, 27 anni, appassionato di musica: dopo gli studi in scienze politiche ha messo su una casa discografica, è esperto di rock, direi molto lontano da me quanto a gusti e abitudini. Ha un discreto successo nel suo ambiente, senza raccomandazioni.”

-         E gli altri due?

           “ Micol, 24 anni, studia a New York alla Columbus University, è bravissima nella comunicazione.” Sorride: “ Ha un nome ebreo, ma la scelta nacque dall’ammirazione che avevo fin  da ragazzo per Giorgio Bassani e il suo bel romanzo, Il giardino dei Finzi Contini. Infine c’è Fabrizio, 22 anni, studente di ingegneria gestionale al Politecnico.”

            - Come nacque la passione per il calcio? Subito per il Milan?

            “No, da bambino facevo il tifo per il Monza, che comunque è rimasto nel mio cuore. Quanto al Milan, il primo grande ricordo è la leggendaria finale di Wembley del 1963, con il Benfica, quando vinse la sua  prima coppa dei campioni. Pensi un po’: quel grandissimo match si svolgeva al pomeriggio e la Rai non lo trasmise in diretta, ma solo in differita, la sera. Con gli amici, per vivere la diretta, andammo a Chiasso, la tivu della Svizzera italiana era più tempestiva della nostra.”

            - E’ questo il primo intenso ricordo di football?

            “Ma no! Da ragazzino, a dieci anni, ad esempio ne combinai una grossa. D’estate eravamo ad Arenzano in vacanza, io lessi che la telecronaca della finalissima del campionato del mondo tra Ungheria e Germania Ovest sarebbe stata trasmessa, a cura del quotidiano genovese il Secolo XIX, in piazza De Ferrari, su un grande schermo. La tivu in pratica partiva allora, c’erano pochi televisori… La tentazione fu irresistibile. Presi un autobus, andai a Genova di nascosto e vidi questa indimenticabile partita in bianco e nero, vinta dai tedeschi contro tutti i pronostici. Tornai la sera tardi in  pensione, accolto a botte dai miei genitori, spaventati per la mia scomparsa.”

           - E gli inizi da imprenditore?

           “La mia vita professionale prese una svolta importante nel ’75, quando con due soci, indebitandomi e ipotecando l’appartamento in cui vivevo, acquistai la società Elettronica Industriale.”

-         Era la prima attività?

“No, ma fu la più importante, quella decisiva per la mia vita. La prima attività, non la conosce nessuno…”

-         Avanti.

“A vent’anni tentavo di fare un po’ di quattrini, con un po’ di fantasia. Così presi un’occasione al volo, uno stabilimento balneare a Vieste nel Gargano. Andavo in 500 da Monza fino al profondo sud: l’autostrada allora arrivava solo fino a Bologna, poi bisognava fare tutta la costa adriatica… Avevo spirito d’iniziativa, soprattutto compravendita di case e terreni: nel dna il sangue di mia madre, che era una piccola imprenditrice e gestiva un’azienda di trasporti, a Monza. Mio padre invece aveva la mentalità del rigoroso funzionario. Il suo insegnamento è stato quello di invitarmi continuamente a lavorare tanto: l’unico modo, mi diceva per crescere nella scala sociale. E mi insegnò anche un altro valore importante. Ogni giorno, era quasi un ritornello, mi diceva: Adriano, ricorda che l’onesta è un capitale che rende.”

-         E così…

“Lavorare e lavorare. Onestamente. Per crescere, crescere e lavorare, lavorare per crescere. Fino a quando, il 1° novembre 1979…”

-         Lei ha una memoria particolare, anche se in questo caso posso

immaginare che cosa successe…

            “Sì, ho un’ottima memoria. Ricordo a memoria almeno duemila numeri, tra telefoni, date e quant’altro. Dunque, il 1° novembre 1979, giorno di tutti i santi, incontrai Silvio Berlusconi. E quell’incontro cambiò la mia vita.””

-         Mi racconti.

“Mi invitò a cena ad Arcore. Non lo conoscevo. Gli spiegai con semplicità qual era la chance tecnologica su cui buttarsi, per le televisioni private. Avevo spiegato le stesse cose in tanti incontri  alla Rizzoli, alla Rusconi, alla Mondadori… Non capivano! Berlusconi, tra la prima e la seconda portata della cena, invece capisce al volo e mi dice: senta, faccia lei il prezzo e io acquisto il 50%% delle azioni di Elettronica Industriale.”

           - Come reagì?

           “Feci il prezzo, inferiore a quello di mercato perché anch’io capii al volo che dovevo stare vicino a un uomo così.”

-         Insomma, lei restò conquistato dalle idee del personaggio, appena incontrato. Un colpo di fulmine.

“Non poteva essere che così. All’epoca Berlusconi aveva solo Telemilano 58.

Come ho detto, capì subito la mia idea, che era quella di coprire in tempi rapidi, con i ripetitori, tutto il territorio nazionale, e mi spiegò tranquillamente che voleva fare tre reti nazionali. Voleva averne tre, come la Rai, perché l’unico modo – lo diceva già da quella sera, lo aveva intuito da subito – l’unico vero modo di proporsi come polo alternativo e di competere con la Rai, era quello di mettersi alla pari con l’azienda di Stato.  Un concetto che vale in qualsiasi azienda: che so, nelle automobili, negli elettrodomestici, nei telefoni… Se non hai le stesse dimensioni dei concorrenti, prima o poi muori.  Perciò quella sera Berlusconi non disse né due né quattro reti. Disse: tre reti, come la Rai. E, allora, c’erano solo tivu regionali.”

-         E lei?

“Mi entusiasmai. Era un progetto grandioso. Nessuno sapeva se potesse andare in porto, ma era bello provarci. Da quel giorno il mio incarico fu di diffondere il segnale: prima con Canale 5, poi Italia 1, poi Rete 4.”

           - Una curiosità. Lei e Berlusconi vi date del lei, da sempre.

           “Sì. Mi ha proposto tante volte di darci del tu, ma non ci sono mai riuscito.”

-         Beh, ci sono precedenti illustri. Gianni Agnelli e Cesare Romiti hanno lavorato per tanti anni insieme, porta a porta, condividendo il destino della Fiat, ma si sono sempre dati del lei. Ma a parte il tu e il lei, come si sviluppoò la società con Berlusconi?”

            “ Siamo rimasti soci fino alla fine del ’96. Poi gli cedetti le mie azioni, non perché desiderassi farlo, ma perché era una scelta obbligata.  Berlusconi si apprestava ad approdare in  Borsa e le banche, logicamente, chiesero che il controllo del segnale, fattore strategico per la televisione, fosse di proprietà piena di Mediaset. Se mi fossi rifiutato di cedere le mie azioni, Mediaset non sarebbe andata in  Borsa e io naturalmente non me la sentii di assumermi una responsabilità tanto grave. Così, cedetti.”

-         Dopo 21 anni.

           “Sì. Avevamo acquistato Elettronica Industriale nel ’75. Era un momento politico particolare. Si pensava che il pci, che aveva superato la dc nelle amministrative, potesse affermarsi anche nelle elezioni politiche.  Molti imprenditori brianzoli, nel timore di questo evento, decisero di vendere le loro aziende. Tra questi l’ingegner Barbuti, proprietario di Elettronica.”

           - In sintesi, lei non ebbe paura dei comunisti.

           “ Non diciamolo in maniera così drastica. Forse pensai che i comunisti non ce l’avrebbero fatta, forse fui spinto dall’impeto giovanile…”

-         Qualche anno dopo l’accordo  con Berlusconi, all’incarico televisivo si

aggiunse quello calcistico.

“Dal febbraio 1986 al luglio del 1998 mi occupai sia di televisione sia di Milan. Le dimensioni del lavoro, però, erano troppo grandi. Scelsi il Milan.”

-         Scelta difficile?

“ Mi aiutò mio figlio Gianluca. A cena, alla vigilia della decisione, mi disse:

papà, non voglio intromettermi, ma per quel che ricordo ogni giorno tu parli sempre di calcio.”

-         Ma non c’era incompatibilità (se vogliamo sorridere, diciamo conflitto di interessi) tra Elettronica Industriale e la televisione berlusconiana, che lei amministrava? Insomma: da una parte lei era socio e fornitore, dall’altra manager dipendente e amministratore e acquirente.

           “Vero. Ma vale il principio di mio padre: l’onestà è un capitale che rende. 

In ventun anni, non c’è mai stata una discussione. Mi auto-regolavo sui prezzi e mi tenevo basso, rispetto al mercato. E così le uniche osservazioni di Berlusconi erano che Elettronica guadagnava troppo poco.”

           - Quando Berlusconi decise di scendere in campo in politica, lei era favorevole o contrario?

           “Assolutamente favorevole.”

           - Come si prendono le decisioni, con Berlusconi?

           “In gruppo, sempre. Mai sentito Berlusconi dire: si decide così perché ho deciso io… Ci sono discussioni vivaci, calde, a volte interminabili… giorni, notti, mesi.

Nessuna dittatura, lui ascoltava tutti. Noi, i collaboratori più stretti, dicevamo che noi eravamo la ruota della bicicletta e lui, capo operativo, era il mozzo centrale.”

          - Chi sono i collaboratori più stretti? Il famoso gruppo storico, intendo.

          “Carlo Bernasconi, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri e Adriano Galliani. E Giancarlo Foscale per la parte finanziaria.”

-         Questo gruppo, in pratica, si è sciolto?

           “No. Facciamo ancora cene e incontri, limitati a noi cinque.

-         Forse è superfluo dirlo, ma diciamolo: lei ha un forte senso di appartenenza al gruppo, all’impresa?

“Chiunque vede che l’ìmpresa di Berlusconi è stata di portata storica. Nel ’79 ci fu quell’incontro, nel 1984 aveva già portato al traguardo il progetto di acquisire tre reti nazionali. E il miracolo di Publitalia 80, che si chiama così perché nacque il 1° gennaio 1980, con la straordinaria, professionale, irresistibile raccolta di pubblicità? Il gruppo ha solo vent’anni, ma è in prima fila nel Paese. L’orgoglio di appartenenza è un sentimento incrollabile.”

-         E lei, con il contributo tecnologico della partenza, ha influito nell’impresa in misura  rilevante.

           “Le cose si fanno giorno per giorno. Diciamo dunque che conosco bene

la geografia di questo Paese. Per acquistare e assestare antenne ho girato venti regioni, cento province, duemila comuni. Abbiamo provveduto all’illuminazione della tivu in maniera pressochè totale.”

-         Una conoscenza del territorio invidiabile.

“Non spetta a me dirlo.”

-         Se accetta una battuta, nell’eventualità di un golpe lei sarebbe Fondamentale: ha il territorio in pugno.

           “Divertente. Accetto la battuta.”

-         Tra tanti campioni di calcio e tante star televisive che ha conosciuto, dica i nomi di chi emerge, nella stima e nei ricordi.

“Ma ce ne sono tanti. Anche se mai troppi!”

-         Lo sappiamo. Al Milan avete avuto anche la particolare soddisfazione di stracciare a lungo l’Inter, nonostante i tentativi clamorosi di Massimo Moratti di riedificare un altro grande club alternativo.”

           “Dell’Inter e di Moratti, che peraltro apprezzo, non voglio dire nulla. Solo che Moratti ha una visione diversa da quella del Milan e anche della Juventus, ma non sta a me giudicare.”

           - Va bene. Adesso, però, assegni una medaglia d’oro al suo milanista preferito.

           “Due medaglie d’oro, alla pari, vanno a Franco Baresi e a Marco Van Basten. Campioni inimitabili in campo e fuori.”.

-         E per la tivu?

“Un nome solo: Mike Bongiorno. Ha avuto un ruolo storico fondamentale, per noi. Ha dato credibilità al nostro lavoro, ci ha consentito altri ingaggi importanti. La nostra tivu è esplosa con Mike. E poi, si capisce,, con l’intuizione di Dallas, di Uccelli di rovo… Uccelli di rovo, che battè alla grande Venti di guerra, costrinse alla resa Mondadori. In America era andato meglio Venti di guerra, ma noi capimmo che gli intrighi amorosi, la storia del cardinale di Uccelli di rovo avrebbe prevalso, nel gusto italiano. E Rete 4 gettò la spugna.”

           - Le propongo ora un giochetto di sintesi.

           “Proviamo.”

           - Una parola sola, per definire i protagonisti più famosi del gruppo. Cominciando da Berlusconi, si capisce.

           “La decisiva concretezza.”

-         Confalonieri.

“La cultura, la sensibilità politica.”

-         Dell’Utri.

“La straordinaria capacità organizzativa.”

- E Galliani cosa dice di Galliani?

“Dice che ha una grande qualità e un insidioso difetto. La concentrazione è la

qualità. Spesso, per metafora calcistica, dico che so bene di assomigliare più a Filippo Galli, bravo e tenace difensore, che al campionissimo Baresi… Meno grande, Galli, ma sempre concentrato. Insomma: voglio dire che sbaglio perchè sbaglio, per limiti miei, ma mai per distrazione.”

            - E il difetto?

            “La mancanza di pazienza. La voglia di decidere, comunque. Guardi la mia scrivania: è pulita. Io dico sì o no, sì, no, non perdo tempo, non faccio perdere tempo. Non potrei mai fare politica.  Ma sono consapevole che molte volte sarebbe utile prendere tempo, aspettare…”

           - Succede anche nella vita privata? Lei spesso è tirato in ballo per vicende amorose con bellissime donne.

           “Ammetto, sono attratto dall’altro sesso. Diciamo che, con il calcio, le donne sono ciò che mi interessa di più.”

-         Ed è decisionista anche con  le donne? Forse si rimprovera qualcosa?

“Mi rimprovero di avere scarsa costanza.”

- Approfondiamo il concetto..

“Non ho ancora capito se preferisco le bionde, le brune o le rosse.”

- Da cosa è spinto verso le donne? Qual è il primo movente?

“La curiosità.”

-         A giudicare dai giornali specializzati e dalle chiacchiere dell’ambiente, sono curiosità vincenti. Le sono attribuite tante relazioni.

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.”

-         E allora lasciamo perdere le donne e torniamo ancora all’altra passione conosciuta: Silvio Berlusconi. Qual è la chiave di questa attrazione fatale?

“E’ un uomo positivo, che trasmette positività.   Di questo sarò sempre grato al Dottore. La sua vicinanza, soprattutto dal 1980 al 1982, quando quasi convivevamo, mi ha migliorato. Silvio dice sempre che bisogna avere la capacità di trasformare gli episodi negativi in positivi. Non arrendersi mai.”

           - Ci sono altri slogan del Cavaliere?

           “Lui dice che quando si torna a casa, bisogna avere il sole in tasca.  Una volta aveva fatto realizzare delle piccole miniature, che raffiguravano il sole, e ci consigliava di portarle con noi. Per ricordarci di applicare il principio al ritorno in famiglia: mai riversare sulle mogli e sui figli, nella quiete familiare, o con gli amici, le inquietudini del lavoro. Ma al contrario trasmettere ottimismo.”

-         Vi sentite ancora spesso?

           “Quasi ogni giorno.”

-         Altri slogan?

“Dice che qualsiasi uomo, se ci crede e ci crede davvero, può diventare un re.

E io sono d’accordo. Vale nella vita d’ogni giorno, negli affari, in politica, nella conquista delle donne…”

-         Anche nella la conquista delle donne?

“ Senta, questa magari non la scriva. Ma io sono vecchio, brutto e pelato, eppure se desidero conquistare una donna, la mia forza è la concentrazione (come un difensore fa con il tackle, nel calcio) e così mi gioco la mia partita.”

-         Ad esempio, con…

           “”Niente nomi. Mi avvalgo…”

           - … ho capito, della facoltà di non rispondere.

           “ Esatto.”

           - E tuttavia almeno un consiglio, un aiutino per chi deve ancora imparare…

           “In quindici anni di Milan ho capito che gli infortuni, gli incidenti vengono e nascono soprattutto quando non sei felice.”

-         Dunque?

“Bisogna essere felici. Se si è felici, non ci si ammala.”

- Però, mi scusi, forse si perdono i capelli.”

“Spiritoso. L’assenza di capelli non incide sulla felicità. E poi lei, come tutti, non sa che i capelli ci sarebbero. Potrebbero esserci. Pochi forse, ma ci sarebbero. Però una quindicina di anni fa mi stufai, presi il rasoio…”

            - Sempre decisionista!

            “Sì. Mi dissi: se così dev’essere, meglio azzerare tutto. E non vorrei aggiungere che……”

-         Che cosa?

“ Che se lo desiderassi, e se lo desiderassi mi concentrerei adeguatamente, i capelli potrebbero anche ricrescere. Ah, ah.”

-         Va bene, ho capito. La calvizie non è indispensabile per la felicità. E allora cos’è la felicità, come si chiama? Si chiama Berlusconi?

“ Se è ironia, non la colgo. Diciamo così: se guardo a mio un futuro felice, una cosa è certa:  mai lontano da Berlusconi. O meglio, un futuro con Berlusconi. Scriva con esattezza, per favore.”

-         Che vuol dire, dove sta la sfumatura?

“ Bisogna scrivere: “con” Berlusconi e non “per” Berlusconi. Quando ci incontriamo e a qualcuno scappa di dire  “per” Berlusconi, lui subito ci corregge. Con, con! E ha ragione. Un vero gruppo, è sotto gli occhi di tutti,  si crea solo così.”

 

 

5-03-01