"FILM VISTI E PIACIUTI?"

***** Gli asterischi vanno da uno a cinque ***** 

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This is England, regia di Shane Meadows.
Con
Thomas Turgoose, Stephen Graham, Jo Hartley, Andrew Shim, Vicky McClure. *****

di Pierluigi Magnaschi

Uno straordinario film che vi consiglio di correre a vedere, prima che sia stato sommerso dalla nuova programmazione. E’ un film che andrebbe  consigliato/imposto, per una settimana di seguito, ai Riccardo Scamarci  o alle Isabelle Ferrari che sembrano essere gli unici tipi di attori che oggi ha a disposizione la filmografia italiana. Essi sono dei flebili interpreti, inguaribilmente provinciali, ma utilizzati in tutti i film come se fossero delle erbe infestanti. Essi quindi, in un ordito cinematografico deplorabilmente autarchico e di stretta consanguineità familistica, ci vengono continuamente somministrati, in barba alla  meritocrazia, come se l’Italia avesse a disposizione solo una manciata di attori di modestissimo spessore ma di grande introduzione. Per cui non si scappa. O sono questi, o sono questi.

This is England è un film ambientato in Gran Bretagna, negli anni della Thatcher e della guerra delle isole Falkland. Racconta la storia di un bambino di dieci anni, figlio di un militare morto nella guerra contro gli argentini. In casa, passa il tempo a letto a rimirare la foto del padre impettito e severo, vestito da militare. A scuola, viene deriso perché non porta i vestiti alla moda. La mamma è una povera e giovane vedova più fragile di una piuma che è portata in giro dagli eventi e che, sul figlio, ha una sola idea certa: che non può farsi tagliare i capelli a zero. Su tutto il resto, lascia correre. Non vede, non capisce, non interviene. Al massimo, si limita a  sospirare dietro una folta calotta di capelli che le nasconde il viso come se il suo massimo desiderio fosse quello di scomparire dietro un burka tricologico.

Suo figlio (che recita in un modo inimmaginabilmente efficace; veramente un grande attore; plasmato da un regista sublime) è solo a casa ed è rifiutato a scuola. Si fa perciò adottare, per caso, da un gruppo di marginali sui venti-trent’anni , senz’arte né parte, che passano la giornata per strada a bere birra e a sopraffarsi a vicenda. Con essi, si dedica alla devastazione di un edificio abbandonato, passa serate a sentire la musica sdraiato per terra in sordidi appartamenti, si innamora (lui, decenne, di una strafatta sui 25 anni, che ha una faccia più dipinta di una tavolozza). L’amore, a suo modo tenero anche se sfiatato e senza sbocchi, che si stabilisce fra i due ha dei momenti di assoluta dolcezza, di acuto straniamento e persino di straziante erotismo. Due turaccioli persi nei gorghi della vita.

Il film descrive a meraviglia la sociologia di gruppo fra giovani marginali assistiti dal welfare inglese, senz’ombra di futuro. Ognuno, anche in questi gruppi che sembrano contrastare programmaticamente la fissità gerarchica della cosiddetta  società borghese, ha una sua collocazione ed un suo ruolo ben preciso e non derogabile. C’è l’aggressivo mitomane, il testimone che segue comunque la maggioranza, l’astenico, la vittima, il ciccione. Le ragazze del gruppo sono sempre in seconda fila. Non partecipano ai giochi ma si limitano a vederli. Hanno la fissità inespressiva delle bambole di plastica.

A loro modo, sono pure dei bravi ragazzi (anche se questa valutazione può sembrare sorprendente; ma non per chi ha visto questo film). Il merito del regista è appunto quello di non avere costruito un film a tesi ma di aver realizzato il ritratto fedele di un tempo e di un gruppo.  L’uno e l’altro, avvicinati con stupore e voglia di ritrarre, senza giudizi di merito, se non molto impliciti. Questo è un film per capire, non per giudicare.

In ogni caso, tutti (anche quelli che, nel gruppo,  fanno un grande casino) sono degli sconfitti. Alcuni si rifugiano nel razzismo e nel nazionalismo. Ma anche queste sono stampelle che, oltretutto, non convincono tutti. Il collante di tutta la storia, l’unico che, nella sua apparente innocenza, può permettersi di infrangere le regole di questi sregolati ed attraversare i recinti che separano i vari componenti del gruppo, è il ragazzino che, recitando, esprime paura, coraggio, lucidità, aggressività e sottomissione. Una gamma di sentimenti amplissima, riflessa in un viso improbabile e, tutto sommato, anche inespressivo perché fisso. Il ragazzino infatti recita con i suoi occhi mobilissimi che si agitano in una faccia immobile che sembra essere quella di un manichino.

La vicenda si snoda su immagini sfocate di cronaca di quegli anni, rese con un color pastello sbiadito e sottolineate da una colonna sonora con le calde canzoni di quel tempo e  con le improvvise e sconvolgente vibrazioni, fatte con poche note, estratte  da chitarre pizzicate che emettono suoni appuntiti e roventi che ti entrano nel fisico, prima ancora che nella testa.

02-09-11

Hanna, regia di Joe Wright
Con Cate Blanchett, Eric Bana, Saoirse Ronan, Olivia Williams, Tom Hollander.*

La critica militante ha assegnato a questo film inesistente (anche se confezionato con molta maestria e grandi mezzi) ben tre asterischi. Al massimo, ne merita uno. Sembra il film di una primaria agenzia di viaggi girata con l’attenzione dei tecnici di National Geographic. La storia infatti si snoda fra le nevi dell’estremo Nord, i deserti africani, le città arabe, le architetture di una megalopoli e le autostrade americane senza fine. Tutto per sorprendere e stupire. Non per raccontare. Anche perché qui la storia non c’è. Solo azione. Per che cosa? Non si sa.

di Pierluigi Magnaschi, 02-09-11

Michel Petrucciani - Body & Soul
Regia di Michael Radford con  Michel Petrucciani *****



di Pierluigi Magnaschi


Non è una docufiction, come è stato scritto in giro, ma un vero e proprio documentario. Se vogliamo, è l’inchiesta giornalistica condotta con la macchina da presa sulla vita di un uomo. Un francese assolutamente fuori misura. Petrucciani (il cui cognome evidenzia senza dubbio la sua ascendenza italiana) era un tipo fuori misura, non solo fisicamente (era alto solo un metro e un centimetro e soffriva di osteogenesi imperfetta per cui le sue ossa si fratturavano ad ogni occasione e sotto il minimo impulso: si fratturò anche nascendo) ma era fuori misura anche come personalità. Figlio di un povero musicista francese da quattro soldi, Michel Petrucciani, divenne, fin dalla sua più giovane infanzia, un pianista eccezionale. Il suo primo concerto lo tenne a 13 anni, nel Sud della Francia, con l’allora celebre trombettista americano Clark Terry che rimase di stucco quando si vide portare sul palco il suo accompagnatore al piano, uno straccio di bambino, in braccio ad un accompagnatore.  

Preso da commiserazione, il grande jazzista accennò ad alcuni accordi facili facili. Il bambino, che non arrivava alla tastiera, gli rispose subito da par suo, tra lo stupore di Terry che si librò allora in spericolatezze jazzistiche per metterlo alla prova e sicuro di seminarlo. Il piccolo Michel invece lo assecondò nei suoi testa e coda in un cascata di note musicali travolgenti mentre il pubblico della sala andava in visibilio. Un testimone di quell’exploit, ancora emozionato a 35 anni di distanza, commenta: “Michel suonava come un vecchio negro amareggiato dalla vita in uno squallido locale del Sud degli Usa”. Il sogno di Petrucciani era di andare negli Usa per suonare assieme ai suoi miti e per arrivare alla Blue Note, il tempio del jazz. Da qui la sua doppia personalità: francese ed americana, ben sottolineata in questo film dalla decisione del distributore italiano di farlo parlare, sottotitolandolo in italiano, sia in francese che in inglese. Una lingua, quest’ultima, che Petrucciani parla con grande disinvoltura, senza nemmeno un pizzico di accento francese, perché voleva essere anche americano e ci riuscì perfettamente, apprendendo l’inglese in soli sei mesi di studio accanito. Petrucciani sapeva che avrebbe vissuto poco. Voleva perciò tutto in fretta. E bene. Anche se tutto era contro di lui.

Fino ai 25 anni, per muoversi, doveva essere portato in braccio da qualcun altro. “Non potevano nemmeno essere le donne, purtroppo” disse “perché, pur essendo piccolo, pesavo troppo”. Poi cominciò a camminare penosamente, reggendosi con due grucce. Un uomo normale, in quelle condizioni, si sarebbe sparato. Non Petrucciani. Che si divertiva e faceva divertire un mondo tutti, raccontando barzellette, facendo battute, truccandosi con la parrucca, facendo le boccacce. Petrucciani inseguiva la vita cercando di anticiparla e di farle fretta. Faceva fino a 220 venti concerti all’anno dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico. Un’enormità che avrebbe stroncato anche un toro, ma non lui.

Aveva avuto ufficialmente quattro mogli-compagne. Ma era assediato da molte altre donne, tutte, inspiegabilmente, ma  poi non tanto, innamorate da lui. Fece anche un figlio, purtroppo affetto dalla sua stessa malattia, e che compare nel film, indomito come lui.

Questo film racconta, con immagini documentarie (nulla è recitato) e testimonianze degli amici, una vita eccezionale, travolgente, unica, irripetibile, contagiosa. Una vita dominata da quelle mani extraterrestri che uscivano, enormi ed imperiose, da un corpo che non c’era e che producevano una furiosa cascata di note, mentre il viso di Michel, imperlato di sudore, diventava imperscrutabile, austero e lontano, solo vagamente umano come quello di una mummia Maja.

Michel era la musica e la musica era Michel. I due ingredienti appaiono così shakerati fra di loro da risultare indistinguibili. Un film indimenticabile, questo. Grandissimo. Fatto a misura di un gigante fragilissimo e storpio, alto un metro ed un centimetro. Si chiamava Michel. Michel Petrucciani. E questo film lo rende eterno. Prosit, grandissimo Michel.  Dormi cullato dalle note da te prodotte e che continuano ad inseguirti.

22-07-11


The Conspirator
regia di  
Robert Redford con Robin Wright, James McAvoy, Jonathan Groff, Alexis Bledel, Danny Huston *

Non basta essere un bravo attore per diventare anche un bravo regista. L’impresa è riuscita più volte all’immenso Clint Eastwood ma non riesce certo a Robert Redford che, in questo caso, dirige un telefilm con molti mezzi ma che resta un telefilm, raccontando il processo dei supposti assassini di Abramo Lincoln, il presidente degli Stati Uniti che abolì la schiavitù. La narrazione è scontata, i personaggi quasi caricaturali, la sceneggiatura diligente ma niente più.  Grande l’interpretazioni del solo James McAvoy nel suo ruolo di imberbe ma anche risoluto avvocato difensore nordista della vedova Suratt, madre di un cospiratore, che non centrava con il complotto, ma che venne giustiziata per dare una lezione a tutti, in base al  principio che, evidentemente si usava anche prima di Tangentopoli, che  “non poteva non sapere”.

Pierluigi Magnaschi, 22-07-11

La polvere del tempo regia di  Theodoros Angelopoulos
con Willem Dafoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob, Christiane Paul, Kostas Apostolidis, Tiziana Pfiffner, Alexandros Mylonas, Norman Mozzato, Reni Pittaki***

 di Pierluigi Magnaschi

Con una sceneggiatura bozzettistica di questo tipo (il demerito lo si deve soprattutto a Tonino Guerra che ha dalla sua il fatto di essere lui e di essere anche nonagenario) qualunque altro regista ne avrebbe ricavato un film da un asterisco. Invece Theo Angelopoulos, come un novello Laocoonte, si disistrica da una sceneggiatura alla stato brado,  tortuosa e attorcigliata, riuscendo, di tanto in tanto, a riemergere alla superficie di questa trama caleidoscopica, con gli occhi sbarrati dallo sforzo  e la bocca in debito di ossigeno, per mettere a segno, qui e là, una sua unghiata che lo salva, senza per questo, purtroppo, riscattare questo film che è il peggiore fra quelli realizzati dal regista greco.

La storia da esso raccontata  si basa sul desiderio di un regista di realizzare un vecchio progetto sulla figura della madre. Una donna che era stata accusata di tradimento dai comunisti russi ai tempi di Stalin e che, per questo, era stata trasferita in Siberia da dove, poi, molto poi,  era stata liberata. La donna, pur essendo smilza, affaticata, incolore ed esausta, anche per le grandi e devastanti prove che era stata costretta a subire, era amata disperatamente da due uomini. Uno, era un suo connazionale e l’altro era un ebreo scampato ai campi di sterminio.

La fuga della donna dall’orrore sovietico, con il visibile e strano seguito dei suoi due uomini, si dipana  a zig zag fra la Germania (nella quale si avverte, prepotente, il nuovo vento che cominciava a spirare attraverso le crepe del Muro di Berlino) , Parigi, Roma e gli Stati Uniti per poi tornare ancora in Europa, giusto in tempo per salvare una nipotina ammalata di depressione che si sta lanciando da un edificio che, guarda caso, come se non bastassero i già tanti elementi diversivi, è occupato da squatters. E la nonna arriva proprio negli attimi immediatamente prima, e poi, nel corso, della brutale irruzione della polizia per eseguire lo sgombero coatto dell’edificio. 

Il film procede per continui flash back ed ininterrotti snodi narrativi, con personaggi che scompaiono senza dire addio e altri che entrano senza nemmeno bussare alla porta. Alla fine, questo pout pourri lascia rintronato lo spettatore che non sa più a che storia aggrapparsi. Ma, pur nella confusione della trama e nella fumosità della storia, il genio Angelopuolos ha modo di esprimersi in alcune scene memorabili come, ad esempio, in Siberia, descrivendo gli scheletri ambulanti (e le anziane cosi grasse da sembrare il testimonial della pubblicità Michelin)  che, silenziosi e mestamente strascicanti e svuotati , si avviano verso la piazza principale di una cittadina spettrale, devastata dal gelo, per un appuntamento di cui non conoscono le scopo. Salvo poi capire che è per apprendere, grazie a un altoparlante, che il grande padre del popolo russo, Iosef Dsugasvili Stalin, è morto. E piangere a dirotto un uomo che era stato la loro rovina.  

Così è memorabile la marcia ininterrotta, sempre in Siberia, verso il nulla, su una scala di metallo aggrovigliata, da parte di una serie ininterrotta di uomini che sembrano, da lontano, un millepiedi umano senza più punto di riferimento. O la visita dello scalcinato esperto di organi in una chiesa abbandonata da decenni  che, mettendo le mani su una tastiera polverosa, trae da quella devastazione, un suono elettrizzante  che contrasta con le rovine fisiche e morali di tutto ciò che gli sta attorno, quasi a significare che lo spirito (anche quando sembra scomparso ed annientato) è sempre lì sottofondo. Basta richiamarlo, da parte di chi gli da del tu,  che si fa subito  vivo. Tutto è sepolto, violato, schiacciato. Ma niente è scomparso. la speranza e l’umanità, magari acquattate, e magari acciaccate, sono infatti sempre dietro l’angolo proote a rifarsi vive mentre la vita continua. 

23-06-11

Le donne del 6º piano (Les femmes du 6e étage),  regia: Philippe Le Guay  
con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas. ***

 

Fabrice Luchini è come Alberto Sordi. Con lui, qualsiasi film sta in piedi. Se poi è guidato da un regista come Le Guay , la ciambella, come in questo caso, riesce con il buco. Le donne del 6° piano sono le cameriere  immigrate dalla Spagna che lavorano al servizio delle famiglie vuotamente altezzose che vivono in un condominio borghese nel centro di Parigi . Luchini interpreta il ruolo del finanziere attento solo al livello di cottura del suo uovo alla coque. Sua moglie è distrutta dagli impegni sociali. I figli (che fortunatamente studiano in collegio) quando tornano, sono l’espressione visibile del peggioramento della specie.

Le donne del 6° piano invece, anche se con il loro carico di sofferenza, sono vive, spesso solidali, anche se molto  diverse fra di loro. In genere esse sono brutte ed hanno, in testa, dei sogni irrealizzabili. Solo l’ultima arrivata è carina, intelligente, riservata. Gettato fuori casa dalla moglie inutilmente gelosa, Luchini si rifugia in una stanza del 6° piano, fra lo comunità delle donne di servizio spagnole  di cui ammira l’umanità sorgiva, spontanea, disponibile. E’ dal confronto, anche fisiognomico,  fra questi due mondi che si snoda un film, leggero, ma bello. Una commedia frizzante e godibilissima sulla condizione umana nel Terzo Millennio.  


Pierluigi Magnaschi, 23-06-11

“Red” di Robert Schwentke
con Bruce Willis, Morgan Freeman, John Malkovich, Mary-luois parker e Helen Mirren ***

di Pierluigi Magnaschi

Un film divertente, ironico, mozzafiato, irriverente. Realizzato con un ritmo indiavolato, utilizzando un cast di attori non solo straordinario per la loro fama ma anche  al meglio della loro forma. Questo film non prenderà sicuramente l’Oscar ma  è destinato a far divertire gli spettatori, cosa non molto consueta, attualmente, specialmente con i film italiani che sono, o sguaiati, o noiosi. 

Bruce Willis, agente dalla Cia, da poco in pensione e che vive da scapolo in un amorevole cottage immerso nel verde, viene messo nel mirino della Cia perché testimone, molti anni prima, di un massacro perpetrato da un sottotenente Usa in Guatemala. Il guaio per Willis è che quel sottotenentino è diventato,nel frattempo, un uomo potente. Così potente, da essersi candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Ecco perché costui vuol far fuori il testimone di quell’eccidio. Un massacro, questo,  che è stato nascosto grazie a molte connivenze ma che potrebbe riemergere con la testimonianza di questo pensionato della Cia che passa ore di noia nel suo cottage immerso nel verde. Da qui l’ordine di ucciderlo per eliminare, una volta per sempre, un testimone che potrebbe diventare scomodo.

Willis viene affrontato di notte, mentre lui è a letto, da un gruppo di agenti della Cia, armati di armi devastanti che riducono il cottage a una gruviera. Ciò nonostante essi  non riescono a impedire a Willis di fuggire. Per difendersi da un attacco così potente e preciso, Willis decide di appoggiarsi su alcuni colleghi, pensionati della Cia come lui. E cioè, per salvare la pelle, coinvolge il nero Morgan Freeman, che vive in un ospizio dove passa il tempo cercando avventure con le infermiere che però lo trattano come un discolo inoffensivo. Recupera anche John Malkovich che recita la parte  di un agente segreto ossessionato dai tiri mancini di fantomatici nemici che non si fanno mai vivi e che, ciò nonostante, vive tra le frasche di una sorta di foresta, pieno di foglie più di un albero. Per bilanciare la compagnia chiama anche Helen Mirren, quì,  in forma strepitosa, che, vestita di bianco e in lungo come se partecipasse ad una festa da ballo, si mette a usare le mitragliatrici così come una signora dabbene adopera il rossetto. Il gruppo di anziani scapestrati viene completato dall’insignificante unica giovane  dell’intero cast: Mary-Louise Parker che recita da bella statuina.

Il film pieno di trabocchetti, di attacchi, di fughe con ogni mezzo. Una carambola per gli occhi. Una festa per la mente. Negli Usa permanentemente giovinalisti, quì sono di scena degli indomabili e simpaticcissimi vecchietti, pronti a tutto e disposti a tutto.

27-05-11


“Come acqua per gli elefanti” di Francis Lawrence
con Reese Witherspoon, Robert Pattison e Christoph Waltz. ***

E’ la storia del contrastato amore circense fra un giovane belloccio che spala la cacca degli elefanti di un circo della fine Ottocento in Usa e una cavallerizza malmaritata con il padrone del circo, Christoph Waltz, che è molto credibile nel suo ruolo di inguaribile cattivo, disposto a tutto pur di non pagare i suoi dipendenti e di attrarre il pubblico. Nel complesso è un film gradevole costruito su un plot fragile, consunto e perciò anche facilmente  prevedibile. Il migliore attore di questo film recita da bestia. E’ infatti un’elefantessa che recitata come se fosse uscita dall’Actor’s  studio e dà dei punti a tutti i suoi colleghi bipedi. Le basta un colpo di orecchie per catturarsi tutta la scena. Con i barriti non diciamo. E con  i suoi zamponi fa faville. Insomam è nata una nuova star. Lei non lo sa. Ma lo è.

Pierluigi Magnaschi, 27-05-11


“I baci mai dati” di Roberta Torre
con Donatella Finocchiaro, Carla Marchese, Giuseppe Fiorello. *



La regista Roberta Torre aveva cominciato bene con il film “Tano da morire”. Poi aveva proseguito con il meno convincente “Angela”. E adesso è definitivamente finita fuori strada con  “I baci mai dati”, un filmino esile e pretenzioso sulla presunta apparizione della Madonna a una bambina nel quartiere Librino della città di Catania che, progettato dal giapponese Kenzo Tange, doveva essere un città giardino è che invece è una sorta di villaggio caserma tipo Cinisello Balsamo nella periferia milanese.  Del cast si salva la piccola Carla Marchese, piena di stupori e di silenzi, trascinata da eventi più grandi di lei. Cerca di non annegare, ma beve molt’acqua, Donatello Finocchiaro. Nel ruolo  di parrucchiera si ripete come un disco rotto persino la di solito brava Piera degli Esposti. Un film allo sbando, discacalico, strampalato, occasionale.

Pierluigi Magnaschi, 27-05-11

Fughe e approdi, regia di Giovanna Taviani
con Francesco D'Ambra, Giovanna Taviani, Adele Turchio, Edoardo Bongiorno, Maria Giuffrè, Caterina Conti, Stefano Cincotta ****




di Pierluigi Magnaschi

Questo è un film o un documentario? Chi lo sa! E’ sicuramente una pellicola molto bella, da vedere assolutamente. Solo le detestabili stravaganze della distribuzione cinematografica, impediscono di portare questo film (che è fuori dal comune) alla conoscenza del grande pubblico. Per fortuna, a Milano, c’è un locale, il “Mexico” di via Savona (sia sempre lodato il suo gestore) che trova spazio e pubblico per far girare queste pellicole straordinarie ed appassionanti.

Il film racconta le isole Eolie, l’arcipelago in provincia di Messina, che era già conteso nel 4 mila avanti Cristo perché era ricco di ossidiana, un sostanza vetrosa di origine vulcanica che, a quei tempi, era il materiale più tagliente sul quale potesse fare affidamento l’uomo. Nel 260 furono teatro di una grande battaglia tra Roma e Cartagine e poi divennero vivaci centri di commercio dello zolfo, dell’allume e del sale.
Il film è, in sostanza, il viaggio su una tartana dalla vela rossa attraverso le isole Eolie. La barca è guidata da Franco “Figliodoro”, un vigoroso ex pescatore originario di Lipari che fu il protagonista, nella stesso ruolo, nel film “Kaos” dei Fratelli Taviani (1984). E’ lui, con la sua tartana, il filo conduttore di questa visita mozzafiato a questo arcipelago di “fughe e di approdi”. Da qui infatti fuggivano, per andarsene, magari, dall’altra parte del mondo, i cavatori di pomice per evitare il male della pietra, la silicosi. Qui arrivarono i confinati dal regime fascista. E da qui evasero Emilio Lussu e Nello Rosselli in una fuga che ridicolizzò il regime agli occhi del mondo intero. Qui vennero girati film memorabili da grandi registi come Roberto Rossellini (“Stromboli” e “Terra di Dio”), Michelangelo Antonioni ( “L’avventura”), I fratelli Taviani (“Kaos”), Massimo Troisi (“Il postino”), Nanni Moretti (“ Caro diario”), Senfi Dieterlo (“Vulcano”) con un corteo di attrici come Anna Magnani ed Ingrid Bergman (in implacabile lite fra di loro per avere in esclusiva l’amore di Roberto Rossellini), Monica Vitti, Lea Massari.

Con un montaggio da togliere il fiato, tanto esso è perfetto, le immagini splendide delle isole Eolie viste dal mare, si dissolvono, senz’alcuna soluzione di continuità, in quelle dei film che sono stati girati in questo arcipelago e si avvolgono, a loro volta, nelle testimonianze degli abitanti del luogo, con le loro facce antiche, scavate dal sole e dal vento e le loro parole aguzze come uno scalpello.

Queste isole tormentate dalle eruzioni e rese bellissime dalle rocce scure che sorgono improvvisamente dal mare, come se fossero spinte verso il cielo da un’improvvisa forza titanica, appaiono come degli straordinari ed incredibili geyser di pietra. Questo è un film magico. Unico. Documenta ma racconta. Sta ai fatti ma si libra nel mistero. Parla di storie che si perdono nella notte dei tempi. Racconta di un sole che non c’è da alcun’altra parte. Di un mare infinito. Di capre che vagano, rincorrendosi senza meta, fra gli sterpi, con quei loro occhi terrorizzati e curiosi. Di trombe d’aria ( o di acqua?) che emergono e fuggono d’improvviso . Di uomini e donne che volano. Un film felicemente misterioso. Che gioca a rimpiattino con chi ha l’animo aperto al mistero e alla sorpresa. Non a caso, la regista, alla fine del film mette queste parole: “Al nostro Paese che è stato, e può tornare, ad essere un grande paese”


04-05-11
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La fine è il mio inizio, regia di Jo Baier
con Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvárt, Nicolò Fitz-William Lay *



di Pierluigi Magnaschi

E’ la prima volta che, al cinema, vedo un radiodramma. La macchina da presa, in questo film, è di troppo. Sarebbe bastato un registratore audio. La testimonianza è tragica ma anche al rosolio. Si tratta di un uomo (Tiziano Terzani) che, alla fine della sua vita, affetto da un cancro allo stato terminale, fa il bilancio della sua esistenza per girare il testimone al figlio. Terzani era stato, in vita, un globe trotter. Aveva vissuto per molti anni, dall’altra parte del mondo. Nei paesi dell’ Estremo Oriente e in Cina, soprattutto. Nonostante avesse visto le cose con i suoi occhi, aveva preso abbagli colossali (poi fatti dimenticare). Vedeva in Mao la nuova primavera (tanto da voler appioppare la figlio il nome di Mao). Poi si innamorò dei khmer rossi di fronte ai quali Hitler e Stalin sembrano due viola mammola. Infine ha monetizzato la sua agonia: Non è bello.

04-05-11
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L’altra verità, regia di Ken Loach
con Mark Womack, John Bishop, Najwa Nimri, Trevor Williams, Stephen Lord, Andrea Lowe, Geoff Bell. *




di Pierluigi Magnaschi

Non tutte le ciambelle riescono con il buco. E questa, il buco non ce l’ha proprio. Ken Loach è un regista d’attacco, di accusa, violento, spesso unilaterale. Ma anche bravo. In un giallo si perde. E infatti qui divaga, cincischia, gira su se stesso, perde il filo. Insomma, alla larga da questo film.


04-05-11
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“Habemus Papam” di Nanni Moretti
con Nanni Moretti, Michel Piccoli. Margherita Buy, Renato Scarpa, Jerzy Stuhr. ****



di Pierluigi Magnaschi

Il compito di un uomo di cultura non è quello di dare delle risposte ma di porre delle domande. Se questa definizione è valida (e io credo lo sia) Nanni Moretti ha girato questo suo splendido film da uomo di cultura. “Habemus Papam” infatti non è un film saccente ma problematico. Rovista addirittura in un Conclave, uno dei luoghi più claustrali e riservati del mondo, ma lo fa con un distacco ed una leggerezza gonfi di rispetto. Moretti è sicuramente un estraneo a quel mondo ma non è ostile a quel mondo. Cerca di capire quei cardinali che sono al limite della loro esistenza terrena anche se non ci riesce. Ma non per questo li sbertuccia.

La storia è presto raccontata. Un cardinale (interpretato da un Michel Piccoli che, per questo suo ruolo, passerà alla storia della cinematografia) viene eletto Papa contro le iniziali attese dei suoi colleghi cardinali che puntavano su altri e contro il suo autentico desiderio. Il cardinale infatti non si sente all’altezza di questo ruolo così difficile e complicato. Per cui, al momento in cui, dopo essere stato eletto, si dovrebbe affacciare dal balcone della Basilica di San Pietro, per essere investito dall’acclamazione dei fedeli che stipano la piazza abbracciata dal colonnato del Bernini, viene preso dal panico e rifiuta di manifestarsi. L’imbarazzo viene mascherato dall’organizzazione vaticana che fa sapere che “il papa ha preferito ritirarsi in meditazione e preghiera”. Intanto però viene convocato nel conclave uno psicanalista famoso (Moretti, che lo interpreta, confessa: “ Tutti dicono che sono il migliore, compresa mia moglie psicanalista che per questo mi ha lasciato”). Ma non cava un ragno dal buco. Nel frattempo, il Papa, sfuggendo al controllo dei suoi accompagnatori, gira in borghese per le vie di Roma. Ha unaria da fanciullo nel vedere negozi, persone, mezzi di trasporto. Viaggia in bus assieme a tanti immigrati. Dorme in una pensione.

Piccoli, recita in modo superlativo questo personaggio fragile ma anche determinato nel suo diniego. E’ un Papa uomo. Com’è possibile farlo, solo dopo che Papa Roncalli Giovanni Paolo II ed oggi Benedetto XVI sono assunti alla cattedra di Pietro con, intatta, anzi, alle volte anche esibita, la loro carica di umanità. Non sono degli asceti, santi ma lontani, come Pio XII o come Paolo VI. Potrebbero essere dei Papi della porta accanto (e spesso lo sono stati, diventando cosi popolarissimi in tutto il mondo, anche fra i non credenti). Essi non hanno rappresentato mondi lontani o vette inaccessibili. Questo Papa che non vuol essere Papa, è una persona confusa, stranita, schiacciata dalle sue future responsabilità. Ma è anche una figura molto dolce, tremendamente normale. Come quando (coperto da una robusta siepe dei giardini vaticani, dalla quale, sopraffatto da quel verde lussureggiante, sbuca solo con la sua papalina bianca) assiste alla marziale cerimonia del giuramento delle guardie svizzere e saluta quei soldati virili che gridano, orgogliosamente, il loro impegno in un tedesco imperioso, con un ciao ciao flebile, appena accennato, da nonno un po’ suonato che vuole tenersi in disparte ma che desidererebbe anche partecipare a quella festa.

La tesi che si può estrarre da questa storia è che stiamo vivendo un tempo terribilmente complesso, assatanato da un’incertezza sempre più vasta e diffusa, nel quale non ci sono più appigli realistici (anche se incredibili) di un tempo ai quali poterci aggrappare.

Le orgogliose e prepotenti ideologie del secolo passato si sono liquefatte. Il marxismo-leninismo che, fino a pochi decenni fa, riusciva a mobilitare centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, adesso è diventato uno straccio imbarazzante ed inutilizzabile. La psicanalisi, che doveva scoprire i molteplici, paurosi, ma anche affascinanti arcani delle profondità umane, ha invece perso la strada in questa sua ricerca presuntuosa e adesso brancola nel buio delle frasi fatte, nelle quali, per primi, non credono più nemmeno gli psicanalisti. Anche la Chiesa, strattonata dal desiderio di quasi tutti, di voler vivere al meglio la loro vita, quì e subito, non riesce più a imporre la sua visione del mondo anche se, tra tante macerie, è l’istituzione che, nonostante tutte le sue crepe, regge ancora meglio.

Lo psicanalista principe (Moretti) e sua moglie (Margherita Buy) che dovrebbero, o potrebbero, andare in soccorso del Papa renitente, sono, in effetti, più spersi di lui. Non dispongono certo di una bussola attendibile per decifrare, per capire, per orientarsi. Anzi, essi puntano, a caso, sul nulla, sperando di approdare a qualcosa come fece, a suo tempo, Cristoforo Colombo al quale però bastava puntare sull’Ovest e tener duro. I due psicanalisti si appoggiano, con disinvoltura, su vaghe ed usurate formulette, chiavi dorate dalla credulità della gente (che si vergogna di ammettere di non capirle) ma che non aprono (e forse non hanno mai aperto) nessuna porta. Un’altra vittima del film è la tv (che, per molti, oggi, ha sostituito il marxismo, la religione e la psicanalisi messe assieme). Qui la tv, è rappresentata, fugacemente ma anche efficacemente, da un telecronista impiccione e vuoto come una camera d’aria, inutile nelle sue domande che sanno di nulla e con una imbarazzante faccia da imboscato

I cardinali del Conclave di Nanni Moretti invece non sono arrivisti. In questo, almeno, sono fuori dal mondo. Non brigano per diventare Papa. Anzi, temono di diventarlo. Sono quindi l’esatto opposto dei componenti di qualsiasi altro organismo elettivo dove i concorrenti venderebbero anche la mamma pur di salire al vertice.

Moretti si muove con grande abilità figurativa e narrativa in questo mondo così diverso per tutti, ritraendone, con partecipato calore, la munificenza dei riti e le normalità umane. In un film normale e sontuoso. nel quale lo Spirito non gonfia le vele ma sembra voler giocare con i suoi rappresentanti in terra.

22-04-11
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“I ragazzi stanno bene”
(The Kids Are All Right) di Lisa Cholodenko
con Julianne Moore, Annette Bening, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson, Kunal Sharma, Eddie Hassell, Zosia Mamet, Yaya DaCosta. ***




Pierluigi Magnaschi
 

Un film lieve, delizioso, problematico ed interrogativo su una vicenda che avrebbe potuto essere ostica e spinosa. Nelle mani di un regista medio italiano, ne sarebbe uscito un film greve, se non anche pecoreccio. Invece, girato da Lisa Cholodenko, questo film è lo spaccato di vita nell’interno di una famiglia di due lesbiche che, molto tempo prima, avevano deciso di diventare, entrambe, madri, rifornendosi dello sperma dello stesso studente universitario donatore.

La due consorti (si dice così?) sono, una (l’eccezionale Annette Bening), un medico ospedaliero con il piglio manageriale, che ha in pugno la situazione e governa la casa con delle occhiate e che è distrutta dagli impegni e con i nervi a fior di pelle. Si tiene su con degli enormi calici di vino rosso che deglutisce voracemente. L’altra invece è una casalinga (la bravissima Julianne Moore,) che ha allevato i figli e che, adesso che essi stanno prendendo il volo, vuole riciclarsi come improbabile progettista di giardini.

Adesso, la prima figlia di questa coppia gay, ha 18 anni, sta preparandosi a lasciare la casa per andare all’università. Il fratello ha due anni in meno ma, come è inevitabile in questi casi, arde dalla voglia di conoscere che è il padre biologico (che è un eufemismo per dire il donatore di sperma). Ma, per poter accedere ai file della banca del seme e quindi poter conoscere chi è stato il donatore, bisogna essere maggiorenni. Il figlio, ansioso, prega quindi la sorella, che è molto meno interessata a scoprire l’arcano, di contattare la clinica. Da qui la prima telefonata al padre inconscio che balbetta e cade dalle nuvole, incapace di realizzare che un bravata per fare qualche soldo, possa aver dato luogo a degli effetti che continuano vent’anni dopo. Ma, essendo un giuggerellone inutilmente invecchiato, il padre, ripresosi subito dallo shock, incontra volentieri i due figli, fraternizza immediatamente con loro, li porta in giro in moto (cosa che le due madri erano riuscite ad impedire fino a quel momento) e soprattutto, trascinato dai figli, li porta a mangiare gli hamburger, offre loro delle birre e poi, quasi inevitabilmente, si insinua nella famiglia rigorosamente gay, almeno per quanto si riferisce agli adulti, provocando devastanti sconquassi psicologici, sempre appena accennati da una regista che sa come giocare a fior di pelle con i sentimenti, riconoscendoli come tali e trattandoli con rispetto e misura, lontano da ogni caricatura o forzatura.

Per capire lo spessore umano del padre (“perdonalo perché non sa che cosa ha fatto”) basti pensare che, alla domanda dei figli che gli chiedono perché “lo ha fatto”, appunto egli non trova niente di meglio che rispondere: “Perché è più piacevole che donare il sangue”.

Inevitabilmente, la componente più debole (o più femminile; si può dire?) della coppia gay, la casalinga, finisce per innamorarsi del padre putativo di suo figlio mentre la dottoressa, sempre più inquieta, vede crollale le sue costruzioni sessual-sentimentali. Le scene di letto sono numerose (sia di tipo lesbico che eterosessuale). Queste sequenze sono anche roventi. ma non vanno mai oltre il segno. Sono state girate con un’appassionata pudicizia. Vengono date perché servono a capire che cosa sta succedendo in questo universo famigliare, non per far vedere due che scopano. Una cifra narrativa, questa, bellissima, frutto di un grande mestiere e non di una censura preventiva. Un film da vedere.

01-04-11
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“Gangor”, regia di Italo Spinelli
con Adil Hussain, Samrat Chakrabarti, Priyanka Bose, Seema Rehmani, Tillotama Shome. ***



Un film girato interamente in India, da un regista italiano. Tutto, in questa pellicola, è indiano. La storia, l’ambiente, gli attori, i tecnici. Questo è un film che è costato poco ma che vale molto. Racconta la vicenda di un fotoreporter che riprende, compensandola con poche rupie, una giovane indiana di umilissime condizioni mentre sta allattando la sua creatura in un contesto degradato e pieno di polvere, vicino a una fornace dove le donne lavorano in una condizione di sfruttamento inaudito .

La foto, in fondo innocente, e puramente documentaria, viene però pubblicata da un quotidiano locale per cui la giovane madre che espone il suo bellissimo seno, viene subito isolata dal suo ambiente, ridicolizzata e infine perseguitata dai maschi del posto che arrivano a stuprarla in gruppo. Questa scena, con la ragazza ridotta a un fagotto di stoffa in mano a feroci facinorosi, è una di una drammaticità assoluta. Gli intoccabili, con la complicità di una foto che noi considereremmo innocente, hanno scoperto (o creato) una più intoccabile di loro. Una cioè che sono riusciti ad abbassare oltre il loro già infimo livello. E la rabbia che non riescono ad esprimere contro i componenti delle caste superiori, la sfogano contro questa loro simile, degradata a cosa, da una foto. Questo è un grande film di un regista sconosciuto che meriterebbe ampiamente le paginate che i grandi giornali nazionali dedicano a qualsiasi controfigura del nostro, in genere deprimente, caravanserraglio registico nazionale. Questa rubrica , del resto, è nata anche per sovvertire queste gerarchie.

Pl.Mag., 01-04-11
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Sotto il vestito niente-L’ultima siflata regia di Carlo Vanzina
con Vanessa Hessler, Francesco Montanari, Richard E. Grant, Giselda Volodi, Virginie Marsan, Paolo Seganti, Claudine Wilde, Ernesto Mahieux, Mario Cordova, Alexander Doetsch, Vincenzo Zampa, Francesco Barilli, Elena Cotta, Alexandra Burman, Stefano Molinari.****



Pierluigi Magnaschi

I critici dei grandi media non vanno a vedere i film dei fratelli Vanzina (Carlo regista e, assieme al fratello Enrico, anche sceneggiatore). Lasciano l’incombenza ai critici di seconda o terza fila che anche loro, per non essere da meno, si guardano bene dallo spendere tempo ad andarli a vedere (la vita è breve, si sa). Affidano quindi a tutti i film di Vanzina (anche a quest’ultimo quindi) due asterischi di gradimento. Il che se fosse una pagella scolastica sarebbe un sei meno meno. E poi se ne vanno a letto felici e contenti, certi che domani è un altro gionro. E avanti un altro.

Dico questo perché conosco molti di questi soloni della celluloide. Ne conosco i tic, gli interessi (diciamo meglio, pardon, le predilezioni), le prevenzioni, i masochismi, le chiusure. Ma non posso certo dire che siano degli incompetenti. Se consentono che al film “Sotto il vestito niente” siano dati due asterischi ,l’unica spiegazione, per salvare loro la faccia, e lo faccio volentieri, è che non lo abbiamo visto.

Questo è infatti un film con i fiocchi. Un giallo non angosciante. Che sollecita il dubbio ma non si basa sul terrore. Un film che scava in un ambiente, descrivendo con esattezza filologica situazioni, personaggi, relazioni, trame, paesaggi, abitazioni, costumi, relazioni. Il film è costruito sulla figura di un grande stilista milanese, Federico Marinoni. Ma non è lo stilista ad occupare il pieno della scena. Lui è senza dubbio il punto focale della vicenda . Il personaggio che dà la prospettiva alla narrazione. L’appendiabito al quale sono aggrappati tutti gli altri personaggi che costruiscono il complesso e variegato teatrino della moda.

I veri protagonisti del film sono il contesto umano che ruota attorno allo stilista. Sono dei personaggi importanti, spesso importantissimi per il successo della Maison, ma anche defilati che, di solito, non entrano nella cronache dei grandi giornali, nelle quali riescono ad emergere ( o vogliono emergere) solo i grandi protagonisti: lo stilista e, quando c’è ed è in esclusiva, anche l’indossatrice- faro della Casa.

Questo film dei fratelli Vanzina è costruito con una sapienza artigianale sopraffina, nella quale non viene trascurato nessun dettaglio e dal quale emerge una impietosa (ma anche umanissima) descrizione di un ambiente sofisticato, internazionale ma anche meneghino, pieno di sfide, costruito sulla precarietà di una creazione effimera, che è sempre esposta all’impietoso ed imprevedibile giudizio del mercato.

Un settore quindi pieno di persone che, per poter vivere la loro sfida quotidiana, o per riempire i baratri delle loro precarie motivazioni esistenziali, o semplicemente per imitazione, cioè per essere à la page, si aiutano con la droga in quantità industriale e vivono, nell’azienda e fra le aziende, una concorrenza spietata, basata sull’inevitabile arbitrio dei giudizi e quindi anche sull’assoluta precarietà delle carriere.

Che, essendo esse al top, quando si concludono, determinano, non un declino, ma un collasso “Sotto il vestito niente” ritrae questo ambiente complesso e controverso, senza fare prediche o sollevare il ditino arcigno dei moralisti a danno degli altri che sono tanto diffusi nel nostro paese. Il ritratto di questo ambiente fatto dai fratelli Vanzina è fedele. Il film scorre fresco e godibile come un ruscello alpino, ducumentando lo spettatore e facendolo partecipe di un modo di creare, di produrre, di lottare di un ambiente di cui si sa per sentito dire ma che i Vanzina propongono dall’interno.

In un paese normale, i Vanzina sarebbero sequestrati entrambi dallo Stato e condannati ad insegnare come si fanno i film ai Centri sperimentali di cinematografia, ammesso che, in questi Centri, si apprenda a fare il cinema che invece, a mio avviso, è un mestiere che si apprende leggendo molto, vedendo i film, essendo portati a farli e frequentando i set. Nel nostro paese invece, proprio perchè non è un paese normale, ai film di Vanzina si danno due punti. Questa mia nota così controcorrente è un invito ai lettori (i soli verso i quali mi ritengo la servizio) per dire loro: andate a vedere “Sotto il vestito niente”. Sono certo che non vi deluderà.

01-04-11
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Tournèè, regia di Mathieu Amalric
con Miranda Colclasure, Suzanne Ramsey, Linda Maracini, Julie Ann Muz, Angela de Lorenzo, Alexander Craven, Mathieu Amalric, Damien Odoul, Ulysse Klotz***



Questo è un film dell’attore e regista francese Mathieu Amalric che racconta strampalata tournée di una compagnia di ballo bourlesque, prima in Francia (dove colleziona una serie di flop clamorosi) e poi negli Usa (dove invece andrà meglio anche perché lì, essendo un paese unanimemente sovrappeso, sono di bocca buona). Questa troupe è composta da ballerine fuori età e fuori peso. Che suppliscono, senza complessi di sorta, all’eccesso di chili e all’occhio affaticato, con una straripante simpatia. Questo non è un film che fa spanciare dalle risate di tanto in tanto, ma è un film che fa sorridere di continuo. Le attrici sono deliziose. L’impresario simpaticamente demente. La tournèe imprevedibile. Bello.



Pl.Mag., 01-04-11
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“Sorelle mai”, regia di Marco Bellocchio

con Letizia Bellocchio, Maria Luisa Bellocchio, Elena Bellocchio, Pier Giorgio Bellocchio, Alberto Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Anna Bianchi, Alba Rohrwacher, Gianni Schicchi, Silvia Ferretti.*




Pierluigi Magnaschi

Sono convinto (e l’ho scritto ripetutamente) che Marco Bellocchio, fra i registi italiani viventi, è il migliore. Che il suo precedente film Vincere era un quasi capolavoro e che, senza dubbio, meritava di rappresentare l’Italia agli Oscar, dai quali è stato escluso per le solite manfrine del sottobosco italiano della celluloide. E, visto che Müller sembra volergli assegnare, al prossimo Festival del cinema di Venezia, il premio alla carriera, dico subito che condivido questa scelta. Detto questo debbo aggiungere che questo film, per decenza, non doveva essere fatto uscire nelle sale cinematografiche. Non si può costringere uno spettatore a uscire di casa, sprecare una serata e pagare 8 euro per vedere una pellicola che sembra un filmetto amatoriale in superotto, relativo alla famiglia Bellocchio, nel corso degli anni, in quel di Bobbio. Lo spettatore merita rispetto.

Questo dovrebbe essere il primo principio di galateo professionale che dovrebbe essere seguito da un regista che conta (e, ovviamente, anche dalla sua casa di produzione). E sempre per questo motivo lo spettatore non si può prendere per il naso con una promozione invereconda. Il Corriere della Sera di mercoledì 16 marzo, per esempio (ma non è certo l’unico giornale a stravedere e a stragiudicare) dedica, a questo filmetto esile come la carta velina, un’intera pagina e lo descrive come se fosse una svolta nella storia della cinematografia. Nelle note a margine delle programmazioni cinematografiche, il giornale milanese attribuisce, sempre a questo filmetto, quattro asterischi di valutazione, cioè il massimo.

Se questo è il criterio di valutazione, che cosa dà il Corriere della Sera limitandoci ai soli film attualmente in programmazione nelle sale italiane, ad Another year, Il Grinta, The fighter, Il discorso del re o Il cigno nero? Decide di sfondare il tetto delle valutazioni, attribuendo a questi film il triplo della valutazione attribuita al filmetto amatoriale di Bellocchio, introducendo così, per l’occasione, anche la valutazione con 12 asterischi? E persino il film carino Gianni e le donne del diligente Gianni De Gregorio, per comparazione con i quattro asterischi concessi a Sorelle mai, di asterischi ne meriterebbe almeno 8. Il giorno dopo, Il Corriere della Sera recidivava, dedicando una pagina intera del suo peraltro pregevole supplemento settimanale Sette a Sorelle mai intervistando l’attrice Alba Rohrwacher che, parlando del film di Bellocchio, diceva: «Vedendolo, mi sono emozionata».

Ora la Rohrwacher (che in questo film recita un esile cameo di pochissimi minuti, del tutto ininfluente sull’intero film) viene inevitabilmente, ma anche arbitrariamente, presentata come un’interprete del film e quindi (anche a suo danno) induce gli spettatori che l’apprezzano, a farsi infinocchiare, andando a vedere un film dove, in pratica, lei non recita. Che tutto questo fragoroso tam tam si riveli un boomerang (per il cinema, per le future pellicole di Bellocchio e per la credibilità della stampa che dovrebbe sempre mettersi dalla parte degli spettatori) può essere dimostrato dal fatto che, alla proiezione di mercoledì 16 marzo, delle 22,30 presso il prestigioso cinema milanese Eliseo Multisala di via Torino, c’erano solo due spettatori. Io e un vecchietto che, a un certo punto, beato lui, si è anche addormentato. Che nel caso di Sorelle mai è anche una reazione comprensibile, sebbene sia un’attività che non vale certo gli 8 euro del biglietto. Che andrebbe restituito. Per riuscire a raggiungere una lunghezza accettabile del film, e forse con la scusa di fare del cinema verità, Marco Bellocchio ha infilato nel film infiniti bagni nel Trebbia, danze nelle balere estive seguite senza luci e con la camera a spalla, brandelli di concerti lirici all’aperto. Insomma, un fritto misto dozzinale, giusto per arrivare alla fine, sia pure ammaccato gravemente nella sua credibilità.

A dimostrazione delle eccezionali qualità registiche di Marco Bellocchio restano alcune unghiate magistrali (ma purtroppo episodiche) come l’uso delle due zie (Letizia e Maria Luisa Bellocchio) che sono strepitose nel recitare loro stesse e la grande recitazione di una dilettante locale di assoluto talento come Anna Bianchi. Nonché la superlativa, anche se breve, recitazione del fratello del regista, nella parte del preside tarantolato dal dubbio. Di Donatella Finocchiaro invece si ricorda solo quando tira il respiro per riuscire a far vedere che non ha la pancia, mentre si appresta a fare un tuffo sul Trebbia. Di Gianni Schicchi si può solo dire che Marco Bellocchio ne ha abusato. Il finale? Patetico. All’insegna del motivetto Vecchio frac, in una sequenza che vorrebbe essere tragica e invece risulta ridicola. Bellocchio può farsi perdonare questo scempio, solo rifacendo per intero questo film, in modo professionale, con i mezzi che servono. Potrebbe risultarne persino un capolavoro. Ma, così com’è stato fatto, è una presa in giro.

21-03-11
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“The Fighter”, regia di David O. Rusell
con Mark Wahlberg, Christia Bale e Amy Adams . ****





di Pierluigi Magnaschi

Un film splendido, girato con ritmo ed intelligenza, utilizzando attori superlativi. Racconta vite tormentate che si dipanano, fra di loro aggrovigliate, in una storia che però, alla fine, è anche ottimista. E’ come spirito, non certo come tecnica, alla Frank Capra o alla Norman Rockwell, per intenderci. La vicenda è ambientata in una periferia desolata di una cittadina anonima del Massachussets, nell’America profonda, per intenderci.

La famiglia protagonista di questa vicenda è composta da una madre caterpillar (che non si arresta davanti a nessuno), da un marito fuco abituato solo ad annuire, da due figli maschi (il primo ex aspirante campione di pugilato, poi persosi sulle vie della droga che hanno finito per incastrarlo in un carcere; il secondo figlio invece, aspirante anche lui alle glorie del pugilato).

Ci sono poi sei sorelle di varia età anche se tutte tutte adulte. Questo caravanserraglio viene tutto mantenuto, prima, dall’ex campione finito dietro le sbarre (Christian Bale che, per questo suo ruolo, ha vinto, la scorsa settimana, il premio Oscar come attore non protagonista) e poi dal futuro campione (interpretato da Mark Wahlberg) che, per il momento, cerca di scalare la graduatoria pugilistica insaccando milioni di pugni, e intascando premi modesti, in incontri da due soldi, in giro per gli States.

Ad un certo punto, il pugile in carriera capisce che la sua famiglia mostruosamente ampia e famelicamente (ma anche, a suo modo, affettuosamente) attaccata a lui come un branco di piraña, lo sta soffocando. E decide quindi di sostituire la madre (Melissa Leo, anch’essa Oscar come migliore attrice non protagonista). La madre infatti pretende di fargli, pateticamente e velleitariamente, da manager, cercando, prima di interpretare e poi di trasferire sul figlio più piccolo, la maggiore esperienza del fratello maggiore sdentato che sta in carcere. Da qui però la decisione del figlio più piccolo di sottrarsi alla incompetente ma anche soffocante morsa famigliare e di affidarsi a un manager vero e proprio, capace di organizzargli gli incontri pugilistici che contano per fare carriera e in grado anche di fornirgli un allenatore idoneo a farlo progredire atleticamente.

Di fronte a questo abbandono, la famiglia resta inebetita. Le sorelle disoccupate si accorgono improvvisamente che, per loro, non ci saranno più nemmeno precarie certezze di un tempo. La famiglia si sbriciola. Ma, alla fine, il fratello drogato esce dal carcere, dice no alla vecchia compagnia degli spacciatori, ricuce la fiducia con il fratello minore e lo porta a diventare un grande campione. Sembra una storia inventata. Ed invece i titoli di coda dicono che è vera. Mah. Ad ogni modo è raccontata benissimo. Due ore di godimento vero.

14-03-11
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“Il gioiellino”, regia di Andrea Molaioli
con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Fausto Maria Sciarappa, Lino Guanciale, Vanessa Compagnucci, Lisa Galantini**.



Il “Gioiellino”, nonostante un superbo Toni Servillo ed un’imperiale Sarah Felberbaum è un filmino. Robetta. Un telefilm, al massimo. Non capisco proprio, tanto per fare un esempio, l’entusiasmo senza freni del critico del Corriere della sera che, dopo aver dato, a questo film, il massimo punteggio, dice è tanto bello ed esplicativo che meriterebbe di essere fatto girare nella scuole come si faceva negli anni Cinquanta con il film di Santa Maria Goretti che diffondeva la virtù della verginità. Questo critico è evidentemente debole in filmologia o in finanza. O in entrambi.

“Il gioiellino” è un filmino perché è privo di coraggio. Temendo le diffamazioni (se utilizzassero questo criterio, i giornali uscirebbero senza gli articoli) il film, pur essendo dedicato al caso Parmalat, parla di una fantomatica Leda che, guarda caso, produce anch’essa il latte. E ambienta la vicenda, senza mai dirlo, peraltro, ad Acqui Terme. Di conseguenza, scompare dal caso Parmalat (qui detta Leda) l’ingrediente più esplicativo, cioè Parma stessa. Una città distinguibile da tutte le altre, avvinghiata a questa storiaccia industrial-finanziaria più di un boa costrictor a un bufalo nel fango. In questo film poi si vedono delle passeggiate in città dei coniugi Tanzi descritte come se fossero le compiaciute camminate con signora di un boss mafioso in una cittadina della Sicilia orientale, con deferenti omaggi dei passanti. ma quando mai, a Parma. Il regista Andrea Molaioli è poi è travolta dalla, alle volte gigionesca, personalità di Toni Servillo che si trasforma, da secondo personaggio, nell’interprete principale. Tanzi infatti è interpretato dal dimesso (anche se bravo, a suo modo) Remo Girone. Insomma il filmone è un filmetto. Essendo diluito all’inverosimile, produce una denuncia omeopatica.

Pierluigi Magnaschi, 14-03-11
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«Another year», regia di Mike Leigh con Jim Broadbent,
Ruth Sheen and Lesley Manville*****



di Pierluigi Magnaschi

L’incipit di questo film, che ne esprimerebbe l’essenza più profonda, avrebbe dovuto essere questo motto, un po’ cinico ma anche molto realistico: «La vita è come un corsa a ostacoli alla fi ne della quale tutti finiscono sconfitti». Another year è un film inglese perfetto in ogni suo dettaglio, essendo curato in ogni suo particolare. I protagonisti principali sono stati giovani fra gli anni Sessanta e Settanta. Stanno imboccando il rush fi nale, più stanchi che mai. Sono in pensione. Appesi ad un numero impressionate di birre, hanno esaurito i loro sogni. La storia (ma qui non c’è una storia; bensì un grappolo di incontri casuali mirabilmente incastrati fra di loro) si svolge nell’abitazione della periferia di Londra di Gerry (Ruth Sheen), psicologa, e del marito Tom (Jim Broadbent), già geologo oggi in pensione. Nella loro patetica villetta di periferia, circondata da orti che, giusto per ingannare il tempo, coltivano con passione e fatica (l’artrosi non fa sconti a nessuno, nemmeno in Inghilterra) si svolgono degli incontri fra amici. I due coniugi affiatati costituiscono una coppia simpatica e accogliente. E quindi finiscono per diventare il punto di riferimento di amici che hanno la stessa loro età, ma che sono sgangherati, come il vedovo Tom (Peter Wight), pancione senza ancoraggi, esistenzialmente allo sbando, anche se apparentemente autonomo. Di fatto, cerca disperatamente di costruire una nuova amicizia femminile e tenta di agganciare Mary (Lesley Maniville), una donna petulante, di poco più giovane di lui che, manifestamente, è alla ricerca, anch’essa, di un nuovo compagno ma che sia più giovane, più bello e più ricco di lei. Impresa molto improbabile ma che lei, con le sue immoderate ambizioni, costruisce con la fantasia, fissando, senza apprezzabili esiti, qualsiasi maschio decente le venga a tiro, in qualsiasi posto.

Il tentativo di Tom di agganciarla si traduce però in una formidabile tramvata che lo lascia tramortito. Mary, senza sapere che a lui non gliene frega nulla, punta invece gli occhi (e le aspirazioni) sul figlio della coppia ospitante e, quando si accorge che costui ha preferito fidanzarsi con una sua coetanea e per di più simpatica (Michelle Austin) è Mary che, questa volta, prende la tramvata in pieno restando tramortita. Another year è diviso in quattro parti, uno per stagione, dalla primavera all’inverno. Il pregio di questi film è che tutto, in esso, funziona perfettamente. La sceneggiatura è frizzante e sorvegliata. Gli attori sono sublimi (tutti, nessuno escluso). La regia è impeccabile. La fotografi a è di gran classe. Non ci sono sbavature, esagerazioni, ridondanze, compiacimenti. Le varie psicologie dei diversi personaggi si intersecano e reagiscono in un gioco sottile e complesso, fatto di incontri e di supplenze. Il tutto si svolge all’insegna del convincimento, introiettato, anche quando non ammesso esplicitamente, che, come alla roulette, les jeux sont fait, i giochi sono fatti. Bisogna solo attendere di vedere dove, alla fine, andrà a posarsi la pallina dell’ultima giocata mentre il piatto della roulette sta rallentando i suoi giri e gli occhi dei giocatori (o anche dei soli spettatori) sono in attesa di vedere la conclusione del gioco, sperando che vada bene.

25-02-11
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«Il discorso del Re», regia di Tom Hooper
con Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi ***



Il film racconta una storia vera. Quella della terribile balbuzie di re Giorgio VI di Inghilterra e dei suoi sforzi per vincerla. Salito al trono imprevedibilmente, solo per l’indisponibilità dal fratello Edoardo VIII a occuparlo (preferì infatti sposarsi con una divorziata, Wally Simpson) Giorgio VI si trovò nella necessità di fare dei discorsi pubblici in un momento, la seconda guerra mondiale, in cui la popolazione i giovani combattenti avevano bisogno essere stimolati a resistere e a combattere. Da qui l’impegno a superare la sua menomazione con l’aiuto di un ciarlatano efficace. Il f lm è costruito sul fi lo di una suspence straordinaria basata sull’interrogativo: il re ce la farà a no a parlare in pubblico? Una ricostruzione esatta e affettuosa ma anche rigorosa. Realizzato con la disponibilità di grandi mezzi che non hanno annegato la freschezza umana della storia. Qui e là, certo, c’è qualche forzatura. Specie da parte del riabilitatore che, compiaciuto ruolo, volte si comporta come un oratore che si ascolta. Ma nel complesso, un signor film.

Pierluigi Magnaschi, 25-02-11

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“Il Grinta”, regia di Joel Coen, Ethan Coen
con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Josh Brolin, Matt Damon, Barry Pepper, Paul Rae, Jarlath Conroy, Domhnall Gleeson,. ****



di Pierluigi Magnaschi

I fratelli Coen sono inarrestabili. Sono abituati a sformare un film all’anno. E, quasi sempre, producono dei capolavori. Questo, ad esempio, è un capolavoro. La storia non è nuova. Già nel 1968 (appena prima che scoppiassero i moti giovanili in tutto il mondo) arrivò nelle sale un film di grandissimo successo con John Wayne che era stato tratto dal medesimo libro.

Come diceva Cèline: “Ce qui compte, c’est le style, pas l’histoire” (ciò che conta è lo stile, non la storia). Ecco perché i Coen hanno fatto, partendo dal medesimo romanzo, un film totalmente nuovo. Semmai più fedele al testo di Charles Portis al quale si ispirava il film con Wayne e in forza del quale vinse il suo unico Oscar anche se, a quel tempo, l’attore guascone era già male in arnese, tanto che si disse che aveva recitato a cavallo di un destriero di legno perché uno di carne ed ossa lo avrebbe facilmente disarcionato.
“Il Grinta” è un film western molto particolare. Senza pellirossa, ad esempio. Se ne incontra uno solo, svagato, che si fa portare al piccolo trotto da un cavallo svogliato. Viene da non si sa e va dove non si capisce.

Questo film racconta la storia di una caccia all’assassino del padre di un’adolescente cocciuta (l’unica vera cow boy del film, è stato detto) che ha ingaggiato uno sceriffo (interpretato da un inarrivabile Jeff Bridges) vecchio, guercio e devastato dall’alcol ma che è ancora capace di colpire contemporaneamente, con la pistola, due monete da lui gettate in aria contemporaneamente. Ai due si aggiunge un Texas ranger (Matt Damon) anche lui sulle piste dello stesso assassino per conto dei famigliari di un senatore texano che era stato ucciso dal ricercato.

Il film inizia con una sequenza mozzafiato: la pubblica esecuzione per impiccagione, sulla pubblica piazza, di tre assassini. Non è possibile descriverla, questa scena. Bisogna vederla. Con i due condannati bianchi che, prima di morire, gridano le loro ragioni o il loro pentimento (e subito dopo il loro capo viene coperta da un sacchetto) e il terzo, indiano, che, mentre si appresta a dire la sua, viene subito incappucciato prima che possa dire qualcosa e, subito dopo, per tutti e tre, si apre la botola che li inghiotte nel nulla. Ma l’indiano, nel nulla, c’era anche da vivo.

E che dire dei paesaggi stupendi e struggenti ma mai leziosi o pleonastici. O della traversata di un fiume vasto e vorticoso da parte della giovane ragazza che, per non farsi seminare dallo sceriffo e dal ranger, che vorrebbero andare per conto loro e liberarsi da ciò che loro ritengono sia un peso in una missione difficile, li insegue gettandosi nel fiume con il cavallo che nuota con difficoltà, sempre al limite dell’annegamento. L’attraversata viene filmata, con sequenze sublimi, con gli occhi del cavallo, come se lo spettattore fosse lui a combattere contro le correnti ghiacciate del fiume.

Questo film è dominato da tre figure gigantesche di attori. La più grande è la piccola Hailee Stanfeld che è stata scelta tra i provini di 15 mila candidate, a dimostrazione che dietro ogni capolavoro c’è un lavoro immenso. Ne valeva la pena. E’ nata così una stella di assoluta grandezza. Poi, sempre straordinario, c’è Jeff Bridges, il vecchio guercio, che recita lo stesso ruolo di John Wayne che, nei suoi confronti, sembra un attore dilettante da filodrammatica parrocchiale. E infine (ma è il meno bravo dei tre; anche perché deve giocare di rimessa, oscurato degli altri due) c’è Matt Damon.


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“Un gelido inverno”.
Regia di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Garret Dillahunt, Shelley Waggener, Lauren Sweetser, Ashlee Thompson,. ****



Anche in questo film, urticantemente meraviglioso, bisogna dirlo subito, l’attrice principale è una giovane e irriducibile adolescente. Anche in questo caso essa va alla ricerca del padre, spacciatore da quattro soldi, che è stata assassinato (anche se non si è trovato il corpo) e di coloro che lo hanno ucciso.
La vicenda si sviluppa in una comunità rurale, di fango e letame, come se ne trovano solo, oggi, negli angoli più remoti degli Stati Uniti,in località fuori mano, isolate, lontane dalle grandi città. Dove gli uomini vivono da animali e, spesso, assieme agli animali. E dove i rapporti fra le persone sono tessuti sulla trama dell’appartenenza ai clan famigliari ( o delinquenziali) e sono sempre basati sulla forza e quindi sulla sopraffazione usata o anche solo esibita.

Gli attori, e non solo la ragazzina, sono assolutamente convincenti. Si muovono come mandrie di bovini, spingendo, accavallandosi, tremando e sopraffacendo. Questo mondo belluino si scioglie ( e sembra umanizzarsi) solo la sera, dopo cena, al suono metallico dei bangio e con la voce vellutata e rugosa di una vecchia donna cicciona che ti avvolge in una nostalgia struggente di non si sa che cosa e in un’umanità indicibile .

Pierluigi Magnaschi, 25-02-11
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“2001 Odissea nello spazio”




di Pierluigi Magnaschi

Ho rivisto il film “2001 Odissea nello spazio”del ’68, di Stanley Kubrick, ispirato al racconto “La sentinella” di Arthur Clarck. Film di smisurate ambizioni intellettuali e artistiche, in parte ridimensionate col tempo. Era un periodo in cui avevo cominciato a documentarmi sul ruolo dei persuasori occulti negli Usa, in particolare divoravo Vance Packard. Nel film di Kubrick, i personaggi “umani” apparivano degli sprovveduti, mentre il vero protagonista era il gigantesco supercomputer “Hal 9000”, umanamente simpatico, anche per l’aspetto dell’adolescente brufoloso e goffo. Kubrick voleva insinuare che, dopo qualche generazione, il potere sarebbe passato ai supercomputer. Mi ero convinto che Kubrick, al di là della sua supponenza intellettuale, si fosse fatto finanziare dal beneficiario finale e occulto del film, l’IBM. La stessa che, negli anni ’80, ha sostituito “Hal” con “Deep Blue”, che battè il grande campione di scacchi Kasparov. Il nuovo “Hall” si chiama ora “Watson” e l’IBM lo usa per partecipare a “Jeopardy”, il telequiz americano più popolare. Salvo un errore (ha confuso Chicago con Toronto), ha sbaragliato i due campioni storici, gli umani Jennings e Rutter. Che tristezza vedere i supercomputer-umani che, da nostri leali aiutanti per scoprire nuovi mondi, si riducono, invecchiando come noi, a partecipare oggi ai quiz, domani ai talk show.

21-02-11
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“Biutiful”
, regia di Alejandro González Iñárritu
con Javier Bardem, Blanca Portillo, Rubén Ochandiano, Félix Cubero, Martina Garcia, Manolo Solo ****



di Pierluigi Magnaschi

La storia raccontata da questo film si svolge nei bassifondi di Barcellona. Il protagonista è un marginale che sta in bilico sulla vita, vivendo di espedienti. Tiene i rapporti, ad esempio, fra la polizia (che si fa pagare per chiudere un occhio; anzi entrambi) e gli imprenditori cinesi senza scrupoli che sfruttano in nero decine di connazionali legati alla catena delle macchine da cucire e costretti a vivere, e a dormire, ammassati per terra in un capannone come se fossero in una trincea.
Sua moglie è una svampita che si vende di sua iniziativa, in ambienti violenti, dove scola champagne ma dove anche viene massacrata e considerata nulla ma che, nei confronti dei due figli quasi adolescenti (una ragazza e un ragazzo) sente, da lupa ferita qual è, come una sorta di richiamo della foresta, immotivato ma anche irresistibile.
Di tanto in tanto quindi ritorna a casa dove i due giovani figli della coppia sono lasciati a se stessi, in un’abitazione-tugurio fino a ora tarda. La loro madre , sia pure a corrente alternata, si sente mamma, nonostante la vita abbrutita che fa. Ma la sua psiche è intrisa di violenza per cui, alla prima reazione o resistenza da parte del suo bambino, lo riempie di botte. Per cui, al suo ritorno a casa, il marito la ributta fuori di casa come se fosse uno straccio per pulire i pavimenti .
La storia si dipana fra la comunità dei cinesi rassegnatamente costretti ai lavori forzati nell’angiporto di Barcellona, a 8 mila chilometri da casa, e la comunità nera degli immigrati clandestini che vende cianfrusaglie fra le strade affollate e chic della movida, stando sempre in allerta, come se fossero delle lepri in una riserva, con le orecchie alzate, in attesa della muta angosciantemente abbaiante dei cani o della fucilata secca e per loro fulminante. Lo scoppio è già, per le loro orecchie finissime, un annuncio di morte che arriverà una frazione di secondo dopo.
Anche i vo’ cumpra’ neri sulla ramblas sono in attesa delle retate della polizia. L’inseguimento dei venditori abusivi da parte della polizia spagnola che ha chiuso tutti i varchi è così efficace e angosciante da far sentire braccato anche lo spettatore. Il regista si muove con maestria e partecipazione fra questi relitti umani. Il suo, però, non è un film di denuncia ma di registrazione. Descrive l’altra faccia della mondializzazione. Parla di quella parte di società che non viene irrorata dai bonus milionari dei finanzieri d’assolto ma che è scorticata da tensioni non solo indomabili ma nemmeno controllabili, perché troppo complesse e con radici troppo lontane per poter essere individuate ed eventualmente corrette. Una mondializzazione, questa, che rende gli uomini ancor più feroci fra di loro. Specie i più modesti e i più lontani dal malloppo. Fra i quali però, sia pure fra violenze, sbornie e sopraffazioni si intravedono anche, quì e là, sprazzi di un’umanità dolente e persino solidale che il regista di questo film (un film duro, scostante, difficile da digerire) sa rendere al meglio, in modo sublime.

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“Gianni e le donne”, regia di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria Bendoni, Alfonso Santagata, Elisabetta Piccolomini, Valeria Cavalli, Aylin Prandi, Kristina Cepraga, Teresa Di Gregorio, Lilia Silvi, Gabriella Sborgi, Silvia Squizzato***



di Pierluigi Magnaschi

Il regista Gianni Di Gregorio è l’esempio vivente di come non funzioni, in Italia, il sostegno alla cinematografia. Infatti ha debuttato solo a 60 anni, dopo decenni di sceneggiature, facendo la regia di un film veramente bellissimo, dal titolo “Pranzo di Ferragosto” che, girato con mezzi artigianali e costato una manciata di euro, non ha preso nemmeno un euro di contributi pubblici e ciò nonostante si è affermato all’attenzione della critica internazionale più esigente. I soldi a sostegno del cinema infatti servono solo a foraggiare le solite conventicole romane composte sempre dalle stesse persone all’ombra dello stesso politico.
Adesso, Di Gregorio ritorna, con più mezzi, alla carica con un film delizioso. Che ha un solo, anche se grave, difetto, agli occhi di chi ha visto il suo precedente film: gran parte del secondo tempo riprende i temi, recitati addirittura delle stesse anziane attrici (peraltro bravissime, specie l’inflessibile madre del protagonista), che erano stati sviluppati nel suo film di debutto.
La spiegazione di questa scelta, altrimenti inspiegabile, è duplice. La prima (che sarebbe demoralizzante) è che il regista non aveva in serbatoio benzina sufficiente per concludere in modo originale questo suo secondo film. La seconda (più comprensibile) è che Di Gregorio voleva proporre ai nuovi spettatori il vecchio tema, dai lui sviluppato magistralmente, della tirannia delle vecchie signore sui non più giovani figli, visto che il suo primo film era stato proiettato in un numero ridotto di sale:
Resta il fatto, indubitabile, che il film è davvero delizioso. La storia è leggera e divertente. Non si ride a squarciagola ma si continua a sorridere dentro di sé durante l’intera proiezione del film. Speriamo che, al suo prossimo film, Di Gregorio, che ha tutti i mezzi per volare in altre storie, decida di contare sulle sue forze che sono cospicue. Di Gregorio è un grande sceneggiatore, un grande regista, un immenso attore. E questo è un film da non perdere. 

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“Immaturi”, regia di Paolo Genovese
con Ambra Angiolini, Raoul Bova, Ricky Memphis, Luca Bizzarri, Barbora Bobulova, Paolo Kessisoglu, Anita Caprioli. **



Non so se Paolo Genovese sia cresciuto facendo la regia degli spot televisivi, specie di quelli bucolico-intimistici, dedicati alle merendine, al latte scremato, all’olio d’oliva che ti fa saltare le staccionate, agli spaghetti. Si sì, lo si vede dal come ha costruito questo film. Se no, si dedichi agli spot tv di questo tipo che rendono molto di più.
Questa però non è una critica ma una semplice constatazione: “Immaturi” è un filmetto leggero come un acqua minerale non gassata di alta fonte. Scorre vivacemente, birichino e senza appesantimenti. E’ stato costruito, nel montaggio, attraverso rapidi siparietti, aggiunti l’uno all’altro come le perle di plastica di una collanina estiva. Ogni siparietto contiene una mini storia che, alle volte, si riduce ad una battuta, una gag.
Insomma un film carta velina, molto televisivo che però ti distrae e, qualche volta, ti strappa un sorriso. Vedo che in questi giorni esso i giornali, sempre alla ricerca di filoni che spesso non esistono, viene assimilato, in un certo modo (molto in un certo modo, a dire il vero) al film di Checco Zalone (“Che bella giornata”) o a quello di Antonio Albanese (“Qualunquemente”). Il paragone è offensivo nei confronti di “Immaturi” che è un film leggero ma non stupido. Lavora su un materiale narrativo che non è destituito di fondamento. Evita di giocare sull’effetto delle parolacce in dolby surround e riesce a mettere assieme personaggi diversissimi, uniti solo dal fatto di essere generazionalmente omogenei. Insomma un film didascalico, spesso prevedibile ma anche sereno e piacevole. Non passa sicuramente alla storia ma ti tiene simpaticamente compagnia per un paio d’ore.

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"La Donna che canta", regia di Denis Villeneuve
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Rémy Girard, Abdelghafour Elaaziz, Allen Altman, Mohamed Majd, Baya Belal****



DI PIERLUIGI MAGNASCHI

Un film grandioso che prende allo stomaco, lo dico subito. Ma anche stupendo. Girato con un magia rara da un regista immenso, che si avvale di attori quasi sconosciuti e pur tuttavia bravissimi. E’ la discesa agli inferi di una giovane e di un giovane francesi di lontana origine libanese che, all’apertura del testamento della madre stramba che li ha fatti a lungo soffrire entrambi, scoprono di avere in Libano un padre ed un fratello. La madre, attraverso il testamento, ingiunge loro di scoprire dove sono e di consegnare loro una sua lettera in busta sigillata. Solo dopo potrà essere sepolta in una tomba regolare con le sue generalità sulla lapide.
Il film è la storia di questa ricerca senz’alcun indirizzo, fatta a carponi. In un Libano diffidente e lacerato. Formicaio di anime in pena. Pieno di crudeltà e di divisioni. Questo però non è un film ideologico. Non cerca responsabilità ma descrive situazioni. In questo film infatti non ci sono colpevoli o innocenti. Tutti, in qualche misura, sono, allo stesso tempo, carnefici e vittime. Dipende dal momento o dal punto di vista.
Certo è anche un film senza speranza, nonostante il microscopico lieto fine. Se stai laggiù, in quel paese che è un faglia in continuo sommovimento, sei fritto, annientato, senza futuro e con un presente da tragedia permanente.
Vedendo queste immagini, seguendo questi eventi, scopri la fortuna (alla quale forse non avevi mai pensato) che ti è capitata per il solo fatto che sei nato tremila chilometri più in qua. Se tu, anziché in Italia, fossi nato in Libano (o in Irak, o in Algeria, o in Afghanistan, o, o , o…) adesso saresti sballottato da eventi che ti sovrastano, ferito da bombe che non ti riguardano, violentato da persone che non credono più in nulla, incarcerato dai tuoi nemici, e anche dai tuoi amici, con sentenze senza fine e pene quotidiane.
Essendo questa vicenda ambientata in un paese prevalentemente musulmano, ti aspetti di essere coinvolto nella feroce crudeltà dei fondamentalisti islamici che odiano cosi tanto la vita (prima ancora che gli altri) che si annientano da soli, facendosi scoppiare con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, come se si lanciassero dentro uno stimolante e adrenalinico ma anche inoffensivo cerchio del fuoco. Invece si vedono in azioni le brigate cristiane, in tutto e per tutto simili, per facce, vestiti, crudeltà e ferocia, a quelle musulmane. Il regista gioca sul’equivoco. Non gli interessa attribuire la ferocia ad un gruppo. Qui, pare dire, nessuno è innocente. Di tanto in tanto si intravede, per un attimo, una piccola croce al collo di un guerrigliero che tu credevi fosse arabo. Denis Villeneuve scivola fra le fazioni e le generazioni, immerge la sua macchina da presa nelle periferie disperanti delle grandi città corrose dall’incompiutezza degli edifici e la punta su volti, gesti e mani. Su uomini e donne travolti da una corrente più forte di loro. Uno tsunami ideologico, sociologico, culturale, economico. Che non è governato da nessuno e che investe tutti.

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“Vallanzasca”, regia di Michele Placido
con Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Gaetano Bruno, Francesco Scianna, Paz Vega, Moritz Bleibtreu, Federica Vincenti, Lino Guanciale, ***




di Pier Luigi Magnaschi

Il sottosegretario ai Beni culturali, Francisco Giro, pdl, che pure è, oltre che un parlamentare intelligente, anche un apprezzato cinefilo, nell’anticipare, all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, l’indisponibilità del suo ministero a finanziare questo film, aveva detto. “Michele Placido è un regista mediocre che fa brutti film. Sono convinto, senza averlo visto, che ‘Vallanzasca’ sia il solito fumettone, un prodotto della fiction a tutto costo, una replica furba e malriuscita di ‘Romanzo criminale’ trasferita da Roma a Milano”.

Ora, chi non ha visto un film, e lo ammette anche, non può giudicare un film. Io, ad esempio, sono andato a vedere “Vallanzasca” e l’ho invece trovato un film davvero eccellente, se non altro perché si avvale di un attore come Kim Rossi Stuart che, in questa pellicola, si conferma come il miglior attore cinematografico italiano del momento. La sua interpretazione di Vallanzasca è infatti superlativa. Del bandito, Rossi Stuart rende la sua complessità e la sua contradditorietà. Grazie a una sceneggiatura con i fiocchi inoltre, Rossi Stuart parla il vero linguaggio di Vallanzasca, sintatticamente milanese, con qualche inflessione locale qui e là, ma senza le accentuazioni esagerate alla Jannacci quando interpreta la mala degli anni Cinquanta.

Ma “Vallanzasca” è un film educativo o corrompente? E questo infatti il quesito sul quale si è svolto l’acceso dibattito fra coloro che non lo avevano visto. Dibattito che è improvvisamente cessato non appena il film è arrivato nelle sale, non so se perché i contendenti si erano stufati dell’argomento o se perché, visto il film, l’interrogativo si è dimostrato insulso.

A parte il fatto che uno spettatore adulto non va a vedere un film per farsi educare e a parte anche il fatto che un film su un bandito non è come quello di Santa Maria Goretti, c’è da dire che questo è anche, a suo modo, un film educativo, nel senso che, narrando la sciagurata vita di Vallanzasca, fa capire come si può sprecare una esistenza intera, seminando lutti nelle famiglie degli altri e, nello stesso tempo, distruggendo la propria vita. Vallanzasca infatti ha passato 37 anni della sua esistenza in carcere. Spesso in condizioni molto dure, peraltro giustificate dalla sua belluina ed imprevedibile aggressività che non consentiva mai ai secondini di abbassare la guardia. E, anche adesso, Vallanzasca, dopo 37 anni di carcere, è in regime di semilibertà.

Si sarà divertito (ammesso che ci si diverta a fare il bandito, sempre con il cuore in gola e sul filo del rasoio) per sedici anni (dal 1972 al 1984, gli anni delle sue gesta criminali) ma poi ha anche finito per pagare un conto devastante. E il film, questa punizione, l’ha mostrata ampiamente. Ma il film è bello soprattutto perché è riuscito a scavare, con grande introspezione psicologica ed efficacia narrativa e visiva, in una persona complessa e in un ambiente difficile. Vallanzasca era un animale feroce. Pronto a fare le fusa ma, un attimo dopo, senza nessun preavviso, a sbranare quella che lui riteneva fosse diventata la preda. Un uomo disposto a tutto, il bel René. In automatico. Senza pensarci. Disposto ad ammazzare o a sfigurare senza indugiare un attimo, se gli serviva o se gli conveniva. O a torturarsi profondamente con un rasoio come se infierisse su un corpo altrui. Rossi Stuard rende la duplicità (almeno) di Vallanzasca, con una recitazione complessa e sempre sorvegliata. Il magrolino belva. L’uomo del quale tutti debbono temere. E, sullo sfondo, c’è la Milano bonaria, del miracolo economico fatto di sudore, fatica, e valige di cartone che, per la prima volta, nel dopoguerra, si misura con i gangsters. La stampa li chiamava così, all’americana, quasi per prenderne le distanze. Gente non nostra. Che spara come nei film di Al Capone e che, ciò nonostante, la polizia stracciona di quel tempo e la magistratura milanese riuscirono a neutralizzare. Un gran bel film, anche se non vi piace il noir perché questo è un film che parte dal noir ma che poi lo supera per raccontare un’epoca.


28-01-11
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“Kill me please”,
regia di Olias Barco
con Aurélien Recoing, Virgile Bramly, Daniel Cohen, Virginie Efira, Bouli Lanners, Benoît Poelvoorde, Saul Rubinek, Zazie De Paris***



Il film parla dei pazienti di una clinica dove si pratica il suicidio assistito. Un film in bianco e nero. Popolato di personaggi che, per i più vari motivi, hanno deciso di mettere fine ai loro giorni. Tutti vogliono morire in fretta ma anche senza soffrire. Ma la procedura esige i suoi tempi anche per poter coltivare i suoi alibi. Il mefistofelico capo della clinica e i suoi clienti turbati sono rappresentati con con rara efficacia. E anche l’atteggiamento dei pazienti in bilico fra il desiderio di essere amati e quello di annientarsi, viene reso con rara efficacia. Se non fosse per il finale (in cui, per dimostrare che quando la vita è a rischio sul serio i suicidi temono la morte, entrano in azioni dei giustizieri con i fucili a pompa per annientare tutto il personale della clinica) un finale che paga un pesante tributo alla spettacolarizzazione che fino a quel punto non si era vista, questo sarebbe un assoluto capolavoro. Il regista infatti lavora di cesello i volti, le personalità, le storie per capire la sofferenza ma anche il narcisismo e per descrivere la complessità di vivere e di confrontarsi con se stessi.

Pl.Mag., 28-01-11
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“Hereafter”
Regia di Clint Eastwood
con Matt Damon, Cécile De France and Bryce Dallas Howard . ****  



di Pierluigi Magnaschi

Diavolo di un Eastwood. Ogni suo film è un poker d’assi. Non solo. Ogni suo film è anche  radicalmente diverso dai precedenti. Da questo punto di vista, solo Stanley Kubrick, gli tiene testa. In fondo, ad esempio, Federico Fellini, che pure è stato un grandissimo regista, ha invece  girato un solo grande film: “Amarcord” di fronte al quale, i film precedenti, erano solo delle tappe di avvicinamento verso questo autentico capolavoro. Tant’è che, dopo “Amarcord”, tutta la sua successiva filmografia si è ridotta alla ricerca disperata di un diverso appiglio tematico e narrativo che non è più riuscito a trovare, ad un livello di pari eccellenza, perché Fellini è stato essenzialmente ed intrinsecamente, un regista autobiografico: una volta illustrata al meglio la sua giovinezza in una Romagna trasfigurata dalla sua immaginazione, Fellini è rimasto a secco di temi e di argomenti. “Hereafter” è un film sui poteri che si dicono a magici o soprannaturali. Il film racconta tre storie che, tematicamente, anche se da lontano, si incrociano fra di loro. Esse riguardano due traumi e un potere ritenuto assolutamente inspiegabile.

I traumi sono quelli di Marie, una giornalista francese molto nota nel suo paese perché conduttrice di un trasmissione giornalistica di successo, che, durante una vacanza in Estremo oriente con il suo compagno, incappa e viene travolta da un terribile tsunami ma, quando era già stata data per morta dai suoi soccorritori, riesce a sopravvivere all’incidente. Il secondo trauma riguarda Marcus, un ragazzino inglese che perde in un incidente stradale il fratello gemello con il quale viveva in simbiosi e viene sottratto anche alla mamma gravemente tossicodipendente e incapace di provvedere anche solo se stessa. Il terzo protagonista del film è George, un operaio americano in grado di vedere al di là della vita e di mettere i sopravissuti a contatto con i morti. Dopo aver messo a frutto questa sua dote, ed essere diventato un personaggio di successo, decide di troncare questa attività.  

I tre, pur vivendo vite diverse, in paesi differenti, finiscono per trovarsi a Londra in occasione della presentazione del libro della presentatrice tv. In quelì’occasione  nasce l’amore fra Marie e George mentre Marcus viene restituito all’effetto della madre. Questo happy end può far pensare che questo, sia un film al rosolio, una sorta di “Anonimo veneziano” . Niente di più diverso. Non è nemmeno un film sui poteri paranormali, che pure descrive, tant’è che, alla fine, i tre li rigettano per poter vivere una vita normale. Ma è anche un film con tutti questi ingredienti. E’ cioè un film finissimo, delicatamente complesso. Per far passare alla storia questo film e il suo regista, basterebbero, e avanzerebbero, i dieci minuti iniziali dedicati allo tsunami. Marie sta svogliatamente contrattando su un mercatino orientale l’acquisto di bigiotteria. Si sente un tuono sordo. Dietro le bancarelle si intravede un’onda lontana che però potrebbe anche essere una nube bassa. Nessuno, sul mercatino, si preoccupa. Poi, si vede un’onda che avanza, ma lontano dalla costa. Questa investe una nave gettandola in aria come se fosse un turacciolo. A questo punto, la gente che sta nel mercatino a qualche centinaio di metri dalla costa, resta bloccata. Interrogativa, più che impaurita. Si domanda che cosa stia succedendo.

Quando i turisti e l gente del posto si accorgono che l’onda si sta abbattendosi sulla costa, essi si rendono finalmente conto che può investirli e quindi si mettono a correre verso l’interno, tutto sommato convinti di farcela a schivare la piena che invece li bracca, li raggiunge, li ghermisce, li rotola, li spinge in un delirio di vortici, fra case che si schiantano, pali che crollano, fili che si aggrovigliano, corpi che vengono spinti in ogni direzione. Nessuno, avendo letto le pur ampie cronache scritte sull’ultimo grande tsunami in Estremo Oriente ed avendo visto le sequenze amatoriali più drammatiche che a quel tempo furono diffuse da tutte le tv, si è mai reso conto di questa devastazione senza scampo come può farlo con questo film . Con “Hereafter” infatti lo spettatore viene trasformato in attore di questa devastante  tragedia, con una tecnica cinematografica sopraffina ma soprattutto con una capacità di narrazione sublime, ben diversa da quella dei film rovinografici che sono fatti per impaurire e non per far capire, rivivendo.

24-01-11
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“American life” Regia di Sam Mendes
con John Krasinski, Maya Rudolph, Maggie Gyllenhaal, Jeff Daniels, Carmen Ejogo, Jim Gaffigan, Josh Hamilton, Cheryl Hines, Melanie Lynskey, Allison Janney, Chris Messina, Catherine O'Hara, Paul Schneider. ***



Una coppia di trentenni americani (che Tommaso Padoa Schioppa avrebbe definito “bamboccioni”), in attesa di un bebè, intraprende un giro negli Stati Uniti, tra parenti ed amici, per individuare il luogo ideale nel quale far nascere ed allevare il loro piccolo. E’ un viaggio fra patologie, nevrosi, rassegnazioni, allucinazioni. I due non sono degli hippie che vogliono contestare il mondo degli adulti, che desiderano costruirne uno nuovo, che decidono di immettersi in un tunnel di droghe più o meno dure. No, questi, sono dei velleitari rassegnati. Sono alla ricerca di un posto. Non di un lavoro. Sono pieni di idee basate su pulsioni vaganti, confuse, senza alimento. Vogliono essere liberi ma a spese (o sulle groppa) di altri. Non lo fanno sfrontatamente come le generazioni precedenti che, a loro modo, erano aggressive, ma lo fanno tacitamente e implicitamente, come se facessero  l’autostop. Fanno un segno ai bordi della strada. Sperano di intenerire o, quanto meno, di incuriosire gli automobilisti di passaggio. Salgono e, se trovano uno che li fotografa mentre partono, fanno anche ciao ciao con la mano. Sono serenamente scoppiati. Cercano la luna nel pozzo. Spensieratamente. Ma andranno a sbattere. Anche se questo epilogo, il film, non ce lo racconta. 

Pl.Mag., 24-01-11

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“Che bella giornata”, regia di Gennaro Nunziante
con Checco Zalone, Tullio Solenghi, Ivano Marescotti, Rocco Papaleo, Nabiha Akkari. *




di Pierluigi Magnaschi

Il consiglio, lo dico subito, e senza tentennamenti, è: lasciate perdere. Questo è un film da cui stare alla larga. Chi mi segue in questa rubrica, sa che non sono un appassionato di film pallosi e pretenziosi. Consideravo che fosse una robetta “La corazzata Potemkin” vent’anni prima che Paolo Villaggio urlasse che questo film era “una boiata pazzesca” chiudendo così, finalmente e definitivamente, un’epoca culturalmente ingessata e tragicomica . I film di Michelangelo Antonioni poi, davanti ai quali si sono addormentate intere generazioni di giovani italiani miei coetanei (che ne discutevano appassionatamente, trovando, in tali film, messaggi subliminabili che non c’erano) non sono mai stati, come dicono gli inglesi, la mia tazza di tè. Per contro, all’ultimo film di Carlo Verdone (“Io, loro e Lara”) non ho esitato a dare quattro stelle. E l’ultimo film di Carlo Vanzina “La vita è una cosa meravigliosa” ha trovato il mio elogio, guadagnandosi tre stelle di apprezzamento.

Questo per dire che non sono prigioniero né dei generi, né dei registi. Ciò premesso, e ciò nonostante, il film “Che bella giornata” con Checco Zalone rientra nella categoria dei film impresentabili. Sono andato a vederlo perché, chi segue i film, non può permettersi di trascurare una pellicola che ha fatto il record di incassi in Italia fin dalla sua prima settimana di proiezione. Ci sona andato, lo confesso, prevenuto (anzi, diciamo meglio: diffidente). E ne sono uscito indignato.

Il pienone di spettatori che ha realizzato questo film deve essere dovuto alla popolarità del protagonista, all’abile e generosa campagna di lancio (specie in tv) ed alla massiccia e contemporanea presenza della pellicole nelle sale più appealing. A giudicare dalle pochissime risate (che dovrebbero invece essere normali in un film che ha la pretesa di essere comico) rilevo che la mia delusione è condivisa dagli spettatori che, nella proiezione da me vista, erano peraltro sparuti (mentre “La versione di Barney”, il giorno dopo, in una sala vicina, ha fatto l’esaurito)

In “Che bella giornata” non c’è nulla che funzioni. Checco Zalone recita monotamente se stesso, un Forrest Gump più handicappato che ridicolo. Recita in modo monotono e prevedibile, ripetendosi come un disco rotto, come si fa nelle compagnie dialettali di oratorio. La sceneggiatura non lo aiuta perché non esiste. Pensate che la battuta più esilarante è quando Zalone, a un gruppo di terroristi islamici che gli sono entrati in casa e che lui, ignaro dei loro obiettivi, tratta come dei compagnoni, chiede: “Voi vivete nell’Islam?” suscitando la fragorosa ilarità dei terroristi e il gelo in sala. I terroristi, quando hanno finito di ridere e di darsi di gomito, precisano: “L’Islam non è un paese ma una religione”. Allora Zalone (che evidentemente è l’unico scemo del villaggio che improvvisamente si dimostra capace di costruire antinomie) precisa: “Beh, lo dicevo perché io sono nato a Cattolica”. Su questa battuta però, non ridono né i terroristi che recitano nel film, né il pubblico in sala.

Altra battuta: “A un certo momento mi si accende davanti una luce abbagliante. Veniva dal cruscotto e mi diceva che la benzina era finita”. Per non parlare del fatto che il padre di Zalone, un 75enne male in arnese, viene presentato come un soldato che è appena tornato dall’Afghanistan senza tener conto che, per fare queste missioni, un 40nne è già considerato decrepito.

Che dire poi di un bamboccione senz’arte né parte (sempre Zalone) che, dopo aver fallito tre concorsi da allievo carabiniere e che poi è riuscito a farsi assumere come vigilante precario dal Duomo di Milano, che riesce a girare in auto sportiva decapottabile e dispone di una villa smisurata, da nababbo, in riva al Naviglio? E che dire ancora di una cinquantina di donne sui sessant’anni (amiche della madre di Zalone) che si riuniscono in una corte lombarda (nel 2010!) per implorare insieme la Madonna affinché Zalone venga assunto dai carabinieri? Insomma questo un film che non sta assolutamente in piedi. Pollice verso.

21-01-11
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“La versione di Barney”, regia di Richard J. Lewis.
Con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre ***



Un film non perfettamente riuscito ma anche urticantemente gradevolissimo che il regista del film con Zalone dovrebbe andare a vedere per vergognarsi (almeno un un poco) e per riuscire a capire come si fanno i film. “la versione di Barney” non è completamente riuscito perché il libro su Barney è un pout pourri troppo intrigante e complesso per poter essere riproposto senza ecchimosi in un film. Sarebbe come voler filmare “La divina commedia”. Da un capolavoro si otterrebbe una storiella. E poi è un film dal quale, se si tolgono le scene dell’ingollamento di qualsiasi tipo di alcolico, durerebbe la metà .

Detto questo, il film, se non si fa riferimento al libro dal quale è derivato, il film è diretto con straordinaria maestria, si avvale di attori strepitosi fra i quali, in una parte secondaria, c’è un superlativo Dustin Hoffman, quasi irriconoscibile nel ruolo del padre di Barney che è un incontrollabile poliziotto in pensione. La famiglia ebrea della seconda moglie di Barney è resa in un modo impeccabile con pennellate rapide ed esaurienti nella pazza cerimonia di nozze che, da sola, vale l’intero film. per non parlare di Barney stesso e dell’impeccabile terza ed ultima moglie, l’unica, assieme ai due figli, che non va alla deriva.

Pierluigi Magnaschi, 21-01-11
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“We want sex” (Made in Dagenham), regia di Nigel Cole
con Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Rosamund Pike, Andrea Riseborough, Daniel Mays, Jaime Winstone.****




di Pierluigi Magnaschi

Ho visto questo film nell’ultimo spettacolo della giornata, con inizio alle 22 e 30 subito dopo il mio lavoro al giornale. Sono salito su un taxi guidato da un giovane milanese, sveglio e curioso. Sapendomi un giornalista sono stato da lui interpellato sulla situazione politica interna, economico-finanziaria e su quella internazionale. Il ragazzo era sveglio ed informato. Le mie risposte lo soddisfacevano. Era felice, credo, da parlare con una persona informata e mi teneva, suppongo, in grande considerazione. Il taxi si ferma proprio davanti alla sala cinematografica che aveva una gigantografia illuminata con il titolo, in bella vista, dell’unico film in programmazione: “We want sex”. A quel punto il taxista, che evidentemente conosceva l’inglese, mi fa un sorrisino complice e furbetto e mi dice: “Dottore, finalmente, dopo tanto impegno, si va a rilassare un poco. Con il sex, mi creda, non si sbaglia mai”. E parte, lasciandomi di sasso.

Il bello è che questo film dal titolo imbarazzante, non parla assolutamente di sesso. O, almeno, non nel senso capito dal giovane tassista e da tutti coloro, ovviamente, che leggessero un titolo del genere. Per fare il titolo accalappiagonzi e che, nello stesso tempo, avesse un minimo di giustificazione (sia pure fuorviante) il produttore si è espirato a uno striscione delle scioperanti nella fabbrica inglese della Ford che, mentre veniva aperto, lasciava leggere “We want sex”, cioè vogliamo sesso e poi, quando era stato dispiegato completamente, comunicava: “We want sex equality”che significa: non vogliamo essere discriminate sessualmente.

Questo film infatti è dedicato alla battaglia iniziata nel 1968 da parte delle sole 187 operaie (su decine di migliaia di addetti) della fabbrica Ford di Dagenham (Essex, Gran Bretagna) che avevano deciso di non tollerare di essere pagate il 30% in meno degli operai maschi anche se, facendo il rivestimento dei sedili, svolgevano dei lavori che comportavano più elevante abilità che non quelli alla catena di montaggio dove bastava stringere un bullone o inserire un pezzo. Questa lotta si concluse positivamente nel 1970 (e poi ci si meraviglia che le donne non siano considerate nei paesi arabi!) con il raggiungimento dell’obiettivo che, a parità di lavoro, deve corrispondere la stessa, identica, retribuzione.

Un film di questo genere poteva facilmente degenerare nella retorica mielosa, descrivendo le scioperanti come delle eroine senza paura, i dirigenti multinazionali della fabbrica come della sanguisughe, i sindacalisti maschilisti come dei venduti, i politici in carica come degli impresentabili opportunisti. Nulla di tutto questo. Il regista Nigel Cole ha la mano leggera nel raccontare i fatti. Entra nella vicenda con gli occhi aperti. Cerca di capire e di far capire che cosa è successo e perché è successo, proprio in quel momento e in quella precisa fabbrica. Il regista si infila nelle complesse relazioni economiche, politiche, sindacali, umane e di costume di quel tempo, come se fosse un invisibile furetto. Tesse una rete narrativa fitta, usando attrici superlative. Prima rassegnate, poi impaurite per gli effetti creati dalla loro protesta (l’intera fabbrica, con decine di migliaia di dipendenti, per assenza di sedili per le auto, si fermò) ma infine anche sempre più determinante a portare a casa un risultato per tutte le donne inglesi mentre i manager della multinazionale vengono proiettati su Londra per impedire questo cedimento che, se fosse avvenuto, dicevano, si sarebbe poi diffuso a livello mondiale. Il che è avvenuto.

Le operaie descritte da questo film hanno fatto di più, per la dignità e l’interesse delle donne, che non l’intero ’68 caciarone e borghese messo assieme. Quest’ultimo infatti usava le ragazze per fare i ciclostilati e, quando andava bene per i rivoluzionari al babà, anche per fare le cose che ingolosivano il mio giovane taxista nell’imbronciata notte milanese.

17-12-10
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“Il responsabile delle risorse umane”, regia di Eran Riklis
con Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco. ****



Un film israeliano-rumeno. Una giovane ingegnera rumena che si era rassegnata a fare l’operaia in una fabbrica israeliana di brioches, rimane uccisa in un attentato terroristico. La fabbrica di brioches non si accorge della morte della sua operaia che viene quindi lasciata in una camera mortuaria. Per evitare che lo scandalo di questa imperdonabile indifferenza (messo in pagina da un giovane cronista che vuole farsi largo) danneggi la società, la presidente della fabbrica incarica il suo responsabile delle risorse umane, di accompagnare la bara dell’operaia assassinata in Romania per darle, almeno, senza badare a spese, un’adeguata sepoltura. Questo pretesto consente al regista Riklis di descrivere le due società. Quella israeliana con la testa nel terzo Millennio e quella rumena ancora assopita nel Ventesimo secolo. Descrive queste due società usando visi, propensioni e paesaggi diversi e fra di loro dissonanti con l’aiuto di una fotografia che è volutamente sottotono ma che è anche clamorosamente espressiva. Un film bellssiomo, questo, perché gronda di umanità, stupore, umorismo, tensione. Tutti ingredienti, questi, che la povera filmografia italiana, imbolsita dai contributi clientelari, riesce sempre meno a utilizzare.

Pl.Mag., 17-12-10
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“L’illusionista” di Sylvain Chomet
con Jean-Claude Donda, Edith Rankin, Jil Aigrot, Didier Gustin, Frédéric Lebon. *****





di Pierluigi Magnaschi

Questo cartone animato per adulti è un film unico nel suo genere oltre che strepitosamente bello ed innovativo come linguaggio. Sylvain Chomet si è proposto (e c’è riuscito molto bene) di realizzare un copione che il famoso mimo-attore francese, Jacques Tati, aveva nel cassetto e che, per varie circostanze, non era riuscito a tradurre in uno dei suoi film.

Ma come si poteva fare un film di Jacques Tati senza Tati? Questo regista c’è riuscito facendo disegnare Tati in un cartone animato. L’attore-mimo infatti non recita qui in carne ed ossa, con la sua andatura dinoccolata ed insieme incerta e ballonzolante, ma recita per interposto, abilissimo disegnatore. E il film è riuscito così bene che, quando, in una breve sequenza, uno spezzone di un vecchio film con Tati viene fatto dialogare con il cartone animato dell’Illusionista, quest’ultimo film ripropone meglio lo spirito e l’immagine e il “magico” di Tati di quanto non sia in grado di rendere la fotografia in bianco e nero in cui Tati recitava se stesso. Ciò avviene perché, come giustamente spiegava Luchino Visconti, nel cinema, se vuoi rendere un bel tramonto devi riprendere un tramonto in qualche modo modificato, in base al principio che, nelle mani di un artista, solo il falso viene percepito come vero. Per cui non c’è più vero del falso. Purché questo gioco sia realizzato da un artista.

I cartoni animati, in questi ultimi anni, sono diventati sempre più tecnologici ed elettronici. Mirano all’iper-rappresentazione della realtà. In prospettiva (sia pur con un retrogusto di artificiosità che, credo, non si potrà mai eliminare) si arriverà a far recitare degli attori ricreati virtualmente e magari clonati alla perfezione con gli attori del passato. Il film l’Illusionista invece segue altri percorsi. E’ molto più vicino a Fantasia di Disney (che appartiene alla sempreverde serie dei film che sono animati a partire da dei sublimi disegni su carta) che non a Shreck. Certo l’Illusionista va molto più avanti, rispetto ai classici film di Disney, nella perfezione tecnica, nella colonna sonora, nella rappresentazione magicamente assonometrica delle grandi città, nei colori squillanti o assopiti delle varie sequenze, nel realismo sostanziale dei vari personaggi o delle varie situazioni.

Il delicato rapporto tra il prestigiatore e la ragazza del pub, abbandonata da tutti, ma stupefatta (e attratta) dal candore di questo illusionista che non dice mai una parola ma che la circonda del suo affetto avvolgente ed inespresso, viene reso in un modo straordinario, sullo sfondo di indimenticabili caratteristi inglesi, ben sbalzati in tutta la loro originalità o stravaganza. Le città che fanno da sfondo a questa soffusa avventura e peregrinazione sono descritti con un capacità estrema di raffigurazione. E i viaggi in barca o in vaporetto sono così realistici che lo spettatore tende a ritrarsi per non essere investito dagli spruzzi dell’acqua ghiacciata. Insomma, chi guarda questo film, entra nella fiaba che non è un racconto ma una emozione appena accennata ma lunga tutto il film. Il quale, dovendo essere decifrato, coinvolge lo spettatore che si trova così immerso in questa soffice nube di emozioni allo stato puro. Mai Tati è stato così Tati come in questo film dove non c’è Tati. Un miracolo, insomma.


10-12-10

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“Il mio nome è Khan” di Karan Johar
con Shahrukh Khan, Kajol, Steffany Huckaby, Christopher B. Duncan, Douglas Tait, Jimmy Shergill, Big Spence. ***



di Pierluigi Magnaschi


Bollywood, cioè la Hollywood indiana, ritorna alla carica sugli schermi italiani con questo film bellissimo e disperante perché parla dell’ incapacità degli uomini di intendersi fra loro, divisi come sono da religioni implacabili e da eventi storici come l’11 settembre che lasciano, fra le popolazioni del mondo, dei solchi non colmabili.

Il protagonista (Kahn, appunto) è una sorta di Forrest Gump o di Rain Man indiano, un minorato iperdotato (per alcune funzioni intellettuali come la matematica e la memoria) che ha scelto di essere sempre se stesso. Costi quel che costi. Ad esempio, essendo lui musulmano, ha deciso di sposare una indù, accettando le minacce, poi accantonate, di essere abbandonato dal fratello riuscito che, inventandogli un lavoro, lo sostiene nel suo soggiorno americano. Khan vive su se stesso la diffidenza, in America, per tutti coloro che hanno la pelle olivastra e che, per di più, sono anche musulmani. E’ un muro di ostilità che permea tutte le relazioni e che esplode al minimo pretesto, con effetti deflagranti.

Gli indiani dimostrano di essere in grado di fare grandissimi film, di livello americano. Di più, rispetto ai prodotti filmici delle grandi major a stelle e strisce, i film indiani sono più ricchi di umanità e di autenticità. Sono in presa diretta con la vita. Scavano nella psicologia della gente. E dispongono di attori di assoluta eccellenza come quelli che recitano in questo film godibilissimo. Che pur trattando una materia inca n descente, non denuncia nessuno specificatamente. Ma descrive un problema che, apparentemente, non ha soluzione.


10-12-10

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Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni , regia di Woody Allen
con Naomi Watts, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Gemma Jones, Antonio Banderas, Freida Pinto, Lucy Punch, Anna Friel, Ewen Bremner, Neil Jackson. ***





di Pierluigi Magnaschi

Gli esperti si stanno ancora accapigliando nell’interrogarsi sul fatto se questo è il miglior film di Woody Allen oppure no. La questione è di lana caprina. A noi basta rilevare che, questo, è un gran bel film. Godibilissimo, attuale, intrigante, sorprendente, contemporaneo. Woody Allen, a 75 anni, dimostra di essere ancora un regista con i fiocchi. La vicenda è di tipo matrimoniale, in un ambito metropolitano. Antony Hopkins (che qui è al vertice della sua bravura) è un maturo signore che non vuol invecchiare. Anzi, vuol ringiovanire. Lui, pateticamente, lo ritiene possibile. Fa sport, ginnastica, cura l’alimentazione. Si tiene su con il Viagra. E si accorge che, in giro, ci sono delle ragazze niente male.

Incappa in un’oca bionda, arrendevolmente cocciuta, che però, di fatto, lo prende al lazo e lo spenna come si deve con una progressione di spese imbarazzanti anche per un ricco signore. Ovviamente Hopkins, trovato il nuovo amore, si libera della moglie trattata come uno straccio usato (la moglie è interpretata da una straordinaria Gemma Jones). Quest’ultima, respinta dal marito, finisce, per gravitazione naturale, sulle spalle della figlia (Naomi Watts) che ha già dei complessi problemi matrimoniali suoi. Ha sposato infatti uno scrittore che ha avuto un grande successo con il suo primo romanzo, ma che adesso si è impantanato sull’opera seconda che non riesce a completare e, quando l’ha finita, non incontra più l’approvazione dell’editore. La figlia, che ha già sul groppone il marito ingombrante, oltre che inconcludente e sostanzialmente nullafacente, viene quindi sopraffatta anche dalla madre, una fragile ma anche imperterrita alcolista che ha bisogno di essere consolata e che impone la sua presenza a casa della figlia nonostante che questa presenza sia giudicata, soprattutto dal marito della figlia, come inaccettabile.

La figlia, per togliersi la mamma dai piedi, la rifila da una chiromante cialtro

na ma che, almeno, ha il pregio di tenere occupata sua madre. Ma per tenerla occupata, deve inventarle delle scappatoie e delle illusioni alle quale aggrapparsi. Del tipo che un uomo, anche per lei, è dietro l’angolo. Praticamente la sta aspettando. L’abbandonata signora infatti incontra un stravagante vedovo, che ha una libreria di libri esoterici e che è in contatto con la moglie defunta con sedute spiritiche visibilmente artefatte. Un rapporto, questo, che finisce in polvere, essendo nato sulla sabbia.

Intanto, lo scrittore in panne, stando in stanza a meditare, si accorge che, nel palazzo di fronte, c’è una morettina niente male che suona la chitarra. Inizia così un corteggiamento da lontano che poi, com’è inevitabile, si avvicina sempre di più. Intanto Hopkins non ce la fa a tenere il ritmo che gli impone la sua più giovane compagna mentre i risparmi si assottigliano: A un certo punto Hopkins trova la sua giovane compagna in posizione inequivocabile allacciata con il suo personal trainer. La giovane mantenuta nega l’evidenza di fronte a un Hopkins sempre più vecchietto e stralunato. Cosciente di essere stato cornificato ma anche disposto (ma forse no) ad arrendersi alle giustificazioni penose della sua compagna. Questo suo alternarsi fra l’illusione e la realtà è disegnata da un Hopkins superlativo.

Il film si snoda fra situazioni aggrovigliate. Ironiche ma non umoristiche, con un fondo di amarezza e di vacuità. E’ un fiume di personaggi che, a loro modo, sono alla deriva. Attratti e respinti. Tutti incapaci di costruirsi un progetto esistenziale. In balia degli eventi. Tutti anche in attesa di un colpo di vita, di una svolta in un’esistenza senza senso, costruita su relazioni fragili, improbabili, spesso meschine, in ogni caso precarie. E’ un mondo, quello ritratto da Woody Allen in questo film, in cui non ci sono vincitori. Tutti, alla fine della gara, sono sconfitti.

Allen racconta questa storia muovendo con consumata maestria le sue pedine: Tutte scelte con grande cura. Tutte straordinariamente credibili e fresche. Una sola sua scelta lascia a desiderare. E’ quella del marito scrittore mantenuto. Iash Brolin, ha il fisco dello spaccapietre o del giocatore di rugby, non dello scrittore fallito. Recita perciò un personaggio in cui non si ritrova mentre tutti gli altri sono ad un livello di eccellenza assoluta.


10-12-10
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Noi credevamo, di Mario Martone.
Con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli.*



Questo film si propone di far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni italiane, il Risorgimento, con le sue tensioni, le sue illusioni, le sue prevaricazioni. Invece, per ben tre ore, rovescia sugli spettatori colate di noia. Gli attori, anche quelli di (relativo9 gran nome, sembrano essere stati scovati in una filodrammatica amatoriale di quartiere. I tempi narratici sono smisuratamente rallentati. I mezzi utilizzati sono esigui. La dimensione eroica o allucinata dei rivoluzionari è spenta nella noia del racconto. Un film da fuggire come la peste.


Pierluigi Magnaschi, 10-12-10
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Potiche – La bella statuina” di François Ozon
con Catherine Deneuve. Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard *




di Pierluigi Magnaschi

La regola generale è molto semplice. Quando ci sono troppi mostri sacri in un solo film è meglio tenersi alla larga. E qui, di mostri sacri, ce ne sono addirittura tre. Deneuve, Depardieu e Luchini. Ciò comporta un’esigenza: il copione deve essere redatto, non con riferimento a una storia interessante, ma in funzione delle caratteristiche dei tre grandi (o ex grandi) attori. E comporta anche una conseguenza: anche se il copione è stato compilato perche i tre big possano coabitare, gli stessi, trascinati dal loro comprensibilmente debordante super io, finiscono per confliggere, pestandosi quindi i piedi fra di loro. E’ ciò che si è puntualmente verificato in questo film che ha un taglio assolutamente provinciale come ben riescono fare i francesi quando vogliono divertirsi fra di loro. Ecco perché questo film avrebbe dovuto circolare solo entro i confine dell’Esagono. Fuori dalla Francia, si presenta come un pulcino bagnato. Non fa un bel vedere, insomma, essendo esso un prodotto inesportabile.

Il film racconta la storia dell’erede di una dinastia industriale (Catherine Deneuve) che, sposando un manager, (Fabrice Luchini) ha finito per mettersi nelle sue mani e dipendere quindi totalmente da lui (da qui il termine del titolo: Potiche, che significa appunto bella statuina; una moglie cioè, tutta parrucchiere, manicure e modista che si può mettere sul comò e ci resta). Luchini abusa di lei. Non solo la tratta come un oggetto insignificante, bistrattandola in privato ed in pubblico, ma intrattiene anche una visibile e notoria relazione sentimentale con la sua segretaria. Luchini è un arrogante che litiga con tutti. Esaspera i dipendenti. Li affronta violentemente fino a che, dopo una scazzotta, viene esautorato dalla direzione dell’azienda.

La moglie ritenuta da tutti incapace viene quindi chiamata al vertice dell’azienda. Non certo per guidarla ma per rappresentarla (da “bella statuina”, appunto). Ma la signora appena salita al vertice della sua società, dimostra di possedere una grinta che nessuno gli riconosceva. Una grinta dolce, intendiamoci bene, coinvolgente, che si esprime costruendo il consenso sulle sue idee. Riesce persino a ripescare un ex sindacalista, oggi deputato di sinistra (il corpulento ed inespressivo Depardieu) con il quale, una ventina di anni prima, aveva avuto una fugace relazione in riva a un fiume. Depardieu si rivela prezioso per piegare la protesta operaia. E quando il marito sempre più isterico ed acciaccato, ritorna a casa per prendere in mano le redini dell’azienda…

Dei tre big, la più brava è sicuramente Catherine Deneuve che è l’ombra della sua stupefacente bellezza di un tempo (gli anni passano anche per lei) ma che conserva, intatta, della vecchia star, la capacità di recitare, di entrare nel personaggio, di renderlo al meglio, di recitarlo credibilmente, passando da una situazione all’altra, in modo naturale ed elegante, senza scossoni e senza forzature.

Giusto l’opposto di Luchini che invece rende il personaggio del padrone isterico ed anche, tutto sommato, patetico, in modo eccessivo, accentuandone gli aspetti caricaturali e trasformandolo quindi in una inevitabile macchietta.

Anche Depardieu è completamente fuori fase. Anche se non è una novità, purtroppo. Egli recita di ventre. Esibisce sornionamente la sua torpida opulenza. Si muove a fatica. Ho l’occhio appannato e la gamba vacillante. Sembra un don Camillo con mezzo quintale di peso in più. Anziché recitare la parte del prete arruffapopolo, alla Fernandel, recita la parte dell’agitatore di sinistra arrivato a fine corsa. Non gli manca solo il fiato ma è a corto anche di idee. Il film poi è stato fatto con mezzi poveri. Manca tutto: Il budget, evidentemente, se lo sono mangiati tutto i tre big. Al resto, sono rimaste sole le briciole.

29-11-10
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“The Town” di Ben Affleck
con Balke Lively, Jeremu Renner, John Hamm. ***



La storia non è nuova. Questo film infatti racconta le vicende di una banda di giovani sbandati che vivono in una specie di Harlem degradata. Il quartiere piccolo borghese e malfamato è quello di Chalestown a Boston. I giovani della gang cominciano dalla piccola delinquenza di quartiere fino ad approdare, ben presto, alle rapine professionali, fatte usando senza ritengo le raffiche di mitra. Non cercano di scassinare le cassaforti delle banche, raggiunte magari scavando a fatica un cunicolo sottoterra, ma mirano direttamente al cassiere, seminando il panico fra la clientela. Cercano il malloppo. Il più grosso possibile e tutto e subito. Il regista, qui, al suo secondo film, dimostra di possedere una tecnica di prima piano. Le fughe in auto inseguiti dalla polizia non sono le solite fughe viste mille volte in film o telefilm del genere. Ma colgono, della fuga, l’adrenalina, le reazioni umane, gli angoli di ripresa inconsueti, i gesti o le scelte imprevedibili dei vari protagonisti. Lo spettatore così diventa, anche lui, un protagonista del film. Non lo guarda dall’esterno ma dall’interno. In questo film nulla è lasciato al caso. Tutto è fatto per non far cadere la presa sullo straordinario meccanismo narrativo che è tutto giocato, come si dovrebbe fare al cinema, sulle immagini, più che sulle parole. I protagonisti non sono solo i componenti della gang e i poliziotti che li braccano, ma anche la splendida città di Boston, fotografata con passione e attenzione, fino a renderla famigliare anche a chi, a Boston, non solo non è mai stato, ma non l’ha nemmeno vista in fotografia.

Pierluigi Magnaschi, 29-11-10
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“Stanno tutti bene” di Kirk Jones
con Robert De Niro, Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rochwell. ***



di Pierluigi Magnaschi


I media hanno sistemato subito questo bel film nella categoria dei remake, cioè dei film rifatti. E hanno ragione, sul piano dei fatti anche se non su quello della sostanza. Infatti “Stanno tutti bene” è un remake dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore con allora, per protagonista, uno spompato Marcello Mastroianni. Ciò che non hanno detto è che ci sono dei remake quasi sempre peggiorativi rispetto all’originale e dei remake che, come in questo caso, sono molto meglio dell’originale. Trascurando questa prima conclusione, i media hanno però lasciato capire che questo film è una sciapa ripetizione del primo. Una ribollita, insomma. Di fatto, però, e per fortuna, non sono stati creduti dagli spettatori paganti. Nella sala milanese nella quale, di solito, vado a vedere i film, ci sono, sempre di solito, dai 10 ai 15 spettatori. Con il film di de Niro invece la sala era piena in ogni sua fila. E chi ha scelto d’andarci ha fatto bene perchè ha passato un’ora e mezzo a guardare una storia lieve e deliziosa, recitata da attori in gran forma e soprattutto da un eccezionale (come al solito. Si può dire?) Robert De Niro che qui interpreta la figura di un vedovo attempato, con i polmoni mal messi perché ha passato la vita a rivestire i cavi del telefono, ed i figli dispersi da una parte e l’altra degli Usa.
Gli attori storici italiani (prendiamo anche i grandi, tipo Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni) hanno avuto, in sostanza, il difetto di recitare sé stessi (cioè, a ben vedere, quindi, di non recitare affatto) e pertanto si sono ridotti a recitare la stessa parte nei loro innumerevoli film.
Ben diversa invece è la filmografia di Robert De Niro. Che distanza corre fra l’interprete di “Taxi Driver” e quello di
“Stanno tutti bene”?. Un’immensità. Il primo era un pazzo asociale ed aggressivo. Il secondo è un vedovo attempato medio americano. Il primo fracasserebbe tutto. Il secondo si adatta a tutto. De Niro, che è un vero e grandissimo attore, cambia pelle, cambiando film. Non impone se stesso al personaggio che deve recitare, ma si fa camaleonte per riuscire a recitare al meglio la parte che gli è stata imposta dal copione e dal regista.
“Stanno tutti bene” quindi, più che un remake del film di Tornatore (che, tra l’altro, fu un meritato flop) è una storia alla Norman Rockwell (il celebre disegnatore americano che ha ritratto, per decenni, la famiglia media dell’America profonda con nonne che fanno le torte e preparano i tacchini; il postino che porta le buone e le cattive notizie; i ragazzini che fanno i discoli; l’ubriacone del villaggio con l’occhio appannato; il prete severo, con la Bibbia in mano; le beghine affilate dalla cattiveria e sempre pronte a spifferare pettegolezzi; i discorsi grassi fra gli uomini dal barbiere).
La differenza, è che, ai tempi di Norman Rockwell, l’America frugale era ottimista. Uscita dalla grande depressione, aveva davanti a sè un futuro che tutti immaginavano radioso (anche se poi non lo è stato). Quella descritta da Kirk Jones, in questo film, è invece un’America che sciupa i giovani che sono disposti a farsi sciupare. I giovani a stelle e strisce dei giorni nostri (quelli, appunto, ritratti in questo film) hanno ancora speranze ed ambizioni, ma non hanno più la rabbia e lo spirito di sacrificio dei loro genitori o, meglio, dei loro nonni per riuscire a realizzarle. Si accontentano di lavoretti. Si nutrono di fandonie. Rimandano i traguardi. Aborrono le scalette. Attendono il grande colpo di fortuna. E intanto si arrampicano sui muri. De Niro credeva che i suoi figli fossero sì lontani, ma sistemati in appartanti da favola, con una lucrosa carriera davanti, non sposati perché volevano restare liberi (e invece è perchè non possono permettersi nemmeno di sposarsi). E nel suo giro per andarli a trovare, dopo che la moglie è scomparsa, per riannodare i fili affettivo che fino a quel momento erano stati tenuti collegati e in tensione dalla moglie, scopre, progressivamente, il fallimento di tutti (che si aggiunge al suo) e si trova solo e impaurito davanti a una situazione molto più complessa della rete di migliaia di chilometri di fili telefonici che ha collegato durante tutta la sua vita.
Un film tenero, alle volte struggente, umanissimo, discreto, coinvolgente. Aperto sulle difficoltà ma anche sulla flebile speranza, quanto meno, di volersi bene. Che esprime il meglio dell’America e la ritrae dall’interno, in una dimensione antieroica, priva di anabolizzanti. Nature. Tenera. Un film da vedere.

19-11-10

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“Passione” di John Turturro
con Peppe Barra, James Senese, Massimo Ranieri, M’Barka Ben Taleb, Avion Travel e Fiorello *****



di Pierluigi Magnaschi


Questo film è stato definito un doc-film, cioè un film documentario. Non so chi abbia inventato questa definizione demente , se la produzione (sarei stupito, ma non mi meraviglierei, dato che il masochismo è una delle attitudini più diffuse fra la gente) o se lo hanno detto i critici gallonati (in questo caso, il fatto sarebbe più comprensibile, dato che, da loro, c’è da aspettarci poco).
Il Film di Torturro è, molto più semplicemente, un straordinario capolavoro. Non a caso è stato proiettato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, una Mostra che, in termini di scelte, è una garanzia assoluta , dato che basta andare a vedere i film che ha punito e disertare quelli che ha premiato, per andare sempre sul sicuro.
“Passione” è un film sulla canzone napoletana e sul mondo variegato che l’esprime e la rappresenta. Il regista è un americano che non sa parlare l’italiano ma che ha remote origini italiane che, alla fine, anche se non si sa perché, finiscono per contare. Torturro ha l’occhio, l’orecchio e il cuore giusto per rovistare in questo straordinario tesoro (di cui nemmeno io ero assolutamente cosciente) e per mettere in luce gli straordinari gioielli musicali, emotivi ed esistenziali che in esso sono ammonticchiati alla rinfusa.
Non è facile, in questi giorni, parlare bene di Napoli, nell’epoca dell’immondizia che è tornata nella strade, della camorra sempre più violenta, dell’aggressività sociale incontrollabile. Un italiano che non sia di quelle parti, tende a rimuovere Napoli. Un po’ perché non la conosce bene. E un po’ perché, un bubbone, si preferisce reciderlo. E se non ce la si fa reciderlo, il bubbone-Napoli, si fa finta che non esista. Turturro, con “Passione” ci fa scoprire i tesori architettonici (slabbrati, consunti, cadenti, sporchi; ma pur sempre tesori; immensi tesori) di questa città stupenda anche se non valorizzata e ci mette sotto il naso una sontuosa musica popolare di cui io, ripeto, (e, credo, molti altri; napoletani compresi) non avevo coscienza.
Vivevo la musica napoletana come una raccolta di canzoni belle ma provinciali, melodrammatiche, strappalacrime, ridondanti, gradevoli anche, ma pure eccessive. E invece Torturro mi fa scoprire che la musica napoletana è una delle musiche più internazionali che ci sia. Non in forza dei grandi capitali che ha investito l’onnipotente macchina dello spettacolo a stelle e striscie a favore della musica made in Usa; la musica del paese che, fin qui, è stato padrone del mondo. Ma in forza del suo respiro universale.
La musica napoletana, questo ci fa toccare con mano Torturro, è l’opposto esatto della musica provinciale, locale. Torturro (senza spiegarlo: sarebbe diventato didattico) fa capire, mostrandocela al meglio, che la musica napoletana spazia, come melodie e percussioni, dall’Africa, per lambire la Spagna, investire la Francia ed immergersi nel meglio degli Usa.
A questi musicisti partenopei bastano delle botti di legno percosse veementemente con nodosi bastoni per far sentire subito il rumore, cupo e fragoroso, che devasta il cuore, delle foreste del centro Africa; sono sufficienti pochi strumenti a corda per percepire le emozioni di Siviglia, Madrid e Barcellona. Anche il sax dolente di James Sanese (musicista americano di colore, figlio di un NN nero e di una povera ragazza napoletana emigrata molti decenni fa negli Usa,quando si faceva la fame) apre subito squarci (chi ha donato a chi?) sulla musica americana di quest’ ultimo secolo.
Basterebbe, per gridare al capolavoro filmico e all’immensità musicale, la sequenza che “Passione” dedicat alla “Tammurriata nera”, cantata, con una voce da Giudizio Universale, tonante e rugosa , da Peppe Barra, un cantante che, se fosse nato negli Usa, oggi sarebbe più famoso di Louis Armstrong. Torturro penetra, senza scrupoli, nella faccia vissuta e stropicciata di Barra, ne mischia le note ed i suoni con la saliva del cantante (che è anche un interprete eccezionale), inquadra impietosamente i suoi occhi immensi, rossi ed acquosi; ne decifra l’indignazione e la rabbia, in un corpo a corpo fra la macchina da presa e questa fontana di suoni sussurrati, gridati, trattenuti, sparati. Barra viene reso come imprevedibile, immenso, sconvolgente geyser di emozioni canore.
E che dire poi della trovata di mischiare le più veementi e antiche canzoni napoletane con i balli modernissimi delle danzatrici americane? A testimonianza dell’universalità della musica napoletana, non c’è alcuna cesura fra la musica dei bassifondi di questa città e le cadenze dinoccolate dei balletti da music hall di New York.
Questo film, che è il film di un regista americano-cittadino del mondo, privo di pregiudizi e aperto a tutto ciò che riesce a capire, da qualsiasi parte esso venga, dimostra, sul piano culturale, una verità che a noi italiani è sfuggita e cioè che l’Italia ha avuto (ed ha) due sole capitali. Roma, per il retaggio degli antichi romani e poi per il ruolo della Chiesa cattolica e Napoli, in ragione del suo infinito melting pot mediterraneo, il mare dal quale tutta la civiltà occidentale è stata originata. Tertium non datur. Non ci sono alternative aggiuntive. Tutte e due città, Roma e Napoli, sono occasionalmente italiane. Ma in effetti, nel bene e nel male, sono città internazionali. Spazzatura permettendo.


19-11-10

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“Una vita tranquilla” di Claudio Cupellini
con Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco di Leva, Juliane Köhler. ****



di Pierluigi Magnaschi

Evviva! Abbiamo, finalmente, un altro grande regista in Italia. E’ Claudio Cupellini. Una sorta di esordiente, visto che è solo al suo secondo film. Cupellini, con “Una vita tranquilla” ha costruito un’opera originale, sottotraccia, efficace, inquietante. Con questo film infatti riesce a far conoscere il volto belluino della Camorra internazionale. Non a suon di scazzottate, incendi, pistolettate o incaprettamenti. Di queste cose, sinora, se ne sono viste a migliaia nei film sulla mafia o sulla camorra. Cupellini invece fa leva sulla descrizione della torpida natura animalesca, belluina, degli affiliati a queste organizzazioni criminali. La camorra, fa vedere questo film, è una organizzazione di amorali, naturalmente predisposti al crimine, sembrano sedati nei confronti dei comportamenti umani, sono delle molle in attesa di esplodere senza guardare in faccia a nessuno. Conducono una vita miseranda, sempre disposti ad intimidire, sequestrare, uccidere. E, fra queste operazioni, ci sono dei lunghi periodi ozio, vuoti di qualsiasi interesse, curiosità, trasporto.
Toni Servillo, sotto la guida esperta e, credo, risoluta, di Cupellini, questa volta non è stato sopraffatto dalle sue straordinarie capacità istrioniche e di recitazione che, alle volte, finiscono per prendergli la mano. Servillo ha qui deposto la sua propensione a fare il primattore eccessivo e debordante, alla Gassman di un tempo, per intenderci, il protagonista che oscura tutti gli altri, che prende il sopravvento su una storia corale, che diventa l’unico punto di riferimento narrativo rispetto al quale tutti gli altri attori sono costretti, a questo punto, a recitare in sordina, defilati, e in ombra, come se facessero parte di un coro che, come succede nelle opere, recita solo a maggior onore e visibilità del primattore. E’ ciò che è capitato, ad esempio, proprio a Servillo, nel pur interessante film “Gorbaciof”.
In questo film invece, Servillo recita la parte dimessa, arrogante e impaurita, di un camorrista di razza che, fuggito a un’esecuzione, fa perdere le sue tracce rifugiandosi in Germania, dove si sposa con una tedesca, ha un figlio di dieci anni e fa il ristoratore. Ma, per una serie di circostanze, approdano al suo albergo-ristorante , due giovani killer camorristi incaricati di uccidere un dirigente tedesco di un’impresa che ricicla i rifiuti soliti urbani . Uno è suo figlio da lui abbandonato 15 anni prima, quando decise di far perdere le sue tracce. L’altro è il figlio di un capocosca suo ex amico. I due killer si rivelano due giganti come attori. Recitano da uomini con la pistola. Non hanno nessun altro scopo che quello di sparare giusto al momento giusto. Hanno, negli occhi torpidi (non sembrano dei killer feroci ma, piuttosto, dei ritardati mentali, programmati solo per fare del male) solo la voglia di uccidere a comando. Al resto, non sono interessati. Né al cibo, né al paesaggio, né alle comodità. Sono dei trappisti della pistola. Monovocati. Non sono interessati nemmeno all’amore, pur essendo nel pieno delle loro forze, scossi da tutti gli ormoni del creato. Uno dei due, a un certo punto fa l’amore con una cameriera tedesca. Ma l’insegue e la prende come se lui fosse un animale. Basta puntarla, annusarla, inseguirla. Anche qui, non con visibile violenza (oltretutto, la poveretta, è consenziente) ma con naturale sopraffazione, come sarebbe quella di prendere una mela e di addentarla. Non per farle male ma per ingoiarla. Era lì, sembra dire, il giovane camorrista intellettualmente torpido, per essere consumata. Ed io l’ho fatto.
La violenza che i due killer in trasferta in un paese di cui non conoscono nulla e, men che meno, la lingua, non è solo diretta alle vittime designate dai loro capi ma si esprime anche fra di loro. Se fossero dei soldati in missione ci sarebbe cameratismo. Questi due invece sono come due bestie feroci in una gabbia troppo stretta. Si guardano con silenzi inquietanti e interrogativi, non espressi a parole ma grossi come delle case. Temono tutto. Mettono in conto tutto. Non escludono niente. Tutto è precario. In una vita da nulla. Un film che lascia un segno terribile anche se la violenza vera, quella che la tv ogni sera ci somministra all’ingrosso, qui non si vede. Ma proprio per questo è una violenza più inquietante perché penetra dovunque, anche nei pensieri e soffoca tutto.


13-11-10


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“Wall Street 2 – Il denaro non dorme mai” di Oliver Stone

con Michael Douglas, Shia La Beuf, Carey Mulligan, Eli Wallach, Susan Sarandon. ***



di Pierluigi Magnaschi

Di solito i sequel, i seguiti, le repliche, dei film di successo, sono delle delusioni perché il plot è già conosciuto e poi perchè, per quanto ci si possa impegnare, è sempre una minestra riscaldata. Questo “Wall Street 2” rappresenta invece un’eccezione alla regola. Esso infatti è molto meglio di “Wall Street 1”. Michael Douglas, nella parte di Gordon Gecco, lo squalo finanziario che adesso ritorna sullo schermo, ha vent’anni in più. Il suo viso è maturato. I suoi tratti sono più marcati e sfiniti. L’attore poi è stato colpito da un cancro che lo ha reso inevitabilmente più sofferente. Resta uno squalo, certo, ma è una squalo ferito e quindi più attento, complesso, circospetto, sornione. Gli piacciono sempre gli avana giganteschi che però non succhia più con i denti ma li massaggia con le labbra e li succhia con deferenza. Inoltre, ai tempi del primo WST, la Borsa americana non era ancora stata investita da un crollo sistemico come quello che è esploso nel 1997-98 e che, non a caso, non ha investito solo gli operatori finanziari ma ha provocato conseguenze catastrofiche anche su coloro che non hanno mai acquistato un titolo in vita loro.

La sensibilità del pubblico generico di fronte alle storie di coloro che si sono complessivamente resi responsabili di queste derive , si è quindi acuita. Il nervo è scoperto. La voglia di capire si è generalizzata. WST non è solo un film sulla Borsa americana e sui finanzieri d’assalto ma, a ben vedere, è un film sull’uomo, con tutti i suoi difetti. E’ un affresco scespiriano che descrive un mondo mosso dall’ingordigia, un mondo che va dove vuole, alimentato dalle illusioni della gente. Nel nuovo ufficio che Gordon Gecco si è affittato a New York dopo aver espiato per otto anni la sua colpa di turbatore dei mercati, c’è un quadro che , a dimostrazione che i corsi delle cose non cambiano mai, c’era anche nel suo mega ufficio quando Gecco era potente e famoso. Il quadro rappresenta i bulbi di tulipani sui quali, nel 1562, quando arrivarono ad Anversa i primi bulbi con una nave proveniente da Istambul carica di stoffe, scoppiò una frenetica ed incomprensibile bolla speculativa (Gecco, sornione, dice: “Con il pre zzo di un bulbo si era arrivati ad acquistare un metro quadrato di appartamento. Poi, la bolla, come si era improvvisamente gonfiata, si sgonfiò altrettanto improvvisamente, rovinando un sacco di povera gente che, ingenuamente, aveva creduto di aver scoperto una tombola con la quale si vince sempre”).

Oliver Stone, in questo grande film, si conferma uno straordinario regista. Gli attori sono stati da lui scelti con una cura spropositata. Tutti recitano in maniera sublime. La figlia di Gecco, in particolare, sembra una bambola di gomma piena di lacrime. Lacrime che non vedi, ma che senti che sono pronte a tracimare. Il film, che si avvale di una colonna sonora da primato, è montato con un ritmo parossistico. Ha la velocità delle transazioni finanziarie. La vicenda inoltre è visivamente contrappuntata da una New York maestosa e sfavillante, ripresa in ogni suo angolo monumentale e da ogni punto di vista. Nella baia di New York, su un Oceano Atlantico blu e tranquillo, d’improvviso, scorrono dei motoscafi che viaggiano nell’acqua con la velocità di un jet militare. Ciò nonostante, la grande e apparentemente invincibile potenza a stelle e strisce, è nevrotica e fragile. I suoi muscoli sanno di steroidi e di anfetamine. La sequenza della drammatica riunione dei componenti la Fed, alla vigila del tracollo, è da antologia e vale l’intero film perché ti fa toccare con mano i dubbi, le timidezze, gli sfinimenti, le paure dei grandi (e fino a quel punto ritenuti glaciali e onniscienti) reggitori di questa baracca insonne e senza confini, sempre più complicata e sempre meno governabile, nella quale il più lucido è il vecchio banchiere novantenne, tutto secco e piegato, che si appoggia al suo bastone e punzecchia i tycoon e li sovrasta con il suo cinismo disincantato e la sua risata tagliente e saputa, che sa di vendetta esistenziale. Come si dicesse, agitatevi, agitatevi pure. Tanto, io vi trascinerò con me.

25-10-10

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“lo zio Boonmee che si ricorda la vite precedenti” di Apichatpong Weerasethakul

con Jenjira Pongpas e Skdo Kaebuadee. *



Questo film gracile, velleitario, incomprensibile, contradditorio e lento è stato inspiegabilmente premiato con la Palma d’oro all’ultimo Festival del Cinema di Cannes. L’unica cosa che funziona, in questo film, è la colonna sonora anche se essa è fatta da muggiti, canti di uccelli tropicali nella notte, rumori d’acqua scrosciante , passi lenti e grevi di bufali annoiati nella palude. Il regista è latitante. Gli attori sono improvvisati. La fotografia dilettantesca. La storia risibile. Ci siamo lamentati, e giustamente, delle scelte e delle premiazioni decise dall’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia ma, in questo caso, Cannes ha voluto strafare. Va bene che ha premiato, in passato, come se fossero pellicole di assoluto valore internazionale persino i filmetti diligenti di Nanni Moretti, ma con “lo zio Boonmee eccetera”, il Festival di Cannes ha voluto strafare. Sembra aver voluto dire: “A casa mia, sono padrone io e io premio chi voglio. Intesi?”. Ok. Nulla però mi impedisce di invitare i miei lettori: state alla larga da questa pellicola . Perdereste due ore.

Pl.Mag.,25-10-10
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“La pecora nera”
di Ascanio Celestini
con Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luigi De Santis. ***





di Pierluigi Magnaschi

Questo è il film che, all’ultimo momento, ha scalzato “La sconfinata giovinezza” di Pupi Avati dalla partecipazione al Festival 2010 del cinema di Venezia, pur essendo, nel suo complesso, una pellicola nettamente inferiore a quella prodotta dal regista bolognese. Un motivo ci deve pur essere per giustificare questa cantonata. Esso risiede, probabilmente, nel fatto che gli incaricati della selezione, che, come si sa, vanno sempre in fretta, debbono aver visto, de “La pecora nera”, solo la prima parte, quella relativa all’infanzia del futuro pazzoide, che infatti è stata girata in modo sublime. Successivamente, il film di Celestini si perde letteralmente per strada, smarrendo il filo del discorso e cominciando a girare compulsivamente su se stesso come se fosse il cavallo cieco dei frantoi di ulive di un tempo.

Celestini si trova a suo agio nel descrivere i rapporti fra il nipotino e la nonna, tenera ma minus habens, che sa solo raccogliere le uova dal sedere delle galline,nella convinzione che così siano più fresche (e le decanta naifisticamente come tali, indipendentemente dalle persone con le quali ha a che fare). Celestini eccelle anche nel descrivere il difficile inserimento del nipotino nel mondo della scuola, o nel rendere il clima, l’ambiente e le relazioni nel piccolo ospedale psichiatrico di campagna.

Ma quando Celestini apre un nuovo capitolo, quelle del supermercato da lui esageratamente e paradossalmente descritto come un luogo di coercizione e di alienazione identico, se non superiore, a quello dell’ospedale psichiatrico, la sua macchina narrativa si complica e si scompagina, nell’assimilazione troppo arrischiata dei due mondi (l’ospedale psichiatrico da una parte ed il supermercato con le offerte speciali, dall’altro) per cui si avverte chiaramente che il regista, dopo aver lanciato la sua boutade (sulla quale però vive metà del suo film) non sa più come uscire dalla centrifuga che lui stesso ha inopportunamente avviato.

Non solo, per cercare di dominare questa centrifuga, il regista accelera, con effetti che vorrebbero essere tristi ma che, paradossalmente e involontariamente, risultano esilaranti con i due giovani matti che vanno e vengono, come trottole sempre più libere, dal manicomio (che evidentemente non è un’istituzione chiusa) al supermercato.

La prima parte del film invece raggiunge dei livelli di perfezione difficilmente raggiungibili. Come la descrizione della vicinanza-indifferenza con la nonna: due mondi vicini-lontani e legati da un affetto omeopatico che forse c’è ma che non riesce ad esprimersi. E cosi la vicinanza-lontananza del bimbo con la madre ricoverata nel manicomio che si trasforma in una straordinaria (anche se appena accennata) fusione emotiva, solo quando il ragazzo si decide a carezzare furtivamente (dicendo: “Sembra un mattone”) la fronte della mamma morta, distesa come uno straccetto nel letto che fu di sua contenzione.

Il parlato de “La pecora nera”raggiunge vette di perfezione difficilmente riscontrabili in altri film italiani. Questo però è un pregio ma, nel contempo, anche un difetto. Celestini ne va orgoglioso. A Venezia ha detto che il suo “non è un film solo da vedere ma anche da ascoltare”. Alle volte, purtroppo, “La pecora nera” è più da ascoltare che da vedere, nel senso che lo scrittore Celestini ha avuto il sopravvento sul regista Celestini che, non a caso, qui, è alla sua opera prima.


15-10-10
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“Benvenuti al Sud”
di Luca Miniero
 con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finoccchiaro , Valentina Ludovisi. ***




I critici supercigliati, che si considerano molto, stanno lontano da questo film ( perché “fa ridere”) e ne affidano la recensione ai vice. Gli spettatori invece hanno capito, dai trailer che hanno visto sulle varie tv, che questo è un film onesto, sereno dissacratore, utile e, sì, anche divertente. E, facendo bene, lo hanno quindi plebiscitato con il record al botteghino. La tesi del film non è nuova. Anzi è stata copiata di sana pianta da un film francese (“Bienvenue chez les Ch’tis”) che si è visto l’anno scorso in Italia con il titolo “Giù al Nord”. In Francia infatti uno si sente punito se viene trasferito dal Sud al Nord. Da noi è l’opposto. Ma per le stesse prevenzioni. Ecco perché uno straordinario Claudio Bisio (nella parte dell’impiegato delle poste punito) emigra verso la Campania munito di giubbotto antiproiettile, trappole per topi e protezione solare 50. Arriva diffidente e viene accolto con diffidenza. Ma poi tutto si stempera. I terroni sono simpatici e disponibili. Il lumbàrd ha anche lui un cuore e gli piace persino divertirsi. Sullo sfondo, paesaggi da togliere il fiato e paesi pieni di fascino inondati dalla luce meridiana. Si passano due ore serene. Che non è poco, di questi tempi.

Pl.Mag., 15-10-10

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“London River”
di Rachid Bouchareb
con Brenda Blethyn e Sotigui Kauyaté, ****



di Pierluigi Magnaschi

Attentati fondamentalisti a Londra, nel 2005. E’ colpito un autobus. Le bombe esplodono anche nella metropolitana. E’ una duplice strage. Va in scena l’incubo numero due, dopo quello dell’11 settembre a Ground zero, nel cuore della New York che conta. A Londra, questa volta, la polizia era preparata. Le disgrazie precedenti fanno sempre imparare. L’autobus sventrato viene infatti immediatamente avvolto dalla polizia in un enorme telone. Le telecamere, subito accorse, non riescano quindi a frugare fra gli spezzoni dell’autobus, alla ricerca, voyoristica di corpi disintegrati, per conto dei guardoni di tutto il mondo. Dall’aziendina orticola nella quale si è rintanata, un’anziana vedova di guerra (suo marito, marinaio, è morto nella guerra delle Falkland) sbircia, per caso, la televisione che dà le prime informazioni sull’attentato. Chiama col telefono la figlia che vive a Londra, giusto per sentire se anche lei ha sentito degli attentati. Ma non la trova sul cellulare. Poco dopo, richiama e lascia un messaggio con il quale richiede di essere richiamata. Poi richiama ancora. Sempre senza risposta. Infine, disperata, decide di abbandonare tutto, anche i suoi asini, che affida al fratello, a va a Londra.

Lì, scopre che sua figlia vive in un quartiere a maggioranza musulmana (che le fa orrore), in affitto da un negoziante musulmano che, quando si offre di aiutarla e gli tende la mano, la vedova non gliela stringe nemmeno. A Londra incontra anche un nero africano che lavora nella forestale francese e che è stato inviato in Inghilterra dalla moglie che, decenni prima, aveva lasciato in Africa, alla ricerca del figlio che, anche lui, non risponde al telefono e che, peraltro, lui non ha mai visto da quando aveva sei anni (adesso ne ha 25): del figlio non possiede nemmeno una foto, non sa che cosa faccia a Londra e non sarebbe quindi in grado di riconoscerlo.

I due poi scoprono, grazie a un iman e a una foto alla scuola di arabo della moschea che la figlia e il figlio erano fidanzati. Poi scoprono anche che, il mattino dell’attentato i due ragazzi erano partiti per fare un viaggio a Parigi. La madre, che vedeva con orrore la prospettiva di avere a che fare con i musulmani, scoppia di gioia di fronte all’ipotesi che la figlia abbia fatto un provvidenziale viaggio d’amore con un musulmano. Nero, per di più.

Il film vive sulla recita clamorosamente efficace dei due attori principali. La vedova (Brenda Bleytin) è sicuramente bravissima. Ma superlativo è il nero (Sotigui Kouyaté). Sia per come recita, che per come è. E un nero vecchio, altissimo, filiforme, che cammina ieraticamente, dondolando, come se camminasse a piedi nella polvere appicicaticcia di una brughiera, aiutandosi con un bastone. Ha la pelle scavata come la corteccia di un vecchio albero mediterraneo. Gli occhi sono infossati. La mimica è ridotta all’osso. La sua preoccupazione preoccupazione sembra contenuta. Partecipa alla ricerca ma è anche assente, come se fosse trascinato dagli eventi. Segue sempre, non precede mai. Vive i tempi lunghi, eterni, di una antichissima civiltà. Impone rispetto, senza incutere paura. E’ un personaggio modestamente gigantesco che subisce, con i suoi occhi acquosi da bufalo rassegnato, che però, forse, ti giudica, la trasversalità del male e la tragedia immane prodotta di chi semina morte alla cieca, colpendo dovunque e tutti, anche i suoi correligionari.

08-10-10

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“North face” di Philpp Stölz

con Berno Furmann, Florian Lukas, Johanna Wokalek. ****



Il film parla dell’attacco alla famigerata parete nord dell’Eiger (detta anche “il muro assassino”) nella scalata tentata nel 1936, dai due più forti alpinisti tedeschi (Toni Kurz e Audi Hinterstoisser) inseguiti, per l’occasione, da un'altra cordata formata da due alpinisti austriaci. La loro è una corsa contro il tempo (entrambe le cordate vogliono arrivare per prime in vetta) e contro gli elementi atmosferici scatenati. La scalata viene seguita, da giornalisti e curiosi, con i cannocchiali, dalle terrazze del Grand Hotel che si trova in fondovalle. La scalata viene subito resa impossibile dagli elementi scatenati della natura. Erano già stati fatti, in passato, altri film su questa scalata. Ma questo è un film del tutto particolare perchè estramemente innovativo. Girato con intelligenza e con grandi mezzi, offre allo spettatore la possibilità di rivivere (a fianco di questi alpinisti dotati di forza e di attrezzature) ma anche privi di senno, nel mezzo della bufera, fra grandinate di neve ghiacciata, seracchi che cedono con fragore, rocce che si staccano improvvisamente piombandoti addosso, funi che si tendono, nodi che si attorcigliano diventando d’acciaio, arti che congelano, urla disperate ma vuote di voce. Tutto è riprodotto alla perfezione, nella straordinaria efficacia delle riprese e nell’intelligentissimo uso del suono stereofonico che ti mette nel centro di un candido e ghiacciato incubo sonoro. Difficile fare meglio e di più. Anche se si farà di più. Non c’è dubbio. Il cinema è come una gazzella che corre sempre avanti. E offre sempre di più. Un vero vaso di Pandora.

Pl.Mag., 08-10-10

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“Somewhere”
di Sofia Coppola,
con Stephen Dorff, Elle Fanning, Michel Monogan e Benicio Del Toro.**




di Pierluigi Magnaschi


I giurati dell’ultima Mostra di Venezia hanno dato il Leone d’oro a questo filmetto insulso, melenso, gracile e presuntuoso che gira su se stesso come un trottola a fine corsa. I giurati debbono essersi bevuto il cervello per arrivare a fare questa scelta. Non c’è altra spiegazione. “Somewhere” è un film a tesi: i giovani attori famosi e, in genere, i giovani tycoon a stelle e strisce, pieni di soldi e di donne, sono degli infelici perché perdono il contatto con le cose semplice ed essenziali, che valgono veramente .

Trascurano la moglie, non frequentano i figli, distruggono le famiglie. E, alla fine, si ritrovano soli, davanti a un muro, con un pugno di mosche in mano. Vogliono fuggire. Ma se un può fuggire dai luoghi dove si trova, egli non può certo fuggire fuggire da se stesso. Insomma è, questa, una tesi anche corretta (nel senso che trova puntale conferma nelle vite dei “belli e dannati”) ma è anche un tesi risaputa, ovvia, stra-raccontata, stra-dimostrata: una tesi che va da San Francesco d’Assisi alla Nuovelle vague, se si vuol scegliere, a caso, qualche punto di riferimento. Se Sofia Coppola ha scelto ugualmente di ri-raccontare questa storia, ci si sarebbe aspettato che la raccontasse in modo nuovo, mai visto prima. Invece “Somewhere” è addirittura la ripetizione, in salsa leggermente diversa, del precedente e non male “Lost in translation” sempre della stessa Coppola che, pur essendo così giovane, dopo quel bell’esordio, sta evidentemente già girando su se stessa come il cavallo cieco di un frantoio per le olive.

La storia raccontata dalla Coppola, non avendo, dalla sua, solidi argomenti, si diluisce in una lentezza esasperante che è proprio l’opposto della vita vertiginosa degli attori di successo che invece si dissipano in una vita senza pause, senza tempi morti, una vita con il turbo, permanentemente giocata sull’accelerazione. Non a caso, quasi sempre, questo tipo di vita a tavoletta è reso possibile solo dall’uso, spesso smodato, delle droghe.

In “Somewhere” invece tutto è al ralenti. Come nei vecchi telefilm italiani della tv con i mutandoni, ai tempi di Bernabei, nel quali, prima si vedeva una mano che si avvicinava alla maniglia, quindi iniziava a girarla, poi la porta si socchiudeva lentamente prima di aprirsi del tutto e lasciar così intravvedere l’appartamento che solo dopo sarebbe stato inquadrato in pieno. Una tecnica del genere veniva utilizzata perché gli sceneggiati tv della Rai venivano pagati a tempo per cui, più li si tirava per il lungo con gli stessi attori e le medesime attrezzature, meno si spendeva a minuto.

Anche in “Somewhere” vediamo Stephen Dorff (impegnato a tirare l’ultimo boccata di una sigaretta, a cercare il posacenere, a spegnere svogliatamente il mozzicone, quindi a girarlo vigorosamente più volte fino a verificare che sia spento sul serio. Dorff è un attore di talento ma che la Coppola utilizza in modo tale che lo riduce a uno Scamarcio qualunque.

E che dire dei viaggi sulle autostrade americane in Ferrari? Una vettura che improvvisamente si mette a rombare come un jet ma che, pur facendo esplodere i motori, viaggia alla stessa velocità di quando ce li aveva a basso regime. Misteri coppoliani.

L’unica attrice che si salva in questo cast abboracciato è la figlia undicenne del protagonista, Elle Fanning, che, pur essendo molto giovane, ha una complessa ed interessante latitudine espressiva . Benicio Del Toro invece è entrato nel film per onore di firma e si capisce bene che la Coppola non sa che cosa fargli fare per cui lo usa come un tappetino.

Ma la figura peggiore, in questo film , la fa l’auto Ferrari. Basti pensare che questa vettura da sogno, a un certo punto, dopo un improvviso rantolo del motore, lascia a piedi il protagonista e sua figlia sui margini di una strada come se fosse una macchina usata di vent’anni. E anche nella patetica conclusione la Ferrari non finisce bene. Infatti Stefen Dorff esce dal tunnel della sua disperazione dorata, solo quando decide di abbandonare la sua Ferrari, come se fosse una camicia inzaccherata, ai margini della strada e comincia a camminare a piedi, da solo, senza Ferrari ma felice, mentre le luci si spengono in un tramonto che è già notte. Insomma roba che nemmeno Bolero osava fare, ai suoi tempi d’oro. Però, più che dire: povera Sofia Coppola, a questo punto bisognerebbe dire: povera Mostra del cinema di Venezia. Peggio di così non poteva a finire. Fra poco avrà la nuova Sala ma ha esaurito le idee. Capita spesso così. Quando arrivano i mezzi lungamente attesi, le idee sono già scomparse.


08-10-10
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“Una sconfinata giovinezza”
di Pupi Avati
con Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Lino Capolicchio. ****



Questo film di Pupi Avati, non solo meritava di essere presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia (dove invece è stato rifiutato all’ultimo minuto) ma, soprattutto, visto anche chi lo ha indebitamente vinto (“Somewhere” di Sofia Coppola) meritava lui di portare a casa il Leone d’oro.

La decisione del direttore della Mostra, Müller, di sbarrargli preventivamente la strada, in un paese normale (dove cioè la decenza avesse ancora mercato) si sarebbe subito conclusa con i ringraziamenti per il lavoro svolto e l’assicurazione che le intere indennità, come da contratto, gli sarebbero state versate sul suo conto corrente, ma Müller sarebbe anche stato, contestualmente, accompagnato alla porta con l’indicazione che gli effetti personali gli sarebbero stati consegnati al più presto, con corriere, all’indirizzo da lui indicato.

“La sconfinata giovinezza” è infatti il film della piena maturità di Avati. E’ il suo “Amarcord” se si può ricordare la pellicola “summa” della filmografia felliniana che univa, in un solo film (il suo film più bello), tutte le idee che la sua vita di regista aveva prodotto. La “Sconfinata giovinezza” è un film diverso e identico a tutti gli altri. C’è dentro tutto Avati. Il suo spirito, il suo stile, la sua essenza. Anche se “La sconfinata giovinezza “ è anche (ma solo apparentemente) un film diverso da quelli avatiani che l’hanno preceduto. Avati dice che, questo, è il suo primo film d’amore. Nelle altre sue pellicole infatti l’amore c’entrava sempre ma era anche sempre di straforo. L’amore, nei precedenti film di Avati, era uno degli ingredienti della storia. Qui, invece, l’amore di coppia è il clou della storia. Un amore basato su una lunga convivenza borghese fra un giornalista sportivo e una professoressa di filologia all’università di Roma. Un amore macchiato dall’insoddisfazione di non avere avuto figli e poi finito nel dramma dell’Alzheimer del marito, prima sornionamente e anche comicamente individuato mentre la malattia gioca a rimpiattino con chi ne è stato colpito ma che poi, via via, si impone in modo sempre più devastante. Dell’Alzheimer infatti, com’è noto, si accorge prima chi ne è stato colpito, poi lui e gli altri, infine solo gli altri.

Avati segue, con la sua macchina da presa, questo percorso accidentato e angosciante, aiutato da due attori assolutamente straordinari come Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, nel ruolo, appunto, di marito e moglie. Due attori, questi, che Avati spreme fino in fondo per estrarre, da entrambi, una recitazione sublime, fatta di gesti, di sguardi, di pause, di attese, di angosce malcelate, di ammissioni e rifiuti, di rabbie e svanimenti. E mai la loro recitazione, che si dipana in situazioni estreme, va sopra il rigo. Se recitassero in inglese per un major americana, Bentivoglio e la Neri, sarebbero considerati due attori al top nel mondo e verrebbero prenotati per i prossimi vent’anni.

Avati costruisce il suo film su due piani storicamente distinti, ricorrendo a un’intelligente serie di flash back. Questi ultimi sono un’arma narrativa pericolosissima perché esigono una grande perizia nel loro uso. E’ infatti molto facile cadere in quegli eccessi che rompono il ritmo narrativo e sconcertano lo spettatore. Avati invece, dribblando questi due scogli, mischia l’infanzia del protagonista con la sua piena maturità professionale che è improvvisamente finita nel fosso della demenza. E lo fa, scoprendo volti del passato che credevo fossero definitivamente scomparsi dal panorama dei volti oggi disponibili, cosi come non si trovano più le facce dei vecchi che furono schizzati, a suo tempo, con la sanguigna, da Leonardo da Vinci. Fra questi volti emerge la faccia di Serena Grandi che, imbruttita dall’età e dal trucco, recita in un modo straordinario, come mai è stata, nemmeno lontanamente, capace prima d’ora. Anche il giornalista da bambino ( Brian Fenzi) interpreta meravigliosamente bene il suo ruolo.

Avati, nel raccontare la vita del giornalista con l’Alzheimer, si divide in due epoche. Da un parte l’Appennino bolognese povero e fatalista di mezzo secolo prima e, dall’altra, la società borghese romana d’oggigiorno. Il bambino, che viveva a Bologna, perde i genitori in un incidente stradale. Viene ospitato dalla zia (Serena Grandi) che vive nell’Appennino. Il bimbo viene recapitato affettuosamente, ma come se fosse un pacco, nella casina della zia. Lì viene accolto ovviamente, senza sorpresa, come se stesse tornando da scuola. Fargli posto, per lei, è una cosa ovvia. E il bambino si sistema nella nuova casa, dove pure tutto è diverso, come se ci fosse stato da sempre. Va, in silenzio e docilmente, dove gli viene detto di andare, perché sa che si trova nella società del dovere, dove sono chiari, per tutti, gli obblighi e molto lontani, sfumatissimi, i diritti. Dove l’affetto è nascosto nei gesti e soprattutto nelle scelte di dedizione. Sono i suoi coetanei del posto che gli fanno sgangheratamente scoprire, attraverso la porta sbrecciata di una latrina, le prime emozioni sui segreti della vita.

Avati racconta tutto questo senza mai perdere il filo, in modo serrato, utilizzando al meglio gli attori (anche quelli, come Brian Fenzi, che prima d’ora non aveva mai recitato). Avati è un grande maieuta che infila le sue tessere umane in modo tale da descrivere gli estremi di questa esistenza tormentata ma vera, autentica. Umana. Terribilmente, straordinariamente umana. Dove la parola amore non è mai pronunciata ma dove l’amore vince. Nonostante tutto.

Pl.Mag., 08-10-10


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“La Passione” di Carlo Mazzacurati 
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniack, Stefania Sandrelli, Cristina Capotondi, Corrado Guzzanti. ***



Un gran bel film, diciamolo subito. Carlo Mazzacurati si rivela un regista accorto e geniale. Silvio Orlando si conferma un attore smaliziato che, pur recitando un personaggio caricaturale, non va mai oltre le righe. Mazzacurati, in particolare, si avvale di un cast che sa valorizzare pienamente, ad ogni livello, pur subendo due autentici pesi morti come Stefania Sandrelli (nel ruolo, improbabile, di una svampita sindachessa toscana) e come Corrado Guzzanti che, truccato da Renato Zero, gigioneggia spaesato come quando, nei film di un tempo, si schierava, Alighiero Noschese, un uomo capace di imitare ma non in grado di fare se stesso. 

Ne “la passione” si ride di gusto. E’ un commedia all’italiana che parla di un regista che, dopo una lunga disoccupazione, viene scritturato per fare un film ma , nello stesso tempo, è bloccato dall’obbligo di dirigere una “Passione” tradizionale nel paesino toscano dove il suo appartamento, perdendo acqua, ha compromesso degli affreschi sottostanti. Il sindaco gli pone un out out: o dirige la “Passione” o viene denunciato alle Belle Arti. Orlando non ha alternative. Ma, per cercare di sfuggire dalla strettoia, cerca di farsi sostituire da un attore ambulante (Giuseppe Battiston) che ha trovato in paese e che, innamorato delle precedenti regie di Orlando (da lui studiate, fotogramma per fotogramma, quando era in carcere) accetta entusiasticamente. Ma, proprio mentre si stanno avviando le prove, l’aiuto regista scopre di essere braccato dalla polizia. Fuggendo per salvarsi dal carcere, Battiston rinvia la palla a Orlando. La storia si dipana nelle strette viuzze scoscese del paese, fra la gente del posto; nel bar dove l’immigrata Kasia Smutniak (la vedova di Taricone, per la cronaca) ha imparato a fare i cappuccini; nel Comune presidiato da un vigile urbano bloccato come un manichino e dove non funziona nulla.

Corrado Guzzanti Dopo aver provato con risultati infausti, nella parte di Gesù Cristo, ricompare Battiston a salvare la sacra rappresentazione. E quando finisce in croce, Battiston raggiunge un pathos straordinario. E il suo urlo, mentre la croce alla quale è appeso, viene investita da un violento temporale, raggiunge la dimensione planetaria di un parto epocale. Mazzacurati e Battiston concludono questo film che era partito dinoccolato e disimpegnato, con una straordinaria pagina di cinema, piena di spiritualità e di fisicità, entrambe mescolate nel mistero della croce, in un cocktail di visioni e di emozioni che, se non fosse stato ben calibrato, sarebbe risultato imbevibile. Battiston, in particolare, con quel sua fisco da tricheco, parte con l’handicap, e quindi può essere preso sottogamba. Invece è un gigante autentico. Uno dei pochi attori veri della generazione dei quaratenni. Più che una promessa, Battiston è una certezza. Straordinaria.

Pierluigi Magnaschi, 7 Ottobre 2010

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“20 sigarette” di Aureliano Amadei 
con Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli. *



Quando vedo che in una grande sala cinematografica del centro di Milano ci sono solo tre o quattro spettatori, mi si stringe il cuore. Ma quando, alla fine della proiezione, ho visto che, ad assistere a “20 sigarette” c’ero solo io, mi sono rincuorato. Vuol dire che né il Festival del Cinema di Venezia (che ha impudentemente premiato questo film come il migliore nella sezione Controcampo italiano), nè la grande stampa quotidiana che su di esso ha acriticamente redatto pagine su pagine di melassa entusiasta, né la perdurante emozione che giustamente colpisce gli italiani nel ricordo della strage di Nassirija (12 novembre 2003; 19 morti) hanno avuto la meglio su questo film inconsistente. Va bene che si tratta di un’opera prima ma mi viene di pensare a “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio, anch’essa un’opera prima, ma di ben altro spessore. “20 sigarette” sarebbe perfetto se fosse uno spot dalla Marlboro. Lo spettatore ricorda le sigarette accese che, riprese da vicino, hanno le dimensioni e l’arroventamento del jet di un Tornado in fase di decollo. Il resto è carta velina. Telefilm. Non si avverte la tragedia ma solo l’autocitazione. Della carneficina di Nassirija, si punta solo sul sopravvissuto, che poi è il regista che, evidentemente, si vuole tanto bene. Non a caso, pur essendo stato operato in un ospedale da campo in Irak, ed essendo stato trasportato nell’ospedale militare di Roma, al protagonista, dopo giorni dall’esplosione, non gli era stato ancora stato pulito il viso che non era pieno di ecchimosi ma, in contrasto con tutte le regole della fisiologia, sanguinava ancora all’infinito, come le ferite di Padre Pio. Insomma un film da dimenticare anche se è stato prodotto con i nostri soldi erogati dalla Rai e dalla Regione Lazio. 

Pierluigi Magnaschi, 7 Ottobre 2010

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"About Elly" 
di Asghar Farhadi 
con Golshiftech Farhadi, Shado Hossein, Taraneh Alidoosti. *****


di Pierluigi Magnaschi

Dopo aver visto questo film mi è venuta subito un'idea. Il ministro della cultura Sandro Bondi dovrebbe concedere subito una lauta borsa di studio per un master triennale, obbligatorio e gratuito, di recitazione a Teheran, sotto la guida di Asghar Farhadi, regista di questo film mozzafiato (per la bellezza e il significato, non per il ritmo, che pure c'è) riservato a Isabella Ferrari, Fabrizio Gifuni e Riccardo Scamarcio. Se, dopo tre anni di training intenso, questi attori che da noi sono indebitamente gettonatissimi, imparano a recitare, allora si potrebbe chiudere il Centro Sperimentale di cinematografia e indirizzare tutte le nuove leve italiane di attori, registi, sceneggiatori, fotografi ed operatori del cinema, in Persia, in attesa che l'analogo Centro di Zanzibar si irrobustisca e posso quindi rappresentare una valida alternativa. Un film come "About Elly" il tronfio cinema italiano non è in grado di produrlo nemmeno se piange in greco. E' la storia, modesta, di un week end al mare da parte di quattro coppie di giovani iraniani di Teheran con i loro figli piccoli. Un week end alla buona, nel pieno della stagione estiva, che comincia però con un fastidioso contrattempo perché l'appartamento preso in affitto risulta occupato da altri per cui la combriccola deve rassegnarsi ad abitare in un casa abbandonata e sporca con i vetri rotti, i pochi mobili sbrecciati e l'idraulica in panne. Ma i giovani si adattano alla grande. Puliscono alla meno peggio, dormono per terra, giocano fra di loro. Tutto fila liscio fino a che, all'improvviso, come se fosse un temporale estivo, viene meno il clima di complice rilassatezza e di gioiosa promiscuità (pudica e controllata, è chiaro; non siamo certo a Cesenatico, quì).

Un bambino imprudente è finito in un mare rabbioso. I giovani del gruppo in vacanza, disperati, si buttano in acqua. Le madri, dalla riva, urlano sgomente la loro lancinante disperazione. Il bambino è un puntolino lontano, forse nemmeno quello. Non c'è certezza che sia lui. Di certo, quel confuso puntolino è squassato dalle onde implacabili del mare in tempesta. Lo spettatore che segue queste immagini si sente in acqua anche lui. Si sbraccia come il nuotatore disperato e coraggioso, ingoia anche lui l'acqua del mare, respira la salsedine che gli sale nelle narici e le ottura, si sente investire e sballottare dalle onde, avanza senza sapere dove e forse ha anche dimenticato il perché. 

E' una sequenza memorabile, questa, che non finisce mai e che ti trascina in un gorgo di disperazione lancinante. Finalmente, il piccolo viene recuperato. Lo porta in braccio, abbandonato come un morticino, il più vigoroso e caparbio dei nuotatori. La madre, dalla riva, grida: "E' vivo? E' vivo?". Il giovanotto che l'ha salvato è allo stremo delle sue forze. Forse vorrebbe rispondere, ma non ce la fa. Forse non sente nemmeno le richieste della mamma del bambino che adesso urla: "Respira? Respira?". Ma non ottiene risposta.

Il bambino, deposto sulla spiaggia, sembra un mucchietto di poveri cenci. Gli praticano la respirazione artificiale, fatta come la fa, chi non la sa fare. Il bambino non reagisce assolutamente mentre la madre, allontanandosi per non vedere, urla in silenzio la sua disperazione cosmica. Ad un certo punto, il bambino comincia a vomitare qualcosa. Poi altro. Apre un occhio. Il clima si rasserena. Sui volti escono lacrime di liberazione. Ma mentre il bambino sta per essere portato in casa, una donna della combriccola si accorge che una sua amica è scomparsa. E' finita in mare anche lei? Ma non la si trova. E' andata a casa per conto suo, come aveva minacciato/promesso? E qui si apre un'altra fase di questo film sommessamente sontuoso che non vi spieghiamo.

Gli attori di "Abaut Elly" sono tutti superlativi. Il film è attento a tutte le sfumature. Un film inconsapevolmente (e quindi molto efficacemente) anti razzista perché ritrae donne velate che però potrebbero essere le nostre giovani compagne meridionali e ragazzi come se ne possono trovare a migliaia sulle spiagge e nei camping italiani. 

Le facce dei ragazzi e della ragazze iraniane che recitano in questo film potrebbero essere le facce di giovani ebrei e delle loro compagne. Le stesse facce, identiche a quelle che si trovano sulle spiagge di Tal Aviv. Togliete il velo ed ecco che le fisionomie iraniane diventano subito ebraico-medio-orientali. Donne dagli occhi neri, dalle sopracciglia dolcemente imperative, dai nasi espressivi. Le religioni, in questa parte martoriata del mondo, hanno cancellato le identità che ci sono e resistono perché vengono da lontano. 

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"Piacere, sono un po'incinta" di Ala Paud
con Jennifer Lopez, Alex O'Louglin, Noureen DeWulf, Melissa McCarty, Michaela Watkins. *

Un film da fuggire come la peste. Flebile, scontato e sconnesso. Un luna park di luoghi comuni. Pensate: la protagonista femminile (una Jennifer Lopez ha già passato il punto di cottura) è una femminista che vuole avere un bambino senza pagare il pedaggio di amare un uomo. Ricorre perciò alla fecondazione artificiale. Ma, appena le dicono che (alleluia!) è incinta di due gemelli, lei incontra, per caso, un giovane formaggiaio al mercato all'aperto e se ne innamora subito perdutamente. Siete interessati a sapere come si conclude questa storia? Oddio, se sì, siete messi male. Pl. Mag.

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"Bright star" di Jane Campion, 
con Ben Whishaw, Abbie Cornish, Paul Schneider ****



di Pierluigi Magnaschi

E' un film sull'amore fra il grande poeta inglese John Keats (poi morto di tisi a soli 25 anni a Roma) e la giovane vicina di casa, Fanny Brawne. E quindi anche la storia di un amore struggente ed impossibile. Fatto di sguardi, leggere carezze, sospiri, allontanamenti furtivi e riconciliazioni sfinite. Un amore a portata di mano ma difficile da far germogliare. Leggera ma anche sorvegliata e attenta è la regia di Jane Campion che recupera, adattandole, le tematiche e gli approcci del suo precedente e celebre film "Lezioni di piano". Straordinario (ed anche, nel contempo, un po' invadente) l'apporto del direttore della fotografia, l'eccellente Grieg Faser.

Dal punto di vista figurativo "Bright star" è un film stupendo. Esso sembra svilupparsi, senza soluzione di continuità, da dei quadri del 600 olandese e, in particolare, da quelli di Jan Vermeer con i suoi colori caldi che avvolgono le figure. Tutto, qui, è stato fatto per stupire gli occhi e invadere l'immaginazione: dalla pioggia che picchia, rabbiosa, sui vetri; alla neve che ha imbalsamato il paesaggio; dagli interni onusti di passato; alla facce scolpite nella luce.

La bravura del fotografo è tale che spesso finisce nel virtuosismo che, alle volte, è fine a se stesso. Il racconto perciò spesso rallenta perché sembra esso stesso stupito dalla bellezza delle inquadrature nelle quali il racconto stesso si sviluppa. In questi momenti, il film assomiglia al discorso che un autore compiaciuto che, mentre declama, si ascolta. Le sequenza improvvisa e inattesa, perché annunciata da nulla, del funerale dei giovane Keats, portato a spalla da quattro stecchiti becchini, in una povera bara, in piazza di Spagna, a Roma, nel livido momento che precede l'alba, un'ora che sa di viola intinto nel buio, è una sequenza che, da sola, varrebbe un intero film. 

Il povero corpo di un povero giovane inglese, venuto da solo e da lontano, con l'aiuto di una manciata di soldi raccolti da un gruppo di amici, alla ricerca del sole che avrebbe dovuto sanarlo, scivola, dimesso e sconfitto, in una bara, davanti all'architettura barocca di una delle più belle piazze del mondo che, a quell'ora, sembra intristita e sconfitta anch'essa. Keats se ne va senza lasciare traccia, pare. Anche se poi la storia della letteratura sarà squassata dall'irrompere dei versi febbricitanti e disperati di questo giovane che si affermeranno in tutto il mondo quando lui, dal mondo, si era congedato in silenzio e da sconfitto. Ecco, il film della Campion, racconta tutto questo. Lo fa con lentezza, certo. Con leziosità, alle volte. Ma riesce a comunicare, in silenzio e con ritrosia, il non senso della vita e la forza delle emozioni che vorrebbero dare un senso al non senso ma non ce la fanno perché la morte resta lì, sempre in agguato.

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"Le Quattro volte", di Michelangelo Sammartino, documentario. *** 


La perfezione della ripresa, le luci sempre a posto, le macchine capaci di fare inquadrature imprevedibili, il montaggio mozzafiato, sono gli ingredienti inevitabili ma anche di ruotine degli spot pubblicitari, girati solo per far vendere pi ù gelati o ingurgitare nuove bibite. Sarà forse per questo motivo che si stanno affermando film artigianali come "Le quattro volte" che si propone di raccontare, con pochi mezzi e nessuno attore professionista, miserabili ma anche ficcanti storie di vita in un piccolo e isolato villaggio dell'Appennino calabrese. Questo film ha ricevuto, meritatamente, il Premio Cannes 2010, sezione Quinzaines des Realisateurs. Francamente, però, il passo da documentario (e non da film), alle volte è troppo dispersivo. Se avessi visto questo film in dvd, a casa, anziché in una sala, non avrei resistito fino alla fine. Ma, essendomi infilato in una sala cinematografica, ho resistito fino in fondo, anche se il quarto episodio, ad esempio, quello dei carbonai, non aggiunge nulla di significativo. Bellissime invece sono le riprese della vita del pastore di capre, o la processione del venerdi santo, o la chiesa che invade, con la sua presenza, tutto il villaggio, con il prete, in sottana nera, che compare in tutti gli snodi del film ma solo da lontano, spesso da lontanissimo, un puntolino nero, discosto ma immanente. Un film grondante di poesia ruvida e scostante, con personaggi alla Masaccio, scolpiti e senza tempo.

16-06-10

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"The last station" di Michael Hoffman
con  Helen Miller, Christopher Plummer, Paul Giamatti. ***


E' il film sull'ultima rissa di Leone Tolstoj con la moglie Sofia, dopo 48 anni di matrimonio burrascoso (nel suo romanzo Sonata a Kreutzer, Tolstoj aveva raccontato questa relazione tormentata e tormentosa). Rissa dalla quale lo scrittore, pur essendo già allo stremo delle sue forze, si liberò fuggendo di casa ad 82 anni (nella notte fra il 27 e 28 0ttobre del 1910) per prendere il primo treno che aveva trovato nella vicina stazione e che lo portò nella sperduta stazioncina di Astàpavo, dove, ospitato dal capostazione perché era febbricitante, lo scrittore si spense di lì a pochi giorni e cioè, esattamente, il mattino del 7 novembre. L'ultimo, ma anche corposo, oggetto del contendere fra i due coniugi, riguardava la volontà di Tolstoj di cedere in eredità ai tolstoiani (una discussa comunità libertaria, povera, vegetariana, utopista e anarco-cristiana) non soltanto le sue proprietà ma anche i diritti sulle sue opere che allora erano vendutissime, non solo in Russia, ma anche nel mondo. La moglie Sofia invece voleva che l'eredità andasse a beneficio suo e dei suoi famigliari (con Tolstoj aveva avuto 13 figli). 

A cercare di forzare Tolstoj a fare testamento a favore dei tolstoiani erano accorsi a villa di campagna di Jasnaja Poljana, gli adepti di questo movimento che, visto il precario stato di salute dello scrittore russo, volevano accelerare le cose e mettere le mani sul malloppo.  Protagonisti di questo scontro esistenziale, emotivo, culturale e di interessi sono due attori giganteschi. Christopher Plummer, nella parte di Tolstoj, ed Helen Mirren, in quella della moglie Sofia, che, in questa sua ultima parte, ha superato anche la recitazione, che si riteneva sublime, che aveva espresso nel ruolo di Elisabetta II. 

La Mirren usa tutte le sue armi per indurre Tolstoj a cambiare parere. E', di volta in volta, aggressiva, suadente, dialogante, attrattiva. Usa tutte le frecce del suo lunghissimo arco esistenziale. I due, si capisce, si intrigano ancora. Ma Tolstoj, che sente di avere i giorni contati, ha già la testa nell'utopia. Non tollerava più il ceto dal quale proveniva. Tolstoj era nobile. In un certo senso, anche se si dovranno attendere altri sette anni, sente arrivare i soviet dei quali, in fondo, prepara il cammino. I soviet (nel senso di coloro che contestavano radicalmente la società zarista) erano già nell'aria, a casa di Tolstoj. Lo scrittore sovietico era pronto a spogliarsi di tutti i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento. La moglie invece cercava di tenere assieme il suo castello di privilegi, peraltro pericolante. 

Straordinaria anche la figura della figlia di Tolstoj, una sorta di sessantottina ante-litteram, masochista e diffidente e il capo del tolstoiani che rende a meraviglia la doppiezza di chi (forse) è animato da idealità ma che, nel contempo, punta al denaro (per alimentare l'idealità, forse). 

Sono stupende le scenografie di Patrizia de Brandenstein. Impagabile è il treno d'epoca usato nel film. Chissà dove l'hanno trovato e come riesce ancora a funzionare. Perfetto l'accorrere dei branchi di giornalisti alla stazione di Astàpavo per descrivere e riprendere in diretta (con testi, foto e persino con riprese cinematografiche) quell'agonia che investiva tutta la Russia. Un film da vedere. Assolutamente. 

Pierluigi Magnaschi, 03-06-10 

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"The road" di John Hillicoat 
con Vigo Mortensen e Guy Pearce * * *

L'America è ridotta a un mucchio di macerie. Il freddo dilaga. La natura è a brandelli. La autostrade sono spettrali. I camion, un tempo orgogliosi bisonti delle highways, sono di traverso con le gomme scoppiate e la carrozzeria bruciata. Un padre e un bambino percorrono quell'ambiente spettrale. Di tanto in tanto, incontrano bande di criminali affamati, disposte a tutto, anche a mangiare le persone. Nessuno si fida di nessuno. Tutti si sentono braccati. Padre e figlio camminano in questo livido ambiente da fine del mondo, trascinandosi dietro, nella polvere, un carrello da supermercato con le loro poche e spesso inutili cose. Vanno, dice il padre, verso il mare dove ci sarà, forse, il sole e, con esso, il caldo. La scenografia è straordinaria. I due attori principali (papà e figlio) sono degni di ogni elogio. Il regista riesce a contrastare la monotonia del plot (in fondo, si tratta di un lungo, interminabile, viaggio a piedi) giocando su alcuni sequenze mozzafiato, girate da maestro. Un'opera del genere, la misera cinematografia italiana, composta dai soliti amici veltroniani che si riproducono in consanguineità in riva al Tevere, non se la sogna nemmeno. Poveretta. 

Pl.Mag. 03-06-10

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"La nostra famiglia" di Daniele Lucchetti 
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Livio Zingaretti, Raoul Bova e Marius Ignat. ***

La storia è insulsamente moralistica. Giovane muratore generoso e volonteroso, circondato da amici ed amiche pieni di vita (del vivace gruppo equo e solidale fa parte persino un puscher in carrozzella con moglie nera del Ghana che, qui, è ritratto come se fosse un tipo simpatico, tutt'acqua e sapone).

Il giovane muratore generoso e volonteroso, ma sfigato e perseguitato dalla vita, perde la moglie e resta con tre figli a carico che non sa come smistare.  Poi, grazie a un ricatto, del tutto improbabile e assolutamente inverosimile, nei confronti del suo datore di lavoro, il giovane muratore diventa un piccolissimo imprenditore edile e quindi, spinto da un sistema feroce che chiede capitali ed impone il rispetto dei tempi di costruzione e che lo spinge a dribblare la legge, finisce per fare (e diventare) come tutti gli altri.

Insomma, l'avrete capito, è il sistema capitalistico che non lascia scampo. E che trasforma necessariamente dei santerellini e delle santerelline (compreso il puscher pappone) in terribili satanassi. Infatti, non a caso, l'attore principale di questo film, Elio Germano, che a Cannes è stato premiato come miglior attore (ex equo) , nel ricevere il premio, ha pubblicamente dichiarato di "vergognarsi della classe politica italiana" che è poi la stessa, come si legge esplicitamente nei titoli di coda, che ha concesso, non solo il patrocinio della Rai (pagato anche dagli italiani che, in maggioranza, hanno votato per la classe politica di cui Germano si vergogna) ma anche cospicui contributi, nonchè generose detassazioni al film nel quale Germano ha così potuto recitare. Insomma la sua è una rivoluzione al rosolio, un'indignazione a piè di lista, una tiritera è senza conseguenze, se non per lui benefiche.

Ma torniamo al film, che pur non essendo un capolavoro, ha i suoi pregi. Innanzi tutto va detto che il miglior attore del film è, in effetti, la migliore attrice. Si tratta di Isabella Ragonese che recita in modo sublime il ruolo di giovane sposa. Non è stata premiata a Cannes, come avrebbe dovuto, probabilmente solo perché (dovendo morire di parto a metà del primo tempo) non ha potuto pienamente dispiegare le sue ali di attrice giovane ma consumata. In un quarto di film però l'unghiata è tutta sua. Il regista poi descrive il mondo dei cantieri edili della periferia romana che vanno avanti con lavoratori immigrati, scarsamente pagati o tutelati, ma anche, tutto sommato affiatati, sia tra di loro che con il sub-padroncino che lavora più di loro e, in più, rischia di suo.

L'universo multirazziale della periferia romana (lontano anni luce dal proletariato di Pierpaolo Pasolini) viene evidenziato con le sue facce e le sue storie, senza forzature, cercando di individuare le correnti sotterranee che stanno omogeneizzandolo al di la delle lingue e del colore della pelle, in un processo puramente biologico, prima che idealogico. Sono amici coloro che si aiutano e che si capiscono. Dietro questo convincimento le barriere si sciolgono come neve al sole. Non perch é ci sia qualcuno che lo voglia, ma perché c'è il sole. E nel momento in cui tutti stanno celebrando il funerale della famiglia come istituzione, nel film di Lucchetti la famiglia riemerge prepotentemente allarganodosi ai vicini, agli amici. Tanto da suggerire, a un interprete, il convincimento che "i tacchi sono come i parenti. Sono scomodi ma aiutano". E per far capire che le generazioni cominciano a non capirsi pi,ù vale questo scambio di battute fra il padre ("Aho, Zorro!") e il figlio che, scocciato che non sappia leggere l'evidenza, risponde: "No, io sono Batman". 

Pl.Mag. 03-06-10

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"Non è ancora domani" (La Pivellina)" 
di Tizia Corvi e Rainer Frimmel 
con Patrizia Gerardi, Walter Saabl, Aisa Crippa e Tairo Cairoli. ****

Un film con un titolo demente. Tutto il resto è un capolavoro. Un film con pochi mezzi e molto cuore. Girato sempre in luce ambiente da una coppia italo-austriaca di registi capaci che si è avvalsa solo di attori non professionisti. La storia si sviluppa a seguito del ritrovamento di una bimba di due anni da parte di un'artista di strada che l'ha trovata abbandonata in un giardino pubblico. Da un biglietto che le trova addosso quando, nella sua scassata roulotte, le toglie i vestiti nella quale la bimba era infagottata, scopre che la bambina è stata abbandonata da una madre che non ce la faceva a tenerla con sè. Il marito della signora che trovato la bimba, prestigiatore da circo senza clienti, vorrebbe che la bimba fosse portata alla polizia. Sua moglie resiste. Anche suo figlio, un tredicenne tutt'occhi, l'adotta. Pure i vicini, che vivono in un container circondato dal fango, si fanno vivi. La bimba diventa la beniamina di tutti. Da spenta qual'era quando fu raccolta nel giardino pubblico, acquista sicurezza e disinvoltura. Gioca, stimola, interloquisce, si impone. Una vera attrice, a due anni. Da Oscar. La famiglia che l'ha accolta e che pure è piena di difficoltà e alla deriva si aggrappa a questo scricciolo. A un certo punto non si capisce più chi aiuti a chi. E' un vortice di attenzioni, di scoperte, di meraviglie, di amore. Che si assapora fino in fondo. Il finale non vi svelo. 

Pierluigi Magnaschi, 03-06-10 

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“I gatti persiani” di Bahman Ghabadi
con Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi. ***

E’ la storia di giovani musicisti di una band rock iraniana che vogliono andare in Inghilterra per esibirsi e, con l’occasione, per respirare un pò di aria libera. Il film è girato con mezzi poveri e strumenti rudimentali ma anche con idee vecchie, da preistoria cinematografica. Anche i colori sono sciapi. Sembra un film in bianco e nero che poi sia stato artigianalmente colorato a mano.

Le riprese sono spesso con la macchina in spalla. Le inquadrature sono alla prima che viene, senz’alcun ripensamento. Gli artifici filmici sono quelli che da noi usavano, mezzo secolo fa, i cineamatori con l’Arriflex. Sono accorgimenti  tipo la gente che, salendo dalla scala mobile di una metropolitana, sembrano spuntare dal sottosuolo come rigidi birilli. Le canzoni, poi, sono accompagnate da dei video che, da noi, non girerebbero nemmeno i dilettanti  della più appartata provincia. Le luci sono collocate a caso. Le riprese delle albe, dei tramonti, dello skyline di Teheran, sono da cartoline- ricordo degli anni Cinquanta. L’audio va e viene e quindi, questo, non è certo un film da consigliare ai sordastri.

E perché, allora,  se è cosi mal congegnato, ho attribuito a questo film  tre asterischi mentre il successivo “Robin Hood” di Ridely Scott (che è un film tecnicamente perfetto, dove nessuna ripresa è lasciata al caso) se ne merita solo uno?

Il motivo è perché il film “I gatti persiani” ti fa respirare l’atmosfera di Teheran che  è poi sfociata nelle grandi manifestazioni giovanili contro il regime dei mullah, poi duramente represse da Ahmadinejad.  E lo fa senza mai evocare le manifestazioni perché, al momento in cui fu girato il film, non c’era ancora stata la contestazione di massa in Iran. Questo film ha il merito di registrare l’immensa forza giovanile della capitale iraniana, allo stato incipiente. I visi sembrano occidentali e le ragazze, sia pure sotto il velo, hanno lo sguardo biricchino delle nostre adolescenti.

Sono giovani in gabbia ma non ingabbiati. A Teheran infatti arrivano tutti i prodotti culturali e informativi occidentali, dagli ultimi film americani agli ultimi dvd musicali. I giovani se ne abbeverano freneticamente, assimilandone ogni particolare come un affamato farebbe con un tozzo di pane. Suonano, bene, nelle cantine insonorizzate alla bell’e meglio e persino in piena campagna, per non disturbare i vicini che poi chiamano la polizia che sequestra gli strumenti. Finiscono quindi persino  nelle stalle delle bovine da latte (che, per protesta contro i decibel eccessivi, non producono più latte).

Il rock viene vissuto, da questi giovani sciamannati, come la musica della loro liberazione e della loro giovinezza. Ma, assieme ad esso, riemergono, nelle loro canzoni, anche le nenìe gutturali e dolenti della loro tradizione musicale. Questi giovani vorrebbero fuggire all’estero (più perché è difficile farlo, che perché ne abbiano davvero  voglia) ma, nello stesso tempo, vorrebbero anche stare a casa, dato che sono visceralmente legati alla loro terra polverosa, alle loro case sbrecciate o in permanente costruzione, ai vicoli cittadini larghi come dei budelli. Il futuro dell’Iran lo si capisce più da “I gatti persiani” che non leggendo dieci eruditi tomi su questo paese.

Pl. Mag., 27 maggio 2010

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“Robin Hood” di Ridley Scott 
con Russell Crowe, Cate Blanchett, Scott Grimes, Kevin Durand, Mark Strong.*

Una grande boiata. I grandi mezzi danno alla testa. La suprema tecnologia prende la mano. Questo è un film polpettone dove si mescolano le epoche, si intercambiano i personaggi, si attorcigliano le storie. Lo sbarco delle truppe francesi sulle piccole spiagge davanti alle bianche scogliere di Dover, avvengono con dei natanti possenti che assomigliano a quelli dello sbarco di Normandia che, se fossero spinti con i remi, rimarrebbero fermi dove sono stati messi. I combattenti dispongono di archi che sparano delle frecce che sembrano dei missili telecomandati dato che sono in grado di trafiggere, con precisione millimetrica, il collo di un cavaliere in fuga a un chilometro di distanza. Le porte dei castelli si aprono come se fossero di burro, dietro i colpi di un ariete spinto a mano da dei nerboruti che però dispongono solo della fo r za dei loro arti. Robin Hood diventa interessante da quando sceglie di fare l’imboscato nella foresta di Nottingham. Ma questa storia inizia verso la fine del film.

Pierluigi Magnaschi, 27 Maggio 2010

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“Green zone” di Paul Greengrass
con Matt Damon, Greg Kinneard, Brendon Bleeson, Khalid Abdalla. ****

Conquistata Bagdad, durante la guerra scatenata dagli Usa per cacciare Saddam Hussein, bisognava trovare al più presto i depositi delle armi di distruzione di massa che avevano legittimato l’invasione dell’Iraq. Matt Damon (in una recitazione assolutamente splendida; ben delineata ed efficace, senza una sbavatura) è al comando di un gruppo di militari incaricati in questa missione. 
Si muove sulla base delle indicazioni fornite dalla Cia all’esercito. Informazioni che si rivelano tutte sbagliate. Di armi di distruzioni di massa non c’è traccia. In compenso, Matt Damon si trova, per caso, sulle piste di un pericolosissimo capo della rivolta sunnita che altri componenti dell’esercito americano gli vogliono impedire di catturare. 
Inizia cosi un intrigo, tutto politico, fra rappresentanti civili dell’amministrazioni Usa, esponenti militari e spie della Cia, in un balletto di sopraffazioni, depistaggi, dispetti di cui non sono avari i film di questo genere. 

Ma il merito, il grande merito, di questo film straordinario è quello di coinvolgere (senza ricorrere al 3D), lo spettatore nel clima di questa guerra e di questa città, un tempo bellissima ed ora ripiegata su se stessa, crivellata com’è di colpi di mortai o di mitragliatrici pesanti. Il regista usa la camera con una disinvoltura assoluta, con piani interminabili, ad altezza d’uomo. In presa diretta, senza artifici. Le ispezioni raggiungono così un grado di realismo emotivo assolutamente eccezionale. Lo spettatore vive, alitando, quelle porte divelte, quelle grida di guerra che sanno di paura, quei fucili puntati minacciosamente verso non si sa cos’è, ma sempre pronti, al minimo sospetto, a vomitare i loro proiettili contro chiunque. 

Lo spettatore sembra essere anche lui sugli elicotteri che, roteando a livello dei tetti, di notte, seguono implacabilmente le macchine in fuga disperata nei polverosi e strettissimi vicoli di Bagdag mentre le pale delle loro eliche grattano rabbiosamente l’aria e dai loro portelloni si affacciano le gambe a penzoloni delle truppe degli assaltatori armati fino ai denti. 

Lo spettatore sente in bocca la polvere sabbiosa di Bagdad, il caldo afoso di quelle parti, il casino vero di una guerra nella quale le gerarchie dovrebbero essere definite e dove invece, in pratica, ciascuno fra quel che vuole, in una confusione dovuta al fatto che si combatte, sul filo di situazioni senza schemi e che cambiano di secondo in secondo, contro un nemico che è dovunque e da nessuna parte ma che resta un nemico implacabile, mortale.

In questo scenario, gli attori mossi da Greengrass agiscono con grande verosimiglianza dando luogo ad un film superlativo perché superara la storia che racconta e penetra come un laser nell’essenza emotiva, ambientale, umana, tecnologica e politica della vicenda trattata. Vien da sentirsi stringere il cuore paragonando quest’opera con quelle del cinema italiano. Non c’è proprio gara. Pensate come sarebbe riuscito, ad esempio, quella sorta di telefilm pretenzioso presentato (con scarso successo) nelle sale che è stato il pur costoso “Barbarossa” di Renzo Martinelli, sotto le mani di Greengrass e dei suoi collaboratori. Lasciamo fare a lui e a quelli capaci come lui, questi film. 

Pl. Mag., 27 maggio 2010 

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“Simon Koniawski” 
di Micha Wad, con Jonathan Zaccai, Abraham Leber, Iréne Hertz, Popeck, **

Pierluigi Magnaschi

Un film commedia di produzione belga ma che potrebbe essere girato in ognuno dei paesi dell’oriente europeo. Racconta, con rapidità di scrittura e un humour tipicamente ebraico, la storia di Simon, 35 anni, giovane ebreo in dissonanza con le tradizioni della sua famiglia ma anche incapace di trovare un lavoro e di tenere insieme la sua nuova famiglia con una non ebrea ed un figlio piccolo. 
Nella prima parte, il film racconta i conflitti nella famiglia di origine nella quale, ad esempio, Simon, mentre la tv trasmette nel salotto informazioni sull’attacco dell’esercito di Israele nella striscia di Gaza, lui prende posizione a favore dei poveri palestinesi suscitando un comprensibile e godibilissimo putiferio. Il padre di Simon, che fu prigioniero nei campi di sterminio continua a parlare della sua detenzione mentre il figlio si tura le orecchie ed il nipotino è invece molto interessato. Lo zio invece, quando arriva, chiede se ci sono in giro degli improbabili camion di spie e salta da una siepe all’altra per paura di essere catturato. 
La seconda parte è un road movie vissuto su uno scassato pic up per portare la salma del padre (nel frattempo deceduto) in Ucraina, vicino alla tomba della sua prima moglie di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima. Il film è leggero, bene interpretato, divertente, tenero. Ma hai la sensazione di averlo già visto. E’ infatti una sorta di remake di film di Woody Allen e di piéce di Moni Ovadia.

26 Maggio 2010

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"Lebanon" di  Maoz Strauss 
Con O. Cohen, Z. Shtrauss, M. Moshonov, ***** 
visto nel novembre 2009.

Un film strepitoso. Che ti entra dentro e ti trapassa. Parla di uomini che sono anche soldati. Riguarda la guerra di Israele in Libano, non l’ultima ma quella del 1982. Racconta le avventure di un plotone di paracadutisti israeliani che, supportati da un carro armato, debbono perlustrare un villaggio ostile appena bombardato dall'aviazione israeliana. I soldati sono tutti molto giovani. Il capo pattuglia avrà 35 anni. Gli altri tutti meno. Il film si sviluppa, in gran parte, all'interno di un carro armato nel quale si stipano i carristi con la stella di Davide, incollati l’uno all’altro, madidi di sudore, pieni di sonno e di paura, che puzzano di carburante. Il film inizia con un’automobile che si avvicina lentamente. Non obbedisce agli ordini di fermarsi a debita distanza impartiti dai paracadutisti che sono all’esterno del carro armato. Il capo dei parà gracchia dentro la sua radio l’ordine di sparare all’auto. Il mitragliere ce l’ha nel mirino ma non preme il grilletto. Il capo pattuglia ripete, urlando l’ordine: Il mitragliere esita ancora e non spara. A un certo punto dall’auto partono delle raffiche che colpiscono a morte un soldato israeliano. La pattuglia  reagisce, gli occupanti dell’auto vengono falciati. Ma hanno tra le braccia il loro compagno morto. Tentano di riavviargli il cuore con delle scariche.

Il corpo rimbalza verso l’alto: ma non c’è più nulla da fare. Chiedono ad un elicottero di venire a recuperare il corpo. ma l’elicottero non si fida: Il corpo insanguinato del soldato israeliano viene allora calato dentro il carro armato, per proteggerlo in attesa del recupero. L’operazione di infilare il suo corpo dalla botola è laboriosa. Il corpo è un lago di sangue. Una volta messo nel tank, il giovane soldato morto perché il mitragliere voleva fare l’umanitario, rimane in piedi tant’è il poco spazio a disposizione. Il suo viso sfigurato sembra guardare chi sta dentro. Sembra rimproverarli. Finalmente arriva l’elicottero. Rimettere il cadavere fuori è molto più difficile che l’operazione contraria. Chi sta fuori tira. Chi sta dentro spinge. L’orrore è un corpo senza vita che rimprovera il mitragliere ma che riguarda tutti. Evacuato il morto, si ripresenta, su quella strada sconnessa, un’altra vettura: questa volta un camioncino. Stesso alt non rispettato. Ordine dall’esterno del tank di fare fuoco. Stessa esitazione. Ri-ordine incazzatissimo. Il mitragliere, questa volta, obbedisce. Dal tank partono devastanti strisce di fuoco. Il camioncino ne viene investito in pieno. Da esso, volano via galline polverizzate, mutilate o abbrustolite. Ma  viene eiettato anche il conducente, un vecchio palestinese, diviso orrendamente in più parti che urla le sue ultime parole prima di spegnersi.

E poi un lungo silenzio. Che contiene tutti gli interrogativi. Che descrive la guerra per ciò che è: una carneficina senza senso. Che ha torto anche quando obbedisce alle regole, cioè anche quando ha ragione. Il film non fa prediche, non tira conclusioni. Va avanti con mini storie di ordinaria follia. Gente in un ingranaggio che va avanti per conto suo, come se fosse una vita senza fine che non obbedisce a nessuno se non all’assurdità del male. Uno straordinario film. Bellissimo solo nel senso che semina interrogativi senza risposta che ci riguardano tutti. 


Pierluigi Magnaschi

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“Francesca”, regia di B. Paunescu
con M. Barlandeanu, D. Boguta, L. Gheorghiu * 
visto nel novembre 2009.

Un film da evitare come la peste. Non perché sia pericoloso ma perché è privo di senso. In Italia esso è diventato famoso perché dà della puttana ad Alessandra Mussolini. Tra l’altro, dopo che questo epiteto è stato ripetutamente commentato da tutti i media e dopo che un magistrato della nostra stravagante repubblica, richiesto dalla Mussolini di intervenire per cancellarlo, ha sentenziato che dare della puttana a un onorevole non è reato, tale epiteto, nell’edizione che ho visto io, è stato sostituito da un bip come se fosse uno spot di Striscia la notizia.

Debbo però ammettere che l’operazione mediatica di acchiappa polli è riuscita. Infatti, nonostante gli scandalosi tre asterischi che i grandi quotidiani hanno attribuito a questo film totalmente privo di senso, avevo sentito odore di bruciato. Ma sono andato ugualmente a vederlo proprio per via dell’epiteto. Volevo vedere com’era stato incastonato, mi sono detto. E cosi sono rimasto incastrato. Ben mi sta.

“Francesca” è stata girato (o questa, almeno, è stata la mia impressione) mentre il regista era in vacanza, forse sul mar Nero. Gli attori infatti vagolano per loro conto. La protagonista femminile, che è una brava attrice, mette a segno un paio di sequenze buone. Ma, per il resto, fa passare il tempo. Il suo fidanzato, sembra uno Scamarcio spompato. La gang rumena che lo perseguita sembra tirata fuori pari pari da un telefilm sui pusher marginali di Los Angeles. Bisognerebbe chiedere i danni a coloro che hanno dato i tre asterischi a questo film. Prima o dopo ci si dovrà pure arrivare. E’ roba da Codacons, questa.

Pl. Mag.

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--------------------------------------------------------------------------------------------------------“Bastardi senza gloria” 
regia di Q. Tarantino
con B. Pritt, D. Kruger, M. Laurent ***
visto nel novembre 2009.

Tarantino è uno straordinario regista disinvolto e di talento. Un giocoliere della camera da presa. In questo film, falso ma coinvolgente, mischia a piacere, come se avesse in mano un caleidoscopio, tutti i generi. Innanzi tutto, racconta una vicenda storica, inventandosela di sana pianta. Parla di due attentati a Hitler, nella Parigi occupata dai nazisti. Attentati che non sono mai avvenuti. Racconta la storia di un gruppo di ebrei che vogliono, nel loro piccolo, farla pagare cara ai nazisti che cadono sotto le loro grinfie. Non si limitano a terrorizzarli e ad ammazzarli ma tolgono loro anche gli scalpi come se fossero dei pellirossa redivivi. Un film rocambolesco, falso ma vero, tragico ma divertente, che frizzica come se fosse una sterminata miccia accesa che dura quasi tre ore. Un tempo che, alla fine,non ti accorgi che sia passato. L’unico personaggio non riuscito è Hitler, reso involontariamente come una caricatura e non come una tragica, gigantesca e raggelante presenza. L’Hitler di Tarantino è come se lo avesse interpretato Corrado Guzzanti in una delle sue tante imitazioni. Non sgomenta ma suscita ilarità o addirittura tenerezza. Non mi sembra, questo, un effetto collaterale da poco.

Pierluigi Magnaschi, 26 maggio 2010

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"Perdona e dimentica" di Todd Solondz 
con Ally Sheedy, Ciaràn Hinds, Charlotte Rampling. ***



di Pierluigi Magnaschi

Solondz non replica, con questo film, il suo precedente e splendido "Happiness" ma realizza comunque un bel film sull'America di oggi, declinato in una sorta di incrocio fra le logiche tematiche e narrative dei film di Robert Altman e di quelle di Woody Allen. Racconta le storie di tre sorelle travolte da pedofilia, depressione, solitudine. Esse sono espressione di un'America schizofrenica, nella quale la liberazione femminile ha ucciso il maschio (qui, tutti, prima o poi, frignano come le femminucce del tempo che fu). Il politically correct, invece, non solo ha ucciso la realtà, ma l'ha anche resa incomprensibile, distribuendo, su tutti, un velo triste di colpevolezza ben riassunta dal cartello posto nei pressi di un campo giochi che dice: "E' vietato l'ingresso agli adulti non accompagnati dai bambini". Solondz racconta con disinvoltura e mana leggera, e con un atteggiamento quasi stupito, queste storie di ordinaria masochistizzazione sociale. Utilizza attori straordinari. Si avvale di una sceneggiatura tristemente frizzante. Coglie continuamente di sorpresa lo spettatore con snodi imprevedibili, che si sviluppano però sempre in peggio. Ma ciò che Solondz non riesce a fare è miscelare queste tre storie che così rimangono sospese nell'aria come i film ad episodi della cinematografia italiana degli anni Sessanta. In questo film, in particolare, c'è un cameo da urlo. Lo recita una strepitosa Charlotte Rampling, macerata nell'alcol, divorata dalla vecchiaia che la sta braccando, bramosa di amore contro ogni evidenza contraria e desiderosa di ripartire, approfittando di una improvvisa finestra di opportunità che invece, in concreto, l'ha ferita nel profondo ma dalla quale, lei, uscirà drammaticamente ed amaramente vincente. Questi pochi minuti, aggressivi, speranzosi, delusi e rassegnati, meritano l'intero film. Elogio aperto e riconoscente anche alla pazzescamente brava doppiatrice italiana che è all'altezza, con la sua voce rugosa e graffiante, di queste sequenze da storia del cinema e di questa attrice che, con l'età, lungi dal perdere appeal, lo ha guadagnato.   

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"Vendicami" di Johnne To 
con Johnny Hallyday, Chung Siu-Fai, Wing-Cheong Law, Simon Yam *



Il film comincia con scene mozzafiato, assolutamente imprevedibili, accompagnate da un audio strepitoso. E un movimento di attori davvero rimarcabile. Lo spettatore rimane incollato alla poltrona come se, ad essere oggetto della sparatoria, fosse lui, anche se questo non è un film in 3D. Ma, dopo essere decollato con la stessa adrenalina che ti provoca la partenza di una corsa di F1, il film inizia un tran tran indolente che il regista, disperatamente, cerca di rianimare con sparatorie a go-go che sanno di baraccone di Luna Park più che di scontro vero e implacabile tra feroci gang rivali. L'handicap che il regista deve portarsi sulle spalle è proprio Johnny Hallyday, l'attore protagonista, che vorrebbe essere all'altezza dello scontro con criminali di professione ma che, nei primi piani impietosi, ha gli occhi chiusi dalle palpebre che non reggono e l'andatura di John Wayne nei suoi ultimi film, quando doveva essere issato con la carrucola sul cavallo più tranquillo del branco. Nelle prove prima dello scontro finale, uno dei gangster che Hallyday ha assoldato per vendicare la figlia, di fronte alle incredibili smargiassate del cantante francese, getta improvvisamente in aria un piatto. 

Ed Hallyday, anche se era impreparato a quell'evento, pam!, centra in pieno, con la sola pistola, il piatto ormai lontano. Con una mira del genere e una potenza di fuoco simile, Hallyday avrebbe dovuto risolvere lo scontro successivo con la gang avversaria nel giro di pochi minuti. Ma se fosse stato così, il film sarebbe finito subito perché, già a metà del primo tempo, aveva chiaramente finito la benzina narrativa. Da qui, sparatorie infinite nelle quali nessuno viene mai colpito. Tutti schivano le pallottole come se esse fossero state lanciate a mano e si vedessero arrivare pigramente. Insomma, un film debole come le gambe afflosciate di Johnny Hallyday. Chissà perché è stato fatto, 'sto film. Una coproduzione franco-cinese che ha unito il peggio delle due filmografie nazionali . Pl. Mag.

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“Crazy heart” di Scott Cooper
con Jeff Bridges, Colin Farrell, Robert Duvall ****

 

di Pierluigi Magnaschi

Di solito i film impostati sulla musica western mi fanno venire l’orticaria. Sarebbe come andare a vedere un film basato sul liscio con Raoul Casadei come protagonista. Ciò nonostante, e non so perché, sono andato a vedere, immotivatamente e d’impulso, questo “Crazy  heart”. E sono stato ricompensato da un film che non dimenticherò.

E’ la storia di un cantante western ex famoso che è da tempo incamminato sul viale del tramonto. Non recita più negli stadi ma finisce addirittura a cantare in un bowling, tra gente che sta tirando le cuoia. I vecchi fans lo fanno sentire ancor più vecchio, finito, scartato, messo da parte.

Per arrivare all’ultimo bowling, quello del suo ko morale, dal quale inizia il film, il cantante chitarrista ha dovuto percorrere 600 chilometri su un’autostrada monotona e riarsa. Lo sposta da lontano, per telefono, il suo agente. Ogni volta che chiama il cantante, scoppiano delle liti. Ed ogni volta, quelle telefonate, vengono interrotte dal manager che non ha tempo da perdere. Per cui il cantante si limita ad eseguire (“non ho mai disertato un appuntamento” dice la volta che si presenta in ritardo e debole sulle gambe a un concerto). I sogni di gloria, se mai ce ne sono stati, stanno annegando in squallide camerette di motel,  in  sbevazzate solitarie, in vomitate clamorose.

Il protagonista sta andando alla deriva. Evita i suoi simili. Protesta la sua diversità con il manager che sta lontano. Ma, per accontentare un pianista ciccione e bravissimo che ci sta a suonare nella sua band (che, all’insegna della precarietà, si forma da zero in ogni posto dove il cantante-chitarrista approda) accetta di concedere un’intervista alla nipote giornalista del pianista. Da questo incontro nasce una simpatia che presto si trasforma in amore. La ragazza, che ha la metà dell’età del cantante, vive sola, con molte paure, con il suo piccolo di pochi anni dopo che ha divorziato.

Il film racconta come questi due tralci umani senza prospettiva che non sia la semplice quotidianità, abbarbicati al nulla, si annusano con diffidenza, si allacciano e si respingono, uniti da slanci e divaricati da paure. I due attori, sublimi, recitano a lungo un duetto travolgente, fatto di gesti semplici e di parole non dette, giocato in un paesaggio di polvere senza confini, tra gente semplice, scolpita con l’accetta. Tutti in attesa, esibita o sommessamente implicita, di un’altra chance che forse non arriverà mai ma che, come la luce di un moccolo che si sta spengendo, balugina ancora, sperando di restare accesa, in quest’America che non si rassegna mai, che è sempre pronta al colpo di scena. Non a caso, a un certo punto, dalla chitarra che sapeva suonare solo i vecchi motivi, zampillano, improvvisamente, prima titubanti e poi sempre più frenetici, i nuovi accordi, quelli delle sonate che, da anni, non volevano uscire, annegate dall’alcol, spente dai rimorsi. Un grande film. Da vedere. Per forza.   

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“La vita è una cosa meravigliosa” di Carlo Vanzina
con Luisa Ranieri, Nancy Brilli, Gigi Proietti, Enrico Brignano, Vincenzo Salemme, Emanuele Bosi, Anis Gharbi. ***

di Pierluigi Magnaschi

Adesso ne ho l’assoluta certezza. I critici che contano, per recensire i film di Vanzina, non li vanno nemmeno a vedere. Li giudicano in base ai loro pregiudizi. Per loro, sono sempre e comunque dei cine-panettoni, anche quando essi, come questo, compaiono, nelle sale, a Pasqua.

Tutti uguali, tutti scadenti, tutti caciaroni, tutti oltre il rigo e tutti avaspettacolareschi. Solo così si spiegano i tre asterischi dati, del tutto indebitamente,  a “Mine vaganti” di Ferzan Otzpetek e l’unico asterisco concesso all’ultimo film di Vanzina (al quale, per ristabilire la verità dei fatti, dò, adesso, i tre asterischi che sono stati concessi, dalla maggioranza dei critici, al film di Otzpetek, così siamo a pari).

“La vita è una cosa meravilgiosa” è un film attuale, croccante, gustoso. Parla di un tema fresco come la brioche del bar sottocasa. Parla infatti delle intercettazioni che colpiscono la vita ed i traffici degli ammanicati danarosi. Danarosi perché ammanicati.

La trama è deliziosa. I personaggi sono scelti con gusto e manovrati con maestria. Gigi Proietti, ad esempio,  che, di solito, essendo bravissimo, gigioneggia, al pari di ciò che faceva Vittorio Gassman quando si imbatteva in un regista arrendevole, qui, invece, recita in modo misurato ed accurato, senza ritagliarsi la scena, giocando di squadra con tutti gli altri, comprese le comparse.

Enrico Brignano poi gli tiene efficacemente testa nel suo ruolo di poliziotto addetto alle intercettazioni che, svolgendo il suo lavoro, colleziona le corna degli altri (e, alle volte, scopre, senza volerlo,  anche le sue).

Un film frizzante, pieno di gag e di imprevedibili colpi di scena, popolato da implacabili (ed anche patetici) cialtroni che, nonostante tutto, sono arrivati in alto. Gente un tempo arrogante ed oggi costretta ad ammutolirsi, indotta, dal grande orecchio, a parlare con i gesti pur non essendo muti. Gente che si passa i fogliettini con su, scarabocchiate, le richieste o i suggerimenti come gli studenti si passano i pizzini sotto i banchi durante il compito in classe. 

In questo caravanserraglio umano avariato, irrompono gli immigrati sempre più numerosi e sempre più diversi  che recitano parti non secondarie nel canovaccio sociale contemporaneo, oltre che di questo film, che, non a caso, ritrae la Roma di oggi molto meglio di un rapporto del Censis, a partire dal cameriere nero (un eccezionale Anis Gharbi), alla solare cameriere filippina, alla massaggiatrice rumena.

Vanzina aggiorna abilmente la sua analisi spietata (ma anche affettuosa) e il suo ritratto disincantato dell’alta borghesia romana che, come ai tempi di Petrolini, e forse anche molto prima, si è sempre mischiata con il popolino della capitale che è virtuoso solo perché non può permettersi di essere dissoluto. E quindi si specchia nella dissolutezza degli altri traendone un evidente giovamento platonico.

“La vita è una cosa meravigliosa” è un film leggero ma meraviglioso. Nel quale le battute, numerosissime, e le situazioni esilaranti, non sono mai a freddo ma escono spontaneamente dalla vicenda raccontata.  La storia raccontata da “la vita è una cosa meravigliosa” si dipana in modo lieve, impertinente e spesso imprevedibile. Ho passato due ore di delizia.

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“Il profeta” di Jacques Audiard 
con Tahar Rahin, Niles Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kaleb. ****

di Pl. Mag.

La storia, di per sé, non è nuova. E’ un’educazione alla delinquenza. Racconta la vicenda di un giovane arabo, analfabeta, che finisce in carcere a 18 anni, condannato a sei anni di pena. In carcere, apprende a leggere e a scrivere e a diventare boss. L’educazione gli viene impartita da una gang di  còrsi che spadroneggia nel carcere e che usa Milik per lavori sempre più sporchi. Fino a che Milik, svelto e spregiudicato com’è, prende il potere. Nel film ci sono scazzottate, ma sono furtive, mai hollywoodiane. Improvvise come un gesto di rabbia e subito concluse. E’ un film greve, amaro, senza speranza, ma mirabilmente giocato sul piano della psicologia di gruppo e sulla reciproca sopraffazione, giocata o anche solo esibita. I personaggi sono scavati, le dinamiche seguite fino in fondo. Un grandissimo film, che lascia il segno.

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“Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek
con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo,
Ennio Fantastichini, Alessandro Preziosi, Ilaria Occhini. *

di Pierluigi Magnaschi

Ozpetk sta finendo la benzina. Fatto dimenticare lo straordinario (ma, ahimè, purtroppo anche lontano)  e promettente exploit delle “Fate ignoranti” il regista turco-italiano avanza con difficoltà, ballonzolando senza meta con la sua macchina da presa in mano e riproponendo il suo solito cocktail: omosessualità (maschile e femminile. E’ un bipartisan, lui, che credete?) e tavole imbandite, un incrocio fra Aldo Busi e Gualtiero Marchesi.

D’altra parte come si fa ad essere delle “mine vaganti” se il protagonista principale è un pesce lesso? Mi riferisco a Riccardo Scamarcio, il belloccio che ha il pregio di riempire le sale di adolescenti adoranti ma che fa anche deragliare qualsiasi film. Certo, non si può avere tutto, dalla vita. Anche questo è vero. Ma tutto ha un limite. In questo film, la sequenza meglio riuscita a Scamarcio è stata quella di qualche palleggio con  il  pallone da calcio nel cortile della fabbrica del padre. Come goleador, avrebbe potuto avere, forse, un grande futuro. Purtroppo Scamarcio si è ostinato a fare l’attore.

Il film ci mette quasi due ore per consentire al figlio primogenito (e da lungo tempo maggiorenne) di un’industriale pugliese della pasta, di trovare il coraggio per dire al padre che lui è gay e per venire a capo ai coccoloni del genitore, nonchè al disonore  che si è abbattuto sulla famiglia.

Ci vuole la morte della nonna (Ilaria Occhini),  un’ottantenne antesignana ed aperta a tutto, che seguiva con trepidazione e soffice incoraggiamento, le caute gimcane sessuali delle figlie e quelle più coraggiose  dei nipoti, per ricucire, davanti alla bara della signora stessa, la ferita tra figlio e padre che, sembrava insanabile fino a quel punto e che, fortunatamente coincide con la fine del film . Questa è una trama che sarebbe stata rifiutata persino dagli sceneggiatori dei fotoromanzi di “Bolero” che pure non andavano tanto per il sottile.

Questa storia contemporanea e contorta di omosessualità nascosta e consumata con vergogna negli anfratti, è stranamente ambientata a Lecce, la smaliziata città barocca pugliese che si trova nell’area dove è stato eletto, per ben due volte, a suffragio universale, come presidente della Regione, Niki Vendola. La popolazione pugliese è così poco anti-gay da votare, senza fare nemmeno un plisset, un presidente di Regione con l’orecchino, omosessuale dichiarato, felice e in pace con se  stesso, angustiato solo dalle trappole che continua a tendergli Massimo D’Alema e non certo dalle sue scelte di carattere sessuale.

La zia, alcolista dichiarata, deve bere duecento bicchierini per riuscire far capire il suo stato. Alla fine, stanco di vederla ingurgitare alcolici, lo spettatore,  esausto , si sente un po’ brillo anche. Un regista accorto, per descrivere che una persona è alcolizzata, ci avrebbe messo due sequenze senza dover ricorrere nemmeno a un bicchiere.

E che dire delle battute che sarebbero state rifiutate anche da un avanspettacolo? Ad esempio, un tizio (gay) dice all’altro tizio (anche lui gay): “Tu sei un principe del foro anche senza essere avvocato”. E che dire di Ilaria Occhini, ch qui recita la parte della nonna ultraottantenne? E’ una  figurina dipinta e ridipinta da Otzpetek perché  si capisce bene che non sa che cosa farsene pur avendola immaginata come il leit motiv del suo film. La Occhini è cosi ripiegata sulla sua faccia deliziosamente incartapecorita che il regista riesce a riprenderla insistentemente davanti a uno specchio triplo in modo che la si può contemporaneamente vedere sia davanti, sia sul lato destro che sul lato sinistro. Una specie di tomografia assiale computerizzata non invasiva, realizzata con la macchina da presa e di cui non si capisce la finalità. La controfigura giovane dell’Occhini poi, lungo una catena infinita di flash back, attraversa, in lacrime e vestita da sposa, l’intero film, disturbando ogni sequenza in un modo cosi devastante che ti verrebbe di chiedere l’abolizione per legge dei flash back , visto l’abuso che se ne sta facendo.

Il film si è avvalso del contributo della Regione Puglia che è stato giustificato come promozione turistica per quest’area  per cui Otzpeteck, quando abbandonava una delle sue tavole imbandite, assoldava un’autista (che, in questo caso, è una sciamannata anoressica alla guida di un’Alfa Romeo coupè) con lo scopo di scarrozzare Scamarcio lungo le bellissime strade di Lecce o lungo le coste della Puglia. Insomma una grande marchetta.

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“Shutter island” di Martin Scorsese
con Leonardo di Caprio, Mark Ruffolo, Ben Kinsley. *


di Pierluigi Magnaschi

 Un film da buttare che però sta avendo un buon successo di pubblico, grazie a un regista famoso (Scorsese), a un attore notissimo (di Caprio) e a una critica giornalistica che non ha il senso della vergogna (non a caso ha concesso a questo film addirittura tre stelle).  Per descrivere la confusione della trama, sarebbe sufficiente ricordare il dialogo fra i tre giovanotti che mi precedevano sulla scala che portava all’uscita dalla sala cinematografica, dopo la proiezione. “Per me, Di Caprio era colpevole” dice uno. “Per me, no” replicava l’altro. “Io, non ci ho capito niente” concludeva il terzo.

Questo film-polpettone infatti pesca nel mucchio. C’è dentro una prigione-fortezza costruita sulla roccia e incessantemente percossa dalle onde ruggenti di un oceano Atlantico incessantemente inviperito. Nella mistura filmica si aggiungono ripetutamente, a mo’ di peperoncino, le sequenze della scoperta, nel 1945, delle montagne di cadaveri nel campo di sterminio di Auschwitz . Viene inserito un neurochirurgo pazzo che, a furia di lobotomie, starebbe tentando di costruire l’uomo nuovo. Si aggiunge un ricercatore defilato ma con l’inflessione tedesca e la faccia di Alec Guinness nella “Signora omicidi”.  Si organizza (poteva mancare?) un conflitto fra le guardie carcerarie del posto e due agenti dell’Fbi venuti dalla terra ferma (di cui uno però…) per indagare sulla misteriosa scomparsa (fuga? uccisione?) di una malata mentale. Si riversano sul film precipitazioni a strafottere e di ogni genere. Il regista, alla fine, agita il tutto da par suo e non si capisce più nulla.

Prima di tutto, a giudicare dall’età del Di Caprio-protagonista, la vicenda dovrebbe svolgersi, al massimo, non oltre il 1965 perché, nel film, Di Caprio non ha più di 40 anni e, in un ricorrente flash-back, lo si vede mentre, da giovane soldato americano, scopre l’orrore dei campi di sterminio nazisti. Ai tempi di Auschwitz il protagonista di “Shutter island”  non poteva avere meno di 20 anni. Quindi, vent’anni dopo, quando Di Caprio sbarca nella prigione per matti su un isola nell’Atlantico, si doveva essere, necessariamente, attorno al 1965. Ma allora, perché le guardie carcerarie vanno in giro con un modello di Jeep che è stato costruito solo dopo il 1990?

E poi, visto che anche le fragili malate di mente ultrasettantenni, mentre potano le rose nel giardino interno della prigione, hanno la gambe fra di loro ammanettate, come mai le guardie carcerarie (con facce da gaglioffi incalliti), per impedire le fughe, sono sempre armate con fucili pesanti come se stessero apprestandosi a dare l’assalto a un fortino di fondamentalisti islamici in Afghanistan?

Insomma una trama claudicante su un tema abboracciato. Scorsese, che è un signor regista, deve aver sofferto le pene dell’inferno a girare “Shutter Island”. Qui e là, lavorando su una materia impresentabile, gli riesce a mettere a punto persino qualche sequenza significativa. Come nelle scene durante le quali le malate di mente vengono interrogate. Quegli sguardi vuoti, quei tic incontrollabili, quegli improvvisi trasalimenti, quei salti di umore, quella loro sostanziale imprendibilità lunatica, sono resi da maestro, come del resto è sempre stato Scorsese.

Ma questa sequenze, da sole,  non giustificano certo la visione di un film diretto, mi auguro, solo per ragioni alimentari.

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“Donne senza uomini” di Shirin Neshat
con Bijan Doneshman, Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad. *

di Pierluigi Magnaschi

Lietta Tornabuoni ha scritto su la Stampa che questo film “è eccezionale”. Non credetele. Esso è invece una pizza immangiabile. Un polpettino indigesto. Dico così perché parlare di polpettone, per questo film carta velina,  sarebbe del tutto improprio. E’ vero che questo film iraniano è stato premiato, nel 2009, con  il Leone d’Argento all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Ma quello che ha ottenuto, non è un specifico riconoscimento alle sue qualità filmiche. E’ stato  solo uno premio per caso. Infatti il premio non è andato a questo film, bensì a una circostanza che si stava verificando in quei giorni. “Donne senza uomini” infatti fu presentato, per sua fortuna, quando, senza suo merito, stava esplodendo, nelle piazze e nelle strade iraniane, la rivolta contro la nomenclatura politica islamista che soffoca il paese e che è rappresentata da Mahmud Ahmadinejad.

Quando le rivolte scoppiarono, “Donne senza uomini” era già stato finito da tempo. Il film, oltrettutto, racconta delle storie di donne che si svolsero nel 1953, ai tempi del colpo di stato dello scià Rehza Pahlevi contro il governo democraticamente eletto di Mossadegh. Per farsi trainare dall’attualità, la produzione non ha trovato di meglio che scrivere, in un titolo ruffiano di coda, che il film è dedicato alla resistenza contro lo Scià e alla battaglia di libertà scoppiata adesso contro il governo integralista. E’ una captatio benevolentiae fatta per prendere per il naso il pubblico degli spettatori poco informati o favorevolmente prevenuti. “Donne senza uomini” è quindi un film-cùculo, che si è sistemato in un nido creato da altri.

“Donne senza uomini” descrive le storie di quattro donne iraniane. La trame incrociate si impigliano fra di loro. Tra scivolamenti tra l’una e l’altra storia e feedback incrociati (e attorcigliati fra i loro) lo spettatore finisce impigliato una pellicola contorta, senza capo né coda. Nel cercare di giudicarla positivamente, il New York Times è stato più furbo della Tornabuoni. Ha infatti parlato di “straordinaria fotografia”. Giusto. Ben detto.

Ma se si mette una regista senza carisma (con l’attenuante di essere alla sua opera prima. Ma non vuol dire. Anche Tom Ford era alla sua opera prima con “A single man”  ma egli ha subito creato un capolavoro) bene, se si mette una regista fragile e confusa, accanto a una direttrice delle fotografia molto abile e perciò anche inevitabilmente compiaciuta, il film che ne salta fuori è un insieme di belle figurine, alle volte in bianco e nero e, alle volte, color pastello (non si capiscono le ragioni di questo viraggio, se non in termini di virtuosismo fine  a se stesso; è come quando un oratore ascolta, compiaciuto, se stesso. Ma facendo così  finisce per avere un ascoltatore rapito, perdendo, al tempo stesso, l’intera platea).

Questo film è come se, dietro la macchina da presa, ci fosse stato Richard Avedon. E’ un susseguirsi di belle immagini (anche se non sempre) che però non riescono a trasformarsi in sequenze. Non c’è pathos, in questo film che dovrebbe (e vorrebbe) essere ad alta tensione. Anche l’accoltellamento da parte di un giovane rivoltoso a danno di un giovane soldato, risulta silenzioso ed appare patetico come un passo di tango.

La conclusione? State al largo. E’ un ‘occasione sprecata. Ci vorrebbe Paolo Villaggio per bollarlo come si deve in solo quattro parole: “E’ una boiata pazzesca”. Lui, ovviamente, si riferiva alla “Corazzata Potemkin” di fronte alla quale generazioni di cinefili, con il turibolo in mano, si erano assurdamente  prostrati in venerazione. Fino a che arrivò un comico genovese a spiegare come stavano realmente le cose.

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“Nord” di Rune Denstad
Langlo con Abders B. Christiansen, Kyrre Helum, Marte Anunemo ***

di Pl. Mag.

Il regista di questo film è un famoso documentarista norvegese. E lo si capisce subito dalle sequenze che, in gran parte, sono state girate su immense distese di neve. La storia è molto semplice. Un ex campione di sci, disamorato dallo sport che praticava, si lascia andare da grigio guardiano di un impianto di risalita, annegando nell’alcool. Un giorno però apprende che al Nord del Paese c’è un figlio di quattro anni di cui non sapeva l’esistenza. Decide perciò di partire con la motoslitta per andarlo a trovare. Il film racconta questo lungo percorso immerso nella neve di paesaggi stupendi. Ma soprattutto ritrae le persone che il protagonista incontra occasionalmente nel percorso: gente che vive da sola in case isolate nella neve a decine di chilometri dagli altri. Questi incontri occasionali, destinati a finire, sono raccontati con grande abilità da un regista capace di rovistare nella psiche, senza dirlo. Le immagini dell’adolescente che vive con la nonna in una bella casa sperduta nei boschi innevati, sono memorabili. La ragazza viene colta con due dita da bambina che sporgono dal legno ruvido di una casamatta. Inforcano una sigaretta che la ragazzina fuma all’insaputa della nonna. Attraverso queste due dita che fermano la sigaretta del “peccato”, la ragazza vede arrivare un altro “peccato”: la motoslitta guidata da un ciccione che non vede quasi più dopo essersi quasi accecato sulle nevi. La ragazzina è stupita ed ospitale. La nonna invece è diffidente e ostile. Dice alla nipote che le chiede di ospitare il ciccione, per farlo riposare: “Poi, quando se ne andrà, soffrirai”. Il dialogo e le scene che seguono, sono un balletto di prudente audacia e di trattenuto stupore.

E che dire dell’incontro, sotto un tenda, con un saggio novantenne, serenamente  in attesa di morire? O del grande fracasso, come se fosse un bombardamento a tappeto? Un rombo accompagnato da nulla. E il commento di una ragazza immersa nella neve che dice, con un sorriso pieno di speranza: “E’ arrivata la primavera”. Che nel Nord della Norvegia non è annunciata dalle viole e dalle margherite, come da noi, ma dall’improvvisa e brutale rottura dei seracchi.

Un film magico, selvaggio e innocente, tremendo e dolcissimo. Una festa per l’anima e per gli occhi.

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SI PUO' FARE 
(Giulio Manfredonia)



Recensione di Fabio Marson, 10-03-10
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DIRITTO & ROVESCIO

ITALIA OGGI, 10-03-10

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“Tra le nuvole” di Jason Reitman
con George Clooney, Jason Bateman, Anna Kendrik ***

Uno spaccato onesto e scorrevole della scombussolata società americana fra i tagliatori di teste che svolgono (lo dice la parola stessa) la professione di lasciare a casa gli esuberi. Gente abitata a comunicare meccanicamente la brutta notizia e a fottersene delle conseguenze delle loro comunicazioni. Le facce dei licenziati (che, come tutte le migliori esecuzioni capitali, debbono essere fatti fuori a sangue freddo, senza ritualità o preavvisi) sono  tutto un programma. I visi, prima attenti e magari anche impauriti, si spengono improvvisamente come delle lampadine fulminate appena capiscono che cosa è loro capitato fra capo e collo. Gli occhi si gonfiano di lacrime che, alle volte, stentano ad emergere. La mani si attorcigliano fra di loro alla ricerca di un sostegno qualsiasi. I sacrificati guardano improvvisamente, meccanicamente e compulsivamente, fuori dalla finestra, oppure tra le gambe, verso il pavimento. Di solito, non dicono nulla. Quando parlano, dicono solo: “Non credevo fosse possibile dopo 30 anni di onorato servizio”. Denunciano, in un soffio, ben sapendo che non servirà a niente, l’immoralità senza rimedio di una scelta che è stata presa non si sa da chi, quando e nemmeno dove. Il messaggero di disgrazie che gli parla è solo il terminale asettico di una lunga catena di decisioni. In futuro, il tagliatore di teste, potrà anche essere robotizzato. Lui infatti è solo una sorta di becchino o di boia che guadagna nel fare delle cose che gli altri, con meno stomaco si guardano bene di fare.

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“Alvin superstar” di  B Thomas ***

Un film interessante con personaggi in carne ed ossa che recitano assieme a un gruppo di scoiattoli rapidissimi e furbetti che sono invece il frutto di una straordinaria animazione elettronica che li rende indistinguibili dai ragazzi. Questi ultimi sono ripresi con la macchina cinematografica. Essi recitano assieme negli stessi fotogrammi (gli uni, ripresi, e gli altri inventati di sana pianta, elettronicamente). I bambini, al disotto del 12 anni, vanno letteralmente pazzi di questo film. E hanno ragione perché, questa, per loro è una storia divertente e coinvolgente.

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“Invictus” di Clint Eastwood
con Morgan Freeman e Matt Damon ****

di Pierluigi Magnaschi

E’ la storia di Nelson Mandela subito dopo essere stato nominato presidente del Sudafrica. Una storia sublime, in un film superlativo. Mandela aveva passato 30 anni nelle carceri del Sudafrica. Graziato, era riuscito a diventare presidente di un paese dove vigeva la segregazione razziale o dove la minoranza bianca aveva in mano tutte le leve del potere di cui abusava.

Qualsiasi altro leader politico, se non altro per vendicarsi per la lunga detenzione, durata una vita,  avrebbe fatto piazza pulita dei bianchi, avrebbe imposto i suoi uomini di colore in tutti i gangli del potere, avrebbe squassato il paese e distrutto la sua economia.

Mandela che, nella storia politica mondiale del ventesimo secolo, proprio per questo, merita il primo posto, ha subito capito che doveva adottare la nazionale di rugby, il simbolo più evidente, partecipato ed esclusivo, della comunità bianca. L’operazione era tutt’altro che facile. Per l’opposizione dei bianchi (che non avevamo mai visto un nero attorno alla palla ovale ) e per l’ostilità dei neri che vedevano nel rugby il simbolo più forte, vitalistico e maschilista della passata egemonia dei bianchi. Questo film racconta il difficile ma convinto flirt di Mandela con i rugbisti del suo paese. Questo è un film vero, basato su fatti reali. Mandela giganteggia bonariamente, imponendo a tutti (e soprattutto ai suoi amici) la linea della pacificazione, del reciproco riconoscimento. Una lezione politica ed umana per tutti. Che vale anche per noi italiani. Un grande film, su un grande personaggio, su un grande tema. Un inno alla politica, cosi rara, che cerca di unire la società, anziché disgregarla. Con un regista sempre fuori dalla norma e attori che giganteggiano.

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“Baciami ancora” di Gabriele  Muccino
con  Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore *

di Pl. Mag.

Dopo questo film, a Muccino dovrebbe essere tolta la patente di regista per almeno un anno. In caso contrario, Muccino si mangia completamente la fama di onesto regista che si è sinora meritatamente guadagnato. Questo infatti è un film raffazzonato, senza capo nè coda, con troppe storie esauste e personaggi  risaputi, privi di autenticità e di sapore. “Baciami ancora” è un film che sa di rancido o di passato di cottura. Gli amici (se Muccino ce ne ha ancora qualcuno, di veri) avrebbero dovuto consigliargli di non farlo uscire. Non si sa proprio che dire, di fronte a questa pellicola. Salvo che invitare i lettori che non hanno tempo da perdere, di starne alla larga. Guardandolo, si ha infatti la sensazione di ascoltare un vecchio disco rotto di vinile che gira all’infinito sulla stessa traccia.

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“Il figlio più piccolo” di Pupi Avati 
con Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti e Nicola Nocella. ****

di Pierluigi Magnaschi

Questo film era già stato montato quando sono state rese pubbliche le intercettazioni relative al cosiddetto caso Bertolaso. Eppure, in alcune sua parti, sembra uscito da questi ultimi documenti investigativi . Il film di Avati è salutarmente deprimente. Uno spaccato della società italiani d’oggidì. Dove però non è vero quello che dice il regista: “Ho descritto la contrapposizione tra una fetta marcia e corrotta della società ed una candida, pura, estranea ad ogni forma di furbizia”.

Gli “ingenui, gli inadeguati ed i deboli” che fanno parte della famiglia di Fiamma (Laura Morante)   sono sicuramente deboli ma non per questo sono immacolati. Sono come il Msi che, al contrario di tutti gli altri partiti, non fu trovato con le mani nel sacco delle ruberie di Tangentopoli, non perché fosse formato da uomini adamantini ma solo perché, non facendo parte dell’arco costituzionale, l’Msi non veniva ammesso alla grande spartizione. Infatti, non appena il figlio più ingenuo di Fiamma, cioè Baldo Baietti ( Nicola Nocella) apprende di aver ereditato tutte le sostanze del padre (lui non sa che invece sono solo dei debiti verso tutti), decide di acquistare immediatamente l’intera multisala nella quale la riluttante fidanzatina fa la proiezionista, alla madre comprerà un enorme appartamento in centro Bologna e al fratello garzone un bar,  in  un grande centro di ristorazione.

Il film ruota intorno alla figura dell’imprenditore senza scrupoli Luciano Baietti impersonificato da uno straordinario Christian De Sica che recita immensamente bene con i suoi occhi appannati, la sua bocca spenta, le sue mosse da manichino. E’ un rapace ed, insieme, un re travicello. Egli è trascinato da consulenti di ogni specie ed abiezione che lo strattonano per ogni dove e che, nell’imminenza del tracollo, lo spingono verso il precipizio. E lui non oppone resistenza. E ' , ad un tempo, un leone feroce e un agnello sacrificale

Appurato che venderebbe anche la madre, non si sottrae ad un matrimonio vero-finto con la donna che gli aveva già fatto due figli, pur di sottrarle degli immobili. E attira il figlio meno dotato, da lui trascurato per un paio di decenni, verso una trappola di carte bollate. Pupi Avati si muove con l’agilità di un folletto fra questi squallidi personaggi in gessato che vivono di espedienti, ma anche al disopra dei loro mezzi,  in dimore sontuose. Maschere grottesche manovrate dagli interessi ed anche dal caso. Che ridono quando dovrebbero piangere e viceversa. Bravissima anche Laura Morante nel ruolo della moglie ingenua, pronta a perdonare tutto al marito che non è mai stato tale. Patetica invece la recitazione di Sidney Rome. Entrambe compongono un duo etnico con le gomme sgonfie, a metà via fra gli Inti Illimani e Johan Baez, privo di pubblico ma desideroso di comparire. Anche se raccolgono solo sberleffi sanguinosi.

E’ da assoluta antologia la scena finale di De Sica che, dopo essere uscito di galera, va a scontare gli arresti domiciliari a casa della moglie ingenua con l’affitto scaduto e, come un manichino mosso da forze che non sono sue, fa, stancamente, promesse immantenibili, sporgendosi con il solo braccio dal piccolo balcone dell’alloggio popolare, come se fosse un pensionato della Fiat in canottiera e pigiama.

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“An education”
di Lone Scherfig
con Carey Mulligan, Pertersarsgaaard, Alfred Molina e Cara Seymour *****

di Pierluigi Magnaschi

Il manifesto di questo film inglese è loffio come pochi. Il titolo fa cascare le braccia dalla delusione. Tutto il resto è semplicemente perfetto. E’ la storia di un’adolescenza femminile. Se si vuole, di un’educazione sessuale. Sono i primi anni Sessanta. Una ragazza sveglia (Jenny) scopre le prime sigarette, si innamora della Francia, canta imitando Juliette Gréco, si immerge nel pettegolezzo con le amiche, sfotte la professoressa di latino (che la sopporta) e la preside (che la sega). Il 68 è ancora lontano ma la società vittoriana sta mollando la presa. Cerca di reggere le briglia il padre piccolo-borghese, maschilista all’estremo (nei confronti della moglie) ma che deve lottare contro la figlia che gli tiene sofficemente la testa. Ad un certo punto, irrompe in questa casa di periferia uno spasimante (David) che ha il doppio, almeno, dell’età di Jenny. E’ un uomo di charme, dispensa aneddoti divertenti, guida un’auto biposto sportiva. Conquista quindi in un fiat Jenny, sua madre (ci vuol poco) e persino suo padre, un mollaccione che sembra un duro ma solo quando è difeso dal suo scafandro perbenista.

Da allora, la storia prende tutta un’altra piega, che non vi spiego. Il film è sublime. la storia corre via che è un piacere, lo sceneggiatura è di quelle che solo gli inglesi sanno costruire quando si impegnano, i personaggi sono scolpiti senza esagerazioni, la foto è sorvegliata. E’, questo, un film senza un grinza, nel quale tutti gli attori sono bravi ma dove giganteggia Carey Mulligan, un’attrice strepitosa, a pieno tondo. Per farla passare alla storia del cinema basterebbe la scena in cui, dopo aver letto un indirizzo su una busta abbandonata nel cruscotto di un’auto, si trasforma improvvisamente, da ragazza raggiante, in un pupazzo strizzato. Un film da vedere e rivedere, tanto è pieno di particolari illuminanti, di pennellate chiarificatrici, di dialoghi penetranti, di personaggi intriganti

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“A SINGLE MAN”
di Tom Ford, con Colin Firth e Julianne Moore ***

di Pl. Mag.

Tom Ford, che, per essere libero, ha interamente prodotto con i suoi soldi questo film, non poteva scegliersi un regista migliore. Cioè se stesso. Tom Ford era stato sinora un portentoso stilista. E’ lui che ha rilanciato, per oltre dieci anni, una Gucci che aveva le gomme a terra. E adesso, al primo colpo, dimostra di essere anche un buon regista.

Questo film (trasponendo in pellicola un famoso libro di Christophe Isherwood) si sviluppa  in solo 24 ore: l’ultima giornata del protagonista, quella di un professore universitario di letteratura, prima di uccidersi (evento che poi non si verificherà), a otto mesi dalla scomparsa, a causa di un incidente stradale, del suo amico gay con il quale viveva, felice, in coppia.

“A single man” è una sorta di  “Anonimo veneziano” dove c’è una coppia gay al posto di una coppia normale e dove uno dei due protagonisti  muore all’inizio del film mentre, in “Anonimo veneziano”, scompare alla fine.

La novità del film di Ford è che esso descrive una coppia gay che si comporta assolutamente come una coppia etero. Tenerezze e gelosie (anche retrospettive: “Sei andato da giovane con una donna? Io mai”), leadership e sottomissione variamente combinate, complicità sottili e soprattutto un amore melodrammatico.

Sublime l’incontro del protagonista (impersonificato dall’ingessato Colin Firth) con la sua prima fiamma (Julianne Moore, in un’interpretazione mozzafiato). Firth ha perso il suo amante da otto mesi. La Moore  è stata lasciata a piedi dal marito. L’incontro (che per Firth, prossimo a suicidarsi, è una sorta di mesto addio alla vita e all’adolescenza che l’ha preceduta con i suoi sgangherati stupori ma che per la Moore, inconsapevole di ciò che frulla in testa a Firth, è l’ultima occasione per riaccasarsi) dovrebbe concludersi in un bacio appassionato. Ma le labbra di Firth sfuggono a quelle della Moore che, groggy per i troppi brindisi con superalcolici, finalmente riesce ad agguantarle ma non a fenderle.

Del tutto superflua e inutilmente declamante invece è l’orazione a favore delle minoranze, pronunciata in un’aula universitaria dal protagonista che parla delle minoranze, rovistando nella sua erudizione,  ma si capisce che, per lui, le minoranze sono solo i gay. In tal modo, Tom Ford introduce una parentesi pedagogica (dal punto di vista delle sue propensioni) che risulta inutilmente declamatoria, spezzando così la narrazione che, sino a quel punto, aveva un passo sciolto e spedito.

Molto efficace invece, soprattutto per il non detto, è l’incontro del professore vedovo con un giovane gigolò, gay e spagnolo che, per consolarlo, dice che sua madre gli ricordava sempre: “Se perdi un amore, non preoccuparti. Gli amori sono come gli autobus. Se ne perdi uno, aspetta un poco che ne arriva subito un altro”.

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PARANORMAL ACTIVITY, IL FILM CHE FA SVENIRE 
Allarme per gli effetti provocati dalla pellicola horror: tremori, attacchi di panico e vomito. E polemiche per il mancato divieto ai minori. Il Codacons prepara azioni legali, la Mussolini si appella al ministro Bondi. Che si riserva provvedimenti

DI PEDRO ARMOCIDA

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AVATAR di James Cameron
con Sam Wartington, Zoe Saltana, Joel D. Moore ****
Visto nel gennaio 2010

di Pierluigi Magnaschi

Questo film non è una moda ma è una rivoluzione. Con Avatar, il cinema volta pagina e il pubblico (specie quello giovane) ritorna, massicciamente, nelle sale restituendo l’ottimismo ai botteghini fin qui anemici. Questo film, lo dico subito,  va visto rigorosamente in 3D. Con gli occhialini, dunque. Chi lo vedesse in versione normale (ci sono anche questi masochisti, in giro) assomiglierebbe a colui che, per degustare un vino di gran cru, lo allungasse prima con l’acqua minerale. Gasata, per giunta.

Dal punto di vista della trama il film è poca cosa. In pratica, è solo una grande citazione. In Avatar infatti, ci sono dentro, abilmente miscelati e innovativamente confezionati, i viaggi interplanetari di Odissea nello spazio, gli Apaches di Geronino in Ombre rosse, il comandante pazzo di Apocalipse now e persino un pizzico di Et. Sembra quasi che il regista, nello spalancare, in un sol botto, nuovi percorsi per il cinema del futuro, abbia voluto rendere omaggio, in questa prima occasione,  alle pellicole del passato.

Avatar è un film di amore fra un terreste e un’aliena e di lotta fra chi, con la scusa del progresso, vuol devastare l’ambiente e impadronirsi delle risorse naturali (è già successo, sulla terra, con i pellirosse, gli inca, i maja, le tribù africane e cosi via) e chi invece, legato alle vecchie leggende e incorporato da sempre in una natura ostile, ma anche fiabesca e misteriosa, non vuole soccombere alla distruzione pianificata della sua natura e della sua storia.

Avatar usa per la prima volta, e in modo massiccio, le nuove tecnologie digitali che si avvicinano, come logica e natura, a quella straordinaria fabbrica di storie, complesse e perfette, che è il nostro cervello, quando esso sogna. In Avatar nessun animale è impossibile, nessuna pianta non può essere realizzata, nessun paesaggio non può essere costruito. Da una parte, ci sono piante alte come l’Himalaya, uccelli più grandi di un jumbo, fiori enormi pieni di colori sconvolgenti, bestie mai prima immaginate cosi feroci. E, dall’altra, ci sono jet a decollo verticale grandi come interi paesi e versatili nello spazio come le lucciole, quando esse sono libere nella notte; elicotteri che viaggiamo in massa come se fossero sciami compatti di mosche che oscurano il cielo; scavatrici in grado di eliminare un’intera foresta in pochi minuti; immensi robot che vestono i guerrieri che li manovrano dall’interno, facendoli muovere come fossero loro protesi obbedienti.

Nel film ci sono anche delle pagine di poesia sublime come quella dell’abbraccio immenso di uno sterminato gruppo di nativi, in una sorta di infinita sinapsi di corpi, in occasione dell’accettazione del giovane terrestre nella loro tribù. A quel punto, potendo, mi sarebbe scappato, lo ammetto, di intonare un canto gregoriano, tanto era il mio intontito compiacimento e stupore.

Con Avatar infatti lo spettatore resta immerso in una continua stupefazione. A un certo punto, finisce per essere risucchiato nel sogno di Cameron e ha la sensazione di farne parte. E’ ghermito dal 3D che lo avvolge e se ne appropria. Alla fine, stordito, lo spettatore si chiede se il film lo ha visto o anche vissuto o semplicemente, ma anche paradossalmente, sognato, cioè creato.

Avatar, per la cinematografia, è come la scoperta dell’America per la storia del mondo. Si volta pagina. Nulla sarà più come prima. 

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“L’uomo nero” di Sergio Rubini 
con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Anna Falchi e Fabrizio Gifuni. *
visto nel gennaio 2010

Da tempo mi propongo di non andare più a vedere i film italiani. Non perché sia esterofilo ma perché, di solito, in Italia, si producono dei film velleitari, quando non film-schifezza. Ma poi il coro entusiasticamente concorde dei critici italiani mi fa tralignare. E sbaglio. Ma, almeno, cerco qui di non far sbagliare i miei lettori, mettendoli sul chi vive.

Basti pensare che questo filmetto, ambientato nella Puglia degli anni Sessanta, è stato paragonato all’”Amarcord” di Federico Fellini che sarebbe come dire che il chinotto è come il Dom Perignon. Del resto, per capire che questo sarebbe stato un film stortignaccolo, sarebbe bastato sapere che in esso recita, si fa per dire, Riccardo Scamarcio, romano de’ borgata. Belloccio da periferia ma senz’arte ne parte. Lui, da solo, a questo film, fa perdere due asterischi. Interpreta il cognato del protagonista. Vorrebbe essere l’insuperabile zio scapolo  di Amarcord con la retìna sui capelli. Il regista gli ha messo in faccia un paio di baffetti alla Gaspare Pisciotta e gli ha addirittura detto di imitare la cadenza pugliese che, chiesto ad uno che non conosce nemmeno la cadenza italiana, è un ostacolo insuperabile. E infatti Scamarcio non ne è stato all’altezza.

L’unico che recita alla grande, in questo film, anche se qualche volta oltre il rigo (perché, essendo lui il regista, non c’è nessuno che lo freni) è Sergio Rubini, nel ruolo del ferroviere con sogni di grandezza nel mondo dell’arte. Contrariamente a Woody Allen che sa fare, contemporaneamente, il regista e il protagonista di un film, ma lui è un genio, Rubini cura la sua recitazione ma si lascia sfuggire l’intero film.

Ad esempio, la moglie del ferroviere-pittore, un fallito al cubo con smisurati sogni di grandezza, è Valeria Golino che, pur essendo professoressa, svolge, nel film ed in famiglia, un ruolo da zerbino come se ella fosse una casalinga senz’arte, né parte, né reddito. E che dire del di solito discreto Fabrizio Gifuni che, nel film, ha un solo atteggiamento: contrito e con una ruga di preoccupazione in mezzo alla fronte, qualsiasi cosa debba fare. Insomma, altro che Fellini. E nemmeno Pupi Avati. Un film da dimenticare.

Pierluigi Magnaschi

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“Il nastro bianco” 
di Mikael Haneke
con S. Lothar, U. Tukur, B. Klaußner
visto nel dicembre 2009 *****


di Pierluigi Magnaschi

Semplicemente un capolavoro assoluto. Girato in un bianco e nero antico e modernissimo, con una fotografia sublime, sorvegliata in ogni dettaglio. La vicenda si svolge in un villaggio della campagna tedesca alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale. Un ambiente povero, vetero-rurale, dominato in vario modo dalla famiglia latifondista locale (il barone, la baronessa e il baroncino), dal pastore protestante rigido come uno stoccafisso, dal medico condotto tristemente gaudente, dal giovane maestro, a sua volta vittima di tutti, genitori e ragazzi. 

L’ambiente è, all’apparenza, religioso ma, in effetti, è solo iper-puritano, Ciò nonostante, nelle case perbene si consumano gli incesti, la gente disperata distrugge i raccolti degli altri o si impicca in cantina. 

Il regista è stato mirabile nel scegliere e usare gli attori. Davvero eccezionale è stata la sua capacità di far calare, nella tristezza del puritanesimo d’allora, dei giovani d’oggi che recitano come se fossero nati cent’anni prima, con pulsioni soffocate, sguardi torvi, dispettosità sanguinose, mutilanti rassegnazioni . 

Haneke affonda il suo obiettivo in una comunità malata, sospettosa, chiusa, incapace di amare e di essere amata. Ma, nel contempo, descrive il più bel primo bacio di tutta filmografia internazionale. La ragazza intrombonata ma espressiva, paralizzata dalla paura della novità ma anche vogliosa di una nuova esperienza, desiderosa di fuggire ma, nello stesso tempo, intenzionata a restare accanto la ragazzo che ama, sono attimi di assoluta magia, indimenticabili. 

E che dire dell’ossessiva attenzione nei particolari. Qui non è come a “Baaria” dove si mostrano, negli anni Trenta, delle mucche frisone che arrivarono in Sicilia, per la prima volta, negli anni Sessanta. Qui invece la scena della trebbiatura è ricostruita con una accuratezza filologica che mozza il fiato. E cosi il funerale con una povera bara di allora collocata su una sorta di fragile ed essenziale traino militare, tirato da un cavallo intirizzito ed incerto. O l’adolescente riottoso ma con le occhiaie vistose che, per impedirgli di scoprire la capacità di godere del suo corpo, gli si legano i polsi al letto durante la notte. 

Tutto il racconto ha il passo complessivamente maestoso e singolarmente dimesso della storia, una sorta di coro con le preziosità stilististiche di uno Zeffirelli ma senza le sbavature compiaciute del regista fiorentino. Insomma, un film che ti riempie la serata ed oltre. 

L’ho visto al non mai sufficientemente lodato cinema Mexico di Milano, una sala di 400 persone. Eravamo tre spettatori. E poi si dice che è stata Berlusconi a deteriorare il gusto degli italiani, sottoponendoli al lavaggio del cervello dei vari reality. Troppo facile, sarebbe. Il guaio è che gli italiani non sanno di che farsene de “Il nastro bianco” che, tra l’altro, caso più unico che raro, è stato anche ben presentato e ben notato dalla critica e dai giornali. Peccato: per gli italiani, dicevo. Non sanno che cosa perdono.

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“Julie and Julia” 
di Nora Epfron’s 
con Marykl Streep, Amy Adams e Stanley Tucci 
visto nel dicembre 2009 *


di Pierluigi Magnaschi

Immaginate di avere a disposizione una pista di decollo aeroportuale lunga venti chilometri e di osservare su di essa un aereo che tenta di prendere quota. Si alza di dieci metri e poi, sempre rollando, tocca il terreno. Quindi si alza ancora un poco per poi ritoccare la pista e cosi via sino alla fine dello spazio a disposizione. E’ questo l’andamento di questo film senza capo nè coda, devastato dal primodonnismo della sua pur bravissima protagonista che, proprio per questo, dovrebbe essere tenuta a briglia corta da un regista che se ne dovrebbe  strafottere della sua pur giusta fama. E questo non è il caso, purtroppo, di Nora Epfron’s.

Per vedere come si deve dirigere un’attrice fuoriclasse come la Streep, basterebbe vedere come l’ha diretta il quasi novantenne Robert Altman nel film “Radio America” (che consiglio a tutti coloro che non lo hanno visto a suo tempo). Tanto per cominciare, per far subito capire chi aveva la briglia in mano, sulla locandina del film compare, in caratteri cubitali, solo il nome e il cognome del regista. Poi, gli attori sono dati in corpo piccolo e in ordine alfabetico per cui la Streep si trova al nono posto sui dieci attori citati. Tanto per lanciarle un acconto di messaggio. E per dirle che lei sarà anche brava ma che, questo film, è di Altman ma non della Streep e quindi, se vuol recitare qui,  le regole le dà Altman e la Streep le esegue.

Non a caso “Radio America” è un film corale, dove i gigioni (o le gigionesse) se ci sono, hanno perso la cresta e dove la Streep, adeguatamente guidata (e implicitamente ridimensionata) da Altman ha dato una prova sublime della sua bravura di attrice. Tutto l’opposto di quanto si è verificato in “Julie and Julia” un film noioso, con una recitazione quasi costantemente sopra il rigo da parte dell’onnipresente Maryl. Ottima invece la recitazione, composta e misurata, di Stanley Tucci che gioca sempre di rimessa, sottomesso ed ammiccante. In sintesi, però, un film da lasciar perdere.

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“A Christmas Carol 3D” 
di R. Zemeckis con Jim Carrey 
visto nel dicembre 2009 ***

di Pl. Mag.

Grazie a un orario di programmazione sbagliato e a una nipotina che voleva vedere questo film (“se non fa paura” era stata la sola sua raccomandazione) ho visto questo film due volte. La prima, in versione normale e la seconda in 3D con tanto di occhialini sui miei normali occhiali da vista. Non era il massimo della confortevolezza. Ma ne valeva la pena.

Ho cosi potuto constatare che non si può vedere nella sua versione normale, un film nato in 3D. Sarebbe come assistere a un “Aida” di Giuseppe Verdi suonata da un’orchestra di quattro strumenti. L’Aida non è un’opera da salotto e, quando viene suonata nei salotti, fa una brutta figura.

Il mio giudizio su questo film, passando dalla visione piatta a quella in 3D, è completamente cambiato. La visione piatta merita un asterisco. Quella in tre D ne merita tre, di asterischi. 

La versione in 3d è fantastica. Utilizza strumenti visuali straordinari. Contiene una visione dall’alto, ma anche vissuta, della Londra dikenseniana, piena di edifici meravigliosi e di una miseria diffusa.

Nella pellicola, i personaggi sono delineati fin nei loro più estremi dettagli. Il dialogo è sorvegliato. Le infinite risorse tecniche consentono dei virtuosismi che, alle volte, sono eccessivi perché fini a se stessi e destinati solo a stupire. Nel complesso, però, lo spettatore viene coinvolto nella vicenda. Si immerge nei fiocchi di neve che cadono silenziosi, avanza con precauzione sulle piste ghiacciate che si trovano nelle vie della Londra di un tempo, entra nei visi dei protagonisti, ne scruta la pupille, viene coinvolto nelle barbe. Insomma, un film coinvolgente, tristissimo, alle volte disperante, ma anche con un happy end, un lieto fine.

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 “Welcome” di P. Lioret 
con V. Lindon, F. Ayverdi, A. Wyner
visto in dicembre 2009

di Pl. Mag.

Se i film si giudicano sulla base della nobiltà (o altruismo) dei temi trattati, questo è un gran film (come molti critici si sono sbracciati a dire). Da questo punto di vista però anche il telefilm di Mediaset su Borsellino,  è allora un grande film. Se invece i film si giudicano, come io credo, in base al modo con il quale essi riescono a raccontare una vicenda, allora questo è solo un telefilm di qualità superiore.

La storia è presto raccontata. Un giovane iracheno vuol arrivare a Londra per raggiungere la sua fidanzata araba e diventare un grande giocatore di calcio. Dopo un viaggio durato tre mesi, fatto in gran parte a piedi, si trova al Pas de Calais nel punto della costa francese dal quale si staccano i traghetti per l’Inghilterra. Gli va male il primo viaggio su un camion. Viene scoperto e respinto. Allora si mette in testa di ritentare l’avventura attraversando a nuoto la Manica. Si icrive a una piscina per addestrarsi. Qui conosce un trainer che lo allena ma anche lo sconsiglia. Un certo giorno, incurante degli avvisi alla prudenza, il giovane iracheno si getta in acqua. Le sequenze più belle, emozionanti e coinvolgenti sono quelle di questa traversata a nuoto, dell’incontro con una motonave della polizia costiera inglese. Pagine toccanti, di grande capacità tecnica, che ti fanno sentire a fianco di chi sta lottando contro forze enormemente più grandi di lui, piccola virgola umana trascinata dalle correnti. Per il resto, siamo in pieno telefilm di qualità. Nulla di più. Altro che.

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“Nemico pubblico” 
Regia di M. Mann, con J. Deep, C. Bale, M. Cotillard
visto in novembre 2009 **

di Pierluigi Magnaschi

Di bello, questo film, c’è il manifesto e gli ultimi cinque minuti cioè l’uccisione del bandito Dillinger e il colloquio, fatto di niente, da parte di uno dei poliziotti che gli ha sparato, con la fidanzata del bandito. Un po’ poco per dargli quattro asterischi come ha fatto la compagnia di giro dei critici italiani, quelli con il bollo doc che assicura loro la libertà di prendere per il naso gli spettatori che, dando lavoro a loro, meriterebbe un po’ più di rispetto da parte loro.

Il film è sontuoso, intendiamoci. Non ci manca nulla. La fotografia accurata, il montaggio nervoso, i caratteristi insuperabili, la larghezza di mezzi inconsueta anche negli Usa, l’accuratezza millimetrica delle ricostruzioni d’epoca. Gli ingredienti, ripeto, ci sono tutti. Ma, come a volte capita, la maionese non prende e gli ingredienti restano sparsi sulla tavola, senza forza vitale. Il copione infatti non lievita. Resta piatto come la sfoglia di una delle pizze moderne, anemiche di cereali, per celiaci e simil-tali o per inappetenti.  Peccato. Ma se serve a qualcuno, un consiglio lo do. Non vale la pena di sprecare un dopo cena con questo film che non mantiene alcuna delle sue promesse.

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“Basta che funzioni” 
Regia di W. Allen con L. David, E.R. Wood, H. Cavill
visto in novembre 2009 ****

Una commedia bellissima nella quale Woody Allen si limita a fare il regista e non compare mai come attore. Una commedia che poteva risultare ingessata, avendo essa un’impostazione teatrale che si sviluppa in interni percorsi da una cinecamera svogliata, che riprende le scene facendo pochi movimenti. Il film poi si avvale anche di un montaggio placido come il fiume Po quando non è in piena.

Ma gli attori sono superlativi ed il testo è entusiasmante. Lo spettatore continua a sorridere (non a ridere; non è un cine-panettone, questo) per tutta la durata del film.

Il film racconta delle storie di un’America in movimento nella quale pensionati alla ricerca di nuovi riconoscimenti snobisticamente aborriti, si mischiano a teen agers frastornate, dove fanatici del rigore morale scoprono i piaceri della carne, e dove rigoristi sessuali si placano in una omosessualità giocosa ed esplicita, ben diversa da quella implicita e nascosta a loro stessi che li inseguiva e che loro credevano di dover combattere negli altri.

La New York sofisticata, ombelicale, incazzata ed, ogni caso, alla ricerca di rivincite che non si ammettono ma che si rincorrono, si mischia con gente della provincia, un po’ naїf , impaurita da tanta libertà ma anche pronta a tuffarcisi dentro, tagliando spensieratamente tutti i ponti vetero rurali lasciati alle spalle verso un futuro ignoto ma anche più promettente, privo di cilici, leggero, fatuo se vogliamo, ma anche spensierato. Bellissimo, sul serio, questo film. Una boccata d’aria fresca da rivedere in versione originale.

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“L’uomo che fissa le capre 
Regia di G. Heslow con G. Clooney, E. McGregor, K. Spacey
visto nel novembre 2009, *

Un film da evitare accuratamente. Disintegrato narrativamente. Stupido come una capra, appunto. Il titolista mi aveva ammiccato ma io non avevo capito l’antifona. E ben mi sta, anche perché, nonostante la desolazione di questa pellicola, me la sono sorbita fino all’ultimo, in attesa e con la speranza di intercettare verso la fine un barlume di interesse che non ho trovato nemmeno nei titoli di coda. Encefalogramma piatto, filmicamente parlando.  E pensare che questa combriccola di sciamannati famosi ambiva rinverdire i fasti anti-militaristici di “Comma 22”. poveretti.

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“I racconti dell’età dell’oro” 
film ad episodi diretto da cinque registi rumeni
visto nel novembre 2009 ***

Un film sul regime di Ceausescu, girato dopo che dittatore era stato fatto fuori e la scalcagnata Romania (miracolo!) era stata indegnamente ammessa a far parte della Ue. Immaginiamo come, in Italia, i cinematografari nostrani avrebbero affrontato storie parallele riguardati il regime fascista dieci anni dopo che questo era spirato. Gli episodi sarebbero stati di livorosa denuncia. Il regime e i suoi gerarchi sarebbero stati descritti come il male assoluto, demoni più che uomini con tutte le loro debolezze.

I registi di queste cinque storie invece raccontano i rumeni come essi erano sotto la dittatura comunista. Con gerarchi modesti, cittadini disorientati e impauriti ma in maniera normale, umana. Una comunità di poveracci, annegati nella confusione organizzativa, tramortiti da vociferazioni prive di senso, sopraffatti da ordini e contrordini. Un film, questo, che sa di vita, di precarietà, di confusione, di miseria. Una miseria mai gridata, bensì solo esposta, descritta, mostrata. Un film di immagini, di facce, di interrogativi, di silenzi ma anche, di tanto in tanto, di gioia ritenuta o sottilmente beffarda. Un film disseminato di non sense che invece spiegano tante cose. Un film povero di mezzi ma ricchissimo di idee. Un film dolente, mai arrabbiato. Un film a-ideologico, senza idoli da abbattere. E questo perché, questi registi (dei quali non so nulla ma dei quali vorrei sapere tutto) di idoli ne hanno visti tanti e, a una certo punto, hanno anche temuto che potessero sopravvivere a loro. E quando questi idoli hanno mollato la presa, loro non hanno soffiato nelle trombe di Josafat dell’indignazione postuma e senza rischi ma si sono guardati in giro, tra tanta miseria e tra progetti nani ma che il regime viveva come se fossero gigfanteschi. E ci hanno portato in giro con loro a vedere quella desolazione silente. Che vale imprecare?. Grazie.

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“Baaria”, di Giuseppe Tornatore
con Francesco Scianna, Margareth Madè, Angela Molina. 
Visto nel settembre 2009

di Pierluigi Magnaschi

Non ho mai visto, al cinema, una cosi grande differenza fra i risultati e le attese. Queste ultime erano state pompate, negli ultimi due anni, con pagine intere, dai quotidiani italiani, sapientemente mobilitati, bisogna pur dirlo. I deludentissimi risultati si possono vedere sugli schermi in questi giorni.

“Baaria” l’ultimo film di Giuseppe Tornatore è un fallimento colossale, decisamente imbarazzante. Se non è stato premiato a Venezia, non è perché, come è stato ripetutamente scritto su vari media, “Baaria” è stato lodato dal suo produttore, Silvio Berlusconi, al quale, evidentemente, nel suo particolarissimo regime dittatoriale, è consentito solo dare i suoi soldi, moltissimi nel caso di “Baaria” (25 milioni di euro) ai cinematografari italiani.

La giuria del Festival del cinema di Venezia ha invece lasciato a secco di premi Tornatore perché, è del tutto evidente, che va bene essere politicamente orientati, ma che anche c’è un limite a tutto. I giurati di Venezia non potevano, non potevano proprio, permettersi di  premiare una regia caotica, confusa, vuotamente caleidoscopica come quella fatta da Giuseppe Tornatore in “Baaria”.

Essi debbono essersi detti:  “Salvatores è un amico ma anche noi abbiamo una faccia. Più di tanto, non si può fare”. Allora, tanto valeva dare il leone d’Oro a Citto Maselli, un altro inconsistente beneficato dal regime dittatoriale di centro destra (un milione di euro di contributi pubblici) .

Non è che Giuseppe Tornatore sia un cattivo regista. Per farlo passare alla storia del cinema basterebbe il suo “Cinema Paradiso”. Il fatto vero è che Tornatore non aveva (e non ha) il fiato per realizzare un film presuntuoso come “Baaria”. Sarebbe come incaricare Lucio Fontana, il pittore dei “tagli”, di affrescare la Capella Sistina. Fontana, non c’è dubbio, è stato un grande pittore ma, nella Capella Sistina, si sarebbe perso.

Lo stesso è capitato a Tornatore che si è perso, lui eccelso specialista di bozzetti intimistici, in una sorta di presuntuosa storia d’Italia del secolo ventesimo nella quale, a secco di un’ispirazione vera, per realizzarla si è appoggiato, quì a Federico Fellini e là a Luchino Visconti, là ancora a pupi Avati in un miscuglio grottesco di citazioni fra di loro incompatibili: sarebbe come mischiare la Coca cola con l’aranciata e il tamarindo, tre bibite ottime, se bevute separatamente, ma imbevibili se mischiate assieme.

La strage di Portella della Ginestra che, in altri film in bianco e nero e con pochi mezzi degli anni Sessanta, aveva assunti le connotazioni di una tragedia corale e disperante, nella quale terra e uomini erano coinvolti, nelle sequenze di “Baaria” assomiglia all’asettico ed esagerato spostamento delle masse in qualche versione eccessiva dell’Aida all’Arena di Verona. C’è gente che corre di è di là, bandiere rosse al vento, campieri a cavallo sulle coste come se fossero degli apache, vallate arse che non finiscono più. Ma manca il pathos, la tragedia, la rabbia, la disperazione, l’impotenza. Tutto è Carosello. A colori. Robetta anabolizzata da vedere con noia e passar presto via.

Il guaio maggiore di Giuseppe Tornatore in “Baiaa” è stato quello di disporre di 25 milioni di euro che la produzione gli ha troppo generosamente e troppo incautamente  messo a disposizione. In quello malloppone di euri, Tornatore, ci è annegato. Ha ricostruito, non si sa perché, l’intero corso di Bagheria in Tunisia. E ne è rimasto prigioniero.

Avendo realizzato in Tunisia un corso di Bagheria che assomiglia a  una sorta di via dei Fori Imperiali, Tornatore non poteva che utilizzarlo intensamente, nel corso del suo film, facendoci correre (e scorrere) di tutto. Dal bambino che, per andare a prendere un pacchetto di sigarette, corre, a passo da centometrista olimpionico, lo spazio di una maratona. Corre cosi forte e cosi a lungo che, al pari di un jet, a un certo punto, non poteva che decidersi di prendere il volo. Cosa che regolarmente avviene.

Nell’infinito corso di cartapesta scorre anche una processione religiosa, senza capo né coda con la narrazione, con migliaia di comparse che, alla fine, viene dispersa (fra bagliori accecanti di lampi e fuochi d’artificio che nemmeno in Iraq) da una pioggia torrenziale che, in Tunisia, deve essere costata l’iradiddio.

Nella via principale di “Baaria” recita anche un federale fascista che, impettito, la percorre tutta come se fosse un disco rotto (volevo gridare: ‘a Giusè, ho capito che cosa volevi dire, smettila e passa ad altro) seguito da un antifascista (?) che, alle sue spalle, esibisce e mette in vendita le sue sterminate luganeghe e poi, dopo questa infinita sequenza, il venditore ambulante di insaccati di maiale, non viene bastonato dagli uomini della milizia nel frattempo incrociati (come sarebbe regolarmente avvenuto, a quei tempi) ma viene addirittura alzato da terra da questi ultimi e portato via, rigido in piedi, ma staccato dal suolo, in una sorta di trionfo, come se fosse la statua pateticamente dondolante di San Rocco, patrono degli animali da cortile.

E che dire della storia del protagonista principale del film, un povero pastorello, privo di tutto, gettato fuori dalla scuola elementare come se fosse uno scarto umano, avviato sui monti quando aveva meno di dieci anni, costretto dalla fame ad emigrare in Francia (da dove, però,  stranamente, scriveva alla moglie, che è più bella dell’ultima miss Italia, delle lettere nelle quali spiegava che andava al cineforum una volta alla settimana) e che poi, tornato in Sicilia, trova il suo riscatto nella vita politica, aderendo al Pci, nel quale diventa un leader locale e poi sale fino a coronare il suo sogno borghese, accontentando le speranze del vecchio padre e annunciandogli, sul suo letto di morte, che è riuscito finalmente a farsi candidare alla camera dei deputati.

Se fossi in vecchio militante del Pci siciliano mi sentirei offeso da questa storia. Per Salvatores di “Baaria”, il mezzo più rapido per passare, nel giro di pochi anni, dall’indigenza all’agiatezza e, dall’aperto rifiuto alla piena considerazione degli altri, nello scorso secolo, in Sicilia, era quello di aderire alla mafia o di militare nel Pci. Potrà anche essere stato vero, ma è sicuramente imbarazzante vederselo spiegare in modo cosi diretto e ultimativo.   

“Baaria – Storia della repentina trasformazione di un pastorello in un borghese grazie al Pci”. Questo è il titolo rivisitato ma veritiero per tenere conto dell’effettivo  contenuto del film di Tornatore.

In un film cosi sgangherato non potevano mancare anche un sacco di errori che farebbero andare in brodo di giuggiole il mio amico Mauro della Porta Raffo che, di professione, fa il collezionista di svarioni. Ad esempio, la mucca che veniva trascinata nel solito viale per poter mungere in diretta nel bidoncino del cliente il latte necessario è di razza frisona, quella a macchie bianche e nere. Una razza che, alla fine degli anni Trenta, era totalmente sconosciuta in Sicilia. I carabinieri poi portano delle divise che sono del tutto incompatibili con gli anni nei quali essi compaiono. E cosi via. Insomma, per concludere, “Baaria” un film da dimenticare.

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“Baby Mama”
regia di M. McCullers
con D. Shepard, T. Fey, A. Poehler, S. Weaver
***  visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi

Chissà quali sono i criteri adottati dai distributori italiani per far raggiungere le sale dai loro film. Se avessero un criterio, ma non ce l’hanno, evidentemente, questo film avrebbe dovuto essere proiettato nell’alta stagione e non adesso che nelle sale ci sono solo pochi zombi.

Questo infatti è un gran bel film. Gradevolissimo, interpretato con soave leggerezza da attori smaliziati e che si prestano docilmente a una regia smagata anche quando, specie sul finale, il film perde un po’ di ritmo e di imprevedibilità.

Con tutti i limiti dell’esempio che farò fra poco, si può dire che “Baby Mama” è un film alla Frank Capra dei giorni nostri, girato a colori e immerso, non più nella società casa-lavoro-chiesa degli Usa alla Norman Rockwell, tutta tacchini da thanksgiving e bandiere a stelle e strisce da far sventolare ovunque nel mondo (per difendere, ovviamente, i valori della democrazia e della liberta, oh, yes) ma nell’America di oggi, supercapitalista e tecnologica, dove tutto, anche gli affetti, sono ridotti a processi “no problem” grazie al consulente di turno che, di solito, vende soluzioni che lui, senza ammetterlo, non riesce a far funzionare per se stesso.

Ma oggi gli Usa non sono più quelli degli anni Trenta anche se le radici di quella società fra le due guerre, alimenta tutt’ora questo grande paese. Oggi infatti le donne di New York non vogliono più sposarsi quando sono adolescenti ma vogliono fare studiare, far carriera, realizzarsi o anche, molto più semplicemente, divertirsi.

Ma per salire nella gerarchia aziendale debbono  concentrarsi sullo studio e sul business. In tal modo però  gli anni passano in fretta fino a che, a un certo punto, improvvisamente e disperatamente, si mette a suonare l’orologio biologico che, per reconditi motivi, è restato nascosto dentro la psiche di ogni donna, in attesa, se non rimane incinta prima, di esplodere all’ora x.

Un’orologio che fa  vedere, alla protagonista di questo film, un intero e austero consiglio di amministrazione che  si trasforma improvvisamente  in una serie di neonati con i gomitini sull’enorme tavolo della riunione o che fa andar giù di testa la donna in carriera quando, sull’ascensore affollato che la porta a una riunione cruciale, si trova davanti a un bambinello che sbuca, stralunato, dalle spalle di una mamma con il look da addetta alle pulizie e che la donna in carriera, incomprensibilmente per lei, vorrebbe rubare o forse anche, non vista dalla mamma, si accontenterebbe di mettere, furtiva e per un attimo, le sue dita sulle ditine del neonato.

Ma l’età della donna in carriera, complice anche un utero dall’architettura imprevedibile (probabilmente ridotto così da delle pillole “contro le antiestetiche macchie della pelle” prese da sua madre svampita, quando era incinta)  rende tutto più complicato.

Da qui la decisione di scegliere un utero in affitto, anche se, a questo, resta inevitabilmente appiccicata anche una donna reale, in carne ed ossa, con tutti i i suoi problemi. Una donna che è felice, anzi felicissima, di essere strapagata per la sua prestazione inconsueta ma che si accorge anche di avere delle pulsioni non tacitabili con il denaro.

Le visite scientifico-ginecologiche con asettici elmetti da minatore, siringoni impressionanti e spermatozoi seguiti, uno per uno, nel loro incerto e difficile cammino, in diretta attraverso lo schermo di un apparecchio tv, sono tragicamente esilaranti.

La società che intermedia tra le donne che vogliono un affittare un utero e quelle  che lo cedono in affitto sono più efficaci, glaciali, perfette e sterili di una sala operatoria di un centro cardiochirugico.

Il film descrive, con levità ed umoprismo, un sistema disperato e disperante costruito però con grande professionalità che funziona solo con molti soldi perché i soldi sono un gran lubrificante che fa superare anche gli intoppi più aggrovigliati. O forse no…

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“Look Both Ways – Amori e disastri”
regia di W. Mclnnes
con J. Clark, A. Hayes
* visto nel luglio 2009



di Pierluigi Magnaschi

Avrei voluto vedere questo film in una sala di Napoli, ammesso che esso sia stato proiettato anche in questa città, il che ne dubito. Ma se fosse stato proiettato, gli spettatori, per tenere a bada il malocchio incorporato in questo film, si sarebbero dotati di un corno rosso scuro monumentale, alto almeno un metro, da tenere abbracciato come Asterix fa con i dolmen.

Questo infatti è un film programmatico sulla sfiga, popolato da persone alle quali non ne va mai bene una.  Non so come sia venuta in mente un’idea del genere. Va bene che le idee scarseggino e che i film prodotti siano tanti. Ma dovrebbe esserci un limite.

Il regista ha scambiato l’originalità per l’assoluta stravaganza. E i nostri critici, assetati di nuovo purchessia, ci sono cascati dentro a piedi uniti, intravedendo, in questo film, delle profondità che in esso non ho assolutamente riscontrato. Both ways, appunto, cioè sia che lo guardassi da una parte o dall’altra, di sopra o di sotto. Cosi, dopo averlo guardato e riguardato ho deciso che forse era meglio che andassi a fare quattro passi in Galleria. Se il film non si è ripreso nella seconda parte del secondo tempo, è una grande bojata. Che stupisce solo coloro che sono disposti a stupirsi. Che poi sono gli stessi che se una cosa non la capiscono o un film non sta in piedi, vanno in brodo di giuggiole. Beati loro. Prosit.

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“I love radio rock”
regia di R. Curtis 
con P. S. Hoffaman, E. Thompson, K. Branag
***, visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi

Questo film racconta un’avventura avvenuta negli anni Sessanta. Un’avventura di note e di onde ertziane. Fatta da dei giovani corsari eccentrici, e alle volte un po’ fumati, che navigavano a zonzo nel Mare del Nord, al largo delle coste inglesi, per inondare illegalmente di rock ‘n roll le stanze dei teen ager inglesi affamati di nuovo e delusi dai media allora operanti in Gran Bretagna.

L’equipaggio è composto da stravaganti, disarcionati dalla realtà e alla ricerca di sogni. Naturali o, diciamo cosi, incentivati. Ragazzi contro il sistema o, molto più semplicemente, a-sistema. Che vivono alla giornata e che, dotati di buona tecnologia, se ne impippano delle regole assurde ancora vigenti nel loro paese d’origine a proposito di trasmissioni radiofoniche (“no, non c’è solo la Bbc”) e di diritti d’autore. Sulla nave pirata vivono dei pacifici anarchici rock che vivono alla giornata. Li sostengono centinaia di migliaia di fans, in crescita esponenziale, che sperano che la navigazione, e soprattutto la trasmissione, non sia interrotta. Li contrastano invece il governo inglese nel suo insieme e soprattutto un ministro delle telecomunicazioni sessuofobo e risoluto a “spegnerli, quelli là”, interpretato stupendamente da un Kenneth Branagh in gran forma.

In mezzo a tanti tipi eccentrici e a ragazze strapalate e sfatte, il film gronda di canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera degli anni Sessanta nel mondo intero. Sono gli anni dei Beatles, di Twiggy (“legnetto”)  e della minigonna. “I love radio rock” è un film leggero, frizzante, garbato, ironico, scoppiettante, pieno di innocente pazzia. Un film che strizza l’occhio agli spettatori.  E li fa divertire. Una sola avvertenza: chi non ama il rock è pregato di astenersi (dal vederlo).

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“Uomini che odiano le donne” 
regia di N. Arden Oplev 
con N. Rapace, M. Nyquist, L. Endre. 
***, visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi

Il film è tratto dal primo volume della trilogia scritta dallo svedese  Stieg Larsson che porta lo stesso titolo. Il libro è di grande successo. Ha venduto moltissimo nel mondo e in Italia. E, ciò nonostante, è un bellissimo libro che ti cattura in un vortice di interesse. Per non tirarla troppo in lungo consiglio quindi sia la lettura del libro, che la visione del film.

Il libro è bellissimo, ripeto. Il film lo è, addirittura, un po’ di più. E’ stupefacente che un paese, la Svezia, appunto, che ha solo 7 milioni e mezzo di abitanti (poco più di quella della sola Lombardia e un nono di quella italiana) sia in grado di esprimere una cinematografia di questo spessore, maturità e godibilità.

I nostri orfani del Fus amputato, quelli che strepitano come cornacchie spennacchiate davanti a Montecitorio, dovrebbero fare un salto in Svezia per scoprire come si realizzano film destinati a fare il giro del mondo e che, pur essendo ambientati in uno specifico contesto nazionale, non siano borgatari come la maggior parte dei film italiani, incapaci, non dico di superare le Alpi, ma nemmeno di essere in grado di oltrepassare l’Appennino tosco-emiliano. Uguali come le caramelle mou. Insapori come la liquerizia arrotolata in strisce.

Questo è un giallo-pretesto. Non vive di plot ma di atmosfere. Non si nutre di azioni e di ribaltamenti narrativi ma di facce e di personaggi. Questo film, più che proporsi di trovare una giovane scomparsa nel nulla, vuole descrivere, dall’interno, una grande dinastia industriale, tenuta assieme da un patriarca che riesce ancora, anche se con immensa fatica, a tenere a bada gli appetiti di una infinita e vorace parentela che si incontra solo in occasione dei bilanci, per apprendere che cosa gli verrà in tasca.

Uniti dai dividendi e divisi da tutto il resto. Fratelli coltelli. E cognate ancor peggio. Una storia svedese, certo, ma anche universale, come del resto si sta vedendo da noi, in Italia, in occasione del processo in corso a Torino per la divisione dell’eredità lasciata da Gianni Agnelli.

Il film, condotto con mano sicura da un regista straordinariamente dotato, si avvale di attori rodati e di riprese smaliziate che attribuiscono al film uno spessore notevole ed una grande impatto emotivo. I personaggio chiave e quelli collaterali sono ben sbalzati e si impongono con la forza della loro depravata soddisfazione. “Sazi e disperati” come, qualche anno fa, il vescovo di Bologna diceva dei suoi concittadini.

Un percorso rigoroso fra le macerie di un ceto che passa per essere dirigente e che invece, quando va bene, è solo digerente. Che vive alla giornata, nutrito di noia e di invidie.  Questo è però non è un film denuncia. Non tesse invettive, non lancia proclami. Descrive solo personaggi e situazioni. E, cosi facendo, denuncia come nessun savonaroloniano potrebbe fare.

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“Angeli e demoni”
di R. Howard 
con T. Hanks, E.M. Gregor, 
visto nel luglio 2009 ***

di Pierluigi Magnaschi

Tutti i critici hanno snobbato questo film. Il voto, in termini di asterischi, è stato di due. Io gliene dò tre. E consiglio chi ha voglia di passare un paio di ore gradevoli di andarlo a vedere.

La storia, intendiamoci bene, è ridicola. Come, del resto, lo sono tutte quelle che affondano nei misteri improbabili e comunque non dimostrati e che quindi sono, in pratica, delle barzellette storiche. Insomma anche questo film è una  sorta di Harry Potter vaticano con, in più, rispetto ad Harry Potter, ha la pretesa di essere creduto come portatore di una imbarazzante verità storica. Quest’ultimo atteggiamento, a dire il vero, è più del libro di Dan Brown  che non del film.

  Detto questo, la storia è narrata con immensi mezzi e una grande maestria cinematografica, espressione di un artigianato sublime. Nulla è lasciato al caso. I dettagli sono curati fin nelle più recondite sfumature. E non certo per un vizio calligrafico ma perché il vero, come al solito, sta nei dettagli che sono stati scelti, evidenziati, valorizzati.

La Roma papalina di questo film è più vera del vero. Gli scorci, le luci, le riprese che si vedono in “Angeli e demoni” stupiscono anche un italiano come me che, in questi ambienti, ha vissuto a lungo, con gli occhi spalancati perché ne rimaneva ogni volta affascinato. Certo, il film racconta (e fa vedere) anche delle balle sesquipedali come, ad esempio, la vasca della fontana dei Quattro fiumi del Bernini, in piazza Navona, come se fosse profonda una ventina di metri anziché 80 centimetri.  Ma le sculture del Bernini, riprese da angoli inconsueti e ritratti nella loro assoluta magnificenza, esaltata da un’illuminazione magistrale, sono da manuale.

E che dire della processione in piazza San Pietro con il papa morto portato a spalla? Essa, come tante altre sequenze, è stata ricostruita in studio e, in parte, è stata saccheggiata di nascosto perché il Vaticano, per paura  - di che? – non aveva consentito che la troupe di Ron Howard girasse esplicitamente nessuna sequenza entro le mura della Stato pontificio. La faccia del Papa defunto è ultramorta. Il cadavere del Papa domina una piazza gremita di fedeli che sono contenuti dalle due gigantesche braccia del colonnato del Bernini. Il feretro