"FILM VISTI E PIACIUTI?"

***** Gli asterischi vanno da uno a cinque *****
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"About Elly" di Asghar Farhadi
con Golshiftech Farhadi, Shado Hossein, Taraneh Alidoosti. *****
di Pierluigi Magnaschi
Dopo aver visto questo film mi è venuta subito un'idea. Il ministro della cultura Sandro Bondi dovrebbe concedere subito una lauta borsa di studio per un master triennale, obbligatorio e gratuito, di recitazione a Teheran, sotto la guida di Asghar Farhadi, regista di questo film mozzafiato (per la bellezza e il significato, non per il ritmo, che pure c'è) riservato a Isabella Ferrari, Fabrizio Gifuni e Riccardo Scamarcio. Se, dopo tre anni di training intenso, questi attori che da noi sono indebitamente gettonatissimi, imparano a recitare, allora si potrebbe chiudere il Centro Sperimentale di cinematografia e indirizzare tutte le nuove leve italiane di attori, registi, sceneggiatori, fotografi ed operatori del cinema, in Persia, in attesa che l'analogo Centro di Zanzibar si irrobustisca e posso quindi rappresentare una valida alternativa. Un film come "About Elly" il tronfio cinema italiano non è in grado di produrlo nemmeno se piange in greco. E' la storia, modesta, di un week end al mare da parte di quattro coppie di giovani iraniani di Teheran con i loro figli piccoli. Un week end alla buona, nel pieno della stagione estiva, che comincia però con un fastidioso contrattempo perché l'appartamento preso in affitto risulta occupato da altri per cui la combriccola deve rassegnarsi ad abitare in un casa abbandonata e sporca con i vetri rotti, i pochi mobili sbrecciati e l'idraulica in panne. Ma i giovani si adattano alla grande. Puliscono alla meno peggio, dormono per terra, giocano fra di loro. Tutto fila liscio fino a che, all'improvviso, come se fosse un temporale estivo, viene meno il clima di complice rilassatezza e di gioiosa promiscuità (pudica e controllata, è chiaro; non siamo certo a Cesenatico, quì).
Un bambino imprudente è finito in un mare rabbioso. I giovani del gruppo in vacanza, disperati, si buttano in acqua. Le madri, dalla riva, urlano sgomente la loro lancinante disperazione. Il bambino è un puntolino lontano, forse nemmeno quello. Non c'è certezza che sia lui. Di certo, quel confuso puntolino è squassato dalle onde implacabili del mare in tempesta. Lo spettatore che segue queste immagini si sente in acqua anche lui. Si sbraccia come il nuotatore disperato e coraggioso, ingoia anche lui l'acqua del mare, respira la salsedine che gli sale nelle narici e le ottura, si sente investire e sballottare dalle onde, avanza senza sapere dove e forse ha anche dimenticato il perché.
E' una sequenza memorabile, questa, che non finisce mai e che ti trascina in un gorgo di disperazione lancinante. Finalmente, il piccolo viene recuperato. Lo porta in braccio, abbandonato come un morticino, il più vigoroso e caparbio dei nuotatori. La madre, dalla riva, grida: "E' vivo? E' vivo?". Il giovanotto che l'ha salvato è allo stremo delle sue forze. Forse vorrebbe rispondere, ma non ce la fa. Forse non sente nemmeno le richieste della mamma del bambino che adesso urla: "Respira? Respira?". Ma non ottiene risposta.
Il bambino, deposto sulla spiaggia, sembra un mucchietto di poveri cenci. Gli praticano la respirazione artificiale, fatta come la fa, chi non la sa fare. Il bambino non reagisce assolutamente mentre la madre, allontanandosi per non vedere, urla in silenzio la sua disperazione cosmica. Ad un certo punto, il bambino comincia a vomitare qualcosa. Poi altro. Apre un occhio. Il clima si rasserena. Sui volti escono lacrime di liberazione. Ma mentre il bambino sta per essere portato in casa, una donna della combriccola si accorge che una sua amica è scomparsa. E' finita in mare anche lei? Ma non la si trova. E' andata a casa per conto suo, come aveva minacciato/promesso? E qui si apre un'altra fase di questo film sommessamente sontuoso che non vi spieghiamo.
Gli attori di "Abaut Elly" sono tutti superlativi. Il film è attento a tutte le sfumature. Un film inconsapevolmente (e quindi molto efficacemente) anti razzista perché ritrae donne velate che però potrebbero essere le nostre giovani compagne meridionali e ragazzi come se ne possono trovare a migliaia sulle spiagge e nei camping italiani.
Le facce dei ragazzi e della ragazze iraniane che recitano in questo film potrebbero essere le facce di giovani ebrei e delle loro compagne. Le stesse facce, identiche a quelle che si trovano sulle spiagge di Tal Aviv. Togliete il velo ed ecco che le fisionomie iraniane diventano subito ebraico-medio-orientali. Donne dagli occhi neri, dalle sopracciglia dolcemente imperative, dai nasi espressivi. Le religioni, in questa parte martoriata del mondo, hanno cancellato le identità che ci sono e resistono perché vengono da lontano.
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"Piacere, sono un po'incinta" di Ala Paud
con Jennifer Lopez, Alex O'Louglin, Noureen DeWulf, Melissa McCarty, Michaela Watkins. *
Un film da fuggire come la peste. Flebile, scontato e sconnesso. Un luna park di luoghi comuni. Pensate: la protagonista femminile (una Jennifer Lopez ha già passato il punto di cottura) è una femminista che vuole avere un bambino senza pagare il pedaggio di amare un uomo. Ricorre perciò alla fecondazione artificiale. Ma, appena le dicono che (alleluia!) è incinta di due gemelli, lei incontra, per caso, un giovane formaggiaio al mercato all'aperto e se ne innamora subito perdutamente. Siete interessati a sapere come si conclude questa storia? Oddio, se sì, siete messi male. Pl. Mag.
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"Bright star" di Jane Campion,
con Ben Whishaw, Abbie Cornish, Paul Schneider ****
di Pierluigi Magnaschi
E' un film sull'amore fra il grande poeta inglese John Keats (poi morto di tisi a soli 25 anni a Roma) e la giovane vicina di casa, Fanny Brawne. E quindi anche la storia di un amore struggente ed impossibile. Fatto di sguardi, leggere carezze, sospiri, allontanamenti furtivi e riconciliazioni sfinite. Un amore a portata di mano ma difficile da far germogliare. Leggera ma anche sorvegliata e attenta è la regia di Jane Campion che recupera, adattandole, le tematiche e gli approcci del suo precedente e celebre film "Lezioni di piano". Straordinario (ed anche, nel contempo, un po' invadente) l'apporto del direttore della fotografia, l'eccellente Grieg Faser.
Dal punto di vista figurativo "Bright star" è un film stupendo. Esso sembra svilupparsi, senza soluzione di continuità, da dei quadri del 600 olandese e, in particolare, da quelli di Jan Vermeer con i suoi colori caldi che avvolgono le figure. Tutto, qui, è stato fatto per stupire gli occhi e invadere l'immaginazione: dalla pioggia che picchia, rabbiosa, sui vetri; alla neve che ha imbalsamato il paesaggio; dagli interni onusti di passato; alla facce scolpite nella luce.
La bravura del fotografo è tale che spesso finisce nel virtuosismo che, alle volte, è fine a se stesso. Il racconto perciò spesso rallenta perché sembra esso stesso stupito dalla bellezza delle inquadrature nelle quali il racconto stesso si sviluppa. In questi momenti, il film assomiglia al discorso che un autore compiaciuto che, mentre declama, si ascolta. Le sequenza improvvisa e inattesa, perché annunciata da nulla, del funerale dei giovane Keats, portato a spalla da quattro stecchiti becchini, in una povera bara, in piazza di Spagna, a Roma, nel livido momento che precede l'alba, un'ora che sa di viola intinto nel buio, è una sequenza che, da sola, varrebbe un intero film.
Il povero corpo di un povero giovane inglese, venuto da solo e da lontano, con l'aiuto di una manciata di soldi raccolti da un gruppo di amici, alla ricerca del sole che avrebbe dovuto sanarlo, scivola, dimesso e sconfitto, in una bara, davanti all'architettura barocca di una delle più belle piazze del mondo che, a quell'ora, sembra intristita e sconfitta anch'essa. Keats se ne va senza lasciare traccia, pare. Anche se poi la storia della letteratura sarà squassata dall'irrompere dei versi febbricitanti e disperati di questo giovane che si affermeranno in tutto il mondo quando lui, dal mondo, si era congedato in silenzio e da sconfitto. Ecco, il film della Campion, racconta tutto questo. Lo fa con lentezza, certo. Con leziosità, alle volte. Ma riesce a comunicare, in silenzio e con ritrosia, il non senso della vita e la forza delle emozioni che vorrebbero dare un senso al non senso ma non ce la fanno perché la morte resta lì, sempre in agguato.
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"Le Quattro volte", di Michelangelo Sammartino, documentario. ***
La perfezione della ripresa, le luci sempre a posto, le macchine capaci di fare inquadrature imprevedibili, il montaggio mozzafiato, sono gli ingredienti inevitabili ma anche di ruotine degli spot pubblicitari, girati solo per far vendere pi ù gelati o ingurgitare nuove bibite. Sarà forse per questo motivo che si stanno affermando film artigianali come "Le quattro volte" che si propone di raccontare, con pochi mezzi e nessuno attore professionista, miserabili ma anche ficcanti storie di vita in un piccolo e isolato villaggio dell'Appennino calabrese. Questo film ha ricevuto, meritatamente, il Premio Cannes 2010, sezione Quinzaines des Realisateurs. Francamente, però, il passo da documentario (e non da film), alle volte è troppo dispersivo. Se avessi visto questo film in dvd, a casa, anziché in una sala, non avrei resistito fino alla fine. Ma, essendomi infilato in una sala cinematografica, ho resistito fino in fondo, anche se il quarto episodio, ad esempio, quello dei carbonai, non aggiunge nulla di significativo. Bellissime invece sono le riprese della vita del pastore di capre, o la processione del venerdi santo, o la chiesa che invade, con la sua presenza, tutto il villaggio, con il prete, in sottana nera, che compare in tutti gli snodi del film ma solo da lontano, spesso da lontanissimo, un puntolino nero, discosto ma immanente. Un film grondante di poesia ruvida e scostante, con personaggi alla Masaccio, scolpiti e senza tempo.
16-06-10
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"The last station" di Michael Hoffman
con Helen Miller, Christopher Plummer, Paul Giamatti. ***
E' il film sull'ultima rissa di Leone Tolstoj con la moglie Sofia, dopo 48 anni di matrimonio burrascoso (nel suo romanzo Sonata a Kreutzer, Tolstoj aveva raccontato questa relazione tormentata e tormentosa). Rissa dalla quale lo scrittore, pur essendo già allo stremo delle sue forze, si liberò fuggendo di casa ad 82 anni (nella notte fra il 27 e 28 0ttobre del 1910) per prendere il primo treno che aveva trovato nella vicina stazione e che lo portò nella sperduta stazioncina di Astàpavo, dove, ospitato dal capostazione perché era febbricitante, lo scrittore si spense di lì a pochi giorni e cioè, esattamente, il mattino del 7 novembre. L'ultimo, ma anche corposo, oggetto del contendere fra i due coniugi, riguardava la volontà di Tolstoj di cedere in eredità ai tolstoiani (una discussa comunità libertaria, povera, vegetariana, utopista e anarco-cristiana) non soltanto le sue proprietà ma anche i diritti sulle sue opere che allora erano vendutissime, non solo in Russia, ma anche nel mondo. La moglie Sofia invece voleva che l'eredità andasse a beneficio suo e dei suoi famigliari (con Tolstoj aveva avuto 13 figli).
A cercare di forzare Tolstoj a fare testamento a favore dei tolstoiani erano accorsi a villa di campagna di Jasnaja Poljana, gli adepti di questo movimento che, visto il precario stato di salute dello scrittore russo, volevano accelerare le cose e mettere le mani sul malloppo. Protagonisti di questo scontro esistenziale, emotivo, culturale e di interessi sono due attori giganteschi. Christopher Plummer, nella parte di Tolstoj, ed Helen Mirren, in quella della moglie Sofia, che, in questa sua ultima parte, ha superato anche la recitazione, che si riteneva sublime, che aveva espresso nel ruolo di Elisabetta II.
La Mirren usa tutte le sue armi per indurre Tolstoj a cambiare parere. E', di volta in volta, aggressiva, suadente, dialogante, attrattiva. Usa tutte le frecce del suo lunghissimo arco esistenziale. I due, si capisce, si intrigano ancora. Ma Tolstoj, che sente di avere i giorni contati, ha già la testa nell'utopia. Non tollerava più il ceto dal quale proveniva. Tolstoj era nobile. In un certo senso, anche se si dovranno attendere altri sette anni, sente arrivare i soviet dei quali, in fondo, prepara il cammino. I soviet (nel senso di coloro che contestavano radicalmente la società zarista) erano già nell'aria, a casa di Tolstoj. Lo scrittore sovietico era pronto a spogliarsi di tutti i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento. La moglie invece cercava di tenere assieme il suo castello di privilegi, peraltro pericolante.
Straordinaria anche la figura della figlia di Tolstoj, una sorta di sessantottina ante-litteram, masochista e diffidente e il capo del tolstoiani che rende a meraviglia la doppiezza di chi (forse) è animato da idealità ma che, nel contempo, punta al denaro (per alimentare l'idealità, forse).
Sono stupende le scenografie di Patrizia de Brandenstein. Impagabile è il treno d'epoca usato nel film. Chissà dove l'hanno trovato e come riesce ancora a funzionare. Perfetto l'accorrere dei branchi di giornalisti alla stazione di Astàpavo per descrivere e riprendere in diretta (con testi, foto e persino con riprese cinematografiche) quell'agonia che investiva tutta la Russia. Un film da vedere. Assolutamente.
Pierluigi Magnaschi, 03-06-10
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"The road" di John Hillicoat
con Vigo Mortensen e Guy Pearce * * *
L'America è ridotta a un mucchio di macerie. Il freddo dilaga. La natura è a brandelli. La autostrade sono spettrali. I camion, un tempo orgogliosi bisonti delle highways, sono di traverso con le gomme scoppiate e la carrozzeria bruciata. Un padre e un bambino percorrono quell'ambiente spettrale. Di tanto in tanto, incontrano bande di criminali affamati, disposte a tutto, anche a mangiare le persone. Nessuno si fida di nessuno. Tutti si sentono braccati. Padre e figlio camminano in questo livido ambiente da fine del mondo, trascinandosi dietro, nella polvere, un carrello da supermercato con le loro poche e spesso inutili cose. Vanno, dice il padre, verso il mare dove ci sarà, forse, il sole e, con esso, il caldo. La scenografia è straordinaria. I due attori principali (papà e figlio) sono degni di ogni elogio. Il regista riesce a contrastare la monotonia del plot (in fondo, si tratta di un lungo, interminabile, viaggio a piedi) giocando su alcuni sequenze mozzafiato, girate da maestro. Un'opera del genere, la misera cinematografia italiana, composta dai soliti amici veltroniani che si riproducono in consanguineità in riva al Tevere, non se la sogna nemmeno. Poveretta.
Pl.Mag. 03-06-10
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"La nostra famiglia" di Daniele Lucchetti
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Livio Zingaretti, Raoul Bova e Marius Ignat. ***
La storia è insulsamente moralistica. Giovane muratore generoso e volonteroso, circondato da amici ed amiche pieni di vita (del vivace gruppo equo e solidale fa parte persino un puscher in carrozzella con moglie nera del Ghana che, qui, è ritratto come se fosse un tipo simpatico, tutt'acqua e sapone).
Il giovane muratore generoso e volonteroso, ma sfigato e perseguitato dalla vita, perde la moglie e resta con tre figli a carico che non sa come smistare. Poi, grazie a un ricatto, del tutto improbabile e assolutamente inverosimile, nei confronti del suo datore di lavoro, il giovane muratore diventa un piccolissimo imprenditore edile e quindi, spinto da un sistema feroce che chiede capitali ed impone il rispetto dei tempi di costruzione e che lo spinge a dribblare la legge, finisce per fare (e diventare) come tutti gli altri.
Insomma, l'avrete capito, è il sistema capitalistico che non lascia scampo. E che trasforma necessariamente dei santerellini e delle santerelline (compreso il puscher pappone) in terribili satanassi. Infatti, non a caso, l'attore principale di questo film, Elio Germano, che a Cannes è stato premiato come miglior attore (ex equo) , nel ricevere il premio, ha pubblicamente dichiarato di "vergognarsi della classe politica italiana" che è poi la stessa, come si legge esplicitamente nei titoli di coda, che ha concesso, non solo il patrocinio della Rai (pagato anche dagli italiani che, in maggioranza, hanno votato per la classe politica di cui Germano si vergogna) ma anche cospicui contributi, nonchè generose detassazioni al film nel quale Germano ha così potuto recitare. Insomma la sua è una rivoluzione al rosolio, un'indignazione a piè di lista, una tiritera è senza conseguenze, se non per lui benefiche.
Ma torniamo al film, che pur non essendo un capolavoro, ha i suoi pregi. Innanzi tutto va detto che il miglior attore del film è, in effetti, la migliore attrice. Si tratta di Isabella Ragonese che recita in modo sublime il ruolo di giovane sposa. Non è stata premiata a Cannes, come avrebbe dovuto, probabilmente solo perché (dovendo morire di parto a metà del primo tempo) non ha potuto pienamente dispiegare le sue ali di attrice giovane ma consumata. In un quarto di film però l'unghiata è tutta sua. Il regista poi descrive il mondo dei cantieri edili della periferia romana che vanno avanti con lavoratori immigrati, scarsamente pagati o tutelati, ma anche, tutto sommato affiatati, sia tra di loro che con il sub-padroncino che lavora più di loro e, in più, rischia di suo.
L'universo multirazziale della periferia romana (lontano anni luce dal proletariato di Pierpaolo Pasolini) viene evidenziato con le sue facce e le sue storie, senza forzature, cercando di individuare le correnti sotterranee che stanno omogeneizzandolo al di la delle lingue e del colore della pelle, in un processo puramente biologico, prima che idealogico. Sono amici coloro che si aiutano e che si capiscono. Dietro questo convincimento le barriere si sciolgono come neve al sole. Non perch é ci sia qualcuno che lo voglia, ma perché c'è il sole. E nel momento in cui tutti stanno celebrando il funerale della famiglia come istituzione, nel film di Lucchetti la famiglia riemerge prepotentemente allarganodosi ai vicini, agli amici. Tanto da suggerire, a un interprete, il convincimento che "i tacchi sono come i parenti. Sono scomodi ma aiutano". E per far capire che le generazioni cominciano a non capirsi pi,ù vale questo scambio di battute fra il padre ("Aho, Zorro!") e il figlio che, scocciato che non sappia leggere l'evidenza, risponde: "No, io sono Batman".
Pl.Mag. 03-06-10
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"Non è ancora domani" (La Pivellina)" di Tizia Corvi e Rainer Frimmel
con Patrizia Gerardi, Walter Saabl, Aisa Crippa e Tairo Cairoli. ****
Un film con un titolo demente. Tutto il resto è un capolavoro. Un film con pochi mezzi e molto cuore. Girato sempre in luce ambiente da una coppia italo-austriaca di registi capaci che si è avvalsa solo di attori non professionisti. La storia si sviluppa a seguito del ritrovamento di una bimba di due anni da parte di un'artista di strada che l'ha trovata abbandonata in un giardino pubblico. Da un biglietto che le trova addosso quando, nella sua scassata roulotte, le toglie i vestiti nella quale la bimba era infagottata, scopre che la bambina è stata abbandonata da una madre che non ce la faceva a tenerla con sè. Il marito della signora che trovato la bimba, prestigiatore da circo senza clienti, vorrebbe che la bimba fosse portata alla polizia. Sua moglie resiste. Anche suo figlio, un tredicenne tutt'occhi, l'adotta. Pure i vicini, che vivono in un container circondato dal fango, si fanno vivi. La bimba diventa la beniamina di tutti. Da spenta qual'era quando fu raccolta nel giardino pubblico, acquista sicurezza e disinvoltura. Gioca, stimola, interloquisce, si impone. Una vera attrice, a due anni. Da Oscar. La famiglia che l'ha accolta e che pure è piena di difficoltà e alla deriva si aggrappa a questo scricciolo. A un certo punto non si capisce più chi aiuti a chi. E' un vortice di attenzioni, di scoperte, di meraviglie, di amore. Che si assapora fino in fondo. Il finale non vi svelo.
Pierluigi Magnaschi, 03-06-10
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“I gatti persiani” di Bahman Ghabadi
con Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi. ***
E’ la storia di giovani musicisti di una band rock iraniana che vogliono andare in Inghilterra per esibirsi e, con l’occasione, per respirare un pò di aria libera. Il film è girato con mezzi poveri e strumenti rudimentali ma anche con idee vecchie, da preistoria cinematografica. Anche i colori sono sciapi. Sembra un film in bianco e nero che poi sia stato artigianalmente colorato a mano.
Le riprese sono spesso con la macchina in spalla. Le inquadrature sono alla prima che viene, senz’alcun ripensamento. Gli artifici filmici sono quelli che da noi usavano, mezzo secolo fa, i cineamatori con l’Arriflex. Sono accorgimenti tipo la gente che, salendo dalla scala mobile di una metropolitana, sembrano spuntare dal sottosuolo come rigidi birilli. Le canzoni, poi, sono accompagnate da dei video che, da noi, non girerebbero nemmeno i dilettanti della più appartata provincia. Le luci sono collocate a caso. Le riprese delle albe, dei tramonti, dello skyline di Teheran, sono da cartoline- ricordo degli anni Cinquanta. L’audio va e viene e quindi, questo, non è certo un film da consigliare ai sordastri.
E perché, allora, se è cosi mal congegnato, ho attribuito a questo film tre asterischi mentre il successivo “Robin Hood” di Ridely Scott (che è un film tecnicamente perfetto, dove nessuna ripresa è lasciata al caso) se ne merita solo uno?
Il motivo è perché il film “I gatti persiani” ti fa respirare l’atmosfera di Teheran che è poi sfociata nelle grandi manifestazioni giovanili contro il regime dei mullah, poi duramente represse da Ahmadinejad. E lo fa senza mai evocare le manifestazioni perché, al momento in cui fu girato il film, non c’era ancora stata la contestazione di massa in Iran. Questo film ha il merito di registrare l’immensa forza giovanile della capitale iraniana, allo stato incipiente. I visi sembrano occidentali e le ragazze, sia pure sotto il velo, hanno lo sguardo biricchino delle nostre adolescenti.
Sono giovani in gabbia ma non ingabbiati. A Teheran infatti arrivano tutti i prodotti culturali e informativi occidentali, dagli ultimi film americani agli ultimi dvd musicali. I giovani se ne abbeverano freneticamente, assimilandone ogni particolare come un affamato farebbe con un tozzo di pane. Suonano, bene, nelle cantine insonorizzate alla bell’e meglio e persino in piena campagna, per non disturbare i vicini che poi chiamano la polizia che sequestra gli strumenti. Finiscono quindi persino nelle stalle delle bovine da latte (che, per protesta contro i decibel eccessivi, non producono più latte).
Il rock viene vissuto, da questi giovani sciamannati, come la musica della loro liberazione e della loro giovinezza. Ma, assieme ad esso, riemergono, nelle loro canzoni, anche le nenìe gutturali e dolenti della loro tradizione musicale. Questi giovani vorrebbero fuggire all’estero (più perché è difficile farlo, che perché ne abbiano davvero voglia) ma, nello stesso tempo, vorrebbero anche stare a casa, dato che sono visceralmente legati alla loro terra polverosa, alle loro case sbrecciate o in permanente costruzione, ai vicoli cittadini larghi come dei budelli. Il futuro dell’Iran lo si capisce più da “I gatti persiani” che non leggendo dieci eruditi tomi su questo paese.
Pl. Mag., 27 maggio 2010
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“Robin Hood” di Ridley Scott
con Russell Crowe, Cate Blanchett, Scott Grimes, Kevin Durand, Mark Strong.*
Una grande boiata. I grandi mezzi danno alla testa. La suprema tecnologia prende la mano. Questo è un film polpettone dove si mescolano le epoche, si intercambiano i personaggi, si attorcigliano le storie. Lo sbarco delle truppe francesi sulle piccole spiagge davanti alle bianche scogliere di Dover, avvengono con dei natanti possenti che assomigliano a quelli dello sbarco di Normandia che, se fossero spinti con i remi, rimarrebbero fermi dove sono stati messi. I combattenti dispongono di archi che sparano delle frecce che sembrano dei missili telecomandati dato che sono in grado di trafiggere, con precisione millimetrica, il collo di un cavaliere in fuga a un chilometro di distanza. Le porte dei castelli si aprono come se fossero di burro, dietro i colpi di un ariete spinto a mano da dei nerboruti che però dispongono solo della fo r za dei loro arti. Robin Hood diventa interessante da quando sceglie di fare l’imboscato nella foresta di Nottingham. Ma questa storia inizia verso la fine del film.
Pierluigi Magnaschi, 27 Maggio 2010
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“Green zone” di Paul Greengrass
con Matt Damon, Greg Kinneard, Brendon Bleeson, Khalid Abdalla. ****
Conquistata Bagdad, durante la guerra scatenata dagli Usa per cacciare Saddam Hussein, bisognava trovare al più presto i depositi delle armi di distruzione di massa che avevano legittimato l’invasione dell’Iraq. Matt Damon (in una recitazione assolutamente splendida; ben delineata ed efficace, senza una sbavatura) è al comando di un gruppo di militari incaricati in questa missione.
Si muove sulla base delle indicazioni fornite dalla Cia all’esercito. Informazioni che si rivelano tutte sbagliate. Di armi di distruzioni di massa non c’è traccia. In compenso, Matt Damon si trova, per caso, sulle piste di un pericolosissimo capo della rivolta sunnita che altri componenti dell’esercito americano gli vogliono impedire di catturare.
Inizia cosi un intrigo, tutto politico, fra rappresentanti civili dell’amministrazioni Usa, esponenti militari e spie della Cia, in un balletto di sopraffazioni, depistaggi, dispetti di cui non sono avari i film di questo genere.
Ma il merito, il grande merito, di questo film straordinario è quello di coinvolgere (senza ricorrere al 3D), lo spettatore nel clima di questa guerra e di questa città, un tempo bellissima ed ora ripiegata su se stessa, crivellata com’è di colpi di mortai o di mitragliatrici pesanti. Il regista usa la camera con una disinvoltura assoluta, con piani interminabili, ad altezza d’uomo. In presa diretta, senza artifici. Le ispezioni raggiungono così un grado di realismo emotivo assolutamente eccezionale. Lo spettatore vive, alitando, quelle porte divelte, quelle grida di guerra che sanno di paura, quei fucili puntati minacciosamente verso non si sa cos’è, ma sempre pronti, al minimo sospetto, a vomitare i loro proiettili contro chiunque.
Lo spettatore sembra essere anche lui sugli elicotteri che, roteando a livello dei tetti, di notte, seguono implacabilmente le macchine in fuga disperata nei polverosi e strettissimi vicoli di Bagdag mentre le pale delle loro eliche grattano rabbiosamente l’aria e dai loro portelloni si affacciano le gambe a penzoloni delle truppe degli assaltatori armati fino ai denti.
Lo spettatore sente in bocca la polvere sabbiosa di Bagdad, il caldo afoso di quelle parti, il casino vero di una guerra nella quale le gerarchie dovrebbero essere definite e dove invece, in pratica, ciascuno fra quel che vuole, in una confusione dovuta al fatto che si combatte, sul filo di situazioni senza schemi e che cambiano di secondo in secondo, contro un nemico che è dovunque e da nessuna parte ma che resta un nemico implacabile, mortale.
In questo scenario, gli attori mossi da Greengrass agiscono con grande verosimiglianza dando luogo ad un film superlativo perché superara la storia che racconta e penetra come un laser nell’essenza emotiva, ambientale, umana, tecnologica e politica della vicenda trattata. Vien da sentirsi stringere il cuore paragonando quest’opera con quelle del cinema italiano. Non c’è proprio gara. Pensate come sarebbe riuscito, ad esempio, quella sorta di telefilm pretenzioso presentato (con scarso successo) nelle sale che è stato il pur costoso “Barbarossa” di Renzo Martinelli, sotto le mani di Greengrass e dei suoi collaboratori. Lasciamo fare a lui e a quelli capaci come lui, questi film.
Pl. Mag., 27 maggio 2010
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“Simon Koniawski”
di Micha Wad, con Jonathan Zaccai, Abraham Leber, Iréne Hertz, Popeck, **
Pierluigi Magnaschi
Un film commedia di produzione belga ma che potrebbe essere girato in ognuno dei paesi dell’oriente europeo. Racconta, con rapidità di scrittura e un humour tipicamente ebraico, la storia di Simon, 35 anni, giovane ebreo in dissonanza con le tradizioni della sua famiglia ma anche incapace di trovare un lavoro e di tenere insieme la sua nuova famiglia con una non ebrea ed un figlio piccolo.
Nella prima parte, il film racconta i conflitti nella famiglia di origine nella quale, ad esempio, Simon, mentre la tv trasmette nel salotto informazioni sull’attacco dell’esercito di Israele nella striscia di Gaza, lui prende posizione a favore dei poveri palestinesi suscitando un comprensibile e godibilissimo putiferio. Il padre di Simon, che fu prigioniero nei campi di sterminio continua a parlare della sua detenzione mentre il figlio si tura le orecchie ed il nipotino è invece molto interessato. Lo zio invece, quando arriva, chiede se ci sono in giro degli improbabili camion di spie e salta da una siepe all’altra per paura di essere catturato.
La seconda parte è un road movie vissuto su uno scassato pic up per portare la salma del padre (nel frattempo deceduto) in Ucraina, vicino alla tomba della sua prima moglie di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima. Il film è leggero, bene interpretato, divertente, tenero. Ma hai la sensazione di averlo già visto. E’ infatti una sorta di remake di film di Woody Allen e di piéce di Moni Ovadia.
26 Maggio 2010
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"Lebanon" di Maoz Strauss
Con O. Cohen, Z. Shtrauss, M. Moshonov, *****
visto nel novembre 2009.
Un film strepitoso. Che ti entra dentro e ti trapassa. Parla di uomini che sono anche soldati. Riguarda la guerra di Israele in Libano, non l’ultima ma quella del 1982. Racconta le avventure di un plotone di paracadutisti israeliani che, supportati da un carro armato, debbono perlustrare un villaggio ostile appena bombardato dall'aviazione israeliana. I soldati sono tutti molto giovani. Il capo pattuglia avrà 35 anni. Gli altri tutti meno. Il film si sviluppa, in gran parte, all'interno di un carro armato nel quale si stipano i carristi con la stella di Davide, incollati l’uno all’altro, madidi di sudore, pieni di sonno e di paura, che puzzano di carburante. Il film inizia con un’automobile che si avvicina lentamente. Non obbedisce agli ordini di fermarsi a debita distanza impartiti dai paracadutisti che sono all’esterno del carro armato. Il capo dei parà gracchia dentro la sua radio l’ordine di sparare all’auto. Il mitragliere ce l’ha nel mirino ma non preme il grilletto. Il capo pattuglia ripete, urlando l’ordine: Il mitragliere esita ancora e non spara. A un certo punto dall’auto partono delle raffiche che colpiscono a morte un soldato israeliano. La pattuglia reagisce, gli occupanti dell’auto vengono falciati. Ma hanno tra le braccia il loro compagno morto. Tentano di riavviargli il cuore con delle scariche.
Il corpo rimbalza verso l’alto: ma non c’è più nulla da fare. Chiedono ad un elicottero di venire a recuperare il corpo. ma l’elicottero non si fida: Il corpo insanguinato del soldato israeliano viene allora calato dentro il carro armato, per proteggerlo in attesa del recupero. L’operazione di infilare il suo corpo dalla botola è laboriosa. Il corpo è un lago di sangue. Una volta messo nel tank, il giovane soldato morto perché il mitragliere voleva fare l’umanitario, rimane in piedi tant’è il poco spazio a disposizione. Il suo viso sfigurato sembra guardare chi sta dentro. Sembra rimproverarli. Finalmente arriva l’elicottero. Rimettere il cadavere fuori è molto più difficile che l’operazione contraria. Chi sta fuori tira. Chi sta dentro spinge. L’orrore è un corpo senza vita che rimprovera il mitragliere ma che riguarda tutti. Evacuato il morto, si ripresenta, su quella strada sconnessa, un’altra vettura: questa volta un camioncino. Stesso alt non rispettato. Ordine dall’esterno del tank di fare fuoco. Stessa esitazione. Ri-ordine incazzatissimo. Il mitragliere, questa volta, obbedisce. Dal tank partono devastanti strisce di fuoco. Il camioncino ne viene investito in pieno. Da esso, volano via galline polverizzate, mutilate o abbrustolite. Ma viene eiettato anche il conducente, un vecchio palestinese, diviso orrendamente in più parti che urla le sue ultime parole prima di spegnersi.
E poi un lungo silenzio. Che contiene tutti gli interrogativi. Che descrive la guerra per ciò che è: una carneficina senza senso. Che ha torto anche quando obbedisce alle regole, cioè anche quando ha ragione. Il film non fa prediche, non tira conclusioni. Va avanti con mini storie di ordinaria follia. Gente in un ingranaggio che va avanti per conto suo, come se fosse una vita senza fine che non obbedisce a nessuno se non all’assurdità del male. Uno straordinario film. Bellissimo solo nel senso che semina interrogativi senza risposta che ci riguardano tutti.
Pierluigi Magnaschi
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“Francesca”, regia di B. Paunescu
con M. Barlandeanu, D. Boguta, L. Gheorghiu *
visto nel novembre 2009.
Un film da evitare come la peste. Non perché sia pericoloso ma perché è privo di senso. In Italia esso è diventato famoso perché dà della puttana ad Alessandra Mussolini. Tra l’altro, dopo che questo epiteto è stato ripetutamente commentato da tutti i media e dopo che un magistrato della nostra stravagante repubblica, richiesto dalla Mussolini di intervenire per cancellarlo, ha sentenziato che dare della puttana a un onorevole non è reato, tale epiteto, nell’edizione che ho visto io, è stato sostituito da un bip come se fosse uno spot di Striscia la notizia.
Debbo però ammettere che l’operazione mediatica di acchiappa polli è riuscita. Infatti, nonostante gli scandalosi tre asterischi che i grandi quotidiani hanno attribuito a questo film totalmente privo di senso, avevo sentito odore di bruciato. Ma sono andato ugualmente a vederlo proprio per via dell’epiteto. Volevo vedere com’era stato incastonato, mi sono detto. E cosi sono rimasto incastrato. Ben mi sta.
“Francesca” è stata girato (o questa, almeno, è stata la mia impressione) mentre il regista era in vacanza, forse sul mar Nero. Gli attori infatti vagolano per loro conto. La protagonista femminile, che è una brava attrice, mette a segno un paio di sequenze buone. Ma, per il resto, fa passare il tempo. Il suo fidanzato, sembra uno Scamarcio spompato. La gang rumena che lo perseguita sembra tirata fuori pari pari da un telefilm sui pusher marginali di Los Angeles. Bisognerebbe chiedere i danni a coloro che hanno dato i tre asterischi a questo film. Prima o dopo ci si dovrà pure arrivare. E’ roba da Codacons, questa.
Pl. Mag.
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--------------------------------------------------------------------------------------------------------“Bastardi senza gloria”
regia di Q. Tarantino
con B. Pritt, D. Kruger, M. Laurent ***
visto nel novembre 2009.
Tarantino è uno straordinario regista disinvolto e di talento. Un giocoliere della camera da presa. In questo film, falso ma coinvolgente, mischia a piacere, come se avesse in mano un caleidoscopio, tutti i generi. Innanzi tutto, racconta una vicenda storica, inventandosela di sana pianta. Parla di due attentati a Hitler, nella Parigi occupata dai nazisti. Attentati che non sono mai avvenuti. Racconta la storia di un gruppo di ebrei che vogliono, nel loro piccolo, farla pagare cara ai nazisti che cadono sotto le loro grinfie. Non si limitano a terrorizzarli e ad ammazzarli ma tolgono loro anche gli scalpi come se fossero dei pellirossa redivivi. Un film rocambolesco, falso ma vero, tragico ma divertente, che frizzica come se fosse una sterminata miccia accesa che dura quasi tre ore. Un tempo che, alla fine,non ti accorgi che sia passato. L’unico personaggio non riuscito è Hitler, reso involontariamente come una caricatura e non come una tragica, gigantesca e raggelante presenza. L’Hitler di Tarantino è come se lo avesse interpretato Corrado Guzzanti in una delle sue tante imitazioni. Non sgomenta ma suscita ilarità o addirittura tenerezza. Non mi sembra, questo, un effetto collaterale da poco.
Pierluigi Magnaschi, 26 maggio 2010
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"Perdona e dimentica" di Todd Solondz
con Ally Sheedy, Ciaràn Hinds, Charlotte Rampling. ***

di Pierluigi Magnaschi
Solondz non replica, con questo film, il suo precedente e splendido "Happiness" ma realizza comunque un bel film sull'America di oggi, declinato in una sorta di incrocio fra le logiche tematiche e narrative dei film di Robert Altman e di quelle di Woody Allen. Racconta le storie di tre sorelle travolte da pedofilia, depressione, solitudine. Esse sono espressione di un'America schizofrenica, nella quale la liberazione femminile ha ucciso il maschio (qui, tutti, prima o poi, frignano come le femminucce del tempo che fu). Il politically correct, invece, non solo ha ucciso la realtà, ma l'ha anche resa incomprensibile, distribuendo, su tutti, un velo triste di colpevolezza ben riassunta dal cartello posto nei pressi di un campo giochi che dice: "E' vietato l'ingresso agli adulti non accompagnati dai bambini". Solondz racconta con disinvoltura e mana leggera, e con un atteggiamento quasi stupito, queste storie di ordinaria masochistizzazione sociale. Utilizza attori straordinari. Si avvale di una sceneggiatura tristemente frizzante. Coglie continuamente di sorpresa lo spettatore con snodi imprevedibili, che si sviluppano però sempre in peggio. Ma ciò che Solondz non riesce a fare è miscelare queste tre storie che così rimangono sospese nell'aria come i film ad episodi della cinematografia italiana degli anni Sessanta. In questo film, in particolare, c'è un cameo da urlo. Lo recita una strepitosa Charlotte Rampling, macerata nell'alcol, divorata dalla vecchiaia che la sta braccando, bramosa di amore contro ogni evidenza contraria e desiderosa di ripartire, approfittando di una improvvisa finestra di opportunità che invece, in concreto, l'ha ferita nel profondo ma dalla quale, lei, uscirà drammaticamente ed amaramente vincente. Questi pochi minuti, aggressivi, speranzosi, delusi e rassegnati, meritano l'intero film. Elogio aperto e riconoscente anche alla pazzescamente brava doppiatrice italiana che è all'altezza, con la sua voce rugosa e graffiante, di queste sequenze da storia del cinema e di questa attrice che, con l'età, lungi dal perdere appeal, lo ha guadagnato.
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"Vendicami" di Johnne To
con Johnny Hallyday,
Chung Siu-Fai, Wing-Cheong Law, Simon Yam *

Il film comincia con scene mozzafiato, assolutamente imprevedibili, accompagnate da un audio strepitoso. E un movimento di attori davvero rimarcabile. Lo spettatore rimane incollato alla poltrona come se, ad essere oggetto della sparatoria, fosse lui, anche se questo non è un film in 3D. Ma, dopo essere decollato con la stessa adrenalina che ti provoca la partenza di una corsa di F1, il film inizia un tran tran indolente che il regista, disperatamente, cerca di rianimare con sparatorie a go-go che sanno di baraccone di Luna Park più che di scontro vero e implacabile tra feroci gang rivali. L'handicap che il regista deve portarsi sulle spalle è proprio Johnny Hallyday, l'attore protagonista, che vorrebbe essere all'altezza dello scontro con criminali di professione ma che, nei primi piani impietosi, ha gli occhi chiusi dalle palpebre che non reggono e l'andatura di John Wayne nei suoi ultimi film, quando doveva essere issato con la carrucola sul cavallo più tranquillo del branco. Nelle prove prima dello scontro finale, uno dei gangster che Hallyday ha assoldato per vendicare la figlia, di fronte alle incredibili smargiassate del cantante francese, getta improvvisamente in aria un piatto.
Ed Hallyday, anche se era impreparato a quell'evento, pam!, centra in pieno, con la sola pistola, il piatto ormai lontano. Con una mira del genere e una potenza di fuoco simile, Hallyday avrebbe dovuto risolvere lo scontro successivo con la gang avversaria nel giro di pochi minuti. Ma se fosse stato così, il film sarebbe finito subito perché, già a metà del primo tempo, aveva chiaramente finito la benzina narrativa. Da qui, sparatorie infinite nelle quali nessuno viene mai colpito. Tutti schivano le pallottole come se esse fossero state lanciate a mano e si vedessero arrivare pigramente. Insomma, un film debole come le gambe afflosciate di Johnny Hallyday. Chissà perché è stato fatto, 'sto film. Una coproduzione franco-cinese che ha unito il peggio delle due filmografie nazionali . Pl. Mag.
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“Crazy heart” di Scott Cooper
con Jeff Bridges, Colin Farrell, Robert Duvall ****

di Pierluigi Magnaschi
Di solito i film impostati sulla musica western mi fanno venire l’orticaria. Sarebbe come andare a vedere un film basato sul liscio con Raoul Casadei come protagonista. Ciò nonostante, e non so perché, sono andato a vedere, immotivatamente e d’impulso, questo “Crazy heart”. E sono stato ricompensato da un film che non dimenticherò.
E’ la storia di un cantante western ex famoso che è da tempo incamminato sul viale del tramonto. Non recita più negli stadi ma finisce addirittura a cantare in un bowling, tra gente che sta tirando le cuoia. I vecchi fans lo fanno sentire ancor più vecchio, finito, scartato, messo da parte.
Per arrivare all’ultimo bowling, quello del suo ko morale, dal quale inizia il film, il cantante chitarrista ha dovuto percorrere 600 chilometri su un’autostrada monotona e riarsa. Lo sposta da lontano, per telefono, il suo agente. Ogni volta che chiama il cantante, scoppiano delle liti. Ed ogni volta, quelle telefonate, vengono interrotte dal manager che non ha tempo da perdere. Per cui il cantante si limita ad eseguire (“non ho mai disertato un appuntamento” dice la volta che si presenta in ritardo e debole sulle gambe a un concerto). I sogni di gloria, se mai ce ne sono stati, stanno annegando in squallide camerette di motel, in sbevazzate solitarie, in vomitate clamorose.
Il protagonista sta andando alla deriva. Evita i suoi simili. Protesta la sua diversità con il manager che sta lontano. Ma, per accontentare un pianista ciccione e bravissimo che ci sta a suonare nella sua band (che, all’insegna della precarietà, si forma da zero in ogni posto dove il cantante-chitarrista approda) accetta di concedere un’intervista alla nipote giornalista del pianista. Da questo incontro nasce una simpatia che presto si trasforma in amore. La ragazza, che ha la metà dell’età del cantante, vive sola, con molte paure, con il suo piccolo di pochi anni dopo che ha divorziato.
Il film racconta come questi due tralci umani senza prospettiva che non sia la semplice quotidianità, abbarbicati al nulla, si annusano con diffidenza, si allacciano e si respingono, uniti da slanci e divaricati da paure. I due attori, sublimi, recitano a lungo un duetto travolgente, fatto di gesti semplici e di parole non dette, giocato in un paesaggio di polvere senza confini, tra gente semplice, scolpita con l’accetta. Tutti in attesa, esibita o sommessamente implicita, di un’altra chance che forse non arriverà mai ma che, come la luce di un moccolo che si sta spengendo, balugina ancora, sperando di restare accesa, in quest’America che non si rassegna mai, che è sempre pronta al colpo di scena. Non a caso, a un certo punto, dalla chitarra che sapeva suonare solo i vecchi motivi, zampillano, improvvisamente, prima titubanti e poi sempre più frenetici, i nuovi accordi, quelli delle sonate che, da anni, non volevano uscire, annegate dall’alcol, spente dai rimorsi. Un grande film. Da vedere. Per forza.
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“La vita è una cosa meravigliosa” di Carlo Vanzina
con Luisa Ranieri, Nancy Brilli, Gigi Proietti, Enrico Brignano, Vincenzo Salemme, Emanuele Bosi, Anis Gharbi. ***

di Pierluigi Magnaschi
Adesso ne ho l’assoluta certezza. I critici che contano, per recensire i film di Vanzina, non li vanno nemmeno a vedere. Li giudicano in base ai loro pregiudizi. Per loro, sono sempre e comunque dei cine-panettoni, anche quando essi, come questo, compaiono, nelle sale, a Pasqua.
Tutti uguali, tutti scadenti, tutti caciaroni, tutti oltre il rigo e tutti avaspettacolareschi. Solo così si spiegano i tre asterischi dati, del tutto indebitamente, a “Mine vaganti” di Ferzan Otzpetek e l’unico asterisco concesso all’ultimo film di Vanzina (al quale, per ristabilire la verità dei fatti, dò, adesso, i tre asterischi che sono stati concessi, dalla maggioranza dei critici, al film di Otzpetek, così siamo a pari).
“La vita è una cosa meravilgiosa” è un film attuale, croccante, gustoso. Parla di un tema fresco come la brioche del bar sottocasa. Parla infatti delle intercettazioni che colpiscono la vita ed i traffici degli ammanicati danarosi. Danarosi perché ammanicati.
La trama è deliziosa. I personaggi sono scelti con gusto e manovrati con maestria. Gigi Proietti, ad esempio, che, di solito, essendo bravissimo, gigioneggia, al pari di ciò che faceva Vittorio Gassman quando si imbatteva in un regista arrendevole, qui, invece, recita in modo misurato ed accurato, senza ritagliarsi la scena, giocando di squadra con tutti gli altri, comprese le comparse.
Enrico Brignano poi gli tiene efficacemente testa nel suo ruolo di poliziotto addetto alle intercettazioni che, svolgendo il suo lavoro, colleziona le corna degli altri (e, alle volte, scopre, senza volerlo, anche le sue).
Un film frizzante, pieno di gag e di imprevedibili colpi di scena, popolato da implacabili (ed anche patetici) cialtroni che, nonostante tutto, sono arrivati in alto. Gente un tempo arrogante ed oggi costretta ad ammutolirsi, indotta, dal grande orecchio, a parlare con i gesti pur non essendo muti. Gente che si passa i fogliettini con su, scarabocchiate, le richieste o i suggerimenti come gli studenti si passano i pizzini sotto i banchi durante il compito in classe.
In questo caravanserraglio umano avariato, irrompono gli immigrati sempre più numerosi e sempre più diversi che recitano parti non secondarie nel canovaccio sociale contemporaneo, oltre che di questo film, che, non a caso, ritrae la Roma di oggi molto meglio di un rapporto del Censis, a partire dal cameriere nero (un eccezionale Anis Gharbi), alla solare cameriere filippina, alla massaggiatrice rumena.
Vanzina aggiorna abilmente la sua analisi spietata (ma anche affettuosa) e il suo ritratto disincantato dell’alta borghesia romana che, come ai tempi di Petrolini, e forse anche molto prima, si è sempre mischiata con il popolino della capitale che è virtuoso solo perché non può permettersi di essere dissoluto. E quindi si specchia nella dissolutezza degli altri traendone un evidente giovamento platonico.
“La vita è una cosa meravigliosa” è un film leggero ma meraviglioso. Nel quale le battute, numerosissime, e le situazioni esilaranti, non sono mai a freddo ma escono spontaneamente dalla vicenda raccontata. La storia raccontata da “la vita è una cosa meravigliosa” si dipana in modo lieve, impertinente e spesso imprevedibile. Ho passato due ore di delizia.
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“Il profeta” di Jacques Audiard
con Tahar Rahin, Niles Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kaleb. ****

di Pl. Mag.
La storia, di per sé, non è nuova. E’ un’educazione alla delinquenza. Racconta la vicenda di un giovane arabo, analfabeta, che finisce in carcere a 18 anni, condannato a sei anni di pena. In carcere, apprende a leggere e a scrivere e a diventare boss. L’educazione gli viene impartita da una gang di còrsi che spadroneggia nel carcere e che usa Milik per lavori sempre più sporchi. Fino a che Milik, svelto e spregiudicato com’è, prende il potere. Nel film ci sono scazzottate, ma sono furtive, mai hollywoodiane. Improvvise come un gesto di rabbia e subito concluse. E’ un film greve, amaro, senza speranza, ma mirabilmente giocato sul piano della psicologia di gruppo e sulla reciproca sopraffazione, giocata o anche solo esibita. I personaggi sono scavati, le dinamiche seguite fino in fondo. Un grandissimo film, che lascia il segno.
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“Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek
con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo,
Ennio Fantastichini, Alessandro Preziosi, Ilaria Occhini. *

di Pierluigi Magnaschi
Ozpetk sta finendo la benzina. Fatto dimenticare lo straordinario (ma, ahimè, purtroppo anche lontano) e promettente exploit delle “Fate ignoranti” il regista turco-italiano avanza con difficoltà, ballonzolando senza meta con la sua macchina da presa in mano e riproponendo il suo solito cocktail: omosessualità (maschile e femminile. E’ un bipartisan, lui, che credete?) e tavole imbandite, un incrocio fra Aldo Busi e Gualtiero Marchesi.
D’altra parte come si fa ad essere delle “mine vaganti” se il protagonista principale è un pesce lesso? Mi riferisco a Riccardo Scamarcio, il belloccio che ha il pregio di riempire le sale di adolescenti adoranti ma che fa anche deragliare qualsiasi film. Certo, non si può avere tutto, dalla vita. Anche questo è vero. Ma tutto ha un limite. In questo film, la sequenza meglio riuscita a Scamarcio è stata quella di qualche palleggio con il pallone da calcio nel cortile della fabbrica del padre. Come goleador, avrebbe potuto avere, forse, un grande futuro. Purtroppo Scamarcio si è ostinato a fare l’attore.
Il film ci mette quasi due ore per consentire al figlio primogenito (e da lungo tempo maggiorenne) di un’industriale pugliese della pasta, di trovare il coraggio per dire al padre che lui è gay e per venire a capo ai coccoloni del genitore, nonchè al disonore che si è abbattuto sulla famiglia.
Ci vuole la morte della nonna (Ilaria Occhini), un’ottantenne antesignana ed aperta a tutto, che seguiva con trepidazione e soffice incoraggiamento, le caute gimcane sessuali delle figlie e quelle più coraggiose dei nipoti, per ricucire, davanti alla bara della signora stessa, la ferita tra figlio e padre che, sembrava insanabile fino a quel punto e che, fortunatamente coincide con la fine del film . Questa è una trama che sarebbe stata rifiutata persino dagli sceneggiatori dei fotoromanzi di “Bolero” che pure non andavano tanto per il sottile.
Questa storia contemporanea e contorta di omosessualità nascosta e consumata con vergogna negli anfratti, è stranamente ambientata a Lecce, la smaliziata città barocca pugliese che si trova nell’area dove è stato eletto, per ben due volte, a suffragio universale, come presidente della Regione, Niki Vendola. La popolazione pugliese è così poco anti-gay da votare, senza fare nemmeno un plisset, un presidente di Regione con l’orecchino, omosessuale dichiarato, felice e in pace con se stesso, angustiato solo dalle trappole che continua a tendergli Massimo D’Alema e non certo dalle sue scelte di carattere sessuale.
La zia, alcolista dichiarata, deve bere duecento bicchierini per riuscire far capire il suo stato. Alla fine, stanco di vederla ingurgitare alcolici, lo spettatore, esausto , si sente un po’ brillo anche. Un regista accorto, per descrivere che una persona è alcolizzata, ci avrebbe messo due sequenze senza dover ricorrere nemmeno a un bicchiere.
E che dire delle battute che sarebbero state rifiutate anche da un avanspettacolo? Ad esempio, un tizio (gay) dice all’altro tizio (anche lui gay): “Tu sei un principe del foro anche senza essere avvocato”. E che dire di Ilaria Occhini, ch qui recita la parte della nonna ultraottantenne? E’ una figurina dipinta e ridipinta da Otzpetek perché si capisce bene che non sa che cosa farsene pur avendola immaginata come il leit motiv del suo film. La Occhini è cosi ripiegata sulla sua faccia deliziosamente incartapecorita che il regista riesce a riprenderla insistentemente davanti a uno specchio triplo in modo che la si può contemporaneamente vedere sia davanti, sia sul lato destro che sul lato sinistro. Una specie di tomografia assiale computerizzata non invasiva, realizzata con la macchina da presa e di cui non si capisce la finalità. La controfigura giovane dell’Occhini poi, lungo una catena infinita di flash back, attraversa, in lacrime e vestita da sposa, l’intero film, disturbando ogni sequenza in un modo cosi devastante che ti verrebbe di chiedere l’abolizione per legge dei flash back , visto l’abuso che se ne sta facendo.
Il film si è avvalso del contributo della Regione Puglia che è stato giustificato come promozione turistica per quest’area per cui Otzpeteck, quando abbandonava una delle sue tavole imbandite, assoldava un’autista (che, in questo caso, è una sciamannata anoressica alla guida di un’Alfa Romeo coupè) con lo scopo di scarrozzare Scamarcio lungo le bellissime strade di Lecce o lungo le coste della Puglia. Insomma una grande marchetta.
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“Shutter island” di Martin Scorsese
con Leonardo di Caprio, Mark Ruffolo, Ben Kinsley. *

di Pierluigi Magnaschi
Un film da buttare che però sta avendo un buon successo di pubblico, grazie a un regista famoso (Scorsese), a un attore notissimo (di Caprio) e a una critica giornalistica che non ha il senso della vergogna (non a caso ha concesso a questo film addirittura tre stelle). Per descrivere la confusione della trama, sarebbe sufficiente ricordare il dialogo fra i tre giovanotti che mi precedevano sulla scala che portava all’uscita dalla sala cinematografica, dopo la proiezione. “Per me, Di Caprio era colpevole” dice uno. “Per me, no” replicava l’altro. “Io, non ci ho capito niente” concludeva il terzo.
Questo film-polpettone infatti pesca nel mucchio. C’è dentro una prigione-fortezza costruita sulla roccia e incessantemente percossa dalle onde ruggenti di un oceano Atlantico incessantemente inviperito. Nella mistura filmica si aggiungono ripetutamente, a mo’ di peperoncino, le sequenze della scoperta, nel 1945, delle montagne di cadaveri nel campo di sterminio di Auschwitz . Viene inserito un neurochirurgo pazzo che, a furia di lobotomie, starebbe tentando di costruire l’uomo nuovo. Si aggiunge un ricercatore defilato ma con l’inflessione tedesca e la faccia di Alec Guinness nella “Signora omicidi”. Si organizza (poteva mancare?) un conflitto fra le guardie carcerarie del posto e due agenti dell’Fbi venuti dalla terra ferma (di cui uno però…) per indagare sulla misteriosa scomparsa (fuga? uccisione?) di una malata mentale. Si riversano sul film precipitazioni a strafottere e di ogni genere. Il regista, alla fine, agita il tutto da par suo e non si capisce più nulla.
Prima di tutto, a giudicare dall’età del Di Caprio-protagonista, la vicenda dovrebbe svolgersi, al massimo, non oltre il 1965 perché, nel film, Di Caprio non ha più di 40 anni e, in un ricorrente flash-back, lo si vede mentre, da giovane soldato americano, scopre l’orrore dei campi di sterminio nazisti. Ai tempi di Auschwitz il protagonista di “Shutter island” non poteva avere meno di 20 anni. Quindi, vent’anni dopo, quando Di Caprio sbarca nella prigione per matti su un isola nell’Atlantico, si doveva essere, necessariamente, attorno al 1965. Ma allora, perché le guardie carcerarie vanno in giro con un modello di Jeep che è stato costruito solo dopo il 1990?
E poi, visto che anche le fragili malate di mente ultrasettantenni, mentre potano le rose nel giardino interno della prigione, hanno la gambe fra di loro ammanettate, come mai le guardie carcerarie (con facce da gaglioffi incalliti), per impedire le fughe, sono sempre armate con fucili pesanti come se stessero apprestandosi a dare l’assalto a un fortino di fondamentalisti islamici in Afghanistan?
Insomma una trama claudicante su un tema abboracciato. Scorsese, che è un signor regista, deve aver sofferto le pene dell’inferno a girare “Shutter Island”. Qui e là, lavorando su una materia impresentabile, gli riesce a mettere a punto persino qualche sequenza significativa. Come nelle scene durante le quali le malate di mente vengono interrogate. Quegli sguardi vuoti, quei tic incontrollabili, quegli improvvisi trasalimenti, quei salti di umore, quella loro sostanziale imprendibilità lunatica, sono resi da maestro, come del resto è sempre stato Scorsese.
Ma questa sequenze, da sole, non giustificano certo la visione di un film diretto, mi auguro, solo per ragioni alimentari.
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“Donne senza uomini” di Shirin Neshat
con Bijan Doneshman, Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad. *

di Pierluigi Magnaschi
Lietta Tornabuoni ha scritto su la Stampa che questo film “è eccezionale”. Non credetele. Esso è invece una pizza immangiabile. Un polpettino indigesto. Dico così perché parlare di polpettone, per questo film carta velina, sarebbe del tutto improprio. E’ vero che questo film iraniano è stato premiato, nel 2009, con il Leone d’Argento all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Ma quello che ha ottenuto, non è un specifico riconoscimento alle sue qualità filmiche. E’ stato solo uno premio per caso. Infatti il premio non è andato a questo film, bensì a una circostanza che si stava verificando in quei giorni. “Donne senza uomini” infatti fu presentato, per sua fortuna, quando, senza suo merito, stava esplodendo, nelle piazze e nelle strade iraniane, la rivolta contro la nomenclatura politica islamista che soffoca il paese e che è rappresentata da Mahmud Ahmadinejad.
Quando le rivolte scoppiarono, “Donne senza uomini” era già stato finito da tempo. Il film, oltrettutto, racconta delle storie di donne che si svolsero nel 1953, ai tempi del colpo di stato dello scià Rehza Pahlevi contro il governo democraticamente eletto di Mossadegh. Per farsi trainare dall’attualità, la produzione non ha trovato di meglio che scrivere, in un titolo ruffiano di coda, che il film è dedicato alla resistenza contro lo Scià e alla battaglia di libertà scoppiata adesso contro il governo integralista. E’ una captatio benevolentiae fatta per prendere per il naso il pubblico degli spettatori poco informati o favorevolmente prevenuti. “Donne senza uomini” è quindi un film-cùculo, che si è sistemato in un nido creato da altri.
“Donne senza uomini” descrive le storie di quattro donne iraniane. La trame incrociate si impigliano fra di loro. Tra scivolamenti tra l’una e l’altra storia e feedback incrociati (e attorcigliati fra i loro) lo spettatore finisce impigliato una pellicola contorta, senza capo né coda. Nel cercare di giudicarla positivamente, il New York Times è stato più furbo della Tornabuoni. Ha infatti parlato di “straordinaria fotografia”. Giusto. Ben detto.
Ma se si mette una regista senza carisma (con l’attenuante di essere alla sua opera prima. Ma non vuol dire. Anche Tom Ford era alla sua opera prima con “A single man” ma egli ha subito creato un capolavoro) bene, se si mette una regista fragile e confusa, accanto a una direttrice delle fotografia molto abile e perciò anche inevitabilmente compiaciuta, il film che ne salta fuori è un insieme di belle figurine, alle volte in bianco e nero e, alle volte, color pastello (non si capiscono le ragioni di questo viraggio, se non in termini di virtuosismo fine a se stesso; è come quando un oratore ascolta, compiaciuto, se stesso. Ma facendo così finisce per avere un ascoltatore rapito, perdendo, al tempo stesso, l’intera platea).
Questo film è come se, dietro la macchina da presa, ci fosse stato Richard Avedon. E’ un susseguirsi di belle immagini (anche se non sempre) che però non riescono a trasformarsi in sequenze. Non c’è pathos, in questo film che dovrebbe (e vorrebbe) essere ad alta tensione. Anche l’accoltellamento da parte di un giovane rivoltoso a danno di un giovane soldato, risulta silenzioso ed appare patetico come un passo di tango.
La conclusione? State al largo. E’ un ‘occasione sprecata. Ci vorrebbe Paolo Villaggio per bollarlo come si deve in solo quattro parole: “E’ una boiata pazzesca”. Lui, ovviamente, si riferiva alla “Corazzata Potemkin” di fronte alla quale generazioni di cinefili, con il turibolo in mano, si erano assurdamente prostrati in venerazione. Fino a che arrivò un comico genovese a spiegare come stavano realmente le cose.
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“Nord” di Rune Denstad
Langlo con Abders B. Christiansen, Kyrre Helum, Marte Anunemo ***

di Pl. Mag.
Il regista di questo film è un famoso documentarista norvegese. E lo si capisce subito dalle sequenze che, in gran parte, sono state girate su immense distese di neve. La storia è molto semplice. Un ex campione di sci, disamorato dallo sport che praticava, si lascia andare da grigio guardiano di un impianto di risalita, annegando nell’alcool. Un giorno però apprende che al Nord del Paese c’è un figlio di quattro anni di cui non sapeva l’esistenza. Decide perciò di partire con la motoslitta per andarlo a trovare. Il film racconta questo lungo percorso immerso nella neve di paesaggi stupendi. Ma soprattutto ritrae le persone che il protagonista incontra occasionalmente nel percorso: gente che vive da sola in case isolate nella neve a decine di chilometri dagli altri. Questi incontri occasionali, destinati a finire, sono raccontati con grande abilità da un regista capace di rovistare nella psiche, senza dirlo. Le immagini dell’adolescente che vive con la nonna in una bella casa sperduta nei boschi innevati, sono memorabili. La ragazza viene colta con due dita da bambina che sporgono dal legno ruvido di una casamatta. Inforcano una sigaretta che la ragazzina fuma all’insaputa della nonna. Attraverso queste due dita che fermano la sigaretta del “peccato”, la ragazza vede arrivare un altro “peccato”: la motoslitta guidata da un ciccione che non vede quasi più dopo essersi quasi accecato sulle nevi. La ragazzina è stupita ed ospitale. La nonna invece è diffidente e ostile. Dice alla nipote che le chiede di ospitare il ciccione, per farlo riposare: “Poi, quando se ne andrà, soffrirai”. Il dialogo e le scene che seguono, sono un balletto di prudente audacia e di trattenuto stupore.
E che dire dell’incontro, sotto un tenda, con un saggio novantenne, serenamente in attesa di morire? O del grande fracasso, come se fosse un bombardamento a tappeto? Un rombo accompagnato da nulla. E il commento di una ragazza immersa nella neve che dice, con un sorriso pieno di speranza: “E’ arrivata la primavera”. Che nel Nord della Norvegia non è annunciata dalle viole e dalle margherite, come da noi, ma dall’improvvisa e brutale rottura dei seracchi.
Un film magico, selvaggio e innocente, tremendo e dolcissimo. Una festa per l’anima e per gli occhi.
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SI PUO' FARE
(Giulio Manfredonia)

Recensione di Fabio Marson, 10-03-10
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diritto & Rovescio

italia oggi, 10-03-10
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“Tra le nuvole” di Jason Reitman
con George Clooney, Jason Bateman, Anna Kendrik ***

Uno spaccato onesto e scorrevole della scombussolata società americana fra i tagliatori di teste che svolgono (lo dice la parola stessa) la professione di lasciare a casa gli esuberi. Gente abitata a comunicare meccanicamente la brutta notizia e a fottersene delle conseguenze delle loro comunicazioni. Le facce dei licenziati (che, come tutte le migliori esecuzioni capitali, debbono essere fatti fuori a sangue freddo, senza ritualità o preavvisi) sono tutto un programma. I visi, prima attenti e magari anche impauriti, si spengono improvvisamente come delle lampadine fulminate appena capiscono che cosa è loro capitato fra capo e collo. Gli occhi si gonfiano di lacrime che, alle volte, stentano ad emergere. La mani si attorcigliano fra di loro alla ricerca di un sostegno qualsiasi. I sacrificati guardano improvvisamente, meccanicamente e compulsivamente, fuori dalla finestra, oppure tra le gambe, verso il pavimento. Di solito, non dicono nulla. Quando parlano, dicono solo: “Non credevo fosse possibile dopo 30 anni di onorato servizio”. Denunciano, in un soffio, ben sapendo che non servirà a niente, l’immoralità senza rimedio di una scelta che è stata presa non si sa da chi, quando e nemmeno dove. Il messaggero di disgrazie che gli parla è solo il terminale asettico di una lunga catena di decisioni. In futuro, il tagliatore di teste, potrà anche essere robotizzato. Lui infatti è solo una sorta di becchino o di boia che guadagna nel fare delle cose che gli altri, con meno stomaco si guardano bene di fare.
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“Alvin superstar” di B Thomas ***

Un film interessante con personaggi in carne ed ossa che recitano assieme a un gruppo di scoiattoli rapidissimi e furbetti che sono invece il frutto di una straordinaria animazione elettronica che li rende indistinguibili dai ragazzi. Questi ultimi sono ripresi con la macchina cinematografica. Essi recitano assieme negli stessi fotogrammi (gli uni, ripresi, e gli altri inventati di sana pianta, elettronicamente). I bambini, al disotto del 12 anni, vanno letteralmente pazzi di questo film. E hanno ragione perché, questa, per loro è una storia divertente e coinvolgente.
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“Invictus” di Clint Eastwood
con Morgan Freeman e Matt Damon ****

di Pierluigi Magnaschi
E’ la storia di Nelson Mandela subito dopo essere stato nominato presidente del Sudafrica. Una storia sublime, in un film superlativo. Mandela aveva passato 30 anni nelle carceri del Sudafrica. Graziato, era riuscito a diventare presidente di un paese dove vigeva la segregazione razziale o dove la minoranza bianca aveva in mano tutte le leve del potere di cui abusava.
Qualsiasi altro leader politico, se non altro per vendicarsi per la lunga detenzione, durata una vita, avrebbe fatto piazza pulita dei bianchi, avrebbe imposto i suoi uomini di colore in tutti i gangli del potere, avrebbe squassato il paese e distrutto la sua economia.
Mandela che, nella storia politica mondiale del ventesimo secolo, proprio per questo, merita il primo posto, ha subito capito che doveva adottare la nazionale di rugby, il simbolo più evidente, partecipato ed esclusivo, della comunità bianca. L’operazione era tutt’altro che facile. Per l’opposizione dei bianchi (che non avevamo mai visto un nero attorno alla palla ovale ) e per l’ostilità dei neri che vedevano nel rugby il simbolo più forte, vitalistico e maschilista della passata egemonia dei bianchi. Questo film racconta il difficile ma convinto flirt di Mandela con i rugbisti del suo paese. Questo è un film vero, basato su fatti reali. Mandela giganteggia bonariamente, imponendo a tutti (e soprattutto ai suoi amici) la linea della pacificazione, del reciproco riconoscimento. Una lezione politica ed umana per tutti. Che vale anche per noi italiani. Un grande film, su un grande personaggio, su un grande tema. Un inno alla politica, cosi rara, che cerca di unire la società, anziché disgregarla. Con un regista sempre fuori dalla norma e attori che giganteggiano.
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“Baciami ancora” di Gabriele Muccino
con Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore *

di Pl. Mag.
Dopo questo film, a Muccino dovrebbe essere tolta la patente di regista per almeno un anno. In caso contrario, Muccino si mangia completamente la fama di onesto regista che si è sinora meritatamente guadagnato. Questo infatti è un film raffazzonato, senza capo nè coda, con troppe storie esauste e personaggi risaputi, privi di autenticità e di sapore. “Baciami ancora” è un film che sa di rancido o di passato di cottura. Gli amici (se Muccino ce ne ha ancora qualcuno, di veri) avrebbero dovuto consigliargli di non farlo uscire. Non si sa proprio che dire, di fronte a questa pellicola. Salvo che invitare i lettori che non hanno tempo da perdere, di starne alla larga. Guardandolo, si ha infatti la sensazione di ascoltare un vecchio disco rotto di vinile che gira all’infinito sulla stessa traccia.
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“Il figlio più piccolo” di Pupi Avati
con Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti e Nicola Nocella. ****

di Pierluigi Magnaschi
Questo film era già stato montato quando sono state rese pubbliche le intercettazioni relative al cosiddetto caso Bertolaso. Eppure, in alcune sua parti, sembra uscito da questi ultimi documenti investigativi . Il film di Avati è salutarmente deprimente. Uno spaccato della società italiani d’oggidì. Dove però non è vero quello che dice il regista: “Ho descritto la contrapposizione tra una fetta marcia e corrotta della società ed una candida, pura, estranea ad ogni forma di furbizia”.
Gli “ingenui, gli inadeguati ed i deboli” che fanno parte della famiglia di Fiamma (Laura Morante) sono sicuramente deboli ma non per questo sono immacolati. Sono come il Msi che, al contrario di tutti gli altri partiti, non fu trovato con le mani nel sacco delle ruberie di Tangentopoli, non perché fosse formato da uomini adamantini ma solo perché, non facendo parte dell’arco costituzionale, l’Msi non veniva ammesso alla grande spartizione. Infatti, non appena il figlio più ingenuo di Fiamma, cioè Baldo Baietti ( Nicola Nocella) apprende di aver ereditato tutte le sostanze del padre (lui non sa che invece sono solo dei debiti verso tutti), decide di acquistare immediatamente l’intera multisala nella quale la riluttante fidanzatina fa la proiezionista, alla madre comprerà un enorme appartamento in centro Bologna e al fratello garzone un bar, in un grande centro di ristorazione.
Il film ruota intorno alla figura dell’imprenditore senza scrupoli Luciano Baietti impersonificato da uno straordinario Christian De Sica che recita immensamente bene con i suoi occhi appannati, la sua bocca spenta, le sue mosse da manichino. E’ un rapace ed, insieme, un re travicello. Egli è trascinato da consulenti di ogni specie ed abiezione che lo strattonano per ogni dove e che, nell’imminenza del tracollo, lo spingono verso il precipizio. E lui non oppone resistenza. E ' , ad un tempo, un leone feroce e un agnello sacrificale
Appurato che venderebbe anche la madre, non si sottrae ad un matrimonio vero-finto con la donna che gli aveva già fatto due figli, pur di sottrarle degli immobili. E attira il figlio meno dotato, da lui trascurato per un paio di decenni, verso una trappola di carte bollate. Pupi Avati si muove con l’agilità di un folletto fra questi squallidi personaggi in gessato che vivono di espedienti, ma anche al disopra dei loro mezzi, in dimore sontuose. Maschere grottesche manovrate dagli interessi ed anche dal caso. Che ridono quando dovrebbero piangere e viceversa. Bravissima anche Laura Morante nel ruolo della moglie ingenua, pronta a perdonare tutto al marito che non è mai stato tale. Patetica invece la recitazione di Sidney Rome. Entrambe compongono un duo etnico con le gomme sgonfie, a metà via fra gli Inti Illimani e Johan Baez, privo di pubblico ma desideroso di comparire. Anche se raccolgono solo sberleffi sanguinosi.
E’ da assoluta antologia la scena finale di De Sica che, dopo essere uscito di galera, va a scontare gli arresti domiciliari a casa della moglie ingenua con l’affitto scaduto e, come un manichino mosso da forze che non sono sue, fa, stancamente, promesse immantenibili, sporgendosi con il solo braccio dal piccolo balcone dell’alloggio popolare, come se fosse un pensionato della Fiat in canottiera e pigiama.
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“An education”
di Lone Scherfig
con Carey Mulligan, Pertersarsgaaard, Alfred Molina e Cara Seymour *****

di Pierluigi Magnaschi
Il manifesto di questo film inglese è loffio come pochi. Il titolo fa cascare le braccia dalla delusione. Tutto il resto è semplicemente perfetto. E’ la storia di un’adolescenza femminile. Se si vuole, di un’educazione sessuale. Sono i primi anni Sessanta. Una ragazza sveglia (Jenny) scopre le prime sigarette, si innamora della Francia, canta imitando Juliette Gréco, si immerge nel pettegolezzo con le amiche, sfotte la professoressa di latino (che la sopporta) e la preside (che la sega). Il 68 è ancora lontano ma la società vittoriana sta mollando la presa. Cerca di reggere le briglia il padre piccolo-borghese, maschilista all’estremo (nei confronti della moglie) ma che deve lottare contro la figlia che gli tiene sofficemente la testa. Ad un certo punto, irrompe in questa casa di periferia uno spasimante (David) che ha il doppio, almeno, dell’età di Jenny. E’ un uomo di charme, dispensa aneddoti divertenti, guida un’auto biposto sportiva. Conquista quindi in un fiat Jenny, sua madre (ci vuol poco) e persino suo padre, un mollaccione che sembra un duro ma solo quando è difeso dal suo scafandro perbenista.
Da allora, la storia prende tutta un’altra piega, che non vi spiego. Il film è sublime. la storia corre via che è un piacere, lo sceneggiatura è di quelle che solo gli inglesi sanno costruire quando si impegnano, i personaggi sono scolpiti senza esagerazioni, la foto è sorvegliata. E’, questo, un film senza un grinza, nel quale tutti gli attori sono bravi ma dove giganteggia Carey Mulligan, un’attrice strepitosa, a pieno tondo. Per farla passare alla storia del cinema basterebbe la scena in cui, dopo aver letto un indirizzo su una busta abbandonata nel cruscotto di un’auto, si trasforma improvvisamente, da ragazza raggiante, in un pupazzo strizzato. Un film da vedere e rivedere, tanto è pieno di particolari illuminanti, di pennellate chiarificatrici, di dialoghi penetranti, di personaggi intriganti
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“A single man”
di Tom Ford, con Colin Firth e Julianne Moore ***

di Pl. Mag.
Tom Ford, che, per essere libero, ha interamente prodotto con i suoi soldi questo film, non poteva scegliersi un regista migliore. Cioè se stesso. Tom Ford era stato sinora un portentoso stilista. E’ lui che ha rilanciato, per oltre dieci anni, una Gucci che aveva le gomme a terra. E adesso, al primo colpo, dimostra di essere anche un buon regista.
Questo film (trasponendo in pellicola un famoso libro di Christophe Isherwood) si sviluppa in solo 24 ore: l’ultima giornata del protagonista, quella di un professore universitario di letteratura, prima di uccidersi (evento che poi non si verificherà), a otto mesi dalla scomparsa, a causa di un incidente stradale, del suo amico gay con il quale viveva, felice, in coppia.
“A single man” è una sorta di “Anonimo veneziano” dove c’è una coppia gay al posto di una coppia normale e dove uno dei due protagonisti muore all’inizio del film mentre, in “Anonimo veneziano”, scompare alla fine.
La novità del film di Ford è che esso descrive una coppia gay che si comporta assolutamente come una coppia etero. Tenerezze e gelosie (anche retrospettive: “Sei andato da giovane con una donna? Io mai”), leadership e sottomissione variamente combinate, complicità sottili e soprattutto un amore melodrammatico.
Sublime l’incontro del protagonista (impersonificato dall’ingessato Colin Firth) con la sua prima fiamma (Julianne Moore, in un’interpretazione mozzafiato). Firth ha perso il suo amante da otto mesi. La Moore è stata lasciata a piedi dal marito. L’incontro (che per Firth, prossimo a suicidarsi, è una sorta di mesto addio alla vita e all’adolescenza che l’ha preceduta con i suoi sgangherati stupori ma che per la Moore, inconsapevole di ciò che frulla in testa a Firth, è l’ultima occasione per riaccasarsi) dovrebbe concludersi in un bacio appassionato. Ma le labbra di Firth sfuggono a quelle della Moore che, groggy per i troppi brindisi con superalcolici, finalmente riesce ad agguantarle ma non a fenderle.
Del tutto superflua e inutilmente declamante invece è l’orazione a favore delle minoranze, pronunciata in un’aula universitaria dal protagonista che parla delle minoranze, rovistando nella sua erudizione, ma si capisce che, per lui, le minoranze sono solo i gay. In tal modo, Tom Ford introduce una parentesi pedagogica (dal punto di vista delle sue propensioni) che risulta inutilmente declamatoria, spezzando così la narrazione che, sino a quel punto, aveva un passo sciolto e spedito.
Molto efficace invece, soprattutto per il non detto, è l’incontro del professore vedovo con un giovane gigolò, gay e spagnolo che, per consolarlo, dice che sua madre gli ricordava sempre: “Se perdi un amore, non preoccuparti. Gli amori sono come gli autobus. Se ne perdi uno, aspetta un poco che ne arriva subito un altro”.
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paranormal Activity, il film che fa svenire
Allarme per gli effetti provocati dalla pellicola horror: tremori, attacchi di panico e vomito. E polemiche per il mancato divieto ai minori. Il Codacons prepara azioni legali, la Mussolini si appella al ministro Bondi. Che si riserva provvedimenti

di pedro armocida
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AVATAR di James Cameron
con Sam Wartington, Zoe Saltana, Joel D. Moore ****
Visto nel gennaio 2010

di Pierluigi Magnaschi
Questo film non è una moda ma è una rivoluzione. Con Avatar, il cinema volta pagina e il pubblico (specie quello giovane) ritorna, massicciamente, nelle sale restituendo l’ottimismo ai botteghini fin qui anemici. Questo film, lo dico subito, va visto rigorosamente in 3D. Con gli occhialini, dunque. Chi lo vedesse in versione normale (ci sono anche questi masochisti, in giro) assomiglierebbe a colui che, per degustare un vino di gran cru, lo allungasse prima con l’acqua minerale. Gasata, per giunta.
Dal punto di vista della trama il film è poca cosa. In pratica, è solo una grande citazione. In Avatar infatti, ci sono dentro, abilmente miscelati e innovativamente confezionati, i viaggi interplanetari di Odissea nello spazio, gli Apaches di Geronino in Ombre rosse, il comandante pazzo di Apocalipse now e persino un pizzico di Et. Sembra quasi che il regista, nello spalancare, in un sol botto, nuovi percorsi per il cinema del futuro, abbia voluto rendere omaggio, in questa prima occasione, alle pellicole del passato.
Avatar è un film di amore fra un terreste e un’aliena e di lotta fra chi, con la scusa del progresso, vuol devastare l’ambiente e impadronirsi delle risorse naturali (è già successo, sulla terra, con i pellirosse, gli inca, i maja, le tribù africane e cosi via) e chi invece, legato alle vecchie leggende e incorporato da sempre in una natura ostile, ma anche fiabesca e misteriosa, non vuole soccombere alla distruzione pianificata della sua natura e della sua storia.
Avatar usa per la prima volta, e in modo massiccio, le nuove tecnologie digitali che si avvicinano, come logica e natura, a quella straordinaria fabbrica di storie, complesse e perfette, che è il nostro cervello, quando esso sogna. In Avatar nessun animale è impossibile, nessuna pianta non può essere realizzata, nessun paesaggio non può essere costruito. Da una parte, ci sono piante alte come l’Himalaya, uccelli più grandi di un jumbo, fiori enormi pieni di colori sconvolgenti, bestie mai prima immaginate cosi feroci. E, dall’altra, ci sono jet a decollo verticale grandi come interi paesi e versatili nello spazio come le lucciole, quando esse sono libere nella notte; elicotteri che viaggiamo in massa come se fossero sciami compatti di mosche che oscurano il cielo; scavatrici in grado di eliminare un’intera foresta in pochi minuti; immensi robot che vestono i guerrieri che li manovrano dall’interno, facendoli muovere come fossero loro protesi obbedienti.
Nel film ci sono anche delle pagine di poesia sublime come quella dell’abbraccio immenso di uno sterminato gruppo di nativi, in una sorta di infinita sinapsi di corpi, in occasione dell’accettazione del giovane terrestre nella loro tribù. A quel punto, potendo, mi sarebbe scappato, lo ammetto, di intonare un canto gregoriano, tanto era il mio intontito compiacimento e stupore.
Con Avatar infatti lo spettatore resta immerso in una continua stupefazione. A un certo punto, finisce per essere risucchiato nel sogno di Cameron e ha la sensazione di farne parte. E’ ghermito dal 3D che lo avvolge e se ne appropria. Alla fine, stordito, lo spettatore si chiede se il film lo ha visto o anche vissuto o semplicemente, ma anche paradossalmente, sognato, cioè creato.
Avatar, per la cinematografia, è come la scoperta dell’America per la storia del mondo. Si volta pagina. Nulla sarà più come prima.
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“L’uomo nero” di Sergio Rubini
con Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Anna Falchi e Fabrizio Gifuni. *
visto nel gennaio 2010

Da tempo mi propongo di non andare più a vedere i film italiani. Non perché sia esterofilo ma perché, di solito, in Italia, si producono dei film velleitari, quando non film-schifezza. Ma poi il coro entusiasticamente concorde dei critici italiani mi fa tralignare. E sbaglio. Ma, almeno, cerco qui di non far sbagliare i miei lettori, mettendoli sul chi vive.
Basti pensare che questo filmetto, ambientato nella Puglia degli anni Sessanta, è stato paragonato all’”Amarcord” di Federico Fellini che sarebbe come dire che il chinotto è come il Dom Perignon. Del resto, per capire che questo sarebbe stato un film stortignaccolo, sarebbe bastato sapere che in esso recita, si fa per dire, Riccardo Scamarcio, romano de’ borgata. Belloccio da periferia ma senz’arte ne parte. Lui, da solo, a questo film, fa perdere due asterischi. Interpreta il cognato del protagonista. Vorrebbe essere l’insuperabile zio scapolo di Amarcord con la retìna sui capelli. Il regista gli ha messo in faccia un paio di baffetti alla Gaspare Pisciotta e gli ha addirittura detto di imitare la cadenza pugliese che, chiesto ad uno che non conosce nemmeno la cadenza italiana, è un ostacolo insuperabile. E infatti Scamarcio non ne è stato all’altezza.
L’unico che recita alla grande, in questo film, anche se qualche volta oltre il rigo (perché, essendo lui il regista, non c’è nessuno che lo freni) è Sergio Rubini, nel ruolo del ferroviere con sogni di grandezza nel mondo dell’arte. Contrariamente a Woody Allen che sa fare, contemporaneamente, il regista e il protagonista di un film, ma lui è un genio, Rubini cura la sua recitazione ma si lascia sfuggire l’intero film.
Ad esempio, la moglie del ferroviere-pittore, un fallito al cubo con smisurati sogni di grandezza, è Valeria Golino che, pur essendo professoressa, svolge, nel film ed in famiglia, un ruolo da zerbino come se ella fosse una casalinga senz’arte, né parte, né reddito. E che dire del di solito discreto Fabrizio Gifuni che, nel film, ha un solo atteggiamento: contrito e con una ruga di preoccupazione in mezzo alla fronte, qualsiasi cosa debba fare. Insomma, altro che Fellini. E nemmeno Pupi Avati. Un film da dimenticare.
Pierluigi Magnaschi
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“Il nastro bianco”
di Mikael Haneke
con S. Lothar, U. Tukur, B. Klaußner
visto nel dicembre 2009 *****

di Pierluigi Magnaschi
Semplicemente un capolavoro assoluto. Girato in un bianco e
nero antico e modernissimo, con una fotografia sublime,
sorvegliata in ogni dettaglio. La vicenda si svolge in un
villaggio della campagna tedesca alla vigilia dello scoppio
della prima guerra mondiale. Un ambiente povero,
vetero-rurale, dominato in vario modo dalla famiglia
latifondista locale (il barone, la baronessa e il baroncino),
dal pastore protestante rigido come uno stoccafisso, dal
medico condotto tristemente gaudente, dal giovane maestro, a
sua volta vittima di tutti, genitori e ragazzi.
L’ambiente è, all’apparenza, religioso ma, in effetti, è
solo iper-puritano, Ciò nonostante, nelle case perbene si
consumano gli incesti, la gente disperata distrugge i
raccolti degli altri o si impicca in cantina.
Il regista è stato mirabile nel scegliere e usare gli
attori. Davvero eccezionale è stata la sua capacità di far
calare, nella tristezza del puritanesimo d’allora, dei
giovani d’oggi che recitano come se fossero nati cent’anni
prima, con pulsioni soffocate, sguardi torvi, dispettosità
sanguinose, mutilanti rassegnazioni .
Haneke affonda il suo obiettivo in una comunità malata,
sospettosa, chiusa, incapace di amare e di essere amata. Ma,
nel contempo, descrive il più bel primo bacio di tutta
filmografia internazionale. La ragazza intrombonata ma
espressiva, paralizzata dalla paura della novità ma anche
vogliosa di una nuova esperienza, desiderosa di fuggire ma,
nello stesso tempo, intenzionata a restare accanto la
ragazzo che ama, sono attimi di assoluta magia,
indimenticabili.
E che dire dell’ossessiva attenzione nei particolari. Qui
non è come a “Baaria” dove si mostrano, negli anni Trenta,
delle mucche frisone che arrivarono in Sicilia, per la prima
volta, negli anni Sessanta. Qui invece la scena della
trebbiatura è ricostruita con una accuratezza filologica che
mozza il fiato. E cosi il funerale con una povera bara di
allora collocata su una sorta di fragile ed essenziale
traino militare, tirato da un cavallo intirizzito ed
incerto. O l’adolescente riottoso ma con le occhiaie vistose
che, per impedirgli di scoprire la capacità di godere del
suo corpo, gli si legano i polsi al letto durante la notte.
Tutto il racconto ha il passo complessivamente maestoso e
singolarmente dimesso della storia, una sorta di coro con le
preziosità stilististiche di uno Zeffirelli ma senza le
sbavature compiaciute del regista fiorentino. Insomma, un
film che ti riempie la serata ed oltre.
L’ho visto al non mai sufficientemente lodato cinema Mexico
di Milano, una sala di 400 persone. Eravamo tre spettatori.
E poi si dice che è stata Berlusconi a deteriorare il gusto
degli italiani, sottoponendoli al lavaggio del cervello dei
vari reality. Troppo facile, sarebbe. Il guaio è che gli
italiani non sanno di che farsene de “Il nastro bianco” che,
tra l’altro, caso più unico che raro, è stato anche ben
presentato e ben notato dalla critica e dai giornali.
Peccato: per gli italiani, dicevo. Non sanno che cosa
perdono.
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“Julie and Julia”
di Nora Epfron’s
con Marykl Streep, Amy Adams e Stanley Tucci
visto nel dicembre 2009 *

di Pierluigi Magnaschi
Immaginate di avere a disposizione una pista di decollo aeroportuale lunga venti chilometri e di osservare su di essa un aereo che tenta di prendere quota. Si alza di dieci metri e poi, sempre rollando, tocca il terreno. Quindi si alza ancora un poco per poi ritoccare la pista e cosi via sino alla fine dello spazio a disposizione. E’ questo l’andamento di questo film senza capo nè coda, devastato dal primodonnismo della sua pur bravissima protagonista che, proprio per questo, dovrebbe essere tenuta a briglia corta da un regista che se ne dovrebbe strafottere della sua pur giusta fama. E questo non è il caso, purtroppo, di Nora Epfron’s.
Per vedere come si deve dirigere un’attrice fuoriclasse come la Streep, basterebbe vedere come l’ha diretta il quasi novantenne Robert Altman nel film “Radio America” (che consiglio a tutti coloro che non lo hanno visto a suo tempo). Tanto per cominciare, per far subito capire chi aveva la briglia in mano, sulla locandina del film compare, in caratteri cubitali, solo il nome e il cognome del regista. Poi, gli attori sono dati in corpo piccolo e in ordine alfabetico per cui la Streep si trova al nono posto sui dieci attori citati. Tanto per lanciarle un acconto di messaggio. E per dirle che lei sarà anche brava ma che, questo film, è di Altman ma non della Streep e quindi, se vuol recitare qui, le regole le dà Altman e la Streep le esegue.
Non a caso “Radio America” è un film corale, dove i gigioni (o le gigionesse) se ci sono, hanno perso la cresta e dove la Streep, adeguatamente guidata (e implicitamente ridimensionata) da Altman ha dato una prova sublime della sua bravura di attrice. Tutto l’opposto di quanto si è verificato in “Julie and Julia” un film noioso, con una recitazione quasi costantemente sopra il rigo da parte dell’onnipresente Maryl. Ottima invece la recitazione, composta e misurata, di Stanley Tucci che gioca sempre di rimessa, sottomesso ed ammiccante. In sintesi, però, un film da lasciar perdere.
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“A Christmas Carol 3D”
di R. Zemeckis con Jim Carrey
visto nel dicembre 2009 ***

di Pl. Mag.
Grazie a un orario di programmazione sbagliato e a una nipotina che voleva vedere questo film (“se non fa paura” era stata la sola sua raccomandazione) ho visto questo film due volte. La prima, in versione normale e la seconda in 3D con tanto di occhialini sui miei normali occhiali da vista. Non era il massimo della confortevolezza. Ma ne valeva la pena.
Ho cosi potuto constatare che non si può vedere nella sua versione normale, un film nato in 3D. Sarebbe come assistere a un “Aida” di Giuseppe Verdi suonata da un’orchestra di quattro strumenti. L’Aida non è un’opera da salotto e, quando viene suonata nei salotti, fa una brutta figura.
Il mio giudizio su questo film, passando dalla visione piatta a quella in 3D, è completamente cambiato. La visione piatta merita un asterisco. Quella in tre D ne merita tre, di asterischi.
La versione in 3d è fantastica. Utilizza strumenti visuali straordinari. Contiene una visione dall’alto, ma anche vissuta, della Londra dikenseniana, piena di edifici meravigliosi e di una miseria diffusa.
Nella pellicola, i personaggi sono delineati fin nei loro più estremi dettagli. Il dialogo è sorvegliato. Le infinite risorse tecniche consentono dei virtuosismi che, alle volte, sono eccessivi perché fini a se stessi e destinati solo a stupire. Nel complesso, però, lo spettatore viene coinvolto nella vicenda. Si immerge nei fiocchi di neve che cadono silenziosi, avanza con precauzione sulle piste ghiacciate che si trovano nelle vie della Londra di un tempo, entra nei visi dei protagonisti, ne scruta la pupille, viene coinvolto nelle barbe. Insomma, un film coinvolgente, tristissimo, alle volte disperante, ma anche con un happy end, un lieto fine.
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“Welcome” di P. Lioret
con V. Lindon, F. Ayverdi, A. Wyner
visto in dicembre 2009

di Pl. Mag.
Se i film si giudicano sulla base della nobiltà (o altruismo) dei temi trattati, questo è un gran film (come molti critici si sono sbracciati a dire). Da questo punto di vista però anche il telefilm di Mediaset su Borsellino, è allora un grande film. Se invece i film si giudicano, come io credo, in base al modo con il quale essi riescono a raccontare una vicenda, allora questo è solo un telefilm di qualità superiore.
La storia è presto raccontata. Un giovane iracheno vuol arrivare a Londra per raggiungere la sua fidanzata araba e diventare un grande giocatore di calcio. Dopo un viaggio durato tre mesi, fatto in gran parte a piedi, si trova al Pas de Calais nel punto della costa francese dal quale si staccano i traghetti per l’Inghilterra. Gli va male il primo viaggio su un camion. Viene scoperto e respinto. Allora si mette in testa di ritentare l’avventura attraversando a nuoto la Manica. Si icrive a una piscina per addestrarsi. Qui conosce un trainer che lo allena ma anche lo sconsiglia. Un certo giorno, incurante degli avvisi alla prudenza, il giovane iracheno si getta in acqua. Le sequenze più belle, emozionanti e coinvolgenti sono quelle di questa traversata a nuoto, dell’incontro con una motonave della polizia costiera inglese. Pagine toccanti, di grande capacità tecnica, che ti fanno sentire a fianco di chi sta lottando contro forze enormemente più grandi di lui, piccola virgola umana trascinata dalle correnti. Per il resto, siamo in pieno telefilm di qualità. Nulla di più. Altro che.
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“Nemico pubblico”
Regia di M. Mann, con J. Deep, C. Bale, M. Cotillard
visto in novembre 2009 **

di Pierluigi Magnaschi
Di bello, questo film, c’è il manifesto e gli ultimi cinque minuti cioè l’uccisione del bandito Dillinger e il colloquio, fatto di niente, da parte di uno dei poliziotti che gli ha sparato, con la fidanzata del bandito. Un po’ poco per dargli quattro asterischi come ha fatto la compagnia di giro dei critici italiani, quelli con il bollo doc che assicura loro la libertà di prendere per il naso gli spettatori che, dando lavoro a loro, meriterebbe un po’ più di rispetto da parte loro.
Il film è sontuoso, intendiamoci. Non ci manca nulla. La fotografia accurata, il montaggio nervoso, i caratteristi insuperabili, la larghezza di mezzi inconsueta anche negli Usa, l’accuratezza millimetrica delle ricostruzioni d’epoca. Gli ingredienti, ripeto, ci sono tutti. Ma, come a volte capita, la maionese non prende e gli ingredienti restano sparsi sulla tavola, senza forza vitale. Il copione infatti non lievita. Resta piatto come la sfoglia di una delle pizze moderne, anemiche di cereali, per celiaci e simil-tali o per inappetenti. Peccato. Ma se serve a qualcuno, un consiglio lo do. Non vale la pena di sprecare un dopo cena con questo film che non mantiene alcuna delle sue promesse.
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“Basta che funzioni”
Regia di W. Allen con L. David, E.R. Wood, H. Cavill
visto in novembre 2009 ****

Una commedia bellissima nella quale Woody Allen si limita a fare il regista e non compare mai come attore. Una commedia che poteva risultare ingessata, avendo essa un’impostazione teatrale che si sviluppa in interni percorsi da una cinecamera svogliata, che riprende le scene facendo pochi movimenti. Il film poi si avvale anche di un montaggio placido come il fiume Po quando non è in piena.
Ma gli attori sono superlativi ed il testo è entusiasmante. Lo spettatore continua a sorridere (non a ridere; non è un cine-panettone, questo) per tutta la durata del film.
Il film racconta delle storie di un’America in movimento nella quale pensionati alla ricerca di nuovi riconoscimenti snobisticamente aborriti, si mischiano a teen agers frastornate, dove fanatici del rigore morale scoprono i piaceri della carne, e dove rigoristi sessuali si placano in una omosessualità giocosa ed esplicita, ben diversa da quella implicita e nascosta a loro stessi che li inseguiva e che loro credevano di dover combattere negli altri.
La New York sofisticata, ombelicale, incazzata ed, ogni caso, alla ricerca di rivincite che non si ammettono ma che si rincorrono, si mischia con gente della provincia, un po’ naїf , impaurita da tanta libertà ma anche pronta a tuffarcisi dentro, tagliando spensieratamente tutti i ponti vetero rurali lasciati alle spalle verso un futuro ignoto ma anche più promettente, privo di cilici, leggero, fatuo se vogliamo, ma anche spensierato. Bellissimo, sul serio, questo film. Una boccata d’aria fresca da rivedere in versione originale.
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“L’uomo che fissa le capre”
Regia di G. Heslow con G. Clooney, E. McGregor, K. Spacey
visto nel novembre 2009, *

Un film da evitare accuratamente. Disintegrato narrativamente. Stupido come una capra, appunto. Il titolista mi aveva ammiccato ma io non avevo capito l’antifona. E ben mi sta, anche perché, nonostante la desolazione di questa pellicola, me la sono sorbita fino all’ultimo, in attesa e con la speranza di intercettare verso la fine un barlume di interesse che non ho trovato nemmeno nei titoli di coda. Encefalogramma piatto, filmicamente parlando. E pensare che questa combriccola di sciamannati famosi ambiva rinverdire i fasti anti-militaristici di “Comma 22”. poveretti.
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“I racconti dell’età dell’oro”
film ad episodi diretto da cinque registi rumeni
visto nel novembre 2009 ***

Un film sul regime di Ceausescu, girato dopo che dittatore era stato fatto fuori e la scalcagnata Romania (miracolo!) era stata indegnamente ammessa a far parte della Ue. Immaginiamo come, in Italia, i cinematografari nostrani avrebbero affrontato storie parallele riguardati il regime fascista dieci anni dopo che questo era spirato. Gli episodi sarebbero stati di livorosa denuncia. Il regime e i suoi gerarchi sarebbero stati descritti come il male assoluto, demoni più che uomini con tutte le loro debolezze.
I registi di queste cinque storie invece raccontano i rumeni come essi erano sotto la dittatura comunista. Con gerarchi modesti, cittadini disorientati e impauriti ma in maniera normale, umana. Una comunità di poveracci, annegati nella confusione organizzativa, tramortiti da vociferazioni prive di senso, sopraffatti da ordini e contrordini. Un film, questo, che sa di vita, di precarietà, di confusione, di miseria. Una miseria mai gridata, bensì solo esposta, descritta, mostrata. Un film di immagini, di facce, di interrogativi, di silenzi ma anche, di tanto in tanto, di gioia ritenuta o sottilmente beffarda. Un film disseminato di non sense che invece spiegano tante cose. Un film povero di mezzi ma ricchissimo di idee. Un film dolente, mai arrabbiato. Un film a-ideologico, senza idoli da abbattere. E questo perché, questi registi (dei quali non so nulla ma dei quali vorrei sapere tutto) di idoli ne hanno visti tanti e, a una certo punto, hanno anche temuto che potessero sopravvivere a loro. E quando questi idoli hanno mollato la presa, loro non hanno soffiato nelle trombe di Josafat dell’indignazione postuma e senza rischi ma si sono guardati in giro, tra tanta miseria e tra progetti nani ma che il regime viveva come se fossero gigfanteschi. E ci hanno portato in giro con loro a vedere quella desolazione silente. Che vale imprecare?. Grazie.
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“Baaria”, di Giuseppe Tornatore
con Francesco Scianna,
Margareth Madè, Angela Molina.
Visto nel settembre 2009

di Pierluigi Magnaschi
Non ho mai visto, al cinema, una cosi grande differenza fra i risultati
e le attese. Queste ultime erano state pompate, negli ultimi due anni,
con pagine intere, dai quotidiani italiani, sapientemente mobilitati,
bisogna pur dirlo. I deludentissimi risultati si possono vedere sugli
schermi in questi giorni.
“Baaria” l’ultimo film di Giuseppe Tornatore è un
fallimento colossale, decisamente imbarazzante. Se non è stato
premiato a Venezia, non è perché, come è stato
ripetutamente scritto su vari media, “Baaria” è stato
lodato dal suo produttore, Silvio Berlusconi, al quale, evidentemente,
nel suo particolarissimo regime dittatoriale, è consentito solo
dare i suoi soldi, moltissimi nel caso di “Baaria” (25
milioni di euro) ai cinematografari italiani.
La giuria del Festival del cinema di Venezia ha invece lasciato a
secco di premi Tornatore perché, è del tutto evidente,
che va bene essere politicamente orientati, ma che anche c’è un
limite a tutto. I giurati di Venezia non potevano, non potevano proprio,
permettersi di premiare una regia caotica, confusa, vuotamente
caleidoscopica come quella fatta da Giuseppe Tornatore in “Baaria”.
Essi debbono essersi detti: “Salvatores è un amico
ma anche noi abbiamo una faccia. Più di tanto, non si può fare”.
Allora, tanto valeva dare il leone d’Oro a Citto Maselli, un
altro inconsistente beneficato dal regime dittatoriale di centro destra
(un milione di euro di contributi pubblici) .
Non è che Giuseppe Tornatore sia un cattivo regista. Per farlo
passare alla storia del cinema basterebbe il suo “Cinema Paradiso”.
Il fatto vero è che Tornatore non aveva (e non ha) il fiato
per realizzare un film presuntuoso come “Baaria”. Sarebbe
come incaricare Lucio Fontana, il pittore dei “tagli”,
di affrescare la Capella Sistina. Fontana, non c’è dubbio, è stato
un grande pittore ma, nella Capella Sistina, si sarebbe perso.
Lo stesso è capitato a Tornatore che si è perso, lui
eccelso specialista di bozzetti intimistici, in una sorta di presuntuosa
storia d’Italia del secolo ventesimo nella quale, a secco di
un’ispirazione vera, per realizzarla si è appoggiato,
quì a Federico Fellini e là a Luchino Visconti, là ancora
a pupi Avati in un miscuglio grottesco di citazioni fra di loro incompatibili:
sarebbe come mischiare la Coca cola con l’aranciata e il tamarindo,
tre bibite ottime, se bevute separatamente, ma imbevibili se mischiate
assieme.
La strage di Portella della Ginestra che, in altri film in bianco
e nero e con pochi mezzi degli anni Sessanta, aveva assunti le connotazioni
di una tragedia corale e disperante, nella quale terra e uomini erano
coinvolti, nelle sequenze di “Baaria” assomiglia all’asettico
ed esagerato spostamento delle masse in qualche versione eccessiva
dell’Aida all’Arena di Verona. C’è gente che
corre di è di là, bandiere rosse al vento, campieri a
cavallo sulle coste come se fossero degli apache, vallate arse che
non finiscono più. Ma manca il pathos, la tragedia, la rabbia,
la disperazione, l’impotenza. Tutto è Carosello. A colori.
Robetta anabolizzata da vedere con noia e passar presto via.
Il guaio maggiore di Giuseppe Tornatore in “Baiaa” è stato
quello di disporre di 25 milioni di euro che la produzione gli ha troppo
generosamente e troppo incautamente messo a disposizione. In
quello malloppone di euri, Tornatore, ci è annegato. Ha ricostruito,
non si sa perché, l’intero corso di Bagheria in Tunisia.
E ne è rimasto prigioniero.
Avendo realizzato in Tunisia un corso di Bagheria che assomiglia a una
sorta di via dei Fori Imperiali, Tornatore non poteva che utilizzarlo
intensamente, nel corso del suo film, facendoci correre (e scorrere)
di tutto. Dal bambino che, per andare a prendere un pacchetto di sigarette,
corre, a passo da centometrista olimpionico, lo spazio di una maratona.
Corre cosi forte e cosi a lungo che, al pari di un jet, a un certo
punto, non poteva che decidersi di prendere il volo. Cosa che regolarmente
avviene.
Nell’infinito corso di cartapesta scorre anche una processione
religiosa, senza capo né coda con la narrazione, con migliaia
di comparse che, alla fine, viene dispersa (fra bagliori accecanti
di lampi e fuochi d’artificio che nemmeno in Iraq) da una pioggia
torrenziale che, in Tunisia, deve essere costata l’iradiddio.
Nella via principale di “Baaria” recita anche un federale
fascista che, impettito, la percorre tutta come se fosse un disco rotto
(volevo gridare: ‘a Giusè, ho capito che cosa volevi dire,
smettila e passa ad altro) seguito da un antifascista (?) che, alle
sue spalle, esibisce e mette in vendita le sue sterminate luganeghe
e poi, dopo questa infinita sequenza, il venditore ambulante di insaccati
di maiale, non viene bastonato dagli uomini della milizia nel frattempo
incrociati (come sarebbe regolarmente avvenuto, a quei tempi) ma viene
addirittura alzato da terra da questi ultimi e portato via, rigido
in piedi, ma staccato dal suolo, in una sorta di trionfo, come se fosse
la statua pateticamente dondolante di San Rocco, patrono degli animali
da cortile.
E che dire della storia del protagonista principale del film, un povero
pastorello, privo di tutto, gettato fuori dalla scuola elementare come
se fosse uno scarto umano, avviato sui monti quando aveva meno di dieci
anni, costretto dalla fame ad emigrare in Francia (da dove, però, stranamente,
scriveva alla moglie, che è più bella dell’ultima
miss Italia, delle lettere nelle quali spiegava che andava al cineforum
una volta alla settimana) e che poi, tornato in Sicilia, trova il suo
riscatto nella vita politica, aderendo al Pci, nel quale diventa un
leader locale e poi sale fino a coronare il suo sogno borghese, accontentando
le speranze del vecchio padre e annunciandogli, sul suo letto di morte,
che è riuscito finalmente a farsi candidare alla camera dei
deputati.
Se fossi in vecchio militante del Pci siciliano mi sentirei offeso
da questa storia. Per Salvatores di “Baaria”, il mezzo
più rapido per passare, nel giro di pochi anni, dall’indigenza
all’agiatezza e, dall’aperto rifiuto alla piena considerazione
degli altri, nello scorso secolo, in Sicilia, era quello di aderire
alla mafia o di militare nel Pci. Potrà anche essere stato vero,
ma è sicuramente imbarazzante vederselo spiegare in modo cosi
diretto e ultimativo.
“Baaria – Storia della repentina trasformazione di un
pastorello in un borghese grazie al Pci”. Questo è il
titolo rivisitato ma veritiero per tenere conto dell’effettivo contenuto
del film di Tornatore.
In un film cosi sgangherato non potevano mancare anche un sacco di
errori che farebbero andare in brodo di giuggiole il mio amico Mauro
della Porta Raffo che, di professione, fa il collezionista di svarioni.
Ad esempio, la mucca che veniva trascinata nel solito viale per poter
mungere in diretta nel bidoncino del cliente il latte necessario è di
razza frisona, quella a macchie bianche e nere. Una razza che, alla
fine degli anni Trenta, era totalmente sconosciuta in Sicilia. I carabinieri
poi portano delle divise che sono del tutto incompatibili con gli anni
nei quali essi compaiono. E cosi via. Insomma, per concludere, “Baaria” un
film da dimenticare.
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“Baby Mama”
regia di M. McCullers
con D. Shepard, T.
Fey, A. Poehler, S. Weaver
*** visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi
Chissà quali sono i criteri adottati dai distributori italiani
per far raggiungere le sale dai loro film. Se avessero un criterio,
ma non ce l’hanno, evidentemente, questo film avrebbe dovuto
essere proiettato nell’alta stagione e non adesso che nelle sale
ci sono solo pochi zombi.
Questo infatti è un gran bel film. Gradevolissimo, interpretato
con soave leggerezza da attori smaliziati e che si prestano docilmente
a una regia smagata anche quando, specie sul finale, il film perde
un po’ di ritmo e di imprevedibilità.
Con tutti i limiti dell’esempio che farò fra poco, si
può dire che “Baby Mama” è un film alla Frank
Capra dei giorni nostri, girato a colori e immerso, non più nella
società casa-lavoro-chiesa degli Usa alla Norman Rockwell, tutta
tacchini da thanksgiving e bandiere a stelle e strisce da far sventolare
ovunque nel mondo (per difendere, ovviamente, i valori della democrazia
e della liberta, oh, yes) ma nell’America di oggi, supercapitalista
e tecnologica, dove tutto, anche gli affetti, sono ridotti a processi “no
problem” grazie al consulente di turno che, di solito, vende
soluzioni che lui, senza ammetterlo, non riesce a far funzionare per
se stesso.
Ma oggi gli Usa non sono più quelli degli anni Trenta anche
se le radici di quella società fra le due guerre, alimenta tutt’ora
questo grande paese. Oggi infatti le donne di New York non vogliono
più sposarsi quando sono adolescenti ma vogliono fare studiare,
far carriera, realizzarsi o anche, molto più semplicemente,
divertirsi.
Ma per salire nella gerarchia aziendale debbono concentrarsi
sullo studio e sul business. In tal modo però gli anni
passano in fretta fino a che, a un certo punto, improvvisamente e disperatamente,
si mette a suonare l’orologio biologico che, per reconditi motivi, è restato
nascosto dentro la psiche di ogni donna, in attesa, se non rimane incinta
prima, di esplodere all’ora x.
Un’orologio che fa vedere, alla protagonista di questo
film, un intero e austero consiglio di amministrazione che si
trasforma improvvisamente in una serie di neonati con i gomitini
sull’enorme tavolo della riunione o che fa andar giù di
testa la donna in carriera quando, sull’ascensore affollato che
la porta a una riunione cruciale, si trova davanti a un bambinello
che sbuca, stralunato, dalle spalle di una mamma con il look da addetta
alle pulizie e che la donna in carriera, incomprensibilmente per lei,
vorrebbe rubare o forse anche, non vista dalla mamma, si accontenterebbe
di mettere, furtiva e per un attimo, le sue dita sulle ditine del neonato.
Ma l’età della donna in carriera, complice anche un utero
dall’architettura imprevedibile (probabilmente ridotto così da
delle pillole “contro le antiestetiche macchie della pelle” prese
da sua madre svampita, quando era incinta) rende tutto più complicato.
Da qui la decisione di scegliere un utero in affitto, anche se, a
questo, resta inevitabilmente appiccicata anche una donna reale, in
carne ed ossa, con tutti i i suoi problemi. Una donna che è felice,
anzi felicissima, di essere strapagata per la sua prestazione inconsueta
ma che si accorge anche di avere delle pulsioni non tacitabili con
il denaro.
Le visite scientifico-ginecologiche con asettici elmetti da minatore,
siringoni impressionanti e spermatozoi seguiti, uno per uno, nel loro
incerto e difficile cammino, in diretta attraverso lo schermo di un
apparecchio tv, sono tragicamente esilaranti.
La società che intermedia tra le donne che vogliono un affittare
un utero e quelle che lo cedono in affitto sono più efficaci,
glaciali, perfette e sterili di una sala operatoria di un centro cardiochirugico.
Il film descrive, con levità ed umoprismo, un sistema disperato
e disperante costruito però con grande professionalità che
funziona solo con molti soldi perché i soldi sono un gran lubrificante
che fa superare anche gli intoppi più aggrovigliati. O forse
no…
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“Look Both Ways – Amori e disastri”
regia
di W. Mclnnes
con J. Clark, A. Hayes
* visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi
Avrei voluto vedere questo film in una sala di Napoli, ammesso che
esso sia stato proiettato anche in questa città, il che ne dubito.
Ma se fosse stato proiettato, gli spettatori, per tenere a bada il
malocchio incorporato in questo film, si sarebbero dotati di un corno
rosso scuro monumentale, alto almeno un metro, da tenere abbracciato
come Asterix fa con i dolmen.
Questo infatti è un film programmatico sulla sfiga, popolato
da persone alle quali non ne va mai bene una. Non so come sia
venuta in mente un’idea del genere. Va bene che le idee scarseggino
e che i film prodotti siano tanti. Ma dovrebbe esserci un limite.
Il regista ha scambiato l’originalità per l’assoluta
stravaganza. E i nostri critici, assetati di nuovo purchessia, ci sono
cascati dentro a piedi uniti, intravedendo, in questo film, delle profondità che
in esso non ho assolutamente riscontrato. Both ways, appunto, cioè sia
che lo guardassi da una parte o dall’altra, di sopra o di sotto.
Cosi, dopo averlo guardato e riguardato ho deciso che forse era meglio
che andassi a fare quattro passi in Galleria. Se il film non si è ripreso
nella seconda parte del secondo tempo, è una grande bojata.
Che stupisce solo coloro che sono disposti a stupirsi. Che poi sono
gli stessi che se una cosa non la capiscono o un film non sta in piedi,
vanno in brodo di giuggiole. Beati loro. Prosit.
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“I love radio rock”
regia di R. Curtis
con P.
S. Hoffaman, E. Thompson, K. Branag
***, visto nel luglio
2009

di Pierluigi Magnaschi
Questo film racconta un’avventura avvenuta negli anni Sessanta.
Un’avventura di note e di onde ertziane. Fatta da dei giovani
corsari eccentrici, e alle volte un po’ fumati, che navigavano
a zonzo nel Mare del Nord, al largo delle coste inglesi, per inondare
illegalmente di rock ‘n roll le stanze dei teen ager inglesi
affamati di nuovo e delusi dai media allora operanti in Gran Bretagna.
L’equipaggio è composto da stravaganti, disarcionati
dalla realtà e alla ricerca di sogni. Naturali o, diciamo cosi,
incentivati. Ragazzi contro il sistema o, molto più semplicemente,
a-sistema. Che vivono alla giornata e che, dotati di buona tecnologia,
se ne impippano delle regole assurde ancora vigenti nel loro paese
d’origine a proposito di trasmissioni radiofoniche (“no,
non c’è solo la Bbc”) e di diritti d’autore.
Sulla nave pirata vivono dei pacifici anarchici rock che vivono alla
giornata. Li sostengono centinaia di migliaia di fans, in crescita
esponenziale, che sperano che la navigazione, e soprattutto la trasmissione,
non sia interrotta. Li contrastano invece il governo inglese nel suo
insieme e soprattutto un ministro delle telecomunicazioni sessuofobo
e risoluto a “spegnerli, quelli là”, interpretato
stupendamente da un Kenneth Branagh in gran forma.
In mezzo a tanti tipi eccentrici e a ragazze strapalate e sfatte,
il film gronda di canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera
degli anni Sessanta nel mondo intero. Sono gli anni dei Beatles, di
Twiggy (“legnetto”) e della minigonna. “I love
radio rock” è un film leggero, frizzante, garbato, ironico,
scoppiettante, pieno di innocente pazzia. Un film che strizza l’occhio
agli spettatori. E li fa divertire. Una sola avvertenza: chi
non ama il rock è pregato di astenersi (dal vederlo).
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“Uomini che odiano le donne”
regia di N. Arden Oplev
con
N. Rapace, M. Nyquist, L. Endre.
***, visto nel luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi
Il film è tratto dal primo volume della trilogia scritta dallo
svedese Stieg Larsson che porta lo stesso titolo. Il libro è di
grande successo. Ha venduto moltissimo nel mondo e in Italia. E, ciò nonostante, è un
bellissimo libro che ti cattura in un vortice di interesse. Per non
tirarla troppo in lungo consiglio quindi sia la lettura del libro,
che la visione del film.
Il libro è bellissimo, ripeto. Il film lo è, addirittura,
un po’ di più. E’ stupefacente che un paese, la
Svezia, appunto, che ha solo 7 milioni e mezzo di abitanti (poco più di
quella della sola Lombardia e un nono di quella italiana) sia in grado
di esprimere una cinematografia di questo spessore, maturità e
godibilità.
I nostri orfani del Fus amputato, quelli che strepitano come cornacchie
spennacchiate davanti a Montecitorio, dovrebbero fare un salto in Svezia
per scoprire come si realizzano film destinati a fare il giro del mondo
e che, pur essendo ambientati in uno specifico contesto nazionale,
non siano borgatari come la maggior parte dei film italiani, incapaci,
non dico di superare le Alpi, ma nemmeno di essere in grado di oltrepassare
l’Appennino tosco-emiliano. Uguali come le caramelle mou. Insapori
come la liquerizia arrotolata in strisce.
Questo è un giallo-pretesto. Non vive di plot ma di atmosfere.
Non si nutre di azioni e di ribaltamenti narrativi ma di facce e di
personaggi. Questo film, più che proporsi di trovare una giovane
scomparsa nel nulla, vuole descrivere, dall’interno, una grande
dinastia industriale, tenuta assieme da un patriarca che riesce ancora,
anche se con immensa fatica, a tenere a bada gli appetiti di una infinita
e vorace parentela che si incontra solo in occasione dei bilanci, per
apprendere che cosa gli verrà in tasca.
Uniti dai dividendi e divisi da tutto il resto. Fratelli coltelli.
E cognate ancor peggio. Una storia svedese, certo, ma anche universale,
come del resto si sta vedendo da noi, in Italia, in occasione del processo
in corso a Torino per la divisione dell’eredità lasciata
da Gianni Agnelli.
Il film, condotto con mano sicura da un regista straordinariamente
dotato, si avvale di attori rodati e di riprese smaliziate che attribuiscono
al film uno spessore notevole ed una grande impatto emotivo. I personaggio
chiave e quelli collaterali sono ben sbalzati e si impongono con la
forza della loro depravata soddisfazione. “Sazi e disperati” come,
qualche anno fa, il vescovo di Bologna diceva dei suoi concittadini.
Un percorso rigoroso fra le macerie di un ceto che passa per essere
dirigente e che invece, quando va bene, è solo digerente. Che
vive alla giornata, nutrito di noia e di invidie. Questo è però non è un
film denuncia. Non tesse invettive, non lancia proclami. Descrive solo
personaggi e situazioni. E, cosi facendo, denuncia come nessun savonaroloniano
potrebbe fare.
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“Angeli e demoni”
di R. Howard
con T. Hanks, E.M.
Gregor,
visto nel luglio 2009 ***

di Pierluigi Magnaschi
Tutti i critici hanno snobbato questo film. Il voto, in termini di
asterischi, è stato di due. Io gliene dò tre. E consiglio
chi ha voglia di passare un paio di ore gradevoli di andarlo a vedere.
La storia, intendiamoci bene, è ridicola. Come, del resto,
lo sono tutte quelle che affondano nei misteri improbabili e comunque
non dimostrati e che quindi sono, in pratica, delle barzellette storiche.
Insomma anche questo film è una sorta di Harry Potter
vaticano con, in più, rispetto ad Harry Potter, ha la pretesa
di essere creduto come portatore di una imbarazzante verità storica.
Quest’ultimo atteggiamento, a dire il vero, è più del
libro di Dan Brown che non del film.
Detto questo, la storia è narrata con immensi mezzi
e una grande maestria cinematografica, espressione di un artigianato
sublime. Nulla è lasciato al caso. I dettagli sono curati fin
nelle più recondite sfumature. E non certo per un vizio calligrafico
ma perché il vero, come al solito, sta nei dettagli che sono
stati scelti, evidenziati, valorizzati.
La Roma papalina di questo film è più vera del vero.
Gli scorci, le luci, le riprese che si vedono in “Angeli e demoni” stupiscono
anche un italiano come me che, in questi ambienti, ha vissuto a lungo,
con gli occhi spalancati perché ne rimaneva ogni volta affascinato.
Certo, il film racconta (e fa vedere) anche delle balle sesquipedali
come, ad esempio, la vasca della fontana dei Quattro fiumi del Bernini,
in piazza Navona, come se fosse profonda una ventina di metri anziché 80
centimetri. Ma le sculture del Bernini, riprese da angoli inconsueti
e ritratti nella loro assoluta magnificenza, esaltata da un’illuminazione
magistrale, sono da manuale.
E che dire della processione in piazza San Pietro con il papa morto
portato a spalla? Essa, come tante altre sequenze, è stata ricostruita
in studio e, in parte, è stata saccheggiata di nascosto perché il
Vaticano, per paura - di che? – non aveva consentito che
la troupe di Ron Howard girasse esplicitamente nessuna sequenza entro
le mura della Stato pontificio. La faccia del Papa defunto è ultramorta.
Il cadavere del Papa domina una piazza gremita di fedeli che sono contenuti
dalle due gigantesche braccia del colonnato del Bernini. Il feretro
scoperto avanza dondolando sotto il ritmo del passo di coloro che lo
portano sulle spalle. Sono sequenze di grande suggestione, anche emotiva
che consentano di vedere la presa della morte che si scioglie nella
certezza della continuità del papato..
Il regista, nonostante che sia americano, coglie la differenza intima
fra i carabinieri normali che stazionano nella piazze e i carabinieri
dell’antiterrorismo. I primi sono dei fratelli maggiori, dediti
ma anche sprovveduti, che si lasciano falciare senza accorgersene.
I secondi invece sono rapidi, efficaci, organizzati, puntuali e aggressivi.
Stupenda (e verissima) è la recitazione del capo svizzero tedesco
delle guardie pontificie ed è anche molto efficace il ruolo
delle guardie svizzere che, sullo sfondo del loro capo, recitano
silenziose la loro parte essenziale, senza mai apparire in primo piano.
Naturalmente le corse contro il tempo fra una chiesa e l’altra,
i caroselli in macchina nei vicoli di Roma, gli inseguimenti a piedi
col cuore in gola fra i cunicoli sotterranei e sulle mura di Castel
Sant’Angelo, assieme all’esplosione in cielo di un elicottero
che si disintegra in mille luci e colori su piazza San Pietro come
se fosse il botto finale di un immenso spettacolo pirotecnico, fanno
parte dello spettacolo che, essenzialmente, si propone di stupire.
E ci riesce. La conclusione? Volete passare due ore divertendovi e
beandovi del bello di Roma che cosi non vedrete mai andando a Roma?
Andate a vedere questo film, fatto da gente che non passerà alla
storia ma che sa recitare e girare come Dio comanda. Oh, yes.
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“Questione di cuore”
di Francesca Archibugi
con Kim Rossi
Stuart , Antonio Albanese, M.Ramazzotti.
visto nell’aprile 2009 **

di Pierluigi Magnaschi
C’è qualcosa che non va. Non capisco infatti come la
critica italiana, quasi unanimemente, abbia attribuito a questo film
modesto e non riuscito di una regista di talento, addirittura quattro
asterischi. Mi viene il dubbio (che subito respingo, però) che
chi ha giudicato in questo modo il film di Francesca Archibugi non
l’abbia visto e si sia fidato del nome della regista che infatti,
merita quella considerazione e quel rispetto che si è guadagnata
grazie ad alcuni suoi bei film precedenti.
A dimostrazione che la regia di questo film è svogliata è la
circostanza che l’unico attore che recita in un modo straordinario è il
superlativo Kim Rossi Stuart mentre Antonio Albanese, sempre
gradevole, si limita a recitare se stesso. Il primo recita
bene perché è uno
straordinario attore. E il secondo recita solo se stesso perché non
ha trovato una regista che ha saputo tenerlo in pugno.
Per non parlare delle figure di contorno, rese bozzettisticamente
in un contesto all’amatriciana che comincia a diventare rancido,
tanto è ripetitivo.
Rossi Stuart dicevo che, in questo film, si conferma
come il miglior attore italiano della sua generazione. Mentre
Albanese recita la parte di un infartuato che giace in terapia
intensiva ma
che è anche incomprensibilmente vispo come un fringuello (perché Albanese è fatto
cosi; e, recitando se stesso, da sano, non poteva che recitare
cosi) Rossi Stuart recita in modo sublime il suo ruolo esprimendo
fino in fondo lo smarrimento dell’infartuato nel pieno dell’età.
Uno smarrimento fatto di sofferenza ma soprattutto di paura
che l’infarto
si ripresenti e finisca per avere la meglio.
Da qui l’occhio smarrito, i lineamenti tirati, il pensiero altrove,
anche quando parla di cose precise. Si capisce che le parole
di Rossi Stuart vanno in una direzione, mentre il subbuglio delle
sue paure e delle sue angosce va in tutt’altra direzione. In
mezzo a questo groviglio di emozioni c’è un giovane che
non è più giovane. Che si prepara al peggio. Che si estranea
a tutto anche quando, una volta dimesso, riscopre la sua professione
tanto amata.
Il resto è paccottiglia, cinematografia acquarellata,
dove tutto è banale, risaputo, convenzionale, ovvio. L’Archibugi
tenta di tirare dentro in questo film, che dispone di una
storia che sarebbe bastata a se stesso, anche bolsi temi sociali
(proprio perché accennati
e non affrontati) come la multietnicità crescente di Roma, gli
scontri fra immigrati, l’insofferenza del popolino (o popolaccio)
romano contro questi nuovi arrivati. Insomma “Questione di cuore” è un
film mancato. Conclusione? Due asterischi sono anche troppi.
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“VINCERE” di Marco Bellocchio
con G. Mezzogiorno, F.
Timi, F. Russo.
Aprile 2009 ****

di Pierluigi Magnaschi
Non avendo visto gli altri film in gara al Festival di Cannes, non
posso dire se “Vincere” di Marco Bellocchio meritasse o
meno la Palma d’oro. Di certo, però, questo è un
gran bel film. Escluso “I pugni in tasca”, il suo film
d’esordio che resta insuperabile per la sua strepitosa
carica dissacrante che esso manifestava al tempo del suo esordio nelle
sale, “Vincere” è forse il miglior film di Bellocchio,
anche perché è un film difficile. Un film cioè che
poteva cadere in molte trappole. La prima trappola è quella
della ricostruzione storica che poteva suonare d’impaccio a una
narrazione filmica originale. La seconda, è relativa al personaggio
di Mussolini che, da ingombrante qual è, e già tutto
narrato com’era, poteva condizionare l’intera narrazione.
La terza, è relativa all’inevitabile ideologismo che poteva
insinuarsi nella narrazione, con la sua esiziale trama di giudizi di
valore chiaramente espressi anziché essere incorporati nei fatti
come succede in questo film.
Nel film di Bellocchio, Mussolini viene interpretato da Filippo Timi
(bravissimo) solo fino a quando vive a Milano, prima di diventare dittatore.
Timi quindi interpreta un Mussolini giovane, lontano dal Mussolini
che tutti conoscono attraverso i film e le foto del Ventennio. L’adesione
di Timi al modello mussoliniano è quindi soprattutto psicologica.
Questa intelligente scelta di Bellocchio, lo ha messo al riparo dall’altrimenti
inevitabile ricerca spasmodica della verosimiglianza che fallisce sempre,
come dimostra anche il recente film sugli ultimi giorni di Hitler.
Con sequenze rapidissime ma anche molto efficaci, impostate spesso
con un rubusto stile sironiano ma montate con una colonna musicale
fatta di ripetute esplosioni sonore di stile marinettiano e futurista,
Bellocchio delinea subito la cornice storica nella quale si inserisce
la storia fra Benito Mussolini e Ida Dalser.
In pochi minuti, ma con un approccio travolgente, si passa dal pacifismo
internazionalista all’interventismo patriottico di Mussolini,
dall’attentato di Sarajevo (non descritto ma efficacemente intravisto)
all’adesione entusiastica alla prima guerra mondiale. In quest’ultimo
caso è meravigliosa ed evocativa la scena della vettura sportiva
decapottata guidata da due giovinastri che getta ossessivamente, nella
notte, volantini entusiastici che inneggiano all’imminente conflitto,
descritto come “pulizia del mondo”.
L’amore di Mussolini con la Dalser è l’amore tra
un innamorato di se stesso, precocemente delirante (ma anche con una
buona premonizione del suo futuro) e un’innamorata persa di Mussolini.
Il giovane Mussolini (interpretato dall’eccelso Filippo Timi;
ma non quando recita la parte del figlio di Mussolini diventato giovanotto)
e Ida Dalser (recitata da Giovanna Mezzogiorno) sono gli eccezionali
protagonisti di scene erotiche torride e forse un po’ insistite
(sono in molti, nel 2009, gli spettatori che sanno già come
si fa l’amore) ma anche di dialoghi efficaci che dimostrano,
plasticamente, la febbre di potere di Mussolini, la sua insensibilità umana,
il fuoco di sottomettere gli altri che lo divora dentro e il disarmante
e incontenibile delirio amoroso della sua amante.
Le scene del manicomio nel quale la Dalser sarà rinchiusa per
impedirle di nuocere a Mussolini sono struggenti, disperanti ma anche
lievi. Le pazze descritte da Bellocchio sono delle donne che inseguono
le loro esagerazioni psichiche. La scena della ballerina che si esercita
di continuo tra le brande, avvolta in un tulle bianco, rompendo i coglioni
a tutte, in nome dell’arte che, dice lei, non può mai
essere disattesa, è da antologia. E la scalata leggera e in
gruppo delle pazze su un inferriata appena accennata ma anche insuperabile
che le separa dal giardino e quindi da un mondo per loro inaccessibile è una
poesia recitata da dei corpi che, leggeri e disperati, si arrampicano
verso il nulla.
Cosi è reso stupendamente bene il rapporto fra le suore e le
pazienti, prigioniere entrambe di un’istituzione totale e di
un costume castrante. Vittime entrambe di un gioco sociale e culturale
crudele. Bellocchio, in questo film, non giudica esplicitamente, ma
si limita a descrivere, sia pure con straordinaria creatività.
Certo, Bellocchio giudica descrivendo, non c’è dubbio.
Ma è anche diventato più maturo, meno arrabbiato.
Non nel senso che si è rassegnato alla realtà (in questo
caso, alla realtà storica) ma nel senso che, questa realtà,
vuol proporla e capirla. Alle volte, con un approccio da psicanalista,
altre da entomologo umano. Bellocchio infatti racconta una tragedia
di coppia, immergendola nella tragedia planetaria del terribile primo
mezzo secolo ventesimo. Il mezzo secolo di tutti gli orrori, con due
guerre mondiali, le due ideologie di sterminio dell’umanità,
milioni di morti, immani sofferenze, colossali abbagli.
In questo tornado (che Bellocchio descrive in modo mirabile con delle
incursioni, nella sua pellicola, di pellicole d’epoca sapientemente
selezionate e ancor più intelligentemente cucite fra di loro)
in questo tornado, dicevo, si sviluppa la storia tormentata di un ammalato
di potere e di un’ammalata d’amore. Due esseri destinati
a non incontrarsi mai.
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Mentre
il museo si sveglia il cinema si addormenta
La coppia Ben Stiller ed Owen Wilson torna
di nuovo insieme nel film “Una notte al museo 2 - La fuga” del
regista Shawn Levy

di Simona Pugliesi
Passi il fatto che il film ha palesemente un target
per i più piccoli, concesso che l'idea di partenza è certamente
interessante e che Ben Stiller è senz'altro un tipo simpatico,
non si può non sottolineare che in 1 ora e 40 minuti di film
non c'è una-battuta-una che meriti di essere ricordata. Colpa
di una regia insipida che spreca le potenzialità dei tanti personaggi
storici, banalizzando oltremodo i dialoghi e i risvolti della vicenda.
È spontaneo chiedersi se “Una notte
al Museo”, ispirato ad un classico per bambini dello scrittore
cecoslovacco Milan Trenc, sia solo divertimento fuori dal comune o
un escamotage per riportare in auge l'interesse per i musei (luogo
sempre meno frequentato dai giovani). Forse entrambe le cose. Il movente
di tutta la vicenda è un padre ansioso di riconquistare la
fiducia del figlio, che trova ormai stabilità solo nella casa
della madre e del suo nuovo, perfetto e facoltoso compagno che sta
diventando un modello per il piccolo Nick.
La corsa per il mantenimento porta il protagonista
Larry interpretato dal comico Ben Stiller ad accettare il ruolo del
guardiano notturno in un museo di storia naturale dove, a causa di
una maledizione, ogni cosa esposta, dai soldatini alle statue di cera,
prende vita al calar del sole. Larry dovrà quindi affrontare
uomini e animali di tutte le epoche, forme e dimensioni, come scimmie
indisciplinate, leoni inferociti, uomini di Neanderthal, lo scheletro
di un tirannosauro che si crede un cane… .
Tutto il film è una gigantesca metafora metacinematografica.
Ogni attrazione del museo è un archetipo dei
generi spettacolari della Hollywood classica, che prendono vita durante
la notte (ovvero quando “cala il buio in sala”). L’immagine
che inaugura il film è emblematica: la facciata del museo di
storia naturale è inquadrata in maniera prospettica e scintilla
proprio come i loghi storici delle major, in particolare quello della
Twenty century Fox che gli spettatori hanno visto appena qualche secondo
prima. Le portentose virtù magiche del museo fanno letteralmente “resuscitare” vecchi
filoni cinematografici, alcuni ormai abbandonati o in declino: western,
storico ,storico-patriottico, horror classico, esotico e fantastico
con mostri giganti.
Ecco che forse anche il fastidioso messaggio educativo,
il “più si sa del passato, più si sa del futuro”,
acquista una connotazione metacinematografica. La Hollywood di oggi,
per uscire dalla crisi creativa e identitaria che la perseguita, deve
volgersi ai fasti del passato tentando di rinnovarli e rimodernizzarli.
Le scene divertenti non mancano, e la comicità più fisica
che verbale strapperà sane risate ai più piccoli con
sorprendente efficacia, anche se il fantasy comico in questo contesto
non convince pienamente.
Il cast, oculatamente scelto per intraprendenza e
versatilità alla risata, risulta comunque perfettamente in sintonia
col carattere surreale della pellicola. Robin Williams interpreta un
cordialissimo presidente Theodore Roosvelt, Owen Wilson è il
cowboy Jedediah, mentre gli appassionati di cinema avranno il piacere
di ritrovare vecchie glorie come Dick Van Dyke (lo Spazzacamin di Mary
Poppins, 81 anni), Mickey Rooney e Bill Cobbs. Rimane una grezza
ironia buonista e qualche gag azzeccata: digeribile e indigeribile
al contempo.
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Per favore, non chiamateli
bamboccioni
Al
cinema “Generazione 1000 Euro”:
il precariato secondo Massimo Venier

di Simona Pugliesi, 08-05-09
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“Questione di cuore”,
un film capolavoro
La Archibugi narra una bellissima storia di amicizia
al maschile, con i bravissimi Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese

di Simona
Pugliesi
Possono la malattia e le preoccupazioni diventare
motivo di cambiamento? La risposta non può che essere positiva,
come racconta il nuovo film di
Francesca Archibugi. Liberamente tratto da “Una
questione di cuore” di Umberto Contarello, il nuovo film
di Francesca Archibugi manda in scena Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart,
Micaela Ramazzotti e Francesca Inaudi in una storia che mischia
sapientemente commedia e tragedia.
Drammatico l’incipit: in un montaggio parallelo,
i due protagonisti finiscono al pronto soccorso per attacco cardiaco.
Angelo interpretato da un sempre bravissimo Kim Rossi Stuart sembra
l’erede dei semplici "poveri ma belli" della nostra
commedia nazionale; anche se, col suo lavoro di carrozziere, provvede
bene a una famiglia già numerosa: moglie incinta, Rossana,
una figlia adolescente, un ragazzino.
Quanto ad Alberto, l’assolutamente perfetto Antonio
Albanese, pare il suo opposto speculare: è colto e sarcastico,
dissipatore, instabile negli umori come nei sentimenti. L´incontro,
in sala rianimazione, genera una strana-coppia. Accomunati dalla malattia,
i due diventano grandi amici: come se ciascuno fosse l´unico
capace di capire stato d´animo, fragilità e speranze dell´altro.
Quello che condivideranno sarà il momento più difficile
della loro vita, quello in cui oltre al cuore si ferma anche la mente,
in attesa che tutto torni ad una normalità prima snobbata ed
ora maledettamente irraggiungibile.
All'uscita da quella stanza nulla sarà più come
prima, Angelo e Alberto capiranno per la prima volta nella loro vita
di aver trovato un amico vero, qualcuno con cui aprirsi fino in fondo,
un confidente in grado di non giudicare e di capire senza tanti giri
di parole, con uno sguardo o con un silenzio che rende vana ogni parola.
Mai prima d'ora locandina fu più deviante. Confezionato sullo
stile dei campioni d'incasso di Moccia & Co., il poster di Questione
di Cuore farebbe pensare alla solita commedia all'italiana degli
equivoci con protagonista un'inedita quanto azzardata coppia di attori
a fare da mattatori. Nulla di più lontano dall'essenza di questo
intenso spaccato di vita raccontato con straordinaria sensibilità e
ironia da Francesca
Archibugi.
L'amicizia, la malattia, la paura di morire, la reazione
e l'evoluzione di fronte al dramma di due uomini fin troppo 'chiusi'
e così tanto diversi diventano, grazie alla sensibilità della
regista e all'innata delicatezza di due grandi attori come Antonio
Albanese e Kim Rossi Stuart, i pezzi di un puzzle che raffigura l'amore
in tutte le sue sfaccettature. Due attori tra i migliori in circolazione,
due personaggi Angelo e Alberto con cui lo spettatore entra subito
in simpatia; schietti, genuini, bizzarri e divertenti, ma anche pervasi
da una grande sofferenza per non essere riusciti ad essere gli uomini
che avrebbero voluto essere e per aver realizzato con freddezza e lucidità che
forse è troppo tardi per riparare. Una storia che prende la
palla al balzo per raccontare le contraddizioni dell'Italia di oggi,
la crisi inesorabile dei rapporti umani, della famiglia e della coppia
in generale, per rivisitare le periferie brulicanti delle grandi città,
per analizzare il progressivo isolamento e la solitudine che colpisce
l'essere umano colpito da un dramma personale.
Ma il nuovo lavoro della regista di “Mignon è partita” e “Il
grande cocomero” è soprattutto un messaggio di positività in
un momento di profonda crisi per il nostro paese, uno spaccato di vita
vissuta ma anche una riflessione cruda e allo stesso tempo vera sull'amicizia
e sulla solitudine. Azzittisce ogni critica al cinema italiano. Chapeau!
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Sogni
infranti di anime perdute
La commedia sentimentale
dai toni agrodolci “Two lovers” conferma il talento
di James Gray nello scavare a fondo nelle imperfezioni umane

di Simona Pugliesi, 09-04-09
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“Gran Torino”, di Clint Eastwood,
con C. Eastwood, B. Wang, A. Her
Visto nel marzo 2009-03-31 ****

Una gran bella stagione cinematografica, questa. Con molti film memorabili.
Uno è sicuramente questo. Qui Clint Eastwood recita e si dirige.
Il film racconta la storia di un operaio in pensione della Ford, già combattente
in Corea, americano fino in fondo, con la bandiera a stelle e strisce
ficcata nella sua villa, le armi da guerra ben oliate e sempre
pronte come se fosse ancora al fronte e una famiglia dispersa, formata
da figli e da nuore che sono in attesa di ereditare. Attorno a Eastwood,
crescono degli estranei, i foresti, che lui avverte come nemici. Sono
i viet. Non cong, ma sempre viet. Sono arrivati in America fuggendo
i comunisti del Vietnam del Nord ma, per Eastwood, sono sempre dei
musi gialli, degli infidi da tenere alla larga. E’ da questa
premessa che parte il film che si conclude con un’intesa
perfetta con questi supposti estranei e ostili che invece sono sempre
più vicini, sempre più veri, sempre più ospitali
e generosi. Forse eccessivi, nella generosità, per un rugoso
vecchio combattente ipersemplificatore, ma per dio, sono persone con
le quali ci si può intendere. Fino in fondo. E un Eastwood magnifico,
istrione, debordante, sospettoso, ci si intende. Fino in fondo, si
intende.
di Pierluigi Magnaschi
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Qui è ancora
Fortapasc
Un film per ricordare la storia del giornalista Giancarlo
Siani ucciso dalla camorra nel 1985 a Napoli, a soli 26
anni
di Simona Pugliesi, Aprile 2009
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“The wrestler” di
Aronofsky
con M. Rourke, M. Tomei, E.R. Wood
Visto nel
marzo 2009 ***

E’ la storia di un atleta a fine carriera del tipo, non certo
nuovo, del pugile sul viale del tramonto. Con i muscoli che cominciano
a inflaccidirsi, la pancia a crescere, i riflessi ad appannarsi e la
testa piena di elettrizzanti ricordi di successi che non ritorneranno
mai più. Rourke, campione di catch, recita una parte difficile
con straordinaria capacità istrionica. Il contesto in cui si
esibisce è delineato con grande efficacia. Si sente l’odore
della canfora e degli anabolizzanti. Muscoli dovunque. Sangue ed ecchimosi
anche. Un mondo di violenza finta ma anche vera. In un film di grandissima
presa. Che però deve essere accuratamente evitato da chi non
ama vedere un contendente che spara delle graffe nella carne dell’avversario.
Il quale, a fine incontro, se le fa togliere, una per una, con
delle pinze da chirurghi improvvisati. Insomma, confesso che sono uscito
prima della fine del film. Non perché il film mi fosse dispiaciuto
ma perché non tollero, in genere, le sale operatorie.
di Pierluigi Magnaschi
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“Frozen river”, di C. Hurt
con M.Leo, M. Upham,
C. McDemott
Visto nel marzo 2009, ****

E’ l’America delle emarginate, quella che descrive questo
film che lascia il segno, tanto è efficace. Una volta i film
Usa erano sugli emarginati. Adesso, e giustamente, sono le donne ad
essere le protagoniste di queste drammatiche storie di esclusione e
di miseria. Sono le donne abbandonate dai mariti ubriaconi o giocatori
d’azzardo o assatanati di sesso. Donne lasciate da mariti che
si sono volatilizzati improvvisamente verso il nulla, con, a loro carico,
i loro figli, oberate dagli acquisti a credito che non possono più onorare.
Braccate dai figli che vogliono continuare a consumare anche se non
ci sono più soldi. Un tempo, si raccontava anche, sia pure poco,
di queste donne bianche lasciate sul pack. In questo film, sul pack
si trovano una donna bianca e una indio-americana. Diverse, fra di
loro ostili ma accumunate (come se fossero dei cani affamati) dalla
necessità di fare soldi, in qualsiasi modo. Non per diventare
ricche, come credono sempre i maschi che delinquono, ma per sopravvivere,
loro e la loro cucciolata. Per questo, le due protagoniste, si ritrovano
sul confine con il Canada, in una zona dove i due paesi sono
divisi solo da un fiume ghiacciato che va attraversato (con rischio)
con una scassata automobile per poi riuscire a portare negli Usa degli
immigrati clandestini che arrivano da ogni dove. La storia è ben
raccontata. Le due attrici protagoniste sono stupende. Si avverte un
freddo glaciale e si segue la macchina che scivola sul ghiaccio con
il fiato in sospeso. Ci sono delle sequenze memorabili. Come quella
del neonato di due immigrati cinesi, buttato sul ghiaccio credendo
che fosse un fagotto e poi cercato nel buio di una notte ghiacciata
tra scricchiolii rabbrividenti. Un capolavoro.
di Pl. Mag.
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“La perfezionista” di Cesare Lanza,
con Aurora Mascheretti e Rinaldo Rocco

visto in dvd nel marzo 2009
Debbo subito dire che sono in pieno conflitto di interesse nello
stendere questa nota. Il regista di questo film infatti è un
mio carissimo amico da molti anni. Lo stimo enormemente come giornalista
ma, nel redigere queste note, non mi fa certo velo l’amicizia.
Sono quindi sincero quando dico che questo è uno splendido film.
Anche se non c’entra per niente l’eutanasia, tema sul quale
Cesare Lanza, da giornalista qual è, ha puntato per pubblicizzare
questo film sull’onda di emozioni cronistiche occasionali che,
sbagliando, ha ritenuto di poter cavalcare.
“La perfezionista” invece non è un film su un tema
ma su una generazione. Quella che, adesso, ha fra i venti e i trent’anni
anche se rimane, sullo sfondo, l’ipoteca, ben resa nel film, degli
anziani che non sono più sotto i riflettori ma che partecipano
determinantemente all’azione sociale.
Una generazione disinibita, quella fra i venti e i trent’anni,
ma con molte nostalgie di un passato che solo apparentemente viene rifiutato.
Una generazione strattonata da diversi desideri. Disponibile a tanto.
Una generazione leggera, con malinconie antiche. Il film di Cesare Lanza
l’osserva, questa generazione, la descrive, ne partecipa, vi si
camuffa.
In questo film, tutti gli attori sono stati cosi ben scelti
e diretti che sono tutti dei protagonisti, indipendentemente dalla durata
della loro presenza sullo schermo. Anche Sandra Milo che pure, in questo
film, fa solo una fugacissima ma emozionante apparizione da oca invecchiata
e perciò ancor più preziosa, più fragile, più umana,
più bella, più nostra, è una protagonista. Anche
il barista caciarone lo è. Cosi come il professore universitario
che sembra emergere dalle brume del passato, con una voce con accenti
dimenticati ma toccanti. Anche la suora minuscola che parla con il suo
viso silente e il suo lungo naso da fanciulla del Masaccio, slittando
furtiva, nei corridoi dolenti di una clinica, e interpretando una testimonianza
fuori dal tempo. Anche la primaria bacchettona, prima prudente e poi
insolente che vorrebbe fermare il tempo. Anche l’avvocato con dei
desideri che gli sfuggono. E così il produttore di film porno
che cerca di nobilitarsi dietro una cultura da bigini consunti, ben sapendo
di raccontare frottole. Prima di tutti, a se stesso.
E’ un’umanità vera, quella de “La perfezionista” con
le sue abitudini, i suoi tic, le sue modestie, le sue speranze. Una generazione
che non si agita ma che scivola da una scena all’altra. Un’umanità che
si adatta, che è precaria esistenzialmente, prima ancora che contrattualmente.
“La perfezionista” è un film visivo, e quindi, anche
per questo, un bellissimo film, montato in modo moderno, con rilassato
nervosimo. Qui, le immagini parlano da sole e molto più delle
parole che ne “La Perfezionista” sono sempre essenziali,
lesinate. Il faccione ellenico di una statua di Mitorai che sembra essere
partorito da un autobus che gli passa davanti, è una sequenza
che sembra occasionale ma che invece è da antologia.
Il suicidio di Giselda è il suicidio più poetico (e perciò più vero)
che io abbia mai visto in un film. Chi si dispera, chi urla, chi si agita,
non si suicida. Gilselda che si suicida gettandosi da un balcone, specie
se questo dà, in una splendida giornata di sole primaverile, su
una Roma superba di cui non si sente il rombo cafone del traffico ma
di cui si vede solo il sublime profilo dei suoi tetti e delle sue cupole, è una
donna che, con un sorriso appena accennato, si lascia andare da dove è venuta,
in una sorta di tuffo apollineo e delicato dentro un ricordo presente
di liquido amniotico, rispondendo a un leggero ma anche insistente richiamo
di morte che pure è pieno di vita, ma anche depurato dalle angosce
e i soprassalti della vita.
Il film di Cesare Lanza è quindi un film da vedere. E’ una
sorta di Nashville sul Tevere ma molto più umana e meno letteraria
di quella di Robert Altman. Più viva ed autentica. Meno pensata
e meno scritta, meno prestabilita e sorvegliata. Nella quale gli attori
e le attrici sembrano catturati a loro insaputa dalla macchina da presa.
Altman dirige da par suo gli attori. Lanza invece ci sta in mezzo, in
punta di piedi, per non modificare la spontaneità dei suoi interpreti.
Sarà forse anche per questo che le sequenze de “La perfezionista” non
durano mai a lungo. Lanza infatti previene la recitazione. Appena i suoi
attori cominciano a recitare, lui cambia la sequenza, alla ricerca di
altra spontaneità. In tal modo, anche lo spettatore si trova immedesimato
nella pellicola e ne resta coinvolto. Questo è un film emotivamente
in 3D che non richiede gli occhiali per essere goduto come tale.
E poi Giselda, la protagonista, cioè Aurora Mascheretti, è un’attrice
che, qui, dà una prova straordinaria. La Mascheretti infatti sta
in Isabella Ferrari dieci volte con il resto di due. E allora perché la
Ferrari recita da protagonista in ogni film italiano mentre la Mascheretti
fa l’anticamera? Bella domanda.
E il co-protagonista Rinaldo Rocco recita in modo sublime la
sua complessa fragilità, il suo timido orgoglio, la sua creatività alla
ricerca di sbocchi faticosi, il suo erotismo omeopatico.
Pierluigi Magnaschi, 17 marzo 2009
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"Ti amerò sempre" di P. Claudel
con S. Hazanavicius,
K.Scott, Thomas, E. Zyberstein

visto a febbraio 2009.****
Un film difficile, realizzato con grande maestria, utilizzando
attori di grande spessore, sulla base di uno script che si
dipana verso orizzonti incomprensibili per poi sciogliersi nel finale
come se si trattasse di un giallo anche se questo film è l'opposto di un
giallo. Insomma, un film da non perdere. Un film francese, intimistico,
che si srotola all'interno di una famiglia tradizionale con il padre
del marito che non parla più e la madre della moglie che non
riconosce più nessuno. Le figlie vietnamite della coppia sono
state adottate. Un noioso tran tran borghese, in una città di
provincia. Fino a che spunta all'orizzonte la sorella della moglie,
reduce da 15 ani di carcere per, inizialmente, e poi a lungo, non si
sa bene per che cosa. La sua verità si apprenderà poco
a poco. E sicuramente quando lo spettatore ha capito che non si saprà mai.
Le due sorelle protagoniste, la professoressa universitaria (dell'università-casino
dei giorni nostri, dove sono tutti frustrati, dai professori agli studenti)
e la ex detenuta, sono superlative. Sconosciute l'una all'altra, divise
da tutto, salvo che dal sangue, una ragione, quest'ultima, di cui non
si conoscono le ragioni che però ragionano e soprattutto agiscono.
Ma anche i personaggi di contorno (in base alla miglior tradizione
cinematografica francese) sono spesso fulminei ma anche sempre
ben sbalzati e danno quindi un sapore sempre nuovo al duetto infrafamigliare.
Pierluigi.Magnaschi, 27-02-09
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"Frost/Nixon-Il duello", di R. Howard
con M. Sheen, F. Langella,
K.Bacon

visto a febbraio 2009. ****
Il film racconta l'ultima, lunghissima,
intervista in tv del presidente Usa, Richard Nixon, qualche
tempo dopo essersi dimesso. Sul piano storico, il film non
aggiunge nulla. Sul piano politico è invece un affresco vigoroso, di
tipo scespiriano sul potere e, insieme, è un ritratto delle
potenzialità (e anche delle derive) dello strumento mediatico
televisivo. Il potere corrompe, l'immenso potere corrompe immensamente.
E il potere del presidente del più importante e potente paese
del mondo è, appunto, immenso. Nixon viene interpretato in
modo sublime. La somiglianza è più psicologica che
fisica. E' andata in scena l'essenza antropologica di Nixon,
non la sua fisicità. A rendere quest'ultima, sarebbe bastato
un Noschese o un Fiorello qualunque. Per rendere il tessuto umano,
la trama politica e la tragedia personale, del Nixon confitto, ma
sempre pronto a rialzarsi dal tappeto, almeno con gli occhi anche
se non con le gambe, era necessario un grande attore che qui è stato
trovato. In questo duello, però, al di là delle apparenze
filmiche, non ci sono innocenti. Né il cinghiale ferito ma
ancora intenzionato a vendere cara la sua pelle, né la muta
dei cronisti che, con la bava alla bocca, lo inseguono. E'
un grande show, giocato sui massimi principi che valgono solo per
l'avversario del momento e non per tutti, in una società bipartisanamente
marcia fino alle radici come quella degli Stati Uniti (l'attuale
ed immensa crisi finanziaria - che ha giovato a pochi e viene
fatta pagare a tutti - vorrà pur dire qualche cosa?). Con
l'ipercinico Nixon inseguito anche fuori dal ring e picchiato in
strada (con la sua complicità prezzolata: money, money, always
money, guys!) si è celebrato, anche in questo film, il rito
del capro espitatorio che è vecchio quanto l'uomo. E che consiste
nel demonizzarne uno per purificare gli altri (magari più sporchi
di lui) che gli ruotano intorno, nel suo stesso partito o nel partito
avverso. In
attesa, dice un proverbio milanese che "la roda gira" che
la "ruota giri". Un film da vedere e da meditare anche
al di là di ciò che dice o che voleva dire.
Pl.Mag., 27-02-09
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"The Millionaire" ******
di Danny Boyle con D.Patel,
F.Pinto e A Kapoor

visto nel febbraio 2009
Ho visto Millionaire nell'ultimo spettacolo della
giornata, alle 22,30. Quel giorno mi ero alzato alle
6. Speravo quindi di vedere almeno un bel film, anche
se critici avevano dato quattro palline a "Millionaire" e
quattro anche a quella immensa boiata che è "Home".
Per capire se sono stato preso un'altra volta per i
fondelli dai critici deliranti, bisogna decidere dopo
aver visto 'sto film, mi sono detto. Millionarie è un
film che fa saltare tutti i termometri valutativi. Gli
ho dato sei asterischi anche se ne dispongo, al massimo,
cinque. Mi ha fatto un effetto che potrebbe essere quello
di essere investito dal treno Freccia rossa, che non
ho sentito arrivare, mentre sto cogliendo un viola profumata
sulla massicciata ferroviaria; o di essere sparato nel
botto finale dei fuochi d'artificio nella festa di Capodanno
a Napoli. Credo, guardando "Millionarie" in
un crescendo di stupore, di aver provato la sensazione
che vissero coloro che, per primi, e di botto, videro
improvvisamente la Cappella Sistina dipinta da Michelangelo
che sino a quel momento era stata coperta da dei teli. "Millionaire" è un
film spartiacque, prima o dopo lui. Come, nella nostra
civiltà, la storia è divisa tra prima
e dopo Cristo. Non a caso, a questo film hanno assegnato
otto Oscar anche se era una pellicola non americana.
Peggio, una pellicola che viene da Mumbai, la Bollywood,
cioè la Hollywood della spazzatura filmica. E
altrettanto non a caso è che quel modesto di
Marco Muller rifiutò la partecipazione di questo
film all'ultima Mostra di Venezia, quella delle mezze
calzette (come anche le edizoni precedenti, intendiamoci)
. In un paese normale, dopo gli Otto Oscar a "Millionaire",
Muller, che lo ha rifiutato, dovrebbe dare spontanee
ed immediate dimissioni dalla Mostra sulla laguna, con
un semplice biglietto scritto a mano e fare perdere
definitivamente le sue tracce. Apprendere che ha chiuso
le porte della Mostra di Venezia a un film come "Billionaire" è come
aver scoperto che un premio Nobel per la matematica
non conosce le tabelline. Ma l'Italia è un paese
normale? Muller quindi ce lo terremmo tra i piedi ancora
a lungo. Persino gli svizzeri di Locarno, dopo averlo
visto alla prova, ce lo restituirono senza tanto complimenti:
tenetevelo. E noi invece, non solo lo nominiamo a capo
della Mostra di Venezia ma gli rinnoviamo anche il contratto. "Millionaire" è una
storia alla Giulietta e Romeo, nelle bidonville sterminate
di Mumbai. Bidonville maleodoranti, disumane, strazianti,
litigiose, prostituite, assassine ma anche vitali, umane,
solidali, aperte, divertenti. La macchina da presa diretta
da Boyle scava in questa immensa umanità primitiva
che è stata investita dalle scosse elettriche
della mondializzazione, dove tutto si mischia e dove
tutto e possibile, compreso, tanto per rendere l'idea,
l'accecamento degli ospiti adolescenti di un orfanotrofio
da parte dei dirigenti di quest'ultimo per poterli poi
avviare all'accattonaggio. Ma la macchina da presa di
Boyle non è lagnosa, né scandalistica,
alla Gualtiero Jacopetti di un tempo, quello di "Mondo
cane", per intenderci. "Millionaire" è un
film, film. Un film al quadrato. E, forse, anche al
cubo. Vive di immagini che parlano. Alle volte ti prende
alla gola. Altre volte ti prende al cuore. Altre volte
ancora mira allo stomaco. Dipende. Non è mai
prevedibile. Insegue questo branco di bambini indiani
che crescono come delle gazzelle, come la telecamera
moto trasportata è all'inseguimento dei ciclisti
in fuga. Li scruta, li asseconda, li supera, li circonda
e, persino, li accarezza. E' un film tanto bello che,
a un certo punto, ti verrebbe da dire: basta, please.
Per la seconda razione, torno domani. E invece "Millionaire" continua
a seminare suggestioni, inquadrature mozzafiato o prese
inquisitive e spesso del tutto insolite. Quando il film è finito
e ti appresti a metterti il cappotto per leggere distrattamente,
in piedi, i titoli di coda, questi vengono dati sotto
forma di un music hall. E' un altro film oltre il film
che hai appena finito di vedere. Esso solo, meriterebbe
un altro biglietto. Fa imparare persino agli americani
come si fa il music hall che, dopo questa chiusura,
non sarà più lo stesso. Danny Boyle sembra
dire, con "Millionaire" vi voglio stroncare
di stupore fino a farvi sentire ghermiti dal complesso
di Stendhal, per eccesso di bellezza e sovrabbondanza
di significato. Andate in pace. Saziàti. Nella
convinzione certa che, nel cinema, non sarà mai
più come prima. Anche i grandi capolavori sono
tutti improvvisamente invecchiati. Non hanno perso significato.
Ma appartengono a un'altra epoca. Quella di "prima
Millionaire".
Pierluigi Magnaschi, 25-02-09
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“Il Dubbio” ****
di J.P. Stanley
con M. Streep, P.S. Hoffman.

visto nel febbraio
2009
Il film ha un difetto. E’ di impostazione teatrale.
Ma un enorme pregio. Si avvale di due mattatori al
meglio della loro forza interpretativa: Maryl Streep,
una suora bigotta e implacabile preside di un’inflessibile
scuola cattolica e Philippe Seymour Hoffman, il parroco
della Chiesa alla quale la scuola è attaccata. Fra
i due, nella sceneggiatura e nell’interpetazione,
si scatena una lotta fra titani, giocata all’ultimo
sguardo, all’ultima smorfia, all’ultimo
silenzio. Ma anche gli attori minori non sono da meno.
La madre nera del ragazzo nero che la badessa
presume sia stato corteggiato, diciamo cosi, dal priore
(ma lui nega sempre anche dopo l’abdicazione
con promozione) è smisuratamente brava. In
pochi minuti usa tutti i registri espressi, gonfia
e sgonfia la sua faccia d’ebano come se fosse
un chewing gum o, meglio, un pongo. Peccato che, nonostante
che Obama sia alla Casa Bianca, siano pochi i ruoli
da prima protagonista femminile in un grande film.
Questa attrice di colore è all’altezza
della migliore Maryl Streep.
di Pierluigi Magnaschi, 24-02-09
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“Home”
di U. Meier con I. Huppert,
O. Gumet e A. Leroux, *

visto a febbraio
Questo è un film, lodato da tutti i
critici ma che invece, secondo me, è da evitare
come la peste. Soldi e tempo sprecati. Posso almeno
dire che l’ho fatto per voi. Mi sono fatto cavia.
La storia, arrampicandosi sui muri, non sta
in piedi. E anche il regista e gli attori brancolano
persino nella luce. Isabelle Huppert è al peggio
della sua forma. sembra una Lilly Gruber che ha superato
la data di scadenza. Insomma, al largo.
Pl.Mag. 24-02-09
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“The reader”**
di S. Daldry
con
K. Winslet, R. Fiennes, L. Olin

visto nel febbraio
2009
Come si distrugge un romanzo che invece merita di
essere letto. La Winslet, come al solito, è superlativa,
ma, da sola, non riesce a tener su il film che
viene sbriciolato in continui flash back da giramento
di testa. Quando la storia passa da un ragazzino al
protagonista adulto, Fiennes si perde via, in una
recitazione esausta e stemperata, non convinta né convincente.
Ciò nonostante, questo è un film che,
qui e là, dà delle unghiate. E vedere
la Winslet è sempre un gran piacere, tanto è brava.
Pl.Mag. 24-02-09
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“Revolutionary road”
di S. Mendes con Leonardo Di Caprio e Kate
Winslet

visto febbraio
2009. ****
Un film straordinario. Con un Di Caprio eccelso e
una Winslet che, se fosse possibile, varrebbe il doppio.
Di sbagliato, in questo film c’è solo
il titolo. Di rivoluzionario infatti, nel film, non
c’è nulla: E’ una storia di coppia
in un sobborgo di New York. Fa parte delle serie,
fortunata e finalmente opportuna, dei film di denuncia
che non denunciano un bel niente. Si limitano a interpretare
dello storie. Che vanno lette e interpretate. Ciò che
di sociale, di politico, di antropologico e di economico
significano lo deve scoprire chi li vede. Questa è il
film di un disagio di coppia che, sulla carta, avrebbe
tutto. in una trama narrativa nella quale, sotto traccia,
si insinua la pazzia che spiazza la pazzia che non
si vede dei cosiddetti normali. In aggiunta ai due
attori principali vanno ricordati, come straordinari,
anche la logorroica venditrice di immobili e il figlio,
ex matematico ma ora solo svuotato, che ha subito
35 elettrochoc. Anche le figure di contorno sono ben
sbalzate. Ne esce un film che lascia il segno e che,
se comparato con i caratteristi becero-romaneschi
che popolano le pellicole made in Italy, ci dimostra
che non c’è gara per noi.
di Pierluigi Magnaschi, 19-02-09
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“L’ospite inatteso”
di
T. McCarthy con R. Jenkins, H. Sleiman e D.G. Gurira.
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visto nel febbraio del 2009
Anche questo è un film che racconta
una storia che è una storia di denuncia attraverso
i fatti, non le invettive. Il film dimostra il dramma
che vivono, anche negli States, gli immigrati clandestini.
Di tutti gli immigrati clandestini, anche di quelli
integrati, onesti, laboriosi. E descrive anche l’ingiustizia
e i guasti di una legislazione che li considera
nemici da espellere nel peggiore dei modi. E cioè nel
silenzio di una burocrazia ottusa, in maggioranza
composta dagli oppressi in America, cioè da
poliziotti e da impiegatucci neri, ai quali non
par vero rivalersi nei confronti dei più abbandonati
di loro. Il professore universitario annoiato da
lezioni sempre uguali da più di un ventennio,
disorientato da quando ha perso la moglie
che è morta da poco, ritorna a New York dopo
mesi e lì trova il suo appartamento occupato
da una coppia di immigrati clandestini. Da qui inizia
una loro storia dapprima diffidente e poi sempre
più intrigante, nella quale finiscono anche
i parenti degli immigrati. Due mondi si sfiorano
e poi si incontrano. Ma la storia (dove le donne
si confermano il sesso forte, oltre che più complesso)
ha un finale amaro. O no? Decidete voi. Attori stupendi.
Regia accurata. Tempistica rallentata ma mai scontata
o annoiante. Inquadrature piene di significati.
Insomma, un film da vedere. Carezzevolmente.
Pl.Mag. 19-02-09
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“La felicità porta fortuna”
di
Mike Leight con Sally Howkins.***
Un commedia inglese che va molto oltre la commedia
perché diventa un film di costume costruito
attorno alla vulcanica ed un po’ svampita figura
di giovane insegnante. Una certa Poppy che vive a
Londra in una sorte di comune di coetanee. E’ la
storia (ridente e sorridente) del declino del maschio
della generazione che oggi è fra i venti e
i trent’anni nella società inglese. I
maschi inglesi di questa fascia di età sono
depressi, quando non isterici. Vorrebbero ma non osano.
Anzi, fuggono. Non si sa nemmeno da che cosa. Dalle
coetanee però è certo. L’istruttore
di guida è un mancato sergente ancora avviluppato
con l’ombelico alla mamma. E’ intriso
di doverismo da fureria che comunque lo tiene in piedi.
Se viene meno anche questo, si affloscia come una
maionese che non è riuscita. Il giovane bibliotecario
musulmano invece maschera la sua minorità dietro
un silenzio impenetrabile che sembra arroganza ma
che certifica solo l’indisponibilità a
misurarsi con gli altri. L’assistente sociale,
che poi è il più normale, ha bisogno
di essere assistito. Ed infatti, finalmente, Poppy
trova con lui l’anima gemella. Si fa per
dire. Uno da spupazzare, da sostenere, da motivare.
Un film scoppiettante. Attento ai particolari senza
mai diventare didascalico. Un film premonitore.
Pierluigi Magnaschi, 11-02-09
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“Il vento fa il suo giro”
di
Giorgio Diritti, con T. Tosca, A. Agosti
visto
gennaio 2009 *****

Un film clamorosamente bello e significativo, purtroppo
a circolazione clandestina anche se, per fortuna,
si puo trovare in dvd che vi consiglio caldamente.
Lo sta proiettando, ininterrottamente da due anni
(con grande successo di pubblico) il cinema Mexico
di via Savona, 57, a Milano, che, per merito ed iniziativa
del suo intelligente e volitivo gestore, Antonio Sancassani,
lo ha tolto dalla clandestinità. Questo straordinario
film (di fronte al quale i pur bei filmi di Nanni
Moretti, tanto per fare un nome, impallidiscono),
a disdoro del nostro Paese, non è stato invece
ritenuto meritevole di accedere ai contributi pubblici
(che da noi, peraltro, sono generosamente concessi
anche alla Ripa di Meana; non è questione di
qualità, né di schieramenti politici ma
di puro e semplice ammanicamento capitolino).
Di conseguenza, quando “Il vento fa il suo
giro” è stato presentato ai distributori,
che beneficiano di una parte di tali finanziamenti,
non è stato accettato.
A quel punto, il gestore della sala Mexico che, prima
di essere un imprenditore, è un grande appassionato
di cinema, fiutando che il film di Diritti poteva
fare breccia, si è fatto avanti e ha assicurato
ugualmente il successo di critica e di visibilità (almeno
a Milano) a questo grandissimo film che parla
del difficile inserimento, in una piccola comunità occitana
della Val D’Aosta, di un allevatore di capre
e della sua famiglia, provenienti dalla vicina Francia.
Non vi dico come, questo inserimento, si conclude.
Sarebbe come svelare chi è l’assassino
in un film giallo. Ma è il caso di sottolineare
l’eccezionale capacità del regista di
registrare i micro-conflitti fra gli abitanti del
luogo e i nuovi arrivati. I personaggi, quasi tutti
presi fra i cittadini locali, recitano in modo esemplare,
rendendo credibile ed appassionante la ragnatela del
rapporti. Ci sono delle facce che valgono l’intero
film. Purtroppo capolavori di questo genere (che sono
rarissimi, tra l’altro) sono condannati alla
quasi clandestinità tra l’indifferenza
anche della Rai che, anche se, percependo il canone
obbligatorio deve fare servizio pubblico, si astiene
di far vedere agli italiani opere di questo tipo,
sicuramente arricchenti. Povera Italia.
Pierluigi Magnaschi, 05-02-09
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“Appaloosa”
di E. Harris, con
V. Mortense, E. Harris, R. Zellweger
visto nel
gennaio 2009 ***

Era da un quarto di secolo che non vedevo un film
western, di càvbòis, come dice Verdone.
Ne avevo nostalgia. Per questo, sono andato a vedere
Appaloosa, pur sapendo che ne sarei rimasto deluso.
E invece mi è piaciuto. Non che sia un capolavoro,
ma è piacevole. Oltrettutto è cucinato
con una singolare maestria. La fotografia è cosi
bella che, alle volte, risulta persino leziosa. Il
treno della fine ottocento è stato ricostruito
nell’assoluto rispetto dei modelli del tempo.
La scenografia è asciutta ma rigorosa. Gli
attori recitano in modo molto professionale. La storia è la
solita. Uno sceriffo e un vicesceriffo mercenari,
ma molto professionali, vengono assoldati dai bolsi
maggiorenti di un paese che intendono farsi
difendere dallo strapotere di un killer sanguinario
e dalla sua banda di sbandati pistoleri. Lo
sceriffo, tra l’altro, è la copia esatta
di Indro Montanelli quando aveva sui 60 anni. Meno
male che non lo hanno fatto parlare con l’accento
toscano di Fucecchio. Due ore comunque ben spese,
dopo una giornata impegnativa. Anche per capire che
il più scaltro degli uomini resta uno sprovveduto
davanti a una donna che intende usare tutte le sue
armi di seduzione anche contro ogni altra evidenza.
Non dico altro. Andatelo a vedere.
Pl.Mag. 05-02-09
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Revolutionary Road
Cronaca
dei sogni infranti dal peso della vita quotidiana

Può la normalità essere speciale?
Può una coppia nata su desideri di libertà, anticonformismo,
sogni ed ideali resistere alla routine
quotidiana ? È denso di questi interrogativi
esistenziali il quarto film di Sam
Mendes “Revolutionary
Road” dal romanzo omonimo di Richard
Yates con protagonista, 10 anni dopo, la coppia
di Titanic: Leonardo Di Caprio e Kate
Winslet.
Un film fatto di volti, emozioni, personaggi con uno
spessore e una vitalità che raramente vengono
descritti così nitidamente. Il regista Sam
Mendes, che già in “American Beauty”, qualche
anno fa, aveva ritratto l'ipocrisia e l'insofferenza
in modo sottilmente ironico, qui si lascia trascinare
con passione dal talento della Winslet, ma
questa volta a tinte forti e in un'atmosfera decisamente
più pesante, dove il dramma aleggia di continuo.
La storia, un amaro dramma fatto d’intrighi,
conformismo e ipocrisie, alimentate da pesanti pressioni
sociali, è ambientata nell’America degli
anni cinquanta. La vicenda di questa famiglia della middleclass,
si svolge nei ricchi sobborghi di New York, dove la
sua felicità deve battersi contro le dure leggi
del conformismo di quel determinato momento storico.
Il tentativo di scavalcare gli ostacoli ed esaudire
i propri sogni sarà duro e molto intenso. Ogni
singolo personaggio, ogni volto ripreso crudelmente
in primo piano, ha un suo ruolo importante, sopra
a tutti il figlio dei vicini, interpretato da un geniale
Michael Shannon, di cui senz'altro si sentirà ancora
parlare, in libera uscita dall'ospedale psichiatrico,
ma capace di rendere con più lucidità di
chiunque altro la realtà, a mettere i protagonisti
di fronte a loro stessi, più di qualsiasi altra
persona ritenuta “normale” dalla morale
comune. A lui si deve una memorabile frase nel film,
sul coraggio che serve nel vedere la disperazione
nella realtà vissuta ogni giorno.
È come se ci fosse una necessità, alla fine del cammino, di
accettare una vita senza scosse, circondati da ciò che resta della propria
famiglia e dei propri affetti, da una stabilità che t’impedisce
di realizzare i tuoi sogni, che avrebbero dovuto farti sentire vivo, anche
se in realtà non puoi esserlo in altro modo che non evitando di parlare
di ciò che fa soffrire, chiudendoti le orecchie se una voce ti infastidisce.
I protagonisti Frank e April Wheeler, morbosamente
addolorati ed incapaci di amarsi un'altra volta, rappresentano
con estrema chiarezza la crisi dell'individuo nella
società e permettono allo spettatore di riflettere
sulla farraginosa complicatezza della vita affettiva.
Sceneggiato con abilità da Justin Haythe, ma
soprattutto recitato con straordinaria immedesimazione
ed empatia da Di Caprio e la Winslet, il film mette
in campo uno stile insolitamente «trattenuto» per
i recenti standard hollywoodiani, raccontando le tappe
di questa quotidiana via crucis della coppia
con i toni un po' vellutati e un po' rassegnati di
chi scopre sulla propria pelle l'impossibilità di
qualsiasi ribellione o via di fuga. Per lasciare nello
spettatore la sensazione di aver visto non solo la
storia di un matrimonio che naufraga, ma la vicenda
senza tempo di un uomo e di una donna che non hanno
la forza di fare, insieme e ciascuno per conto proprio,
quella rivoluzione a cui allude il titolo del film
e che è la scommessa di ogni essere umano:
trasformare i sogni in realtà. Che non vuol
dire semplicemente lasciare la asfittica provincia
americana degli anni cinquanta per Parigi, ma al contrario
smettere di sognare gratis e sporcarsi le mani con
la realtà. Rimane il rimbombo nelle orecchie
che fingere di essere felici sia l’ unica chiave
per sopravvivere. Tocca ripetersi per un po’ che è solo
un film.
Simona
Pugliesi, 05-02-09
segue>>>
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