Alcune protagoniste dei party a palazzo Grazioli si faranno intervistare dal pubblico
È già in teatro la saga del Cav
Lanza: ma io parto dall’Italia arrapata solo per far ridere


DI COSTANZA RIZZACASA
C’è Bossi che, con Berlusconi in esilio, recita il monologo di Marco Antonio sulla tomba di Giulio Cesare, opportunamente riadattato dal dramma di Shakespeare. C’è Veronica Lario che canta Ninì Tirabusciò («Chillu turzo ‘e mio marito / nun se pò cchiù suppurtá! ... Addio Villa Certosa / mai più ti rivedrò»), ma mentre accusa il marito di farsela con tutte è sempre circondata dai figli, perché alla base delle beghe non c’è amore ma interesse patrimoniale. C’è il premier che alla maniera di Albertone le risponde, «Te c’hanno mai mannata a quer paeseeee?» E ancora. C’è la meteorina di SkyMeteo24 che vede addensarsi sul presidente del Consiglio fenomeni atmosferici di una certa rilevanza, come il Banco di Nebbia Bossi o il Tifone D’Addario. C’è persino un duetto Papi-Papa, con Berlusconi e Ratzinger che fanno pappa e ciccia sulle note de L’uselin de la comare. È «Vox Populi – La Berlusconeide», la nuova pièce di Cesare Lanza (o «antidramma », come lo chiama lui) dedicata al Cavaliere e alle sue vicende più private, in scena fino al 7 novembre al Teatro dei Comici di Roma.
Dal caso Noemi alla D’Addario, con un occhio ai guasti della vera politica, tra ricatti della Lega e compromessi con il Vaticano. In un mix di stornellate, imitazioni e parodie. E per interpretarle Lanza, vero genio del male, ha chiamato a raccolta alcune delle protagoniste dei party di palazzo Grazioli, da Francesca Lana a Barbara Guerra (insieme a starlette per mancanza di prove come Maria Monsé e a Gabriele Marconi del Bagaglino). Che, questa la novità del format, risponderanno, in spazi di un quarto d’ora ciascuno, alle domande del pubblico. Perché se Papi non risponde alle dieci più dieci domande di Repubblica (almeno fi no al nuovo libro di Bruno Vespa), loro sono pronte a farlo. Senza censure, o quasi. In un fil rouge che unisce Lanza ad Annozero (e chissà che ne direbbe il buon Santoro), la commedia al talk show.
Del resto non sono poi la stessa cosa? Un «pessimista globale», Lanza, che prima di diventare autore della domenica pomeriggio e di Bonolis era stato un fine giornalista (fu lui che raccolse per Il Mondo lo sfogo di Indro Montanelli che ne causò il licenziamento dal Corriere della Sera), non nega che sguazzare nel basso - tra personaggi dei reality che definisce, ahinoi, succeda nei degli sciuscià di Rossellini, e l’opinionista di Uomini e Donne Karina, a suo dire un incrocio tra Dostoevskij e Eduardo de Filippo - gli piaccia molto. Ma tiene a precisare che «almeno io parto da un’Italia arrapata e volgare per cercare di far ridere, mentre la strumentalizzazione della lotta politica porta a una violenza e una mancanza di rispetto senza precedenti.
Esemplificate da questo continuo spiare dal buco della serratura. Stai sul c… a qualcuno? Ti beccano con le dita nel naso e pubblicano le foto. È uno scempio. Se penso che per delle sciocchezze a Buona Domenica ero stato bollato «re del trash». Poi s’infiamma: «No, dico, ma siamo consapevoli che stiamo decidendo le sorti dell’Italia sulla base di quattro mignotte e un trans? Casomai, la differenza tra Berlusconi e Marrazzo è che il primo le ragazze le candidava al Parlamento. Tutti hanno diritto alla propria privacy. Fossimo in Danimarca questa sarebbe rispettata. Ma, in Italia o in Danimarca, un individuo investito di una carica istituzionale ha il dovere di chiedersi se, colto in situazioni di imbarazzo, rimarrebbe credibile per l’opinione pubblica. Perché davanti agli elettori la bugia non è assorbibile.
Peraltro, il caso Letterman insegna che ammettere uno sbaglio può anche essere apprezzato. Forse l’opinione pubblica non aveva il diritto di sapere se Clinton si fosse fatto fare o no un pompino da Monica Lewinsky nello studio ovale. Ma una volta che «il fattaccio» viene alla luce, la lealtà verso l’opinione pubblica è determinante. Ed è su questo che alla fine verranno giudicate le imprese di Berlusconi in grande e di Marrazzo in piccolo». Come a dire, il «piccolo» si è subito assunto le proprie responsabilità (e forse pure esagerando),
italia oggi, 27-10-09