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“LA PERFEZIONISTA”: IL MAL DI VIVERE DEL XXI
SECOLO

di MAURIZIO BONANNI
E' stato presentato in anteprima, nella cornice di uno
stupendo Palazzo Borghese restaurato, sede della
Fondazione Cecchi Gori, il film di Cesare Lanza, “La
Perfezionista”, oggi già presente in parecchie sale
romane. Ambientato nei quartieri della Capitale, il film
è una cruda passerella sul mal di vivere di questo XXI
sec.. Ma quelle stesse atmosfere, a ben guardare,
risultano senza tempo e sono profondamente connaturate
con l’animo umano e la sua storia, anche grazie al mix
di recitazione, tra attori professionisti ed
occasionali. Forse, un titolo più adatto, potrebbe
essere quello di “Eutanasia di un Amore”, nel senso però
che non è diretto a descrivere la soppressione –più o
meno cruenta- di un sentimento, ma il soggetto reale
dell’Amore stesso, con un impeto di pietas che lascia
decisamente il segno nello spettatore. Perché tutto
ruota intorno alla perfezione-imperfezione dell’Amore
stesso. Quando, cioè, la situazione idilliaca iniziale è
spezzata dal concatenarsi di eventi negativi o
francamente catastrofici.
È allora che la mente, anche quella della protagonista,
Giselda, inizia a perdersi. La narrazione insegue la
protagonista dapprima in modo didascalico, quasi
burocratico, alternato tra le avances del capo (un
seriorissimo avvocato, con una moglie molto più giovane
e dalle forme piuttosto arrotondate e provocatorie,
certamente l’opposto di Giselda, così raffinata e
schiva), e gli atteggiamenti di sana invidia di una
collega molto più terrena, con la voglia di farsi strada
a qualunque costo, sfruttando la sua femminilità, magari
incrociandola al desiderio un po’ maturo di uomini
benestanti ed attempati, come il suo datore di lavoro.
Giselda è una perfezionista, perché la macchina da presa
indugia cento volte sulla sua cura maniacale nel
tagliare a spicchi, tutti uguali e regolari, una mela
verde, sempre dello stesso tipo, con la quale Giselda
consuma la sua pausa-pranzo, guardando dalla finestra lo
svolgersi di scene quotidiane, che si squadernano alla
vista dello spettatore, attraversando lo spettro delle
varie tonalità, che vanno dall’opera buffa, all’impianto
serioso dei discorsi presi a caso.
Oppure, l’obiettivo-segugio, un po’ guardone, si
trascina agile dietro i passi della protagonista, mentre
rilassata passeggia nel parco adiacente all’ufficio,
catturando in modo casuale brani di conversazioni
eterogenee, che servono da sfondo al regista, per
dipingere come un quadro di Seurat (pointillisme) drammi
piccoli e grandi della vita quotidiana delle persone
normali, come quelle che si ritrovano nella platea di
una qualunque sala cinematografica. Lo stesso fidanzato
di Giselda, bello, artista dotato e pianista-compositore
di talento, capace di fare all’amore come solo certi
giovani “fauvisti” sapevano fare, sfruttando ogni sorta
di appoggio e di occasioni provocanti, viene colpito
mortalmente, nella sua perfezione boemienne, da un male
che non perdona e proprio nell’epicentro della sua forza
creativa: la mente.
E Giselda, una volta messa al corrente della drammatica
sentenza (che non lascia speranza) da
un’assistente-primario bacchettona e puritana, segna il
suo contrappasso: da “perfezionista”, si tramuta in una
strana forma di Mister Hyde, in cui l’elemento
pornografico prende il posto del suo aplomb di donna
“asettica”, che sa tenere distanti i corteggiatori
occasionali, per preferire gli spazi squallidi e spogli
di un set per film a luci rosse, ma con protagonisti
che, al di fuori dei costumi discinti e delle pose
lascive, traboccano di vibrante umanità in privato. Ma,
Lanza ci insegna che dramma tira dramma, come le
ciliegie. E, purtroppo, sono in molti i personaggi
segnati dal passaggio prematuro, nella loro vita, di
quella “Nera Signora”, come un bimbo che ha perduto in
un incidente i suoi genitori e che ricerca in Giselda la
sua mamma ideale.
Così, anche Giselda, nell’attraversare il suo deserto
rosso, inizia a mangiare disordinatamente la sua mela,
prendendola semplicemente a morsi, per poi decidere di
esplodere dinnanzi al teleobiettivo, prima in modo
farsesco e, poi, altamente drammatico, in corrispondenza
dello scenario di chiusura. La morale? Bisogna avere il
coraggio di vivere, come accade alle persone più umili,
immunizzate da un sano fatalismo, contro ogni avversità
della vita!
L'Opinione
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