“La Perfezionista”: una recensione mai chiesta e meno che mai autorizzata.

 

da Alessandro Pallaro

Considerare “La Perfezionista” un film che non tocca specificamente il tema dell’eutanasia significa forse due cose: o che Cesare Lanza ha fallito la sua opera prima o che deve continuare su questa strada.

Il Maestro divide sempre, ma chiuso il capitolo del "c'è chi ha scritto" occupiamoci del film.

Più che raccontarlo, più che consigliarne la visione, come suggerisce la migliore tradizione giornalistico-markettara, a noi interessa conoscere le vere intenzioni che hanno spinto Lanza a cimentarsi con la dura arte cinematografica e a trattare il tema a lui tanto caro della morte indotta.

Quella dura arte, che, secondo le motivazioni del Maestro, non gli ha permesso di distribuire l’opera attraverso i canali c.d. convenzionali ma che gli vale comunque un premio gradito, quello dell’Isola Tiberina, ricevuto direttamente dalle mani di un’istituzione importante come quella rappresentata dal sottosegretario allo spettacolo Giro.

Un contentino, un premio ad hoc a detta di qualcuno, una mossa azzeccata all’indirizzo di questo Governo affermiamo noi, un gesto provocatorio (non sappiamo quanto voluto) per richiamare e ancora una volta la consapevolezza di chi in questo Paese, da anni, è abituato a premiare più che a sostenere il cinema nostrano di qualità.

Chiuso il capitolo Governo occupiamoci del film; occupiamoci delle vere ragioni che stanno dietro, che stanno sotto oseremo dire, anche perché più che un film di riscontro sociale non esitiamo a definire “La Perfezionista” un film pornografico al contrario, dove mancano le scene più osé a detta di qualcuno, ma che non fa sconti per la sensazionalità di certe concatenazioni narrative e strutturali (che abbiamo detto? Boh!).

In un film hard, si sa, non conta tanto la trama, sono i “dialoghi” che danno forza al fraseggio tra “attori” (lo diciamo per i non addetti ai lavori).

E qui avviene l’esatto contrario, e già basta così: se dovessimo per questo tentativo rivedere il film seduti sul nostro divano di casa, non manderemo di certo avanti la cassetta (il dvd per i più moderni) in spasmodica attesa della “scena madre” successiva.

Scena madre che a nostro modo di vedere qui è rappresentata al culmine in una delle poche sequenze finali: il suicidio di Giselda.

Suicidio che come ha sostenuto Magnaschi, in una sua recente critica al film, rappresenta il gesto “… più poetico (e perciò più vero)” che si sia mai visto in un film.

Perché è vero: “chi si dispera, chi urla, chi si agita, non si suicida…” (e anche stavolta siamo consapevolmente concordi con il Magnaschi pensiero).

Giselda però a differenza di ciò che sostiene qualcuno, non risponde “al richiamo di morte”, risponde invece ad un richiamo ben più forte, il richiamo d’amore, ed apre l’interrogativo più vero solo alla fine: “se si può morire per amore”.

“La Perfezionista” è un film da assaporare pian pian, da vedere almeno dieci volte (per i più afezionados o i meno devoti).

E’ un film ‘ossessivo’, dove il vero voyer è il pubblico a cui è rivolto però, e dove il regista, anche in questo caso, si diverte a rinfocolare un dibattito oramai spento e costringe lo spettatore ad assistere ad una proiezione non proprio comoda.

Si può benissimo definire “La Perfezionista” un film d’autore almeno nelle intenzioni del regista, come capita per i film dei grandi maestri, così per Lynch, per Bunuel.

Il paragone sarà anche azzardato ma non a caso citiamo Lynch: come per uno dei suoi film più riusciti, anche qui esiste una sorta di miscela sensazionale inquietante che avvolge lo spettatore con tutta la forza interpretativa di cui è capace l’attrice.

Un film dalle forti tinte emozionali, come l’autore e regista ci ha abituati ormai da tempo nella sua lunga vita professionale.

Un’opera cinematografica che ha l’impronta di chi sistema la camera e lascia andare gli attori, come faceva Warhol nei suoi interminabili lungometraggi.

E’ facile infatti immaginare il regista alle prese con eterni kilometri di girato che i montatori fanno veramente fatica ad assemblare, ma questo è anche il bello di fare arte.

Un’arte non sempre facile da interpretare, o da far recitare agli attori protagonisti.

Un’agonia un po’ troppo rapida, infatti, quella delineata da Angelo, che si esaurisce solo nella scena che lo vede unico vero protagonista del film e che porterà Giselda sull’orlo del suo personalissimo baratro.

Un film da ricomporre, da rimontare, a nostro modo di vedere, e che un minor numero di chiusure a nero renderebbe meno lento e più adatto per quella tecnica d’improvvisazione tanto cara al Maestro.

Una rilassatezza che in questo caso non controbilancia affatto la dinamicità di certi passaggi, e che in certi momenti della pellicola si avvertono come indispensabili per la storia dei suoi protagonisti.

Una lentezza giustificata che qui Lanza si diverte probabilmente ad esasperare, per sostenere, e al meglio, una riflessione sempre e solo accennata.

Un’esasperazione che si avverte chiaramente però, che toglie ritmo alla fibrillazione di certi personaggi in scena (l’avvocato, il produttore cinematografico).

Bellissima, infine, la riproduzione del set pornografico che fa di quel seno in bella mostra il vero perno di tutto il girato.

Per le altre cose, per le ragioni intime della sua opera prima chiedete a Lanza, anche perché ad un regista non si domanda mai il perché ma il dove, il quando, il come e il chi.

Grazie Maestro

 

 

 

21-09-09