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Il miglior film dell'estate non ha trovato
posto nei cinema.
Nonostante il successo tra i cinefili
La perfezionista fa incetta di
premi
Lanza dipinge una generazione. La rivelazione
Mascheretti
Il film di Cesare Lanza, giornalista e
produttore televisivo, dal titolo La perfezionista, si è
rivelato, per la critica e i cinefili, il film
dell'estate.
Durante questa stagione ha riscosso premi in molti
Festival. Questa settimana, per esempio, è stato
proiettato addirittura al Teatro Carlo Felice di Genova,
dove a Lanza è stato concesso il premio Cristoforo
Colombo. Domenica scorsa il suo film è stato proiettato
a Roma all'isola Tiberina, a conclusione della lunga
rassegna cinematografica "L'isola del cinema", e in
quell'occasione è stato premiato dal sottosegretario
alla cultura, Francesco Giro. L'unico posto dove il film
di Cesare Lanza non è ancora stato sono le sale
cinematografiche ordinarie, oberate dalle produzioni
americane che intasano la programmazione. E' un peccato.
Non per Lanza. Ma per colori che amano il cinema perchè
viene sottratto un bel film alla loro visione

Di Pierluigi Magnaschi
La perfezionista di Cesare Lanza, con Aurora
Mascheretti e Rinaldo Rocco, lo dico subito, è uno
splendido film. Anche se non c'entra per niente
l’eutanasia, tema sul quale Cesare Lanza, da giornalista
qual è, ha puntato per pubblicizzare questo film
sull’onda di emozioni cronistiche occasionali che,
sbagliando, ha ritenuto di poter cavalcare.
“La perfezionista”. infatti, non è un film su un tema,
ma su una generazione. Quella che, adesso, ha fra i
venti e i trent’anni anche se rimane, sullo sfondo,
l’ipoteca, ben resa nel film, degli anziani che non sono
più sotto i riflettori, ma che partecipano
determinantemente all’azione sociale.
Quella fra i venti e i trent’anni è una generazione
disinibita, ma con molte nostalgie di un passato che,
solo apparentemente, viene rifiutato. Una generazione
strattonata da diversi desideri. Disponibile a tanto.
Una generazione leggera, con malinconie antiche. Il film
di Cesare Lanza l’osserva, questa generazione, la
descrive, ne partecipa, vi si camuffa.
In questo film tutti gli attori sono stati cosi ben
scelti e diretti che sono tutti dei protagonisti,
indipendentemente dalla durata della loro presenza sullo
schermo. Anche Sandra Milo, che pure, in questo film, fa
solo una fugacissima ma emozionante apparizione da oca
invecchiata e perciò ancor più preziosa, più fragile,
più umana, più bella, più nostra, è una protagonista.
Anche il barista caciarone lo è. Cosi come il professore
universitario che sembra emergere dalle brume del
passato, con una voce con accenti dimenticati ma
toccanti. Anche la suora minuscola che parla con il viso
silente e il suo lungo naso da fanciulla del Masaccio,
slittando furtiva, nei corridoi dolenti di una clinica,
e interpretando una testimonianza fuori dal tempo. Anche
la primaria bacchettona, prima prudente e poi insolente,
che vorrebbe fermare il tempo. Anche l’avvocato con dei
desideri che gli sfuggono. E così il produttore di film
porno che cerca di nobilitarsi dietro una cultura da
bigini consunti, ben sapendo di raccontare frottole.
Prima di tutti, a se stesso.
E’ un'umanità vera, quella de “La perfezionista” con le
sue abitudini, i suoi tic, le sue modestie, le sue
speranze. Una generazione che non si agita ma che
scivola da una scena all’altra. Un’umanità che si
adatta, che è precaria esistenzialmente, prima ancora
che contrattualmente.
“La perfezionista” è un film visivo, e quindi, anche per
questo, un bellissimo film, montato in modo moderno, con
rilassato nervosismo. Qui, le immagini parlano da sole e
molto più delle parole che ne “La Perfezionista” sono
sempre essenziali, lesinate. Il faccione ellenico di una
statua di Mitorai che sembra essere partorito da un
autobus che gli passa davanti, è una sequenza che sembra
occasionale ma che invece è da antologia.
Il suicidio di Giselda è il suicidio più poetico (e
perciò più vero) che io abbia mai visto in un film. Chi
si dispera, chi urla, chi si agita, non si suicida.
Gilselda che si suicida gettandosi da un balcone, specie
se questo dà (in una splendida giornata di sole
primaverile) su una Roma superba di cui non si sente il
rombo cafone del traffico, ma di cui si vede solo il
sublime profilo dei suoi tetti e delle sue cupole, è una
donna che, con un sorriso appena accennato, si lascia
andare da dove è venuta, in una sorta di tuffo apollineo
e delicato, dentro un ricordo presente di liquido
amniotico, rispondendo a un leggero ma anche insistente
richiamo di morte che pure è pieno di vita, ma anche
depurato dalle angosce e i soprassalti della vita.
Il film di Cesare Lanza è quindi un film da vedere. E’
una sorta di Nashville sul Tevere, ma molto più umana e
meno letteraria di quella di Robert Altman. Più viva e
autentica. Meno pensata e meno scritta, meno
prestabilita e sorvegliata. Nella quale gli attori e le
attrici sembrano catturati a loro insaputa dalla
macchina da presa. Altman dirige da par suo gli attori.
Lanza invece ci sta in mezzo, in punta di piedi, per non
modificare la spontaneità dei suoi interpreti. Sarà
forse anche per questo che le sequenze de “La
perfezionista” non durano mai a lungo. Lanza infatti
previene la recitazione. Appena i suoi attori cominciano
a recitare, lui cambia la sequenza, alla ricerca di
altra spontaneità. In tal modo, anche lo spettatore si
trova immedesimato nella pellicola e ne resta coinvolto.
Questo è un film emotivamente in 3D che non richiede gli
occhiali per essere goduto come tale.
E poi Giselda, la protagonista, cioè Aurora Mascheretti,
è un’attrice che, qui, dà una prova straordinaria. La
Mascheretti infatti sta in Isabella Ferrari dieci volte
con il resto di due. E allora perché la Ferrari recita
da protagonista in ogni film italiano mentre la
Mascheretti fa l’anticamera? Bella domanda.
E il co-protagonista Rinaldo Rocco recita in modo
sublime la sua complessa fragilità, il suo timido
orgoglio, la sua creatività alla ricerca di sbocchi
faticosi, il suo erotismo omeopatico.
ITALIA OGGI, 12-09-09
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