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CESARE, SMETTI DI DISSIPARE E FA IL REGISTA
“La perfezionista” di Cesare Lanza,
con Aurora Mascheretti e Rinaldo Rocco, visto in dvd
nel marzo 2009.

di Pierluigi Magnaschi
Debbo subito dire che sono in pieno conflitto di
interesse nello stendere questa nota. Il regista di
questo film infatti è un mio carissimo amico da molti
anni. Lo stimo enormemente come giornalista ma, nel
redigere queste note, non mi fa certo velo l’amicizia.
Sono quindi sincero quando dico che questo è uno
splendido film. Anche se non c’entra per niente
l’eutanasia, tema sul quale Cesare Lanza, da giornalista
qual è, ha puntato per pubblicizzare questo film
sull’onda di emozioni cronistiche occasionali che,
sbagliando, ha ritenuto di poter cavalcare.
“La perfezionista” invece non è un film su un tema ma su
una generazione. Quella che, adesso, ha fra i venti e i
trent’anni anche se rimane, sullo sfondo, l’ipoteca, ben
resa nel film, degli anziani che non sono più sotto i
riflettori ma che partecipano determinantemente
all’azione sociale.
Una generazione disinibita, quella fra i venti e i
trent’anni, ma con molte nostalgie di un passato che
solo apparentemente viene rifiutato. Una generazione
strattonata da diversi desideri. Disponibile a tanto.
Una generazione leggera, con malinconie antiche. Il film
di Cesare Lanza l’osserva, questa generazione, la
descrive, ne partecipa, vi si camuffa.
In questo film, tutti gli attori sono stati cosi ben
scelti e diretti che sono tutti dei protagonisti,
indipendentemente dalla durata della loro presenza sullo
schermo. Anche Sandra Milo che pure, in questo film, fa
solo una fugacissima ma emozionante apparizione da oca
invecchiata e perciò ancor più preziosa, più fragile,
più umana, più bella, più nostra, è una protagonista.
Anche il barista caciarone lo è. Cosi come il professore
universitario che sembra emergere dalle brume del
passato, con una voce con accenti dimenticati ma
toccanti. Anche la suora minuscola che parla con il suo
viso silente e il suo lungo naso da fanciulla del
Masaccio, slittando furtiva, nei corridoi dolenti di una
clinica, e interpretando una testimonianza fuori dal
tempo. Anche la primaria bacchettona, prima prudente e
poi insolente che vorrebbe fermare il tempo. Anche
l’avvocato con dei desideri che gli sfuggono. E così il
produttore di film porno che cerca di nobilitarsi dietro
una cultura da bigini consunti, ben sapendo di
raccontare frottole. Prima di tutti, a se stesso.
E’ un’umanità vera, quella de “La perfezionista” con le
sue abitudini, i suoi tic, le sue modestie, le sue
speranze. Una generazione che non si agita ma che
scivola da una scena all’altra. Un’umanità che si
adatta, che è precaria esistenzialmente, prima ancora
che contrattualmente.
“La perfezionista” è un film visivo, e quindi, anche per
questo, un bellissimo film, montato in modo moderno, con
rilassato nervosimo. Qui, le immagini parlano da sole e
molto più delle parole che ne “La Perfezionista” sono
sempre essenziali, lesinate. Il faccione ellenico di una
statua di Mitorai che sembra essere partorito da un
autobus che gli passa davanti, è una sequenza che sembra
occasionale ma che invece è da antologia.
Il suicidio di Giselda è il suicidio più poetico (e
perciò più vero) che io abbia mai visto in un film. Chi
si dispera, chi urla, chi si agita, non si suicida.
Gilselda che si suicida gettandosi da un balcone, specie
se questo dà, in una splendida giornata di sole
primaverile, su una Roma superba di cui non si sente il
rombo cafone del traffico ma di cui si vede solo il
sublime profilo dei suoi tetti e delle sue cupole, è una
donna che, con un sorriso appena accennato, si lascia
andare da dove è venuta, in una sorta di tuffo apollineo
e delicato dentro un ricordo presente di liquido
amniotico, rispondendo a un leggero ma anche insistente
richiamo di morte che pure è pieno di vita, ma anche
depurato dalle angosce e i soprassalti della vita.
Il film di Cesare Lanza è quindi un film da vedere. E’
una sorta di Nashville sul Tevere ma molto più umana e
meno letteraria di quella di Robert Altman. Più viva ed
autentica. Meno pensata e meno scritta, meno
prestabilita e sorvegliata. Nella quale gli attori e le
attrici sembrano catturati a loro insaputa dalla
macchina da presa. Altman dirige da par suo gli attori.
Lanza invece ci sta in mezzo, in punta di piedi, per non
modificare la spontaneità dei suoi interpreti. Sarà
forse anche per questo che le sequenze de “La
perfezionista” non durano mai a lungo. Lanza infatti
previene la recitazione. Appena i suoi attori cominciano
a recitare, lui cambia la sequenza, alla ricerca di
altra spontaneità. In tal modo, anche lo spettatore si
trova immedesimato nella pellicola e ne resta coinvolto.
Questo è un film emotivamente in 3D che non richiede gli
occhiali per essere goduto come tale.
E poi Giselda, la protagonista, cioè Aurora Mascheretti,
è un’attrice che, qui, dà una prova straordinaria. La
Mascheretti infatti sta in Isabella Ferrari dieci volte
con il resto di due. E allora perché la Ferrari recita
da protagonista in ogni film italiano mentre la
Mascheretti fa l’anticamera? Bella domanda.
E il co-protagonista Rinaldo Rocco recita in modo
sublime la sua complessa fragilità, il suo timido
orgoglio, la sua creatività alla ricerca di sbocchi
faticosi, il suo erotismo omeopatico.
17-03-09
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