Idee controcorrente
ODIARE LE SANTE FESTE

Auguri ipocriti, buonismi, regali riciclati:
io vi consiglio di lavorare anche domani


 

 

di Cesare Lanza

 

Detesto le vacanze, in particolare quelle di Natale. E, scusatemi per la presunzione, non vedo come si possano contestare le mie motivazioni. La prima, per un liberale assoluto come me, è la seguente: ammesso anche (e per quel che riguarda me, del tutto escluso) che abbia piacere di andarmene o starmene in vacanza, perché mai dovrei farlo in un  periodo “obbligato” da ricorrenze fissate secondo criteri che non mi riguardano? Se le vacanze mi piacessero, almeno vorrei prendermele quando dico io, non quando mi sono inflitte per tradizioni, convenzioni, riti sociali.


Altra motivazione: il filo conduttore della mia vita è il lavoro. Ed è il filo conduttore che consiglio, quasi sempre inascoltato e anche sbeffeggiato, a chiunque: figli, parenti, amici, sconosciuti… e perfino a tutti coloro che, chissà perchè, mi scrivono e mi chiedono un parere sul senso della vita.

Gli altri fili conduttori sono meno persuasivi e meno affidabili, rispetto all’etica e alla disciplina del lavoro. Sento già (perché di fatto le ho sentite puntualmente, quando espongo a voce le mie opinioni) un’accorata protesta: e gli affetti non contano per te, non sono prioritari?

 

Gli affetti contano, ma..

 

Ma certo che gli affetti contano. E, idealmente, sarebbero prioritari. Idealmente però: gli affetti  infatti sono discontinui: l’amore per il padre e la madre, per i figli, il valore dell’amicizia, per non dire anche il fuoco, di per sé caduco e passeggero, di una passione per un’amante, sono sentimenti certo importanti e indispensabili per vivere. Ma sono inevitabilmente soggetti a nubi, distrazioni, delusioni, incostanze, infedeltà, tradimenti. Raramente e quasi mai, e sinceramente direi mai, sono un riferimento quotidiano, stabile e rassicurante, giorno per giorno, ora per ora. Anche i sentimenti più forti sono insidiati e destabilizzati da incomprensioni e volubilità, carenze, aspettative frustrate.

Il lavoro, no. Il lavoro (per chi abbia la fortuna di averne uno, in cui credere – ma questo è un altro discorso) è legato solo alla tua volontà: basta rispettarlo, onorarlo, privilegiarlo ogni giorno. Lavorare anche a Natale, a Capodanno, a Pasqua, a Ferragosto, le domeniche, lavorare sempre in qualsiasi giorno di festa previsto dal nostro superfestaiolo Paese: questo è il consiglio, anzi il regalo (se fosse apprezzato, e purtroppo non lo è) che vorrei lasciare in eredità ai miei figli. Non ci sono soldi, case, terreni, gioielli, non c’è nessun bene materiale che possa risultare più prezioso di questo consiglio.

In particolare, detesto le vacanze di Natale perché – chiedo scusa ai credenti, non voglio essere sgarbato - è una festa religiosa. E io, purtroppo, non sono religioso. Scrivo purtroppo perché una fede religiosa sicuramente, certo più del lavoro, per chi è religioso rappresenta un riferimento sicuro e ti dà una speranza: assai più del lavoro ti difende, ti salvaguarda dal dolore, dalla disperazione o dalla depressione, dalle delusioni rispetto alle mille insensatezze della vita create da chissà chi (non posso arrendermi all’idea che un buon dio possa aver disseminato la vita di noi poveri umani con tante storture, trappole e crudeltà – e perciò non ho il dono della fede). Così, non avendo la fede, mai come a Natale mi trovo di fronte a una scelta difficile: devo dunque arrendermi, con ipocrisia, al rito religioso e ai messaggi buoni, peggio: buonisti, che sdolcinano la festa in maniera esagerata e, per me, insostenibile? Ma perché dovrei essere buono solo a Natale?

 

Sono molte le leccornie sotto l’albero

Come milioni di altri uomini non religiosi, cerco di essere buono, laicamente, anche se senza fede,  ogni giorno.  

Scendendo dalle stelle alle stalle, lasciatemi aggiungere un altro paio di futili motivazioni. Non sopporto l’orgia di regali, crisi o no, legata alla tradizione e alle aspettative consumistiche; detesto gli auguri mielosi e volgari, in copia carbone, che ti colpiscono a tradimento, alla nuca, come corpi contundenti, via sms, email, per strada, dovunque; mi fa venire i brividi l’obbligo non scritto che induce conoscenti molesti e parenti fastidiosi a farsi vivi con regalini spesso riciclati e vomitevoli, banali e false parole d’occasione… Ma perché, perché, perché? Per ultimo: le tavolate ricche di leccornie che una volta davano il senso del Natale, inteso come giorno straordinario di opulenza, mentre ora qualsiasi trattoria ogni giorno te le propina, senza tregua. E un tipo goloso come me, maledizione, ci casca sempre. Con la nostalgia dell’età dell’innocenza, di quando ero bambino e mia mamma preparava i “cullurielli”, frittelle calabresi misere, senza niente dentro, al massimo un’acciuga o un pezzetto di formaggio – la pasta stesa sul tavolo sotto una coperta doveva lievitare tutta una notte, e quella sì ch’era una festa, forse un vero, sostenibile Natale.

 

 

cesare@lamescolanza.com

 


Libero, 24-12-08