di Cesare Lanza
Ho fatto un film con l’eutanasia come tema centrale: il titolo è “La perfezionista” e l’ho dedicato idealmente, per il rimorso, a mia madre. Mia madre, paralizzata in tutto il corpo, per anni e anni, grazie al suo cuore fortissimo, non riusciva a morire. Era una morta vivente. Non parlava, non capiva, non poteva muoversi. Alla fine si è spenta dopo una lunghissima, straziante agonia.
Quando la vegliavo, mi guardava con occhi che a me sembravano imploranti: “Aiutami a morire”, ero e sono certo che volesse dirmi. Un uccellino rattrappito, devastato dalle malattie, immobile sotto le lenzuola. Mi sarebbe bastato posare una mano con delicatezza sulle sue labbra e toglierle il respiro per un attimo, per fermare la sua sofferenza.
Ma non ho mai avuto il coraggio di farlo. E perciò mi porto dentro questo rimorso terribile: non sono stato capace di aiutarla, non ho saputo raccogliere la sua implorazione, non sono riuscito a dar fine a quel dolore senza senso, senza limite, senza speranza. Una volta ho confidato questo rimorso a un sacerdote eminente, certo sensibile e intelligente, il cardinale Tonini.
“Se lo avesse fatto, se si fosse spinto a tanto”, mi ha ammonito subito, con la prontezza che può avere solo chi possiede la fede, “oggi il rimorso le sarebbe più acuto e insopportabile.”
Gesto estremo
Non so, non credo. La risposta che ogni volta mi do, anche adesso che ne sto scrivendo, è che non sono riuscito a compiere quel gesto di amore estremo, per due motivi. Il primo è certo la mancanza di coraggio, confuso com’ero dal dolore, dallo smarrimento. Ma il secondo motivo è che mia madre, quando ancora era in salute e lucida, mai aveva accennato a questa sua eventuale volontà – nel caso se ne fosse presentata la necessità. Se lo avesse fatto, se mi avesse legato a una disposizione chiara e precisa, certo avrei trovato, per amor suo, quel coraggio che mi è mancato e avrei saputo compiere quel gesto, a dispetto anche delle leggi e di qualsiasi altro parere contrario.
Qui sta il punto cruciale, a mio parere, del tormentato, ma a volte anche bizzarro e paradossale, assurdamente furente, dibattito sull’eutanasia.
In una società liberale, deve essermi riconosciuto il diritto di chiedere e determinare la fine delle mie sofferenze, il mio diritto a morire, se sopravvivo in stato vegetativo o, comunque, in condizioni tali da escludere la possibilità di una ripresa di una vera vita. È un mio diritto insopprimibile. E se non posso eseguire la mia volontà con le mie autonome forze, e se è questa la mia volontà al di là di ogni ragionevole perplessità o dubbio, ad esempio come sto facendo io adesso per quel che eventualmente possa riguardare il mio destino futuro,
spero e chiedo che per me provveda una mano pietosa, anche occultamente se indispensabile, oppure che comunque la società provveda a onorare il mio diritto incontestabile, se necessario sulla base di una sentenza di un giudice – nel caso qualcuno arbitrariamente decidesse di contestare la mia volontà.
Il confine, ripeto, è solo questo: se ci si trova di fronte a una volontà chiara e certa, una società libera e giusta deve trovare il modo, legiferando appropriatamente, di riconoscere a ogni individuo di essere accompagnato alla morte, quando sia spenta irrevocabilmente ogni possibilità di vita. Nel caso angoscioso di Eluana, se esiste una sola valida perplessità. a mio parere è dunque solo questa: è certo che la sventurata giovane avesse espresso in modo inconfutabile la sua volontà di morire?
Un anno fa ho fatto quel film, che considero crudo e disperato, incentrandolo sull’indiscutibile diritto di morire – se non c’è speranza di vivere. E ho incontrato difficoltà facilmente immaginabili, ostacoli e pregiudizi, direi anche qualche tentativo di censura. Voglio perciò dire la mia con schiettezza. Ho il massimo rispetto per la Chiesa, per chi ha sentimenti religiosi e comunque il sostegno di una fede. Ma vorrei anche che il rispetto fosse ricambiato, per tutto ciò che attiene ai miei diritti: non voglio certo decidere al posto di altri sui diritti di altri, ma non voglio neanche che altri decidano al posto mio, per quanto riguarda i diritti miei. Il rimorso cocente per mia madre era tale che alla fine ho deciso di ignorare tutte le varie difficoltà e di farmi il mio film da solo, non solo per la scrittura e la regia, ma anche, in austerità, per la produzione. Per fortuna mi ha affiancato un amico, Lucio Presta, uno che ha la testa dura come me, in fatto di valori e princìpi di libertà.
Al punto che si è disinteressato di qualsiasi scelta, lasciandomi a sua volta libero su tutto: in poche parole, l’amico che, in un’impresa e nella vita, chiunque vorrebbe avere al fianco.
La provocazione
Il film ha sbattuto puntualmente contro grandi ostacoli e solo dopo diverse lotte e fatiche è riuscito a trovare un distributore. E grazie all’amicizia degli organizzatori del festival di Ischia, in questi giorni finalmente sarà proposto al pubblico.
Nella trama del film, ho inserito – ammetto – una provocazione aspra. Sono la protagonista (“La perfezionista”) e il suo fidanzato, due giovani, due giovani qualsiasi, una segretaria e un musicista, che vivono in romantica solitudine il loro amore, a porsi il problema dell’eutanasia. Non c’è una lunga agonia, non c’è un caso massmediatico, come per Eluana e tanti altri episodi, forse oscenamente sottoposti al giudizio di qualsiasi estraneo – mentre la scelta è, o dovrebbe essere, assolutamente privata. C’è la consapevolezza, senza possibilità di speranze, della morte prossima, in agguato.
E la tentazione di fronte a una scelta terribile, ma personale, che non può essere delegata a nessuno.
cesare@lamescolanza.com
Libero, 17-07--08