Cesare Lanza a ruota libera
IO,
TRADITO DA BONOLIS
GIORNALISTA, AUTORE TV, REDUCE DA UN INFARTO, IN QUESTA
INTERVISTA FA UN BILANCIO GLOBALE DELLA SUA VITA,
PRIVATA E PROFESSIONALE. REGOLA ALCUNI CONTI E ANNUNCIA
DI AVER GIÀ SCRITTO IL PROPRIO EPITAFFIO: «UN UOMO TUTTO
CASE E FAMIGLIE»

(Foto di Ada Masella)
di
Giancarlo Dotto
«Secondo il mio amico Agostino Saccà, io mi sto
preparando a morire... Uomo di rara finezza, Saccà,
ingiustamente liquidato come vassallo di Berlusconi». Si
prepara a morire Cesare Lanza, affacciato alla
terrazza di casa, una delle più belle di Roma, da cui
spiccare il volo verso qualunque direzione nelle
giornate di vento, il profumo della bougainville, non
fosse che il corpo, malinconie sparse e la partita di
poker programmata per la sera, lo tengono a terra. Si
presenta nella sua definitiva versione della buddità
fatta uomo. Morituro e beato tra le donne, moglie,
figlie, due cagne, domestiche e tartarughe, vere e
finte. Ha lucidato i due labrador per le foto, non se
stesso, fiero della sua coltivata trasandatezza. Il suo
eroe è il tenente Colombo, genio e straccione. «Sono
andato all'appuntamento da un ambasciatore importante
con queste scarpe sdrucite. Le porto da un anno,
ininterrottamente». L'ultima volta l'avevo incontrato
negli studi de La
talpa , dentro un container che discuteva con Paola
Perego su quante tarantole dovessero transitare prima
sulle tette di Karina e poi sul pube di Frank
Trentalance, il pornoattore. «Ho avuto un infartuccio un
mese fa, ci stavo lasciando la pelle», ci fece sapere
Cesarone con la leggerezza di uno che racconta la
puntura di un calabrone, mentre, l'occhio semichiuso
dell'animale sazio, versione Dottor Cyclops, controllava
le sue vittime miniaturizzate nella bolla di vetro, gli
zulù che diventavano carne da share al guinzaglio della
Barale. «È la corruzione dell'innocenza», esultava
Cesarone, mentre la gigantesca tarantola passeggiava
sulle tette della piagnucolante Karina: «Se mi punge,
devo tornare dal chirurgo». E tutti, io, Lanza e il
pubblico, lì a sperare che la tetta esplodesse in
diretta.
«L'azzardo? Lo imporrei a scuola»
Fa colpo, ma poi
mica tanto, che sia uno come lui a baloccarsi con il
pensiero della morte. Sono i grandi dissipatori al
crepuscolo a misurare meglio di ogni altro quanto sia
crudele l'addio alle armi. Incursore con il gusto
dell'azzardo («Lo imporrei come materia a scuola,
l'azzardo, perché insegna a vincere e a perdere. Darei
ai ragazzi cento caramelle e direi "adesso ve le
giocate"») e peccatore confesso, l'uomo che nel suo
volume di memorie si è ribattezzato "il Lanzachenecco",
mercenario al servizio di tutte le bandiere ma, ogni
volta, con il puntiglio della fedeltà. Già enfant
prodige del giornalismo italiano, quando era ancora
Cesaretto e non Cesarone, il più giovane direttore prima
al Secolo XIX
e poi al Corriere
d'Informazione, editore suicida, scrittore, autore,
libertino e maestro di chemin de fer. Una vita
spericolata, anche quando perverte il suo ingegno al
servizio del trash televisivo che più trash non si può.
Eminenza grigia e anche un po' nera di star come Paola
Perego e Paolo Bonolis. Non ha fatto testamento, ma ha
disposto la colonna sonora del suo funerale. «In chiesa,
se mi accettano, cosa di cui dubito, il mio lento
preferito Hey Jude , all'uscita Mamma mia, gli Abba
sparati a palla». Si mette a canticchiare Hey Jude ,
subito imitato da un centinaio di gabbiani più intonati
di lui. Alla lapide ci sta pensando, indeciso tra "Ha
dato al giornalismo molto di più di quanto il
giornalismo non gli abbia dato" e il meno serioso "Era
un uomo tutto case e famiglie". Conoscendolo, sceglierà
il secondo.
«Non
sono più L'eterno ragazzo»
«Sarà il coccolone, sarà
che ho vissuto a mille all'ora, saranno le malattie, il
diabete, l'ipertensione, il peso che avanza, le quindici
pastiglie al giorno, ma non mi sento più l'eterno
ragazzo con la valigia in mano, pronto a prendere il
treno per Yuma». A 68 anni, ha una sfida in corso con
Penelope, il suo vecchio labrador del cuore. «È la
creatura al
mondo
che ho amato di più, peccato sia un cane e non una
donna. È una gara a chi muore prima, per non soffrire
troppo della perdita dell'altro. A differenza di Sandro
Pertini che, quando moriva qualche suo coetaneo della
Resistenza, provava un godimento interiore ma
visibile...». Penelope tace e forse acconsente, stesa
nel corridoio, attenta a non sprecare energie preziose,
abbastanza decisa a perdere la sfida. «Cito solo
Penelope, così i miei figli e le mie mogli si
amareggiano. Un po' di crudeltà ci vuole... Ha un solo
difetto, Penelope. Spazzola tutto quello che vede. Come
me, mangia qualsiasi porcata. Oso sperare che, alla mia
morte, si lasci morire d'inedia come prova d'amore». Il
palazzo cigola, i fantasmi si moltiplicano e Lanza fa
penitenza a modo suo, profanandosi con feroce
civetteria. «Ho sempre avuto il mito del mio coraggio
ma, alla prima occasione seria, l'infarto, sono crollato
e mi vergogno. Non tanto quando il medico all'ospedale
se ne uscì con l'indimenticabile: "Se superiamo la prima
mezz'ora, forse ce la facciamo", ma dopo l'intervento.
Quando sono uscito in barella e ho visto su di me gli
sguardi di mia moglie, del mio assistente Tony, una
specie di figlio, Lucio Presta e Paola Perego, un
congedo corale. Sono scoppiato in lacrime».
Donne e Poker:
temerarie e curiose
Squilla il cellulare. La
convocazione per il poker della sera. Le fiches numerate
sono sempre pronte a casa Lanza. I compagni di tavolo,
gli stessi da una vita. «Ogni tanto qualcuno muore. Come
Giorgio Tosatti. S'incazzava in una maniera furibonda
quando perdeva. Mi ricordo quella volta che insultò
Totti. Gli urlava "Hai vinto, ma non sai giocare!"... La
sera che sono uscito dall'ospedale ho giocato a poker
fino alle cinque del mattino e ho vinto, forse per un
riguardo nei miei confronti». Arriva Antonietta, la
seconda moglie. Bella faccia allegra. «Ho sempre amato e
temuto le donne. L'avversario peggiore al tavolo da
poker. Sono temerarie e curiose. Difficile bleffare con
loro. M'incanta la loro crudeltà. Ho capito presto che è
meglio trattarle malissimo prima che siano loro a farti
a pezzi». Sulle imprese del Lanza seduttore corrono
leggende. Che lui non smentisce. «Ne ho avute più di
mille. Ogni tanto la notte, per addormentarmi, provo a
contarle. All'epoca
del Corriere
d'Informazione, per mesi, se non andavo con una
donna diversa ogni giorno, stavo male. Una febbre
compulsiva... Poche le storie importanti, le due mogli,
donne di razza, un dono del cielo e poi Lina Sotis, una
passione pazzesca, il fuoco dei sensi. Una delle tre,
quattro donne più belle di Milano all'epoca. Mi
allontanai da lei perché non sopportavo più la quantità
di vita mondana che m'infliggeva». Si definisce un
liberale estremo, generoso e scialacquatore, in piena
sintonia con l'assoluto nonsenso che è la vita. «Mia
madre, la persona più cinica e lucida che ho mai
conosciuto, mi diceva sempre: "Non sposarti, non mettere
al mondo altri infelici, non pensare al denaro, pensa
solo a leggere, scrivere e studiare". Ho fatto tutto il
contrario. Due mogli e cinque figli. Il risultato è che
sono condannato a guadagnare, ma prima o poi morirò e
questo mi salverà... I figli? Almeno un paio mi
detestano, anche perché sanno di essere ricambiati. So
di essere un cattivo padre, ma per quanti errori possa
aver commesso arriva il momento in cui i figli
dovrebbero occuparsi del padre. Questo momento non
arriva...». Due maestri riconosciuti. «Antonio Ghirelli,
generoso e immortale. Piero Ottone, un perverso. Di un
cinismo assoluto. Entrambi spietati verso se stessi e
consapevoli dei propri limiti». Uomo tutto case,
famiglie e clan, molto attratto dai gorghi del Potere.
«Ho amato il cardinale Giuseppe Siri, uno dei dieci geni
che ho incontrato nella mia vita. Non ho mai rinnegato
l'amico Bettino Craxi. Anche quando mi spinse a fare
l'editore e mi ritrovai sul lastrico a 35 anni. O quando
uscii disintegrato nella farsa della seconda Repubblica,
schedato tra i socialisti infami. Silvio Berlusconi mi
voleva a dirigere la sua Telemilano, all'epoca in cui
prese Mike Bongiorno. Era già allora ambizioso e
ricchissimo, un genio, ma troppo padronale. Pensai che
col mio caratteraccio di allora saremmo durati poco.
Oggi, se potessi parlargli, gli direi: "Tu hai tutto,
perché non fai qualcosa di risolutivo per trasformare
questo Paese? Perché non senti quest'ambizione?".
La Massoneria mi attirava moltissimo.
Rischiai grosso con la P2. Feci domanda d'iscrizione, ma
dopo due o tre giorni la cosa uscì e non ho avuto
l'onore di vedere il mio nome negli elenchi. Mi dispiace
essere arrivato tardi. Non mi pento di aver fatto
domanda, un giornalista deve mettere il capino ovunque,
poi sta a lui comportarsi in maniera corretta». Il
Cesare Lanza che riflette sul nonsenso della vita è un
uomo dal cuore che sanguina. I calabresi di terra come
lui soffrono il tradimento degli amici più di quello
delle donne. Chiedergli in questi giorni di Paolo
Bonolis è come chiedere a un lampione cosa pensa di un
cane. Sembrava un sodalizio di ferro, dopo sette anni.
«Non ci verrà lui al mio funerale, dopo questa
intervista. Poco male. Io resto un tontolone romantico.
Vedo, capisco, so, ma mi lascio fottere dai sentimenti.
Da Bonolis ho avuto una delusione terribile. Mi sento
ferito, ma lo assolvo per non aver compreso il fatto. È
un bamboccio che non si rende conto di quello che fa.
Cosa vuol dire tradire un amico, non rispettare i
contratti, la parola data. Lui in scena è un genio, ma
nella vita è un infelice. Un anaffettivo attorniato da
grandi donne che non merita. La madre e la moglie, Sonia
Bruganelli. Intelligente, complessa, degna di ispirare
un grande romanzo. Senza di lei, Bonolis sarebbe franato
da tempo. Senza di lui, Sonia arriverebbe assai più in
alto. Paolo è un bambino immaturo, viziato, senza valori
di riferimento. Quante volte mi ha baciato, dicendomi
che gli ricordavo suo padre. Cose che per un calabrese
come me ti entrano nel sangue. È infelice anche perché
vorrebbe dedicarsi a cose serie e non al divertissement
puro per cui lo strapagano. Non ha la spina dorsale per
fare certe scelte».

Lucio Presta
come Jekyll e Hyde
Un contratto avrebbe dovuto
tenerli insieme ancora due anni. Di questi giorni la
rottura. Spiegazione ufficiale: Lanza non è adatto come
autore di Ciao
Darwin. «Lui mi può anche considerare rincoglionito,
ma una persona per bene rispetterebbe un contratto, si
renderebbe conto del danno che fa a una persona. Vivevo
felicemente alla Rai e sono stati loro a cercarmi, Paolo
Bonolis e Lucio Presta... C'erano state in precedenza
altre situazioni strane, ma ho sempre anteposto
l'amicizia a tutto. A Sanremo Bonolis era convinto che
il Festival dovesse andare avanti, anche qualora Wojtyla
fosse morto. Gli dissi: "Non dipende da te. Se il Papa
muore, entrano i notiziari e ci staranno per un mese,
indipendentemente dalla tua volontà". Bonolis è un
bambino che si percepisce onnipotente. Un'altra volta,
quando ci fu il rientro della bara di Nicola Calipari da
Bagdad, lui non voleva interrompere il Festival. "Non
esponiamoci al ridicolo", lo scongiurai. Lui niente.
"Andiamo da Cattaneo, allora, ma glielo dici tu". Usciti
dall'ascensore, ci troviamo di fronte Cattaneo. "Eravamo
venuti a salutarla", fa lui. Una macchietta, come i suoi
Totò e Alberto Sordi». Deluso anche da Lucio Presta. «Ha
scelto la gallina dalle uova d'oro e ha buttato a mare
l'amico. Lucio è dottor Jekyll e mister Hyde.
Straordinario nel lavoro, con qualche ingenuità
politica. Abbiamo avuto litigate formidabili. Non sembra
un vero calabrese, non conosce il rispetto. Lo amo come
un fratello minore, ma lo prenderei volentieri a calci
nel didietro».
I
ventenni che ha lanciato
Lo aiuto a svagarsi, a
sentirsi meno vulnerabile, compilando la lista delle
persone da invitare al suo funerale. «I miei compagnucci
del poker, tutti. La gente che stimo, come Giuliano
Ferrara. Amici come Vittorio Feltri. Grandi giornalisti
come Giulio Anselmi, che mi hanno dato una mano nei
tempi bui. Non inviterei chi si sente l'ombelico del
mondo come Pippo Baudo. Vorrei attorno alla mia bara
tutti i grandi talenti, allora giovanissimi, che
assunsi da direttore. Ferruccio de Bortoli, Gian Antonio
Stella, Edoardo Raspelli, Gigi Moncalvo, un genio un po'
indisciplinato che non ha avuto la carriera che
meritava. Una volta mi chiesero: "Come mai lanci tutti
questi ventenni?". Risposi: "Perché spero che quando
sarò vecchio e rimbambito si ricorderanno di me"».

Sette - (CORRIERE DELLA SERA), 08-07-10