GIOCATORI ECCELLENTI / CESARE LANZA
Perché le lotterie sì e le case da
gioco no?
È la contraddizione moralistica di uno Stato che utilizza la leva
fiscale sui giochi per fare cassa. Ma anche i casinò potrebbero
servire allo scopo: intercettare i soldi di chi va a giocare
all'estero e al tempo stesso essere una molla di sviluppo per
il turismo.

Di Cesare Lanza
In ogni epoca storica, e sotto il segno
dei più diversi sistemi politici, quando le casse sono vuote lo
Stato ricorre quasi inevitabilmente a una sicura, allettante tassa indiretta:
una lotteria, un gioco popolare con una percentuale, più o meno
feroce, da trattenere sugli incassi. Non mi scandalizzo, non mi meraviglio,
anzi in linea di principio sono perfino favorevole: se in caso di bisogno
non ci fosse questa tassazione atipica, ce ne sarebbe di sicuro un’altra
che prevederebbe uguali o peggiori esborsi, senza neanche la speranza
o meglio l’illusione, per noi infelici cittadini tartassati, di
poter vincere qualcosa. E quindi riprendersi, con ampio margine, l’investimento
fatto sulla fortuna.
Di più: mentre una vera tassa è obbligatoria,
e non puoi sfuggirvi (a meno di evaderla o di eluderla, cioè di
mettersi «contra legem»), in questo caso, per non perdere
quattrini (e per non farsi spennare dallo Stato), si può tranquillamente
rinunciare a giocare...
Ecco perché il gioco, come fonte di reddito,
tollerato in ogni Stato o addirittura incentivato dai governi (da tutti
i governi), non si estinguerà mai. Premesso questo, si impongono
però altre riflessioni.
Prima riflessione: sul piano morale, l’atteggiamento
di ogni governo-biscazziere è ambiguo, contraddittorio, riprovevole.
Da una parte non si esita, per incassare, a gestire direttamente lotterie,
lotto e quant’altro, o a inventarsi nuove esche; dall’altra,
si pongono vari divieti assolutamente illiberali per chi gioca e ci si
oppone, per esempio, all’apertura di nuove case da gioco, che sarebbero
importanti per l’industria turistica, per creare nuove opportunità di
lavoro e per trattenere qui in Italia quei flussi di capitale dei giocatori
italiani verso i casinò stranieri.
MEGLIO LE CARTE. Seconda riflessione:
non mi piacciono, e di conseguenza sconsiglio, i giochi online
e, comunque, quelli elettronici nei casinò: perché sono strutturati per
assicurare – matematicamente – la vittoria al banco. Preferisco
le partite tra giocatori (chemin de fer) e i giochi di carte (black jack,
trente et quarante, punto e banco, poker) con opportunità, più o
meno teoriche, di qualche chance di vittoria. Meglio giocare là dove,
quanto meno come ipotesi, tutto sia possibile: meglio giocare contro i
nostri simili, con le stesse nostre umane debolezze, o contro il caso,
non certo contro una macchina, programmata scientificamente.
Infine, sia
chiaro a tutti almeno questo: senza il vizietto dostoevskiano
in corpo, è sempre
più conveniente il ruolo del banco piuttosto che quello del giocatore.
economy, 12-03-09