L’allarme violenza nel calcio
Già liberi gli ultrà sfasciacarrozze





di Cesare Lanza



Rieccoci. E’ appena ricominciato il campionato di serie A e – impotenti, non per colpa nostra – sbattiamo ancora una volta la faccia contro l’irrisolto problema della violenza che tormenta il nostro sport preferito. Questa volta – straannunciati – dobbiamo occuparci dei disordini provocati da tifosi/delinquenti del Napoli. Che si sono impadroniti di un Intercity, lo hanno devastato (centinaia di migliaia di danni), hanno atterrito i tranquilli passeggeri e sono infine piombati allo stadio Olimpico – dove, per fortuna, la situazione è stata tenuta più o meno sotto controllo dalle forze dell’ordine. Mentre il povero Abete, presidente della Federcalcio, ripete parole già sentite, troppe volte ripetute senza esito (“Via i delinquenti dagli stadi”…Tolleranza zero… Non si può andare avanti così”!) assistiamo a un copione scritto mille volte e a inedite, sconcertanti esternazioni che suscitano, anche se ne ho viste tante, meraviglia e sarcasmo.
Il copione scritto mille volte prevede che i tifosi fermati – cinque, appena cinque in questa occasione - sono già stati scarcerati, in libertà. E questo è puntualmente successo anche stavolta. Vero che saranno processati per direttissima (e presto capiremo la valenza della condanna), ma vi sembra questo il massimo pugno di ferro di una società civile che avrebbe il sacrosanto diritto di difendersi dalle bravate di un manipolo di gaglioffi – e per fortuna che non è stato versato sangue, e, intendiamoci, mi sarebbe dispiaciuto solo, sinceramente, se si fosse trattato di sangue di innocenti, come spesso è successo.
Quanto alle esternazioni, mi stropiccio gli occhi. La prima arriva dal presidente del Napoli, fiero del buon risultato ottenuto dalla sua simpatica squadra (niente da dire sul piano sportivo e agonistico) che fu illuminata dal genio di Maradona. Dice De Laurentiis, dopo aver espresso un profondo dolore: “Il treno, però, è arrivato in ritardo…”. Mi sfugge il senso della curiosa riflessione. Che vuol dire? I tifosi avevano dunque ragione di abbandonarsi alla violenza, disturbati dal fastidio del ritardo del treno, su cui peraltro erano saliti gratis, senza biglietto, e, poverini, non hanno avuto la possibilità di godersi l’intera partita?! Se io per primo, parlo per tante negative esperienze, e qualsiasi lettore con me, dovessimo sfasciare le carrozze di Trenitalia ogni volta che perdiamo appuntamenti importanti per ritardi e disagi d’ogni genere, le stazioni ferroviarie sarebbero un cumulo di macerie! La seconda esternazione arriva dal questore di Napoli, che ha osservato che i passeggeri dell’Intercity hanno lasciato il treno di loro volontà… E ti credo! Chi – magari con donne e bambini al seguito – non se la sarebbe svignata appena possibile, di fronte alle bestialità dei tifosi aggressori?
Per me, lo sconforto arriva soprattutto da questo tipo di pacate osservazioni. Perché, se si volesse, non ci vorrebbero genialità particolari né provvedimenti da Stato poliziesco per restituire serenità al mondo del calcio. Basterebbe sfogliare ciò che fece la signora Thatcher quando gli hooligans seminavano il terrore in patria e fuori. Pugno di ferro, ma ferro e di più, acciaio tosto.
Punizioni certe e severe ai club, toccati nella profondità dei loro interessi e dunque obbligati a intervenire, e ai tifosi degenerati: non certo scarcerazioni immediate e sanzioni lievi e annacquate.
Se si volesse, certamente si può – e si potrebbe anche far pulizia alla svelta. Ma bisogna volerlo: se le leggi esistenti non sono adeguate, bisogna adottare nuovi provvedimenti. Delle due l’una: o siamo un popolo meno civile dell’Inghilterra e mi dispiacerebbe ammetterlo, tanto più che gli hooligans non erano certo meno bestiali dei nostri esaltati. Oppure potremmo, e dovremmo, riuscire a mettere ordine, come fu in Inghilterra (dove oggi assistere a una partita di calcio è una festa, non ci sono neanche barriere tra i campi di gioco e le gradinate degli spettatori – ciascuno sta al posto suo), e come è stato in altri Paesi.
Indubbiamente, nel nostro Paese la cultura sportiva è una parola senza senso. E qualcosa bisognerebbe fare, per svoltare e girare pagina – al di là della indispensabile prevenzione/repressione.
Un anno fa, su queste colonne, avevo proposto l’istituzione di un o scudetto del fair play, per cominciare a far cambiare mentalità a un ambiente in cui conta solo la vittoria, costi quel che costi… Non certo un premio retorico, senza significati concreti. No: un consistente premio in denaro per il club più sportivo e il diritto per la squadra sculettata nel fair play di cimentarsi per ulteriori premi e riconoscimenti con le squadre vittoriose nel campionato e nella Coppa Italia. Incontrai anche alcune alte autorità sportive, il commissario straordinario del calcio, il presidente del Coni… Ottenni solo sorrisi e vaghe parole di incoraggiamento. E mi fermai lì. Non era certo, e non è, compito mio realizzare quel progetto. Ho letto nei giorni scorsi che il ministro Maroni propone la stessa idea. Benissimo: non voglio i diritti d’autore, ma spero che il bravo ministro vada avanti… E alla sua iniziativa si associno Petrucci, Abete, Matarrese, Moratti, Galliani, la gentilissima Rosella Sensi, i Della Valle, il pragmatico Lotito, insomma tutti i più importanti responsabili del nostro beneamato gioco. Vorremmo godercela in pace, la partita E vorremmo veder premiato il club capace di comportarsi, in campo e fuori, atleti e tifosi, con quel senso della sportività da troppo tempo ormai perduto.



cesare@lamescolanza.com


LIBERO, 02-09-08