DI Cesare
Lanza
Il mio Sanremo è cominciato con un diluvio di polemiche: sul compenso
di Paolo, le proteste dei gay per Povia e delle femministe per Hugh Hefner,
sul contratto di Benigni e del Vaticano sulla qualità delle canzoni.
Così, nel nostro gruppo di lavoro (oltre a Paolo, e al sottoscritto,
Ivano Balduini, Barbara Cappi, Sergio Rubino e Marco Salvati) sorretti dall’ironia
di Paolo, ci siamo detti: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
Confortati dai vertici Rai eravamo però consapevoli che, in caso di
insuccesso, ci sarebbe stato un linciaggio senza esclusione di colpi, organizzato
abilmente nella cornice della rituale battaglia per le nomine Rai.
Ma lunedì l’umore
del “Gran Conduttore” volgeva al meglio: l’Inter aveva vinto
il derby e Paolino era eurforico. “Abbiamo sistemato la pratica più importante” scherzava “ora
il Festival!”. Martedì, debutto in ansia per una terribile emicrania
di Benigni e per Bonolis sofferente al menisco, ma il giorno dopo le critiche
hanno lasciato il campo a elogi, in parte sinceri, in parte a denti stretti.
Giovedì i “Padrini” dei
giovani, grandissima musica e tutti a dire “mai visto niente di simile
a Sanremo!”. Venerdì, il festoso arrivo di Hefner, sordo come
una campana, e delle sue “fidanzate”, con il blitz della donna
nuda in scena (non certo organizzato, al di là dei sospetti). E poi
a cena per il compleanno di Sonia, moglie di Paolo. Le ho regalato una penna,
come auspicio per la carriera di autrice e opinionista che, ne sono convinto,
l’aspetta. E sabato che dirvi, avete visto tutti: gran finale! Chi ha
vinto Sanremo lo sapete, chi lo ha rilanciato pure e, parafrasando Teocoli
che imita Maldini, vi lascio con un “vaiiiii Paolinoooooooo…!”