di Cesare Lanza
Un mese fa ho rischiato di morire. E’ stata un’esperienza drammatica e divertente, anche grottesca. Per me, anche molto istruttiva, ma spero che possa essere d’interesse anche per i lettori. Ecco com’è andata.
Mi sono svegliato alla sei del mattino, più o meno all’ora in cui mi sveglio ogni mattina. Come sempre mi sono alzato e sono uscito dalla camera da letto in punta di piedi, per non svegliare mia moglie. Il primo rito del risveglio è quello di accendere il computer e di rispondere alla posta elettronica. Poi, entrando nel mio studio, insonnolito come sempre, mi sono accorto che avevo la fronte piena di sudore… Com’era possibile, con l’aria condizionata che funzionava perfettamente?
I PRIMI SINTOMI
Mi sentivo intontito. Mi sono seduto davanti al computer, senza accenderlo. Non respiravo bene. E così diventai lucido, di colpo. Insomma, cosa mi stava succedendo? Respiravo male e avvertivo uno strano dolore, che non si poteva neanche definire dolore, una “cosa” diversa: un senso di oppressione, che partiva dalla gola, si estendeva al torace e al braccio sinistro. Il mitico segnale al braccio sinistro!
Non era un dolore acuto, non era violento, e tanto meno insopportabile. Era un indolenzimento, fastidioso. Un malessere che non avevo mai sentito prima.
Qualche settimana prima, uno dei miei più cari amici era morto di infarto. E mi avevano raccontato come se n’era andato, da un momento all’altro. Anche lui, mattiniero come me, si era svegliato all’alba. Aveva sentito “quei” sintomi e ne aveva parlato con sua moglie. Si era fatto una doccia e il malessere non era passato. Aveva fatto colazione e il malessere non era passato. Allora aveva detto alla moglie: “Mi rimetto a letto per un paio di ore, mi passerà…” Non gli passò. E dopo un po’ se n’era andato. Mi sentii di colpo agghiacciato, suggestionato, coinvolto da quei brutti ricordi. Al dolore per la scomparsa brutale del mio caro amico si era sovrapposta la consapevolezza di come avesse sottovalutato i sintomi del micidiale attacco al cuore. Mi dissi che ero ipocondriaco, che la suggestione del ricordo mi aveva impaurito. Accesi la televisione. Le solite, noiose notizie, a cui, più di ogni altro giorno, mi sentii estraneo. Accesi il computer e subito, meccanicamente, lo spensi. Respiravo a fatica, il dolore mi sembrava aumentato, il sudore alla fronte era più imbarazzante di prima.
LA REAZIONE DI MIA MOGLIE
Tornai in camera da letto, mia moglie si svegliò. “Cosa succede?” mi chiese, assonnata. “Svegliati” le dissi, agitato. “Chiama un’ambulanza, credo di avere un infarto.” Lei balzò in piedi, appena allarmata, ma come sempre reagì sdrammatizzando: “Ma va’! Torna a letto, riposa un po’! Cosa senti?…” Mi raccontò in seguito che le apparivo affannato, impaurito (mentre io pensavo di essere lucido, freddo…). Conati di vomito. L’ultimo, inequivocabile, segnale. Il dolore al braccio era nitido, e sempre più angosciante quel senso di oppressione, di soffocamento. “No”, dissi a mia moglie, risoluto. “Nessuna ambulanza… Hanno l’obbligo di portarti al primo ospedale. Non voglio trovarmi dove capita. Chiama un taxi. Chiama Tony (Tony, il mio più affezionato collaboratore, che mi segue da venticinque anni). E chiama subito Mauro, sveglialo, digli che cosa succede…” Mauro è uno dei miei più cari amici, un medico importante, primario all’Ospedale San Pietro, sulla Cassia. Mi vestii in fretta. Ero sempre più agitato; presto, presto, pensavo, bisognava fare in fretta, in fretta. Intanto mia moglie parlava al telefono con Mauro e – Mauro è uno di quei medici che hanno tendenza a sdrammatizzare – lo sentì preoccupato, quando lei gli descrisse i sintomi del mio malessere.
L'ESAME DI MIA FIGLIA MARTA
Uscimmo di casa in punta di piedi. Tra un po’, in quella stessa mattina, mia figlia Marta si sarebbe svegliata e sarebbe andata a scuola, dove avrebbe sostenuto l’esame di maturità: nella prova orale, decisiva, dopo l’esito incoraggiante delle prove scritte. Forse i lettori di questo giornale ricorderanno la disavventura di mia figlia, che avevo raccontato su queste colonne, un anno fa. Una bocciatura feroce, inopinata, per circostanze che ancora adesso mi sono poco chiare; forse meritata, ma del tutto inattesa. L’unica bocciata della classe! - dopo cinque anni di ginnasio e di liceo vissuti e superati in modo ineccepibile. E proprio quel giorno si decideva il suo destino scolastico. Non osavamo pensare allo choc che tutti in famiglia avremmo avuto,.in caso di una seconda bocciatura. Perciò mia moglie e io eravamo preoccupati: guai a svegliarla, a turbarla con la notizia del mio problema! Uscimmo di casa come fossimo due ladri, in silenzio, attenti a evitare il minimo rumore. Poi, come in ogni film comico o drammatico, ci fu un attimo di “suspense”. Io mi accasciai sul sedile dell’ascensore. Mi sentivo un rottame – e forse lo ero, anzi lo sono. “Se debbo morire” mormorai “spero solo che avvenga in pochi minuti…” “Cavoli”, disse mia moglie. Ma non era una reazione alla mia enfatica esternazione. “Cavoli!” prosegui… “Ho dimenticato…” “Cos’hai dimenticato?” rantolai quasi, rabbiosamente. “Ho dimenticato di chiudere la porta della nostra camera… E se Marta passa davanti alla nostra camera e non ci trova a letto e non ci trova in piedi, chissà cosa può pensare…” “Torna dentro e chiudi la porta…” dissi. “Facciamo in modo che Marta esca di casa tranquilla.” Pensai però: e se Marta avesse deciso di passare a salutarci, comunque? In quel momento capii che non potevo più influire su niente e forse non era giusto che tentassi di influire. Mi sentii impotente, ormai del tutto affidato al destino. Che succedesse ciò che doveva succedere!
L'ARRIVO IN OSPEDALE
Arrivammo al pronto soccorso alle sette e mezza, dopo una veloce corsa in taxi, durante la quale il conducente si era premurosamente informato sulle mie condizioni. Pensai: devo augurarmi di non avere nulla, ma se non ho nulla i miei amici mi prenderanno per i fondelli fino a quando non morirò sul serio.
Trovai all’opera due medici, uno giovane ed estroverso, l’altro serioso e compìto. Mi fecero stendere su una barella, mi diedero i primi soccorsi rituali. Subito, un esame al cuore attraverso il rilevamento di un macchinario (non un semplice elettrocardiogramma, capii). Vedevo che il medico, quello serioso, di spalle, a due metri da me, trafficava con alcuni fogli tra le mani. “Dottò” gli dissi, con un accento romanesco che non mi è proprio. “Com’è la situazione?” Si voltò e mi guardò negli occhi. “Eh, com’è la situazione!...” Si fermò un attimo e mi guardò ancora. E non dimenticherò mai le sue parole: “C’è un infarto acuto in corso. Se…” sottolineò, “se riusciamo a superare la prima ora, forse ce la facciamo.” Accidenti, pensai. Così ha detto: se e forse! Ma fui, e sono, orgoglioso della mia reazione. Da giocatore di poker. Gli risposi subito, freddamente. “Se le cose stanno così, per favore faccia entrare mia moglie e il mio assistente, anche solo un attimo. Sono dietro la porta. Devo dirgli qualcosa.”
IL MEDICO, IL PIANTO DI MIA MOGLIE
Prima, con il suo “se” e con il suo “forse”, era stato freddo, ma gentile, educato. Adesso, invece, il medico si inalberò. Mi replicò, infatti, stizzito: “Senta, io ho doveri precisi. Anche per ragioni di legge. Devo parlare con chiarezza al diretto interessato, stop. A informare gli altri penseremo quando ci sarà tempo…” E dopo un istante aggiunse, nel caso che la situazione non mi fosse stata chiara: “Ci sono cose più urgenti da fare, non dobbiamo perdere un attimo.” Capii che aveva frainteso. Aveva risposto come se io gli avessi chiesto di informare mia moglie e il mio affezionatissimo assistente, Tony, ch’era subito accorso in ospedale. Reagii con energia anch’io: “Senta dottore: se ho capito bene, lei mi ha detto che tra mezz’ora potrei non esserci più (lui aveva parlato di un’ora, ma io sono un ottimizzatore….). Dunque, ho qualcosa di estremo da dire a mia moglie e al mio assistente, un minuto solo, nel caso non li rivedessi più. Un po’ di storto, acconsentì.
Mia moglie era stravolta. Mi raccontò in seguito che l’altro medico, quello estroverso, le aveva già spiegato la situazione. E lei aveva avuto un accesso di pianto (“Non mi perdonerò mai di non aver capito come stavano le cose… Per colpa mia abbiamo rischiato di non portarlo in tempo, in ospedale.”). Le dissi ciò che dovevo dire, in un minuto, solo raccomandazioni pratiche – nel caso me ne fossi andato. Tony reagì con una smorfia: lo conosco come conosco me, capii che dietro l’aspetto rassicurante era molto preoccupato, nell’intimo. Infine restai solo con il medico e con le infermiere. Il medico serioso sorrise: “Stia tranquillo. Diciamo che lei si trova al posto giusto al momento giusto, ha fatto benissimo, a correre subito in ospedale. La tempestività è la prima cosa. E qui faremo tutto ciò che è necessario, tutto ciò che è possibile in queste circostanze, tutto è predisposto.”
Non ero più molto lucido. Mi misero il boccaglio per l’ossigeno, mi imbottirono di farmaci, mi rasarono i peli del pube e del petto. Poi mi portarono nella sala attrezzata per la coronorografia. Mi spiegarono l’intervento e mi dissero che mi avrebbero fatto un’anestesia locale. Mi chiesero se preferissi essere bucato all’inguine destro o sinistro, per trovare la vena safena. “C’è differenza?” chiesi. “No!”. Così mi venne in mente l’immortale battuta di Totò: “E poi dicono che uno si butta a sinistra!”. “A destra”, dissi. E coraggio, pensai, fatti coraggio, sii coraggioso: niente più dipende da te, adesso. Durante l’intervento c’era un medico - un altro medico, che non vedevo in faccia, e mi parlava con dolcezza: “Tranquillo…la situazione è migliore rispetto a quello che pensavamo…bene, bene! Sì, bravo…stiamo andando proprio bene, non è una situazione allarmante, siamo proprio arrivati in tempo…” Lo ascoltavo e mi sentivo rincuorato. Però pensavo: il medico di prima mi ha detto brutalmente la verità, questo qui forse è uno di quelli che vogliono rassicurarti e tenerti sereno…Forse mi sta raccontando balle, forse esagera nel tranquillizzarmi.” A poco a poco stavo cedendo ala tensione.
Un altro medico, alle mie spalle, disse: “Ehi, su di morale” Qui fuori c’è perfino la conduttrice di Buona domenica, è venuta a chiedere notizie…” Finalmente, in barella, mi portarono fuori. E, disteso, come in un film, da sotto in su vidi quattro facce ansiose e amiche, persone a cui sono legato, per motivi diversi, da affetto profondo. Mia moglie, Tony, Lucio Presta e Paola Perego. Tutti e quattro, chinati su di me, si sforzavano di sorridere, con smorfie diverse. Mia moglie, stravolta, mi prese la mano. Tony, corrucciato, riusciva appena a sorridere. Lucio invece sorrideva esageratamente sopra le righe. Paola, quieta e serena, la più pacata. “Mi stanno dicendo addio”, pensai. “Stanno tentando di sorridere, ma in realtà mi stanno dicendo addio.” E non riuscii a trattenermi. Ebbi uno sbotto di pianto. E, così come sono orgoglioso della mia reazione quando il primo medico mi aveva detto che forse sarei morto entro un’ora, allo stesso modo mi vergogno, anche ora non riesco a scacciare la sensazione di vergogna, al ricordo di quel pianto improvviso. Come si fa a cedere alla paura, con le mie idee, con la mia filosofia di vita, con il mio pessimismo globale, ma come si fa ad aver paura della morte o, quanto meno, a piangere a causa dell’emozione che mi procurava il rischio di morte? Eppure, mi è successo.
L'AFFETTO DEGLI AMICI
Poi, ci furono due giorni e mezzo di terapia intensiva. La prima notizia bella alla ripresa (che ancora non mi appariva certa) della vita quotidiana fu che Marta aveva superato alla grande gli esami orali. Esultai. Ma l’esperienza in quel reparto, confesso, è stata molto dura. Ero legato con le due braccia alle macchine del monitoraggio, guai poi a muovere la gamba destra (alla coscia, un ematoma spaventoso a vedersi!), per il rischio di emorragia, in poche parole obbligo di restare immobile nel letto. Niente bagno né vere pulizie. Il pappagallo per la pipì. Un salone in cui i letti sono divisi da semplici separè e, di giorno e notte, ascolti il dolore, i gemiti, la sofferenza, l’esasperazione di tutti. “Faccia pipì, tanta pipì” mi ammonì un’infermiera, “se no mettiamo il catetere.” Alla sera sentii che ingiungeva a un malato nel salone: “Ah, non ha usato il pappagallo! Allora mettiamo il catetere!” E io, neanche fossi Alberto Sordi, con un grido strozzato: “Datemi il pappagallo, voglio subito il pappagallo…!
Un reparto di grande qualità, quel reparto di terapia intensiva per le malattie di cuore, all’ospedale romano San Pietro sulla Cassia. Ne sono testimone, non soltanto per le cure prodigate a me. La seconda notte, alle quattro di notte si materializzarono all’improvviso, sbucando da chissà dove, forse in dieci, tra medici e infermieri, intorno al letto della persona ricoverata al mio fianco. Un vecchio di novant’anni, vittima di un abbassamento di pressione, precipitata di colpo a livello trenta. Lo ripresero per i capelli, e assistei a una lezione esemplare di efficienza professionale e di umanità. Il vecchio, di fronte all’improvviso accorrere di tutta quella gente, chiese con dignità: “Sto morendo?”. Una dottoressa gentile lo rincuorava, mentre tutti gli prestavano le cure necessarie. In mezzora l’emergenza fu superata. Quando il vecchio fu dichiarato fuori pericolo, mi sentii contento come se al pericolo fosse scampato un mio parente stretto. Ma se toccasse a me? – inevitabilmente pensai, poi. Ora ne sorrido. Durante quella notte mi vennero in mente i pensieri più futili, sciocchi e stravaganti. Insieme con quelli più seri, dolorosi e anche strazianti – che non posso confidare. I pensieri sciocchi, sì: mia moglie – che detesta questa mia esigenza – avrebbe inserito nella cerimonia del mio funerale le musiche amatissime degli Abba (“Mamma mia”, all’uscita dalla chiesa)? E che dolore: non sarei riuscito a vedere in sala, a ottobre, il mio film, “La perfezionista”, a cui sono affezionato (quasi, non scherziamo!) come a un figlio. E il mio romanzo appena uscito in libreria, “Caldo argento”, come sarebbe stato accolto? Decisi, per scherzo, di mandare sms a tre direttori di giornali – Paolo Mieli, Ezio Mauro, Giulio Anselmi - chiedendo un’adeguata recensione, come se fosse l’ultima e pietosa richiesta di un condannato a morte.
LA MORTE E L'AUTOIRONIA
Tutti e tre mi hanno risposto, secondo il loro stile: Paolo con affetto, promettendo, e poi, si sa, si vedrà; Ezio, con rigoroso sussiego subalpino, un po’ burocratico; Giulio, che conosco meglio di tutti e tre, mi rispose con partecipe fraternità, avendo vissuto un’analoga ma segreta esperienza (lui è riservatissimo, mica un faccia tosta come me). Fatto sta che nessuno dei tre, almeno fino ad ora, ha abboccato. Ed è improbabile che lo facciano adesso, dopo questa rivelazione. Dubito che abbiano colto l’autoironia: perché, diciamo la verità, se hai visto la Sparviera in faccia, delle recensioni non ti può fregare molto… E poi e poi mi venivano in mente tutti gli altri lavori incompiuti. E poi: niente più poker, niente più chemin de fer? E quante amiche, quante figure femminili, legate ad amori passati, ci sarebbero state, al mio funerale? Come nel film bellissimo di Truffaut, l’uomo che amava le donne… E quanto sarebbe stato imbarazzante, l’eventuale piccola folla, per mia moglie, anche se lei, spesso, ci scherza o finge di scherzarci su? Altra vicina di letto era una simpatica attrice romana, una caratterista di grande simpatia. Ecco, nel reparto erano proibiti i telefonini. E invece scoprii subito che lei lo utilizzava, di nascosto. Le chiesi sfrontatamente di mandare sms, che le dettavo sottovoce, attraverso la sua collaborazione. Così, mia moglie era appena tornata a casa (e le avevano detto che era proibito telefonare!), quando ricevette un messaggio dalla mia nuova amica, in cui l’aggiornavo su tutto. Le mie figlie mi raccontarono che lei scosse la testa e disse: “Allora vuol dire che Cesare davvero sta bene… Ha già rimorchiato un’amica e le ha chiesto di fargli da segretaria….” A seguire, dopo la terapia intensiva, ci fu una settimanella scarsa in una camera di semplice ricovero, condivisa con un vecchietto simpatico che ogni giorno mi raccontava la storia della sua vita e di un grande, romantico amore. Una storia da Lina Wertmuller, che prima o poi scriverò. Ecco. Fin dal primo giorno in terapia intensiva mi sentivo bene, guarito, a posto; e scongiuravo i medici di dimettermi. “Se lei vuole”, mi rispondevano invariabilmente “può firmare un foglio di autorizzazione e andarsene quando vuole. Certo, certo. Ma sarebbe un pazzo. I valori non sono ancora a posto.” Per una vita mi sono tormentato alla ricerca dei giusti confini dei valori dell’anima: i diritti miei, quelli degli altri; la libertà, l’indipendenza, il lavoro, la solidarietà… Ora scoprivo, e non ero preparato, la dimensione del valore del cuore, della glicemia, del colesterolo, dei trigliceridi. Scorreva una settimanella di dieta ospedaliera austera e severa, in cui ho perso otto chili… e dovrei perderne altri quaranta, e forse non basterebbero neanche. Tuttavia i medici mi dicono che difficilmente morirò di cuore, considerando le dosi industriali di farmaci che mi sono stati prescritti, per la prevenzione rispetto a ogni pericolo cardiaco. Ma, ammesso che il cuore sia salvo, non mi faccio mancare niente: ipertensione, diabete alimentare, allergie…
LA GIOIA DI POTER RACCONTARE
Diciamo la verità: è stata un’avventura a lieto fine. E, anche se odio le sentenziosità, una cosa voglio dirvela, con affetto: se avvertite (fate gli scongiuri!) un problema di qualsiasi tipo, correte al pronto soccorso senza indugi. Tutti i medici mi hanno detto che solo la tempestività mi ha salvato la vita: se avessi perso tempo, oggi non avrei la gioia di raccontarvi ciò che mi è successo; né voi la noia di leggere questa saccenteria.
Un altro aspetto divertente e interessante di questo tipo di esperienza è la possibilità di capire, con un minima sensibilità, quali siano – e di quale caratura – i legami affettivi, la qualità e la sostanza dei rapporti di amicizia, conoscenza, lavoro, eccetera eccetera. Il mio caso, soprattutto a Roma, è diventato di dominio pubblico per una grottesca coincidenza: due giorni dopo il mio ricovero in ospedale, era prevista una festa – organizzata per affetto verso di me dalla mia amica Tiziana Rocca, super specialista di questi cosiddetti “eventi” – con centinaia di invitati, per il mio compleanno e per l’uscita del mio romanzo. Ovviamente, in fretta e furia, subito dopo il coccolone, si dovette provvedere a centinaia di telefonate per l’annuncio dell’inevitabile rinvio. Tony e Tiziana con pudore spiegarono, via sms ed email, che il rinvio era determinato da un mio “lieve” malore. Ma la verità fu appurata in breve, durò poco il segreto di Pulcinella. La conseguenza fu che mi piovvero, e continuano a piovermi, sul cellulare centinaia di sms. E mi sono trovato di fronte a divertenti e amare scoperte. Vicinissimi alcuni miei parenti, altri meno.
Calorosi alcuni amici, altri del tutto distratti: ad esempio, e ci ho sofferto, Marco Benedetto, che pure mi è amico e vicino da quando avevamo i pantaloni corti – ma so bene quanto fugga dalle sofferenze, dal dolore. Volatilizzato anche un certo amico giornalista, Costanzo Spineo, sulla cui consistenza affettiva però non facevo affidamento: nessun dispiacere, per lui. Fraterni i miei amici storici genovesi. E quelli della mia città di nascita, Cosenza.
In Vittorio Feltri, da cui in altri momenti avevo avuta forte solidarietà, ho scoperto una tenerezza che non immaginano. E il calore insostituibile che arriva dal pensiero verso i tre primi figli (ormai quarantenni!) avuti dalla prima moglie e per le due cucciole del secondo matrimonio…
Il divertissement maggiore, invece, da commedia all’italiana? Le vallette che iniziavano con apprensione i loro accorati sms, ma invariabilmente alla fine aggiungevano: c’è qualcosa da fare, per la prossima stagione in tivu? So che cosa state forse pensando: ma che vai dicendo, ti senti al centro dell’universo? Tutti dovevano preoccuparsi per il tuo infartuccio? Ma no, no. Al centro dell’universo, da vero scemo, mi sono sentito in tante altre occasioni della mia vita. Questa volta, no. Questa esperienza è istruttiva proprio perché si capisce che, di fronte all’universo, non si conta proprio nulla. Quindi, è sempre opportuna la massima ironia – nell’affrontare qualsiasi ostacolo, o piacere che sia.
Ho vinto solo un round di una partita dall’esito scontato. Ho visto in faccia la Sparviera… “e si è spaventata lei!”, mi ha detto ridendo Lucio Presta.
E’ vero. Il primo round è vinto e ho scacciato la Sparviera. Ma alla fine mi spaventerò io, perderò io – questo è certo. La fine è nota. E spero solo, la prossima volta, di non piangere, come purtroppo – e chiedo scusa a chi mi ha visto – mi è successo, alla fine di questa prima sfida..
cesare@lamescolanza.com
Libero, 09-08-08