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Berlusconi, secondo
me
Il
miracolo del Cavaliere senza regole
 
di Cesare lanza
Sommessamente, chiedo: è ancora giusto, o quanto meno utile, giudicare
Berlusconi, politicamente, secondo criteri morali e valori tradizionali?
A mio parere, no. Non più. Se così ancora volessimo, come insistono a
fare molti magistrati e censori, il giudizio sarebbe semplice: i suoi
comportamenti sono scandalosi e riprovevoli, le sue dimissioni dovrebbero
essere state accolte da tempo, festosamente, dagli italiani che lo
detestano e avversano; e dolorosamente dagli italiani (dal ’94 quasi
sempre in maggioranza, particolare non trascurabile!) che lo amano e
sostengono. Ma, ecco il punto: Berlusconi sfugge non solo alle leggi e
alle regole, come impreca chi lo odia, ma anche a ogni tradizione e
previsione. Sì: imprevedibile come un terremoto, ha sconvolto ogni usanza
e costume. E ha imposto, prima con la televisione poi con clamorosi
comportamenti pubblici, la «sua» cultura popolare - che per fortuna non è
quella snob dei salotti, né quella dei circoli di estrema sinistra, ma
quella che si afferma e cambia nella vita quotidiana di ogni giorno, di
anno in anno, di secolo in secolo. Che il mutamento sia riprovevole o
positivo, che si tratti di Medio Evo o di Rinascimento, non mi interessa,
qui, approfondire. Berlusconi è un «unicum» della natura, una
creatura ignota agli studi della scienza sulla comune natura umana. E
l’assoluta imprevedibilità è una delle spiegazioni del suo successo.
Perfino il mitico Indro Montanelli si sbagliò: scrisse «lasciatelo
governare e gli italiani in breve lo metteranno da parte», o qualcosa del
genere. Mai previsione fu più sbagliata. Del resto mi sbagliai anch’io,
quando alla fine degli anni Settanta mi offrì di occuparmi della sua
nascente televisione, Telemilano: mi apparve come un bizzarro megalomane,
un inattendibile visionario. Scelsi altre strade (sbagliate). Come
Montanelli, nel mio piccolo non avevo capito nulla. E l’errore di
valutazione (molti, La Repubblica e una certa sinistra in testa,
legittimamente ma anche ottusamente insistono a farlo, da lustri) stava -
sta - nel riferirsi ai canoni tradizionali, morali e politici, di
giudizio. Montanelli disse che l’Italia lo avrebbe abbandonato presto.
Meno di mezza Italia forse, e del resto è quella che non lo ha mai
accettato. Ma l’altra mezza Italia, intesa come quella che va a votare,
no. Anzi, si è consolidata, in un sostegno incondizionato. E più i
comportamenti di Berlusconi sono contestati come scandalosi e
riprovevoli, più cresce il suo successo, il consenso che gli arriva dai
comuni mortali. Democraticamente, dunque, non è condannabile né
frenabile né eliminabile. E pensare di giudicarlo ed eliminarlo con
sistemi non democratici (i tentativi, espliciti, da tempo si vedono!)
sarebbe ancora più riprovevole e scandaloso dei suoi, veri e presunti,
peccati finanziari e sessuali. E allora? Berlusconi è un moderno
rivoluzionario, un maiuscolo avventuriero, un protagonista atipico, senza
precedenti. Se è consentito azzardare, pensando a qualche precedente, mi
viene in mente un mostruoso mix di Nerone, Napoleone, del conte di
Montecristo, di Casanova, Rommel, Charlot, Fregoli, Alberto Sordi... Un
genio del bene o del male non importa perché i confini si confondono; e
uno così (per fortuna?) nasce ogni secolo. Neanche gli storici, tra
cinquecento anni, potranno spiegare il curioso fenomeno (che investe
Berlusconi, ma anche l’Italia che lo sostiene amorosamente e l’Italia che
lo combatte ferocemente), oggi incomprensibile, per noi umani normali.
Mi diverte pensare a come gli storici, che peraltro vanno dove il vento
dei vincitori li porta, studieranno Striscia la notizia e Drive in e i
rapporti con Putin e Gheddafi, le escort e le vergini, la stima per Baget
Bozzo e quella per Tarantini, la candidatura al Premio Nobel per la pace
e le immense e sempre crescenti ricchezze, e via andare. Un puzzle da
perderci la testa. Sono pentito, questo sì, di non aver accettato la
sua proposta di lavoro, a Telemilano, trentacinque anni fa. Ma non per il
rimpianto di non far parte della sua corte, di non essere Emilio Fede o
Bondi, o uno dei tanti che lui ha reso ricchi e famosi. No, no: mi
sarebbe piaciuto il privilegio di osservarlo da vicino e tentare -
impresa impossibile, lo so e lo sanno quelli che vicini gli sono - di
capire qualcosa di più. Ora, mi auguro solo che questa digressione non
sia considerata né come un sostegno al Grande Inafferrabile né come un
sarcastico disegno del Diavolo (c’è anche il Milan nel puzzle,
dimenticavo...) Scellerato. È solo l’umile resa - che consiglierei ai
suoi antagonisti - di fronte all’Incomprensibile: studiatelo, cari suoi
avversari, e combattete con mezzi diversi rispetto a quelli, stucchevoli,
che avete usato finora. Ma non credo che l’inaudito caso del Cavaliere
sia - umanamente - risolvibile.
cesare@lamescolanza.com
IL GIORNALE, 04-11-10
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