UN GRAN BEL ROMANZO DI ROBERTO PERRONE AMBIENTATO A GENOVA, DEDICABILE AL GENOA

Cesare Lanza
Ho letto in questi giorni festivi un gran bel romanzo, "La ballata dell'amore salato" (Mondadori) di Roberto Perrone, scrittore e giornalista del "Corriere della Sera". Mi è piaciuto molto, per vari motivi, e ne consiglio la lettura. Un primo motivo di simpatia è assolitamente personale: Perrone è genoano quasi come me o come me (nessuno può esserlo più di me!) e il Genoa è presente in misura significativa nel romanzo, sullo sfondo della storia, ambientata a Genova: addirittura il protagonista, Girolamo Moggia, ipotizza di poter dare il nome di Abbadie a suo figlio.
Abbadie oggi è un nome riconoscibile solo dagli intenditori di calcio. Ma nella seconda metà degli anni cinquanta, quando vivevo a Genova, frequentavo il ginnasio al Doria, ed ero genoano fin da piccolo, Giulio Cesare Abbadie, uruguayano, era il mio idolo. Avete presente Kakà dei giorni nostri? Abbadie era simile, quando scendeva verso l'area avversaria col pallone incollato al piede: meno veloce, con minor progressione rispetto al brasiliano, ma ancor più raffinato e imprendibile nel dribling. Purtroppo, Abbadie non ebbe la carriera che meritava a causa di una grave pleurite che lo tenne lontano dall'attività. Ma certo non è solo la comune passione per il Genoa ad avermi reso piacevole, e memorabile, il romanzo di Perrone, che ho divorato in poche ore. Sarebbe una valutazione restrittiva e ingiusta.
Innanzitutto, mi legano al libro l'approccio al racconto, la filosofia di vita del narratore: mi identifico molto nella lieve, ma costante e coerente, malinconia, il fatalismo, l'obbligo - per sopravvivere - di una indispensabile scintilla di speranza. Poi, c'è l'intreccio della narrazione, che annuncia subito una sorpresa finale, un intrigante espediente che ti porta pagina per pagina ad aspettare e pregustare "come andrà a finire". E c'è Genova (con pezzetti di Liguria, fino al Bracco, in epoca in cui non esistevano le autostrade) con i carrugi, il porto, il mare ("il mare non ci è amico", dice a un certo punto il protagonista, in poche parole folgoranti), le navi, la miseria della guerra, la ripresa economica, le sale da ballo, il Lido, il mercato generale di corso Sardegna...
Una città meravigliosa e difficile, aristocratica e popolana, tratteggiata stupendamente. C'è il protagonista Girolamo Moggia, il picchettino (chi sa quale lavoro faccia il picchettino?), di una personalità memorabile in letteratura: forte, semplice, equilibrato, senza mai paura per sè, un uomo vero e affascinante, marito fedele, appassionato di cucina, legato alla sua casa, bonario verso i deboli e gli emarginati, di temperamento orgoglioso, dignitoso, schivo, solitario, taciturno, soprattutto irrinunciabilmente onesto e critico (rigido su una linea esistenziale ruvida ed essenziale: ognuno deve essere quello che è, e perciò è ostile, ma non sprezzante verso la Chiesa, ed esige coerenza dal partito comunista, di cui è sostenitore militante, ma mai iscritto... l'unica tessera della sua vita essendo quella dell'abbonamento alle partite del Genoa, ovviamente in gradinata nord).
Un gran personaggio, monumentale, etico, educativo, di spessore raro, importante. Ed è insolita, romantica in maniera particolare, la vicenda che lo lega indissolubilmente, nonostante l'imprevedibile sorpresa finale, alla moglie: una figura femminile di inconsueto fascino. Infine, la miriade di personaggi minori, in primo luogo gli amici del cuore di Girolamo, il figlio e la nuora, le numerose figure e figurine che compongono un affresco realistico, umanissimo, di alcuni lustri di vita genovese, e contribuiscono a trasmettere l'affettuoso punto di vista, ironico e sentimentale, con cui l'autore li propone, raccontando la sua storia.
Tutto perfetto? Certamente no, ci sono ingenuità evidenti, che però consolidano l'innocenza narrativa, ci sono momenti di scarsa tensione e alcune incongruenze, soprattutto non mi convince il brusco passaggio a un'epoca recente (l'evocazione delle Brigate Rosse, l'assassinio di Guido Rossa, il contrasto politico tra il protagonista e il figlio), che toglie poeticità e misteriosità alle rievocazioni, avvincenti, del tempo disperso nella memoria. Ma ce ne fossero, di romanzi contemporanei di questa carattura. Tanto che mi è venuta voglia, non resistibile, di leggere al più presto gli altri libri di Perrone.
(cesare lanza, 28 dicembre 2009)