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HEMINGWAY DECISE DI
ANDARSENE CINQUANT'ANNI FA. CON MAURO DELLA PORTA RAFFO LO RICORDIAMO
COSÌ In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Ernest
Hemingway, Mauro della Porta Raffo pubblica una plaquette,
intitolata Ernest 1961/2011. In memoria, dedicata allo scrittore
americano. La plaquette, che sarà distribuita agli amici, è fuori
commercio e si compone di un’introduzione di Raffo, di una serie di
magnifici interventi pro Ernest (opera di Italo Cucci, Michele Fazioli,
Paolo Granzotto, Cesare Lanza, Giancarlo Mazzuca, Fernando Mezzetti,
Andrea Monti, Giampaolo Pansa), di due feroci stroncature (Cesare
Cavalleri, Luca Goldoni) e si conclude con un racconto di Raffo 'alla
maniera di Ernest' intitolato Non gli riuscì

Ernest Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961)
di Cesare Lanza
Hemingway era un cult tra noi giovani liceali nella seconda metà degli
anni cinquanta, inizio sessanta. La nouvelle vague al cinema e gli
scrittori americani (Hemingway, Faulkner, Scott Fitzgerald, ma anche i
minori, come Erskine Caldwell e John Steinbeck) erano pane quotidiano,
discussioni infinite davanti a una birra, per me e i miei amici di
Genova...
Una confidenza: ero
anche un appassionato lettore di libri gialli e devo dire che sia
Hemingway sia Erle Stanley Gardner con il suo Perry Mason mi hanno
aiutato a "formarmi", come giornalista, per le interviste. I loro
dialoghi, con stili tanto diversi, mi hanno aiutato molto nell'approccio
verso gli intervistati (più letterariamente e romanticamente Hemingway,
più incisivamente Perry Mason con quelle sue domande estenuanti che
girano come un mulinello sempre intorno allo stesso argomento centrale,
per abbattere le reticenze dell'intervistato). Il grande Ernesto mi è
rimasto nel cuore quindi, oserei dire proustianamente, anche per il
sapore e il rimpianto, i ricordi della giovinezza perduta.
Passando gli anni,
l'interesse si è indebolito: ho scoperto e amato altri autori. Ma la vita
avventurosa di Hemingway, i legami con Parigi e la Spagna, le corride, i
combattimenti di boxe, le sbronze, gli amori, il senso dell'amicizia e
dell'orgoglio, la vitalità e l'amarezza della sfida, del combattimento,
dell'onore... tutte queste "sue" cose mi sono rimaste dentro. Anche il
suo gesto, disperato e dignitoso, di porre fine alla sua vita quando gli
pareva di non aver più nulla da dire, corrisponde alle mie convinzioni di
libertà assoluta, di questo diritto laico e imprescindibile, anche in
termini estremi.
Solo a un uomo
straordinario, attento, sensibile e colto come Mauro della Porta Raffo,
poteva venire in mente di risvegliare i ricordi di alcuni amici, con
un’iniziativa originale, per onorare il cinquantesimo anniversario della
morte di questo grande scrittore. Sono lieto di dare un minuscolo
contributo, felice e anche grato per l'opportunità di tornare indietro di
cinquant'anni con la memoria e di cogliere una stimolante sollecitazione
per rileggere alcune pagine che amo particolarmente, da Il vecchio e
il mare a Addio alle armi a Per chi suona la campana.
Rileggere Hemingway
a 50 anni dalla morte
Lo scrittore
si spara un colpo alla tempia il 2 luglio del 1961. Così Hem confessa
l'omicidio di 100 prigionieri disarmati
di Mario
Bernardi Guardi
Cinque anni fa ci fu
un piccolo (ma mica tanto…) «scandalo Hemingway». Vennero cioè pubblicate
delle lettere, scritte verso la fine degli anni Quaranta, in cui lo
scrittore, che in guerra era stato reporter, aveva lavorato per i servizi
segreti e, dopo lo sbarco in Normandia, si era unito alla IV Divisione di
Fanteria Americana, si vantava di aver ammazzato «con gusto» un centinaio
e passa di prigionieri di guerra tedeschi disarmati. Tra cui un
giovanissimo soldato che cercava di fuggire in bicicletta. Ernest gli
aveva sparato alle spalle.
In molti pensarono a
una delle tante sbruffonate di Hem: «Ernest lo spietato» era l'ultima sua
balla. Qualcun altro, però, fece osservare: no, può darsi che abbia detto
la verità. Perché nella vita Hem non volle farsi mancar nulla e tutti gli
eccessi gli furono cari: tirava di boxe e picchiava sodo, beveva come una
spugna, era un donnaiolo impenitente, amava le armi, cacciava gli orsi
nelle foreste del Michigan, gli elefanti in Africa, i marlin nel Mar dei
Carabi, la violenza e il sangue della corrida lo affascinavano, amava le
rivoluzioni, esaltava gli uomini che non esitavano a dare la morte e a
sceglierla. Dunque, anche la crudeltà e l'efferatezza di chi ammazza a
sangue freddo potevano far parte di un personaggio che tutto voleva
sperimentare.
Che dire? Hemingway
è morto da quasi cinquant'anni (2 luglio 1961) e si è portato dietro
segreti, spacconate e mezze verità. Una cosa è certa: la mattina del 2
luglio 1961 si sparò alla tempia con uno dei suoi fucili perché non ce la
faceva più a vivere. Non poteva accettare una mezza esistenza, perché era
abituato ad andare «al massimo», ad esprimersi nella più piena e feroce
espansione vitale, ad esaltarsi e ad esaltare chi gli stava intorno in
una chiassosa, contagiosa esuberanza.
Ora, si sentiva
vecchio (ma aveva solo sessantadue anni), stanco, malato (era convinto di
avere il cancro), aveva più volte dato segno di squilibrio mentale, era
stato sottoposto a diversi elettroshock, la depressione in cui era
precipitato assomigliava a un buio senza fondo. Un'ultima sfida, la sua,
e di quelle in cui il vincitore è anche il vinto. Aveva incominciato
presto, Ernest, a fare a pugni con la vita. E cioè da quando aveva detto
due «no», al babbo e alla mamma. Non si sarebbe iscritto all'Università,
non si sarebbe dedicato alla nobile arte del violoncello. Gli piaceva
scrivere, lo attirava il mestiere del giornalista, e così cominciò a
collaborare al «Kansas City Star». Poi, eccolo in guerra. Vorrebbe
combattere da volontario in Europa con il Corpo di Spedizione Americana
come stavano facendo gli studenti universitari Francis Scott Fitzgerald,
William Faulkner e John Dos Passos, ma non ci vede bene, e così lo
arruolano come autista di ambulanza e lo spediscono sul fronte italiano.
Dove, a Fossalta del Piave, in una notte di fuoco, tra colpi di mortaio,
sventagliate di mitra e schegge assassine, viene ferito gravemente.
Portato all'ospedale della Croce Rossa Americana a Milano, ci resta tre
mesi e conosce la bella infermiera di origine tedesca Agnes von Kurowsky.
Amore divampante. Ma quando Hem ritornerà nella sua città natale, Oak
Park, accolto come un eroe, ecco la doccia fredda di una lettera di
Agnes: presto si sposerà con un giovane aristocratico italiano. Ad Ernest
precipita addosso il mondo. E chi gli dà la forza di sopravvivere? La
letteratura. Pubblica le primissime prose, proposte l'anno scorso da una
piccola casa editrice di Pistoia («La Corrente», a cura di Francesco
Cappellini, Via del Vento Edizioni). Ma c'è già abbastanza materiale
biografico per qualcosa di più: il romanzo «Addio alle armi», che uscirà
nel 1929. Sono tanti quelli che lo hanno letto. Ancora di più, però,
quelli che hanno visto il film (1957, interpreti Rock Hudson e Jeniffer
Jones). Del resto, non ci sono romanzi altrettanto «cinematografici» come
quelli di Hemingway. Meglio ancora: tratto caratteristico della scrittura
di Hemingway - rapida, incisiva, limpida e immediata: questa la lezione
che il ragazzo del Michigan aveva imparato come cronista - è quello di
assomigliare a una sceneggiatura, bell' e pronta per esser tradotta in
film. Dicendo questo, non intendiamo per nulla sottovalutare Hemingway
premio Nobel per la letteratura (1954), ma metterlo a fuoco appieno come
un uomo del nostro tempo, uno scrittore che vuole e sa comunicare a un
vasto pubblico le proprie esperienze. Perché quasi tutti i racconti e i
romanzi di Hem sono frutto di esperienze o vissute o comunque
rielaborate. E il linguaggio cinematografico si incarica di rendere il
documento ancora più fruibile, perché qui il «medium» è uno strumento che
parla alle masse ancor più di quanto non possa fare la letteratura.
Hemingway e il cinema. Hemingway è anche il cinema. E cioè la «storia» e
la «vita» del Novecento che diventano «naturalmente» cinema.
Pensiamo al ritratto
della «generazione perduta» - i giovani intellettuali yankee che
«sbarcano» a Parigi negli anni Venti, alla cerca di se stessi e del senso
della vita: Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos, Pound, Gertrude Stein,
Henry Miller - disegnato da Hem in «Fiesta» (1926) e alla «versione»
cinematografica che ne fece Henry King nel 1957, affidandosi a «mostri
sacri» come Tyrone Power, Ava Gardner, Errol Flynn, Juliette Greco, tutti
perfettamente calati nell'atmosfera hemingwayana. E davvero non è
possibile dimenticare amore e morte nella guerra civile spagnola
raccontati in «Per chi suona la campana» (il romanzo del 1940 e il film
del '43 con Gary Cooper e Ingrid Bergman) e l'esemplare lotta tra l'uomo
e la bestia (un pescecane) de «Il vecchio e il mare» (il racconto è del
1952, il film, con l'icona Spencer Tracy, del 1958). È bello, a
cinquant'anni dalla morte, rileggere Hemingway. E «rivederlo».
Articolo pubblicato
su Il Tempo, l’8 giugno 2011.
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