"ci metto la firma", la gavetta
dei giornalisti famosi
in anteprima l'intervista a cesare lanza

di Mariano Sabatini
Perché decise
di diventare giornalista?
"Non ho mai avuto altro in mente per il mio futuro. Ricordo
che da bambino, alle scuole elementari, mio padre portava in
casa un solo giornale, sportivo: "Tuttosport". Io mi inventavo
un campionato di calcio con risultati diversi, scrivevo i resoconti e
disegnavo i portieri che erano battuti dagli attaccanti oppure si opponevano
con fantastiche parate."
Qual è stata
la sua gavetta?
"Gavetta precoce e tormentata. Pubblicai il primo articolo nel 1956,
a quattordici anni, sul Corriere Mercantile di Genova. Scrissi
una lettera, emozionato da ciò che avevo visto al telegiornale: l'invasione
dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Il capocronista
la lesse e la pubblicò come se fosse un articolo. Poi mi invitò in
redazione, che all'epoca si trovava a fianco della scuola che
frequentavo: ero in quarta ginnasio, nel liceo Doria di piazza della Vittoria.
Mi assegnarono qualche piccola cronaca da svolgere. Purtroppo non ricordo
il nome di quel giornalista, mi sembra Giorgio Striglia. Se mi
sbaglio, chiedo scusa. La gavetta continuò al "Nuovo Cittadino",
un quotidiano cattolico di Genova diretto da un prete molto
simpatico, monsignor Luigi Andrianopoli. Ma l'evento decisivo fu un'altra lettera
che indirizzai al direttore di "Tuttosport", Antonio Ghirelli.
Una lettera ricca di critiche e di osservazioni: Antonio, anziché offendersi,
mi affidò le prime interviste e mi pubblicò con incredibile
rilievo. Avevo diciassette anni. Il guaio fu che mio padre, funzionario
di banca, desiderava tutt'altro destino, per me: un posto in
banca, come il suo. Era un padre molto severo, si oppose ai miei
sogni con tutte
le sue forze. Dopo un duro scontro, scappai di casa: vissi per
due mesi, nel 1959, in una camera in affitto nei quartieri malfamati
di Genova, a Prè. Lasciai la scuola, mi guadagnavo da vivere andando
porta a porta a vendere bibbie. Due mesi intensi che mi aiutarono
a crescere. A dicembre prima di Natale mia madre scongiurò un
suo fratello, che viveva e lavorava a Cosenza, come assicuratore,
di venire a Genova, prelevarmi e portarmi con sé. E così fu.
Uno zio splendido. Tornai a scuola, al liceo Bernardino Telesio,
e continuai a fare il giornalista: ero il vice di Gino Sesti,
corrispondente de "Il
Tempo", avevamo
una o due pagine da riempire ogni giorno. Per due/tre anni scrissi
qualsiasi cosa: non ricordo quante volte, arrivando sui luoghi
dei morti ammazzati prima della polizia, chiusi gli occhi a cadaveri
d'ogni tipo. Così,
come tanti, sono convinto che se cominci con la cronaca nera,
in seguito puoi affrontare qualsiasi esame. Fu una stagione indimenticabile
, per me: avevo ottenuto dal preside del liceo l'autorizzazione
a entrare a scuola, e uscire, quando volevo. Per alcuni compagni
ero un mito, da altri ero contestato e odiato. Poi tornai a Genova,
scrissi ancora per "Tuttosport" e
successivamente per la "Gazzetta dello Sport", a fianco di un bravo
giornalista e caro amico, ora scomparso, Piero Dardanello. Scrivevo
anche per una famosa rivista, "Nord e Sud", diretta da Francesco
Compagna. Non ero particolarmente attirato dal giornalismo
sportivo, ma cercavo un posto sicuro, affidabile. E, finalmente,
nel '65, Ghirelli mi assunse a Roma: era diventato direttore
del "Corriere
dello Sport". Assunto per modo di dire: ero, come si diceva allora,
un abusivo. Stabile, con uno stipendio fisso, ma abusivo!"
Il suo primo
giorno in redazione? (i suoi ricordi)
"Lascio perdere le esperienze, pur importanti e
straordinarie, negli uffici di corrispondenza de "Il Tempo",
a Cosenza, e della "Gazzetta dello
sport", a Genova. La mia vera e prima vita di redazione
cominciò al "Corriere dello Sport", nel ruolo di abusivo,
come ho detto: una figura oggi impensabile, tollerata dai sindacati,
certo non agguerriti come oggi. Così si diventava giornalisti all'epoca.
Dopo un tirocinio svolto abusivamente: guadagnavo 96mila lire
al mese (era il 1965), mi sposai con una ragazza di Cosenza e pagavamo
45mila lire la pigione di un appartamento sulla Cristoforo Colombo, che
si affacciava sulla ferrovia. Difficile arrivare alla fine del mese, condivisi
la fame con un amico del cuore, anche lui abusivo: Franco Recanatesi.
Ci aiutavamo con reciproci prestiti e soprattutto eravamo campioni
al poker, con partite dopo la chiusura del giornale, a volte fino all'alba.
Tra i giocatori Giorgio Tosatti, il caporedattore, un orso buono. Perdente,
si irritava e reagiva con urla devastanti. Ma noi riuscivamo
così a
guadagnarci la pagnotta.
Il primo giorno? L'emozione fu imparare
a disegnare la pagina, preparare un menabò, subito, senza tante chiacchiere, sotto la guida di Gastone
Alecci, confezionare i titoli e infine scendere in tipografia, per impaginare,
chiudere la bozza… Mi vengono i brividi per la nostalgia!"
Quali erano
o sono gli aspetti piacevoli della vita di un giornalista?
"Se si ha una certa vocazione, come io credo di
avere sempre avuto, non c'è gioia migliore di poter fare il lavoro
che ti piace e che sognavi. Un piacere retribuito… Poi, c'è la
possibilità di
toglierti curiosità di ogni genere, seguendo l'attualità più diversa:
una squadra di calcio, un delitto, un incidente aereo, una truffa
volgare o da colletti bianchi, uno sciopero, un amore scandaloso, un intrigo
politico o economico, insomma qualsiasi cosa… Però,
sono convinto che sia indispensabile avere un pur minimo successo, per
alimentare di continuo non solo voglia e ambizione, ma anche nuove scoperte:
in caso contrario il rischio è di diventare impiegati, burocrati…"
Quelli insopportabili?
"Non vedo aspetti insopportabili. Se c'è la vocazione, la
mancanza di orari precisi, la fame, le difficoltà economiche iniziali,
le sregolatezze, ecc… non si avvertono come sacrifici."
Le difficoltà che ha incontrato?
"Ho avuto una carriera atipica: un successo precoce.
Arrivai giovanissimo al vertice di giornali importanti: prima
vicedirettore del "Secolo
XIX" di Genova a trent'anni, e il direttore era il simpaticissimo
editore Sandrino Perrone che non veniva mai a Genova perché impegnato
a Roma, come editore ed editore del "Messaggero", a
difendere la sua posizione dall'assalto di Edilio Rusconi e Luigi
Barzini junior. Poi, nel '76, a trentaquattro anni, direttore
del "Corriere
d'Informazione", l'edizione pomeridiana del "Corriere della
Sera". In poche parole, diventai direttore quasi subito e perciò ho
avuto due soli, grandi direttori: Antonio Ghirelli e Piero Ottone.
Poi il destino e le opportunità mi obbligarono a cavarmela da solo.
Mi sarebbe piaciuto crescere alla scuola di altri grandi giornalisti,
come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Eugenio Scalfari."
Quella dei giornalisti può definirsi
una “casta stampata”?
"Purtroppo, sì. Per i privilegi e per il
potere, per la compattezza che assumono, corporativamente, quando
sono insidiati da qualsiasi estraneo. Pochi anni fa, quando ero
autore di Paolo Bonolis in tivù, lo scongiurai di non accettare
la proposta di condurre su "Canale
5" il programma "Serie A", con le partite di calcio per
la prima volta passate dalla Rai a Mediaset. Paolo si illudeva di
portare la sua anima brillante, aggiungere un pizzico di divertimento
e di ironia alla sintesi delle partite. "Conosco bene i giornalisti
sportivi" gli dicevo invano. "Avremo mille ostacoli e
ci faranno a fettine. Li manderai a quel paese, in poco tempo." E
così fu. Paolo, indignato e scazzato, se ne andò una sera,
di colpo.
Lei ha mai fatto una marketta?
"Se per marketta si intende trattare bene un amico
e guardare più bonariamente personaggi ed eventi che ci piacciono
e ci intrigano, certamente sì. Come tutti, oserei dire, giornalisti
grandi e piccoli. Ma
se si allude a un corrispettivo come scambio, certamente no:
anche in questo caso, come tutti o quasi."
Whisky, sigari, sregolatezze… il
cinema ha esagerato nel raccontare il giornalismo?
"Assolutamente no. Oggi il giornalismo è cambiato, ma al
mio esordio le cose funzionavano così. Aggiungi le partite a carta,
le scommesse…"
Com’è la
sua giornata lavorativa?
"Quando facevo il giornalista, ebbi l'onore di dirigere
due giornali della sera, "Il Corriere d'Informazione" e "La
Notte" -
il che significava alzarsi all'alba, alle cinque, e cominciare
prima delle sei. Per fortuna ho sempre dormito poco e
non sentivo la necessità di
recuperare. Nei giornali del mattino, da direttore, una volta
chiusa la prima pagina in tipografia, andavo a cena con redattori
o amici e, spesso, al casinò - da Genova a Sanremo, da Milano a
Campione. E si facevano le ore piccole, si tornava all'alba!
Quanti giornali
legge?
"Leggere è una parolona. Ne sfoglio dieci
o dodici. Leggo gli articoli che mi interessano di Repubblica,
Corriere della Sera, Stampa, Messaggero, Libero, il Foglio, il Giornale,
il Messaggero. Non dimentico
le mie origini sportive e quindi do un'occhiata ai titoli e ai
pezzi più intriganti
dei tre sportivi. Però cerco le cose più interessanti anche
sul Sole-24 Ore, i settimanali, qualche giornale regionale se
mi capita, in primis il mio vecchio Secolo XIX.
Dove le piace scrivere?
"Scrivo sempre più raramente. Qualche anno
fa, interviste e rubriche, contemporaneamente o quasi, su il Giornale,
Panorama, Libero, il Messaggero, Capital e il magazine del Corriere della
Sera. Poi, un po' per il lavoro televisivo e un po' per qualche
diversità di vedute, sono uscito da quasi tutto."
Chi è il
suo maestro? (e cosa ha imparato?)
"Il primo maestro fu Antonio Ghirelli: mi insegnò a
titolare, impaginare, a essere chiaro e diretto nel linguaggio, a essere
ironico, malizioso,
tollerante. Umano. Poi ebbi come direttore Piero Ottone: giornalista
di radice anglosassone, asciutto, essenziale, privo di fronzoli. Tutti
e due mi hanno insegnato a dirigere, a farsi rispettare da un gruppo di
lavoro sempre molto difficile, nei giornali. In particolare la
lezione arrivò da Piero: ero il più giovane, al "Secolo
XIX" e
credo che Ottone mi scelse come suo caporedattore proprio per
l'età e
per la grinta, in contrapposizione ai giornalisti più vecchi -
che lo contestavano o facevano fronda, semplicemente perché abituati
a un giornalismo più convenzionale."
I suoi errori più gravi agli esordi?
"Una determinazione, una sfrontatezza, un decisionismo
rapido e brusco - che poteva essere scambiato per arroganza o
forse era propio
un comportamento arrogante, presuntuoso. Peraltro, come amo definirmi
con chi lavora con me, mi considero un "ottimizzatore" del
tempo, il vero patrimonio che abbiamo tutti in mano: solo da noi
dipende l'uso che ne faremo. Detesto chiacchiere e perdite di
tempo prezioso."
La sua prima soddisfazione?
"Al Corriere dello Sport, un'intervista a Pier Paolo
Pasolini, affidatami da Antonio Ghirelli. La soddisfazione fu questa:
fu la prima volta che un giornale sportivo diede grande rilievo a un personaggio
non sportivo (e per di più, Pasolini!). E nell'intervista
c'erano anche riflessioni mordaci di Pasolini, sul giornalismo sportivo
e su vizi e vezzi del calcio giocato, di cui peraltro lo scrittore/poeta
era appassionato (ricordo una bella partita con lui, sotto una pioggia
battente).
Bisogna ricercare lo scoop a tutti i costi?
"Per carità. Si rischierebbe di prendere scivoloni, capitomboli
pazzeschi."
Lo scoop di cui va
fiero/a?
"Scrissi per "Il Mondo" l'intervista a
Indro Montanelli, che
contestava la linea sinistrorsa del "Corriere della sera" e
parlava pesantemente di Piero Ottone e della proprietaria ,Giulia
Maria Crespi. Fu uno scoop casuale. Indro era avvelenato e si
sfogò:
alla fine mi disse che era convinto che il pezzo finisse sul
Secolo XIX, di cui ero vicedirettore. Quando gli dissi che sarebbe
apparso sul Mondo, dunque con rilevanza nazionale, ebbe un attimo
di incertezza e poi mi disse (che personaggio straordinario!)
di non cambiare una sola virgola." Ci
fu una tempesta, a mio parere pilotata, e Ottone prese la palla
al balzo per licenziare Montanelli dal Corriere perché aveva annunciato
la sua intenzione di fondare un giornale (che poi sarebbe stato "Il
Giornale") come anti-Corriere. Un bruttissimo episodio nella storia
del giornalismo italiano. Montanelli, in seguito, quando ci incontravamo,
mi definiva "la levatrice" della sua leggendaria impresa, il
successo del Giornale - che nelle intenzioni doveva essere un
forte giornale lombardo e subito diventò un quotidiano di opinione
a diffusione nazionale."
I più grandi
colleghi del passato?
"Nella carta stampata Montanelli: un mito, per tutti. In televisione,
citerei i primi a capire l'importanza del video - e questo assegna loro
un primato: Sergio Zavoli, Piero Angela, Arrigo Levi, Maurizio Costanzo…"
E oggi a chi va la sua stima?
"A Giuliano Ferrara, un dio della scrittura, e a Vittorio Feltri,
un dio della polemica: anche se di recente, dopo anni di sincera e leale
amicizia, ha consentito che mi venisse inflitto uno sgarbo immeritato.
Una grande amarezza. Tra i più giovani, i miei allievi
Ferruccio de Bortoli e Gian Antonio Stella, che ebbi il piacere di assumere
all'Informazione, quando erano ragazzi. Mio allievo, il più versatile,
fu anche Massimo Donelli, che da un paio di anni ha lasciato il giornalismo
e dirige Canale 5. Per il giornalismo televisivo, due nomi: Clemente
J. Mimun ed Enrico Mentana."
E la sua disistima?
"Per i giornalisti sportivi che hanno aggredito,
impuniti e volgarmente, con parole ed espressioni indegne Paolo Bonolis:
il direttore dei servizi sportivi Ettore Rognoni (da Bonolis ribattezzato
come "Er penombra"),
Paolo Liguori e Piccinini. Anche Giampiero Mughini, che però è un
intellettuale: gli si possono perdonare gli eccessi dialettici."
Come si diventa una “firma”?
"Con la specializzazione, scrivendo più o
meno degli stessi argomenti, e facendo meglio dei concorrenti."
Agevola andare nei talk show, un tanto
a gettone?
"Per la notorietà sì. Per il prestito e per l'immagine,
proprio no."
Per scrivere un pezzo, lei come lavora?
"La televisione e la musica mi fanno compagnia,
non mi piace lavorare nel silenzio. Se si tratta di un'opinione, sono
abbastanza rapido. Per buttar giù un'intervista, dipende da come
ho raccolto gli appunti: spesso sono confusi, il disordine è il
mio problema, lavoro secondo un vecchio stile, solo appunti, nessuna
registrazione."
Fa molte ricerche e dove?
"Una volta avevo un archivio cartaceo formidabile, lo curavo per
mezze giornate. Oggi, personalmente, non faccio ricerche. All'occorrenza
ho un manipolo di collaboratrici bravissime a navigare in Internet."
Quello dell’inviato è ancora
una figura mitica?
"Da trent'anni sostengo una tesi impopolare: nessun
inviato. Trent'anni fa non c'era Internet, ma bastavano le agenzie
e la televisione a sommergerci di materiale. Facciamo un esempio: le Olimpiadi.
Anziché un inviato
(che costa un'enormità, anche per la trasferta) un bravo
redattore, capace di seguire agenzie e tivù e a trarre il meglio,
per qualsiasi tipo di pezzo. Del resto l'inviato fa lo stesso,
a migliaia di chilometri di distanza: difficilmente ha il tempo, la possibilità,
l'opportunità di avvicinare DA SOLO i protagonisti. E dunque? Se
si deve lavorare sulle agenzie, meglio farlo in redazione: si
risparmia tempo e denaro e si hanno pezzi più completi, senza l'angoscia
dell'orario per il pezzo dell'inviato che, quasi sempre, arriva
tardi, in condizioni precarie."
Perché non si fanno quasi più inchieste?
"Lo sappiamo benissimo: i giornali e le televisioni
non dipendono più da "editori puri", senza altri interessi
preminenti, ma da banche, finanzieri, imprenditori, politici,
ecclesiastici, costruttori, avventurieri… con le mani in pasta
in interessi d'ogni tipo. Se si fa un'inchiesta seria, si toccano e si
urtano questi interessi. Così,
meglio rinunciare alle inchieste. Il giornalismo di evasione,
che punta sulle battute di personaggi dello show-system, nasce
da questa esigenza voluttuosa."
L’inchiesta o il pezzo di cui va
più fiero/a?
"Una volta Antonio Ghirelli, diventato direttore dell'Avanti in
età senile, mi affidò un'inchiesta sulla Fiat: una quindicina
di pezzi, sotto ogni aspetto. L'Avanti, organo del partito socialista,
aveva una scarsa diffusione. Ma c'era un grosso problema politico: Bettino
Craxi era capo del governo e aveva nel mirino la Fiat, per motivi politici.
Io ero amico di Bettino, ma pensavo anche che la Fiat non meritasse aggressioni.
Ed ero allievo di Ghirelli e non volevo fare brutte figure. Non fu facile.
Di pezzo in pezzo ero attaccato dai socialisti vicini a Craxi o da Bettino
- o dai dirigenti della Fiat. Però nessuno riuscì a contestarmi,
concretamente, imprecisioni o sviste o errori… Alla fine Ghirelli
mi elogiò e sia Bettino sia i vertici Fiat mi concessero il loro
apprezzamento. Un miracolo, più o meno."
Quando un articolo può dirsi perfetto?
"Mai. Com'è umano e niente è perfetto, neanche al
di fuori del giornalismo. Si può sempre migliorare."
E un’intervista?
"E' un po' diverso. Un'intervista vera, infatti,
dovrebbe partire da una diffusa curiosità, da una domanda che aspetta
una risposta su un argomento preciso: è vero che farai cadere il
governo? È vero
che lascerai la panchina della Roma per trasferirti alla Juventus?
E' vero che lascerai tuo marito perché ami un altro?...(Oppure,
per quanto riguarda quella mia intervista a Montanelli: è vero
che non ne puoi più del Corriere, vuoi uscire e fondare un giornale
concorrente?), e così via. Se si riesce a indurre l'intervistato
a rispondere alla domanda-base, e a spiegare il perché, l'intervista,
se non perfetta, può dirsi soddisfacente."
L’obiettività esiste?
"Assolutamente no. Ma si può tentare di perseguirla: con
coraggio e in buona fede, e soprattutto con modestia - il che vuol dire
senza lasciarsi trascinare dalle proprie opinioni o, peggio, prevenzioni."
Meglio un Pulitzer o la stima dei lettori?
"Il Pulitzer passa, la stima dei lettori resta."
Le è capitato di non riuscire, come
si dice, a portare a casa il “pezzo”? (racconti un aneddoto)
"No. Qualcosa si deve portare a casa, sempre. E'
la responsabilità del
buon padre di famiglia: deve portare a casa qualcosa da mangiare.
Anche solo pane e acqua, ma qualcosa è indispensabile; meglio se
c'è una
bistecca (come definisco io uno scoop). Ma almeno un pezzo di
pane è doveroso
portarlo. Da direttore, su questo punto ero inflessibile: mai
arrendersi! Di recente ho avuto una delusione. Per "Buona domenica" ho
inviato a Gravina una persona giovane (non cito il nome perché,
spero, una rondine non fa primavera) con l'incarico di portarmi
una cosa "nostra",
esclusiva, nel quadro della tragedia dei due fratellini precipitati
e morti nella casa abbandonata. Ebbene, questa persona arriva a Gravina
in auto a mezzogiorno e la sera, alle venti, mi telefona, è già in
autostrada, dice di aver provato ogni pista (!) e di non aver
trovato niente di niente. Ma come si fa? Il fegato stava per scoppiarmi.
I giornalisti della mia generazione sarebbero morti piuttosto che tornare
a mani vuote e tornare tanto presto!"
I fatti sempre separati dalle opinioni?
"Si deve provare, è fondamentale. Per rispetto della chiarezza
e dei lettori, che hanno diritto di essere informati per bene, prima di
passare a un commento."
Chi, dove, come, quando e perché… quale
domanda aggiunge?
"Sono più che sufficienti. Magari si riuscisse a rispondere
a tutte e cinque le domande, sempre e con compiutezza.
Come sceglie l’attacco?
"Secondo i casi: le prime righe devono comunque
indurre il lettore ad andare avanti, quindi sono fondamentali!
Giornalisti – cani da guardia del
potere: è sempre meno vero?
"No, è sempre vero."
S’impara meglio iniziando dalla cronaca
nera?
"L'ho già detto. E' fondamentale per due aspetti: è un mestiere
difficile, a contatto con poliziotti, delinquenti, assassini, vittime,
orribili eventi; e poi insegna a fissare la priorità dei fondamentali "chi,
dove, come, quando e perché", i luoghi, i nomi, le ore, le
modalità… Di più: è importante usare anche
un linguaggio chiaro, accessibile a tutti."
Le doti caratteriali o psicologiche di un
buon giornalista?
"La curiosità, innanzitutto. Non si può essere bravi
giornalisti, se non si è curiosi. Poi, la capacità di
porsi e porre domande ardite, sgradevoli."
L’aggressività serve?
"Può essere controproducente."
La tenacia?
"E' sufficiente per arrivare al traguardo."
La curiosità?
"Come detto, fondamentale. Addirittura, in un reporter, può essere
l'unica vera qualità: avere curiosità su tutto, a tutto
campo, e non arrendersi fino a quando non si è riusciti (o almeno
tentato) di rispondere a tutte le curiosità."
L’agenda (i numeri, i contatti…)
serve?
"Certo. Essenziale! Come ti muovi, se non hai riferimenti affidabili,
riservati, confidenziali?"
Al giornalismo ha dato più Truman
Capote o Oriana Fallaci?
"Truman Capote. Ho regalato decine del suo libro "A
sangue freddo" a giovani aspiranti giornalisti. Un capolavoro. Come
ricostruire un terribile, insolito delitto con cura estrema per
i particolari…e
questo si può insegnare e imparare… e con una eccezionale
capacità di scrittura…e questa è una vocazione,
un dono di natura, ma si può migliorare."
Di quali oggetti (pc, rubriche, taccuini)
non sa fare a meno? (descriva bene anche come e dove se li procura)
"Taccuini, notes… li adoro: una mezzora in
cartoleria per me è una gioia rasserenante! Ho bisogno di una biro
particolare ("tratto pen", se si può citare), se no mi
sento nudo. E il bello è che colleziono penne stilografiche, ma
non le uso quasi mai. Quanto al computer, a casa non posso farne
a meno."
E’ più utile saper scrivere
o avere fiuto per le notizie?
"Fiuto, a meno di non fare il parassita. Un altro ha il fiuto, e
tu riconosci la notizia e sai scriverla. Confesso che ci fu una mia breve
stagione parassitaria: a Torino, come reporter al seguito della Juventus,
quando ero giovanissimo. I cronisti ai campi di allenamento erano intimoriti
dai dirigenti della Juventus e dai metodi spicci di Heriberto Herrera.
C'era un grande giornalista, Vladimiro Caminiti, che sapeva tutto e capiva
tutto. Eravamo amici e mi passò un'infinità di piccole notizie,
che lui non utilizzava, giorno per giorno."
Come deve essere l’italiano giornalistico?
"Nessuna parola difficile, nessuna citazione: un centinaio di parole
comprensibili per tutti. Confesso di non essere un riferimento: mi piacciono
le citazioni e non resisto alla tentazione di scrivere anche parole inusuali."
Carta stampata, tv, radio, internet… Qual è il
futuro?
"Ci sarà ancora per molto tempo spazio per tutti, via via,
come già ora si vede, la supremazia è della televisione."
In questo mestiere contano le raccomandazioni?
"Fino a un certo punto, sì. Purtroppo. Una volta si arrivava
a diventare giornalisti attraverso la dura gavetta dell'abusivato, un tirocinio
che selezionava per qualità e difetti. La partita era alla luce
del sole: tutti potevano vedere e giudicare. Oggi, sei assunto senza tirocinio
e quindi la "spintarella" è più semplice: chi
può contestare un direttore o un editore per le sue scelte?"
Fare il giornalista è sempre
meglio che lavorare?
"E' una vecchia battuta. Fare bene il giornalista significa lavorare
sodo. E', comunque, un lavoro privilegiato."
Si smette mai di essere giornalisti?
"Per me, no. Di fronte a una notizia, non resisti."
Lei che posto occupa nella storia del mestiere?
"Cito una battuta di Gian Antonio Stella, che fu
detta in mia assenza e mi fu riferita da comuni amici. Era un
gioco, la scelta di una lapide… Questa: "Lanza
ha dato al giornalismo assai più di quanto il giornalismo abbia
dato a lui." Commovente e troppo buono: una buona lapide, ironica,
per me è quella inventata da una mia amica: "Era un uomo tutto
case e famiglie." Vorrei essere ricordato come un bravo artigiano
che ha creduto nelle qualità e nel talento dei giovani e che ha
assunto e lanciato, quando più o meno avevano i pantaloni corti,
molti bravissimi ragazzi destinati a diventare grandi giornalisti:
Massimo Donelli, Ferruccio de Bortoli, Gian Antonio Stella, Gigi
Moncalvo, Edoardo Raspelli, Ivo Carezzano,
Francesco Cevasco, Renzo Rosati, Luisa Forti, Carlo Brusati (scomparso
prematuramente, era assistente di Fedele Confalonieri), Riccardo
Bormioli, insieme con tanti altri."
Un aspirante giornalista che libri deve leggere?
"Di "A sangue freddo" di Capote, ho già detto.
I classici, sempre validi. E poi tutti i libri di attualità che
escono, per tenersi aggiornati."
Bisogna "trattare con serietà le
cose frivole e con leggerezza le cose gravi", sosteneva Camilla Cederna. È sbagliato?
"Non è semplice, ma può essere una buona regola."
Le scuole di giornalismo servono?
"Non molto. Meglio la strada, la praticaccia."
Consiglierebbe ad un giovane di fare il
giornalista?
"Sì, ma solo se è sicuro di avere una vera vocazione."
Il suo motto professionale?
"Nella bacheca alle mie spalle ho scritto alcuni slogan, tipo: "Provarci
sempre", "La curiosità è tutto".
E poi anche un mio epigramma auto-ironico, che potrebbe adattarsi
non solo a me, ma anche a molti miei colleghi. "Il contesto? / Sono
mesto:/ non riuscirò / a capirlo presto."
da "ci metto
la firma", il nuovo libro di mariano sabatini
04-05-09