Diamo uno scudetto alla squadra più corretta

di Cesare Lanza
La posta della mia rubrica “Mister
no” si è riempita, da sabato a ieri, di molte lettere sulla
morte del poliziotto Filippo Raciti a seguito degli incidenti
per il derby Catania-Palermo. Ho selezionato gli argomenti
proposti con maggior vigore dai lettori, con le mie personali
opinioni per risposta. Esprimo le mie opinioni con assoluta
umiltà, ben consapevole del fatto che da lustri su questo
tormentoso argomento si sviluppano estenuanti e inconcludenti
dibattiti, ma nessuno può essere tanto presuntuoso da pensare di
avere la verità in tasca… - in caso diverso si sarebbe già
trovata un soluzione, come è stato in Inghilterra e in altri
Paesi.
GIUSTA LA SOSPENSIONE DEI
CAMPIONATI DI CALCIO? I pareri dei lettori sono molto divisi. A
mio parere, sospensione giusta e comprensibile, se intesa come
un gesto di cordoglio verso la famiglia Raciti e di solidarietà
verso le forze di polizia. Ma è ingiusta e anche pericolosa
invece, se dovesse protrarsi come provvedimento di ordine
pubblico: perché punisce - come spesso succede in Italia – la
stragrande maggioranza delle persone, in conseguenza delle
malefatte di pochi. E indurrebbe teppisti e criminali a
moltiplicare provocazioni e incidenti. Lo Stato non può e non
deve arrendersi. Che facciamo, dal momento che ci sono le rapine
chiuderemo i negozi? Abbiamo vissuto emergenze più terribili,
basti pensare al terrorismo e ai rapimenti negli anni settanta e
ottanta. E allo strapotere della mafia, nella Sicilia
insanguinata oggi da una partita di calcio. E ne siamo usciti. E
quando non ne siamo usciti, comunque lo Stato non si è
rassegnato, non si è arreso. Sospendere il calcio avrebbe un
senso (ma comunque non sarei d’accordo perché sempre di una
resa, sia pure temporanea, si tratterebbe) solo se si trattasse
di un periodo a lungo termine, diciamo almeno sei mesi, il tempo
necessario per rimettere a posto gli stadi, spazzare le
complicità tra i club e i tifosi violenti, varare leggi
particolari… Non credo che sia possibile e sarebbe ingiusto non
solo in linea di principio, ma anche perché il calcio, con tutti
i suoi problemi, è pur sempre un’industria produttiva che dà
lavoro a decine di migliaia di persone.
IL RUOLO DELLA POLIZIA. Non è
ammissibile che poliziotti, umili ed eroici servitori dello
Stato, retribuiti in maniera vergognosa, possano rischiare di
morire per una partita di pallone. E, comunque, dovrebbero
essere utilizzati per incarichi di maggior importanza sociale.
Allora, qual è la soluzione? Consentire che le partite possano
essere disputate a stadi aperti, ma pretendendo dai club un
adeguato servizio di vigilanza e controllo, a loro spese. I club
diano meno soldi ai calciatori e ai loro procuratori, gestiscano
con maggior avvedutezza i bilanci, e assicurino lo svolgimento
civile delle partite a loro spese, sì’, garantendo sicurezza e
serenità a tutti gli spettatori onesti (la stragrande
maggioranza) e a tutti coloro che vorrebbero andare allo stadio,
ma non ci vanno per legittima paura. In caso di incidenti,
responsabilità sportive, penali e civili a carico dei club.
Penso che questa strada riuscirebbe a sgonfiare il folle
business-calcio di mol,ti eccessi.
IL PROBLEMA CENTRALE. Il punto
cruciale non è, mi dispiace contraddire (perché potrebbe
sembrare freddezza verso la vittima) ciò che sostengono in buona
fede molti, l’atroce lutto della famiglia Raciti. Il punto
cruciale è il terribile fenomeno ripetitivo di questo tipo di
violenza ingiustificata e impunita. Atroce è oggi il dolore
della straordinaria signora Raciti e dei suoi figli (che
famiglia ammirevole abbiamo visto in televisione! una famiglia
per bene, simbolo di un’Italia che non deve arrendersi ai
delinquenti), ma ugualmente atroce era il dolore dei familiari
delle decine di vittime che ci sono state negli ultimi trent’anni
senza pace nei nostri stadi di calcio. Un dolore ch’era degno, e
lo è stato, di uguale rispetto e partecipazione. E tuttavia,
elaborato il lutto, dopo pochi giorni non è successo nulla,
proprio nulla: anzi la violenza si è diffusa ed è cresciuta,
senza essere fronteggiata come poteva essere.
IPOCRISIA DILAGANTE. L’ipocrisia
dilagante mi sembra ributtante, proprio come alcuni sportivi
onesti, e alcuni familiari di vittime del passato, hanno fatto
coraggiosamente e lucidamente notare. In queste ore. Tutti si
chiamano fuori, tutti: politici, dirigenti delle società
sportive e delle federazioni, tifosi ragionevolmente
sospettabili di essere favorevoli alle violenze o perfino
complici, rappresentanti dei mass media che incitano a
esagerazioni aggressive e diffondono la conquista di un solo
valore, la vittoria ad ogni costo…
I RETROSCENA DEGLI INCIDENTI A
CATANIA. E’ vero o no che allo stadio di Catania è stata data
licenza di entrare ad alcune migliaia di sportivi senza
biglietto e senza alcun controllo? Così hanno riferito “Striscia
la notizia” e alcuni testimoni oculari diretti. Su questo punto
bisogna far luce, è un interrogativo inquietante… Vero è che gli
incidenti gravi non si sono verificati all’interno dello stadio,
ma all’esterno e sarebbe importante accertare come si sono
accesi gli scontri.
GIUSTO PROIBIRE LE TRASFERTE DI
MASSA? A mio parere assolutamente sì, quanto meno in questa fase
di emergenza e, spero, di transizione. Si impediranno almeno,
così, le devastazioni – intollerabili – sui treni, negli
autogrill, nelle adiacenze degli stadi. E tutto questo era un
modo di subire delinquenza spicciola e inammissibile, che orami
consideravamo scontata, quasi indegna di fare notizia e di
suscitare attenzione.
PENE SEVERE E CERTEZZA DELLA PENA.
Questo è un altro punto fondamentale, se sinceramente si vuole
arrivare ad una vera svolta di civiltà (il paradosso è che la
svolta sarebbe nell’interesse di tutti…ma purtroppo bastano
pochi a violentare le aspettative di tutti gli sportivi veri).
Le violenze debbono essere punite con severità e i violenti
debbono essere giudicati e puniti rapidamente, nei casi più
gravi scontare in carcere una condanna possibilmente dura, nei
casi più lievi debbono essere tenuti lontano dagli stadi e
condannati a sanzioni pesanti, senza indulgenze. In Inghilterra
- che si cita a proposito e sproposito in questi giorni – il
problema è stato affrontato e risolto positivamente per tre
ragioni fondamentali: pugno di ferro, sostegno dell’intero mondo
politico alle forze dell’ordine, certezza della pena.(Tra
parentesi, siano individuati e puniti in modo esemplare anche
coloro che scrivono luride accuse alla polizia, inneggiano ai
delitti, insultano le vittime…).
MATARRESE. Penso che il presidente
della Lega non sia riuscito ad esprimere un concetto elementare,
attirandosi una montagna di critiche da tutti i moralisti che
hanno il vizietto di inventarsi e individuare un capro
espiatorio, per confondere e indirizzare l’opinione pubblica,
lontano dall’essenza dei problemi. Matarrese voleva dire che il
sistema è lacerato, e all’interno del sistema c’è anche,
inevitabile se le cose vanno in questo modo, la possibilità che
innocenti muoiano ammazzati. A mio parere, voleva stigmatizzare
e non certo giustificare. In ogni caso, sia che si sia espresso
in modo confuso sia che davvero (incredibile) che possa davvero
aver pensato l’enormità che gli è stata attribuita, non è certo
eliminando un capro espiatorio che si risolverà il problema
violenza!
MOGGI. Anche a Luciano, che ormai
ci avrà fatto (spero per lui) l’abitudine, sono state addossate
da alcune fonti responsabilità generiche o delle più varie
carature. Che fare, se non dargli una stretta di mano per
solidarietà? Moggi ormai è diventato il responsabile di
qualsiasi efferatezza, l’imputato, il presunto colpevole di
qualsiasi efferatezza. Come Andreotti, per lustri, in politica.
Alla fine, Andreotti è sopravvissuto a ogni calunnia, anche la
più esagerata. Penso che Moggi abbia la stessa energia. Ma
questa caccia all’untore
la dice lunga sulla condizione di
incultura e sulla grossolanità di certa fasce radical chic della
nostra società (ieri erano tutti super garantisti, oggi sono
tutti scatenati all’insegna di un super giustizialismo a
casaccio, per colpire dove, e come, capita capita). E quei dire
di quei tanti soloni, che si autoattribuiscono il ruolo di
opinionisti/educatori, come fari di luce per una popolazione –
anche sportiva - largamente caratterizzata dal buon senso, che
non ha bisogno di cattivi e ondeggianti maestrini di pensiero,
ma meriterebbe solo di essere ben governata e tutelata dai
delinquenti che infestano strade e stadi.
CONCLUSIONE ELEMENTARE E, QUINDI,
PROBABILMENTE IRREALIZZABILE. A ciascuno il suo ruolo. La
criminalità è insita nell’animo umana: va combattuta, punita,
emarginata quando si manifesta in queste forme pericolose per la
società. Non c’è follia, non può esserci giustificazione. La
guerriglia di Catania è del tutto uguale alla strage di Erba:
criminali nelle strade di Catania, criminali i “vicini di casa”
di Erba. Non pazzi, da curare e rimettere in libertà dopo pochi
giorni o pochi mesi. Sono criminali da punire secondo legge,
senza sconti e senza compassione. Lo Stato si faccia
rispettare, non si arrenda… Sia rispettata la legge. I politici
cerchino di avere a cuore l’interesse comune anziché le loro
botteghe elettorali. I mass media seguano questo momento grave
del Paese con il senso di responsabilità dimostrato durante gli
anni del terrorismo e delle crisi economiche. E si cerchi di
tornare alla normalità, continuando a giocare al calcio negli
stadi, secondo le valutazioni, ad esempio, dei prefetti che sono
preposti anche a compiti di questo tipo. E l’onere – economico –
delle misure da adottare sia sostenuto dai vari club, che così
avranno meno soldi (che arrivano anche da spettatori onesti e
indifesi) da dilapidare nella schiappa o nel campionissimo di
turno. I dirigenti e i presidenti dei club abbiano il coraggio
di non farsi ricattare da quelle orde di ultrà interessati solo
a scroccare biglietti e privilegi e a metter voce nella guida
della squadra.
Un delicato pensierino
finale? Mi piacerebbe che - da subito - fosse istituito uno
scudetto per la squadra giudicata alla fine del torneo più
corretta, da premiare con un economico considerevole e con un
riconoscimento pubblico, di altissimo livello istituzionale
cesare@lamescolanza.com
LIBERO 7-2-07